La gioia del missionario di annunziare il Vangelo

Il 17 maggio 2013 Papa Francesco, ricevendo i responsabili delle Pontificie Opere Missionarie, ha parlato del dovere di “tenere sempre viva l’attività di evangelizzazione, paradigma di ogni opera della Chiesa… Il Vescovo di Roma è chiamato ad essere Pastore non solo della sua Chiesa particolare, ma anche di tutte le Chiese. In questo compito, le Pontificie Opere Missionarie sono uno strumento privilegiato nelle mani del Papa”. Ed ha aggiunto: “Ci sono tanti popoli che non hanno ancora conosciuto e incontrato Cristo”. Annunziare Cristo a questi popoli è “un compito che spetta a tutti noi che abbiamo ricevuto il dono della fede non per tenerla nascosta, ma per diffonderla”.

Al termine del suo discorso, Papa Francesco si è augurato, citando Paolo VI, che la Buona Novella sia proclamata non da missionari “tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno di Dio sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo».

Nella “Redemptoris Missio” (1990), Giovanni Paolo II, rivolgendosi alle giovani Chiese, ha scritto: “Dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo”. La gioia di annunziare il Vangelo viene al missionario dall’essere intimamente unito a Gesù, che, essendo unito al Padre e allo Spirito, gli trasmette la sua gioia. Infatti, come dice San Giovanni, “Deus Caritas est”, Dio è Amore. Quando il missionario si dona totalmente a Cristo, sperimenta la promessa che il Figlio di Dio fece agli Apostoli: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15, 11). Non è una gioia precaria, passeggera, è uno stato d’animo che sostiene il messaggero del Vangelo nella sua fatica, nelle sofferenze, rinunzie, fallimenti, persecuzioni. La gioia di essere intimamente uniti a Cristo rende efficace l’annunzio del Vangelo, perché il missionario trasmette questa gioia, questo entusiasmo e pace del cuore.

Tutto questo potrebbe sembrare teoria o sogno utopico. Ma non è così, anzi è confermato dalla vita di non pochi missionari che lasciano un buon ricordo di sè. Mi fermo alla mia esperienza. Ho scritto una quindicina di biografie di missionari (anche non del Pime) che mi erano state richieste. Ho letto bene le loro lettere e le testimonianze su questi personaggi e mi sono accorto che una delle caratteristiche comuni a tutti era appunto la gioia di essere messaggeri del Vangelo. Erano uno diverso dall’altro in tutti gli aspetti della loro missione: da mons. Aristide Pirovano, che ha fondato in Amazzonia la diocesi di Macapà, è stato per 12 anni superiore generale del Pime, poi ha passato i suoi ultimi anni nel lebbrosario di Marituba, dove ha preso il posto di Marcello Candia e ha realizzato tante opere religiose, educative e di aiuto ai poveri; a padre Leopoldo Pastori, che poco dopo il sacerdozio nel 1969 è stato colpito da un cancro al fegato. A poco più di trent’anni, poteva diventare un peso per sé e per gli altri. Invece è riuscito ad andare in Guinea Bissau, dove il suo lavoro principale era la preghiera e la direzione spirituale. Eppure tutti e due hanno conservato fino al termine della vita la gioia e l’entusiasmo di essere missionari e dopo morte godono di una diffusa “fama di santità”. Come spiegare questo se non che erano intimamente uniti a Cristo?

L’ultima biografia che ho scritto è quella del Beato padre Clemente Vismara (“Fatto per andare lontano”, Emi). Dopo i quattro anni di trincea nella prima guerra mondiale e 65 anni di missione in Birmania, in situazioni disumane di povertà estrema e di isolamento, fra popolazioni tribali che quasi vivevano ancora nell’epoca preistorica, è morto a 91 anni (1897-1988) e i suoi confratello dicevano: “E’ morto senza mai essere invecchiato”. Infatti, quando l’ho incontrato in Birmania nel 1983 (a 86 anni), aveva ancora il sorriso di un bambino, la vivacità e la voglia di scherzare di un giovane uomo e non voleva parlare del suo passato, ma mi diceva: “Parliamo del mio futuro”. Aveva realizzato, in quelle situazioni, grandi opere di Vangelo, ma non si era mai lasciato indurire dalle tremende privazioni e difficoltà.

Un suo compagno di missione, padre Angelo Campagnoli, ha testimoniato al processo diocesano per la sua beatificazione: “Clemente era un uomo di fede pratica, aveva una visione soprannaturale della vita, un profondo abbandono in Dio. Tutto in lui era guidato dalla fede, che era alla base della sua forza e delle sue certezze. Era la fiducia che, nonostante tutto, sarebbe riuscito qualcosa di buono. La fede gli dava la forza di perseverare, anzi di cominciare sempre da capo, anche quando le delusioni si ripetevano. Di qui dunque la perseveranza…Era un uomo entusiasta della sua vocazione e, proprio perché ci credeva con passione eccezionale, riusciva a comunicarla….E credo che la gioia sia un’altra caratteristica, una virtù singolare di padre Vismara. Certo essa era probabilmente una dote naturale e su questa si riposava la sua vita spirituale, ma in lui non c’era distinzione delle due sfere”.

Padre Rizieri Badiali, anche lui suo compagno di missione: “Padre Vismara sopportava tutte le prove con gioia, perché diceva che se eravamo perseguitati voleva dire che tutto andava bene. Era la sua fede, una fede entusiasta, gioiosa, piena del desiderio di salvare le anime, la vita cristiana per lui era basata sui fatti, sull’essere conformi alla volontà del Signore… Questa fu la fede di padre Clemente, che lo sostenne per tutta la vita fino alla morte, con una grande allegria, una grande voglia di vivere che sentiva per sé e per i ragazzi che accoglieva appena poteva”.

Un catechista di padre Clemente, Anselmo U, ha dichiarato: “Abbiamo sopportato assieme molte fatiche: andavamo a visitare i villaggi lontani e spesso dovevamo dormire sotto gli alberi e sotto le stelle, perché non eravamo ancora arrivati. Eppure padre Vismara era sempre sereno e sorridente. Non l’ho mai visto arrabbiato. Qualche volta si ammalava ed era molto debole: allora mi diceva di pregare e far pregare la gente del villaggio in cui ci trovavamo”.

Padre Clemente Hla Shwe, un suo orfano oggi sacerdote: “Era certamente un uomo di preghiera, un uomo di grande fede, direi di una fede sorridente, perché sorrideva sempre. Comunicava tanta gioia ed entusiasmo a chiunque lo accostasse. Anche a me, quando ci incontravamo, mi esortava sempre ad essere un prete zelante nel lavoro apostolico, ma anche pieno di gioia e di sorriso”.

Suor Battistina Sironi delle suore di Maria Bambina, per trent’anni con padre Clemente a Mongping dal 1958 fino alla sua morte nel 1988, nella lunga intervista che le ho fatto il 17 febbraio 1993 a Kengtung ha detto: “Era sempre allegro. Quando aveva dei fastidi cantava, nella sua casa. Allora noi suore chiamavamo i bambini e li portavamo in chiesa a pregare per il padre Clemente, che aveva grane grosse”.

Suor Battistina è stata senza dubbio la persona che ha vissuto più a lungo vicino a padre Clemente. Al processo diocesano a Kengtung ha testimoniato: “Non ho mai conosciuto un uomo con una fede così grande come padre Clemente. Fu veramente un uomo di preghiera, pieno di pietà e di carità verso tutti, specialmente i poveri e ancor più verso i piccoli. Quando non c’era niente da mangiare, lui mi diceva: ‘Lei stia qui con i bambini che io vado in chiesa’. Andava in chiesa a pregare e certamente poco dopo arrivava il riso necessario. Tenete conto che c’erano già allora cento orfani a cui dare da mangiare ogni giorno!. Pregava tanto. La sera soprattutto diceva il Rosario: non l’ha mai tralasciato neppure un giorno. Anche la Messa non è mai stata tralasciata da lui e la celebrava con grande devozione e raccoglimento”.

Nell’Anno della Fede, l’esempio del Beato Clemente Vismara è provocatorio anzitutto per noi sacerdoti e missionari, ma anche per tutte le persone consacrate e tutti i credenti in Cristo. La fede era per lui il motore della vita, era sempre sereno e sorridente nonostante tutte le sofferenze, difficoltà, malattie; non una fede seduta, che non disturbasse la sua tranquillità e il suo tran-tran quotidiano, ma un fede viva, militante, che lo rendeva disponibile a rinunzie e sofferenze per fare il bene e fuggire il male e per essere sempre a servizio del suo popolo e della Chiesa. Se non c’è entusiasmo e gioia nelle cose che facciamo e in cui crediamo, non c’è nemmeno il premio della gioia e della serenità di spirito e rischiamo di invecchiare prima del tempo.

Piero Gheddo

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