Missionario-giornalista agli estremi confini della fede

In questi giorni è nelle librerie:  “Piero Gheddo, inviato speciale agli estremi confini della fede” (Prefazione di Andrea Tornielli, EMI, 2016 con inserto fotografico a colori, euro 14,00). È il libro  voluto dalla Direzione generale del Pime e ho obbedito con qualche resistenza, ma oggi mi accorgo che è un buon strumento di evangelizzazione. L’ho scritto con l’aiuto dell’amico giornalista di “Credere” e “Avvenire”, Gerolamo Fazzini.

Quando rileggo i miei 87 anni, non solo ringrazio il Signore Gesù di avermi chiamato a seguirlo fin dalla più giovane età, ma mi stupisco di quante innumerevoli grazie mi ha fatto, ad esempio di entrare nel Pime, quando tutto si opponeva a questo, come ho scritto nel primo Capitolo. Eppure il Pime era ed è proprio l’Istituto adatto per me e per valorizzare i doni che Dio mi ha dato. Ho 87 anni, ma il buon Dio mi mantiene lucidi la testa (la fede) e il cuore (il fuoco della passione per la missione alle genti) e mi dà anche tanta voglia di vivere. Posso ancora pregare, soffrire (la sofferenza, portata con Gesù, è la forma più alta della preghiera), scrivere e parlare.

Quand’ero giovane sacerdote (ordinato dal beato card. Schuster il 28 giugno 1953) dovevo partire per l’India, ma i superiori decisero diversamente. Così, la mia missione è stata e ancora è un giornalismo appassionato e militante. Migliaia gli articoli scritti per testate cattoliche e laiche; un centinaio i libri pubblicati (il primo è del 1956, quando nasceva l’EMI), moltissime conferenze e presenze a Radio Maria e in Radio e Televisioni. Ringrazio il Signore che dal 2001 il fondatore e direttore degli “Amici di Lazzaro” di Torino, Paolo Botti, mi fa gratis il mio sito internet (www.gheddopiero.it ),  dove si trovano gran parte dei miei scritti, l’elenco dei libri, i viaggi, le foto, le notizie sulla Causa di beatificazione dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni Gheddo. Senza il materiale raccolto da questo sito, il racconto della mia vita sarebbe stato impossibile.

Nei miei viaggi di visita alle giovani Chiese missionarie sono stato in circa 80 Paesi extra-europei,  spesso testimone in prima linea delle più terribili e tragiche pagine del Novecento, di cui scrivo in questo libro: la Rivoluzione culturale in Cina, la guerra in Vietnam e i profughi di Vietnam e Cambogia, l’apartheid in Sudafrica, le dittature militari in Sudamerica, la guerra civile in Angola, Mozambico e Sri Lanka, il genocidio in Ruanda, la guerra tribale in Uganda, la distruzione della Somalia, la fine del Cile socialista di Allende, l’eterna dittatura della Cuba di Fidel Castro, ecc.

Ma la mia missione era ed è un’altra. Partivo per visitare i missionari e le giovani Chiese e spesso mi dicevo: «Piero, tu stai vivendo gli Atti degli Apostoli». Ho scoperto che il Vangelo produce sempre frutti buoni e lo Spirito Santo, là dove nasce la Chiesa, soffia dove e come Lui vuole. Ho riscoperto un mio “Servizio speciale” di “Mondo e Missione” del 1972 intitolato “Imparare dalle giovani Chiese”, a quel tempo molto contestato e discusso. Pareva impossibile e anche assurdo che noi, cattolici da duemila anni e ricchi di tesori di studi biblici e teologici e di migliaia di Santi e Padri della Chiesa, dovessimo imparare qualcosa da quei cari e poveri “cristianucci” appena nati alla fede. Oggi, Papa Francesco viene da una “Chiesa missionaria” in tutti i sensi, poiché gran parte dei popoli latino-americani hanno avuto la prima evangelizzazione dai missionari europei e nord-americani dopo il 1900 e specialmente dopo il 1946. Così noi comprendiamo molto meglio che dobbiamo imparare dalle giovani Chiese missionarie, dove lo Spirito ispira e realizza un cammino di riforma che ringiovanisce la Chiesa.

Questo dimostro con tantissimi esempi, che ho visto e studiato in India, Corea del Sud, Borneo, Bangladesh, Myanmar (Birmania), Thailandia, Guinea Bisssau, Congo Kinshasa, Mozambico e altri paesi d’Asia, Africa. America Latina e Oceania. Dedico anche parecchie pagine alla “Teologia della Liberazione”, che negli anni Settanta e Ottanta ho combattuto perché spesso adottava l’ispirazione e l’azione marxista-rivoluzionaria per trasformare il mondo secondo giustizia. Ma racconto nel libro, sempre con esempi molto concreti, come questa Teologia, con l’azione dello Spirito, ha anche prodotto e produce buoni frutti.

Noi vediamo la storia dei popoli e la nostra storia personale con i nostri occhi umani, che ci portano al pessimismo. Dobbiamo vederla con gli occhi di Dio, cioè con la fede, che è fiducia nella Divina Provvidenza. Nei Paesi non cristiani, i credenti i Cristo sono spesso i perseguitati, gli incompresi, i disprezzati dal mondo. Ma Gesù ha detto: «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo». Infatti le giovani Chiese cooperano alla salvezza della nostra Italia e alla riforma della Chiesa che lo Spirito Santo sta facendo con Papa Francesco.

Più passano gli anni e più divento ottimista per il futuro. Sono crollate o stanno crollando le ideologie atee (soprattutto nazismo, comunismo e maoismo) e visitando i Paesi non cristiani ho visto e racconto questa realtà. Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della Buona Novella, ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è  sempre più l’unica via di salvezza per tutti. Non nego affatto gli enormi problemi che ci turbano, ma noi non comprendiamo nulla della storia umana, vediamo tanti fatti, siamo sempre informati su tutto, ma non sappiamo giudicarli con il metro dell’eternità, cioè con il metro di Dio.

L’ho spiegato nel Capitolo del libro sulla rinascita della Chiesa in Cina, dopo Mao che pensava di averla distrutta. Non è stato così! La fede autentica ci dice che la storia dell’umanità, come la nostra piccola storia personale e quella millenaria della Chiesa, sono nelle mani di Dio. La mia esperienza di missionario-giornalista racconta questo. Ecco perché sono ottimista: perché mi fido di Dio, ho fiducia nella Provvidenza e vedo che la realtà dei fatti conferma quanto credo per fede.

Senza bambini l’Italia non ha futuro

Il 22 settembre prossimo in Italia si celebra il “Fertility Day” (Il Giorno della Fertilità), lanciato dal Ministero della Salute per sensibilizzare donne e uomini che dopo i 35 anni c’è un drastico calo delle capacità riproduttive. Le coppie rischiano di perdere la possibilità di avere un figlio, pur desiderandolo. Ottima l’iniziativa del ministro Beatrice Lorenzin, che ha suscitato interesse e dibattiti. E’ venuto alla ribalta il tema che sembrava un tabù: in Italia nascono sempre meno bambini. Al recente Meeting di Rimini, il demografo Gian Carlo Blangiardo, dell’Università Milano-Bicocca, ha presentato questi dati dell’Istat: nel primo trimestre del 2016, rispetto al primo trimestre del 2015 (il quinto anno consecutivo di diminuzione delle nascite), i nati sono ancora diminuiti del 3%  e i morti sono anch’essi diminuiti dell’11%. Questa “la strana demografia italiana”, siamo sempre più un paese di vecchi e di pensionati. Nel 2008 i nati per donna in Italia erano in media 1,47; nel 2015 1,35. Ogni anno noi italiani diminuiamo di circa 100-120.000 unità. Per fortuna abbiamo circa 5 milioni di stranieri legali che ancora hanno molti bambini.

Senza bambini, l’Italia non ha futuro. E’ vero, il governo italiano non ha mai fatto politiche familiari per sostenere le giovani coppie ad avere dei figli (le ha fatte il governo Berlusconi col ministro della salute Giovanardi). C’è un grosso problema economico. Eppure, anche in questa situazione ho conosciuto famiglie cristiane con più di 4 figli e genitori non anziani e non ricchi.

Anna e Nicola Celora (questa la situazione del 2012) abitano a Meda (Milano), insegnanti in scuole medie superiori, si sono sposati nel 1993 e hanno avuto nove figli: Gabriella (nata nel 1994), Veronica (1996), Marco (1999,in Cielo), Carolina (2000), Tecla (2002), Stefano (2003), Matilde (2006), Davide (2007) e Benedetto (2011, anche lui in Cielo). La signora Anna racconta: “Siamo persone comuni, ma educati alla vita cristiana dai nostri genitori e vissuta in parrocchia e in Comunione e Liberazione. Ai tempi dell’Università è nato il nostro amore e dopo due anni di insegnamento precario ci siamo sposati senza fare troppi calcoli, con il poco che avevamo (il viaggio di nozze fatto con l’auto dei genitori). A nove mesi dal matrimonio è nata la prima figlia, poi tutti gli altri. Prediamo i figli che Dio ci manda, pregando e fidando nella Provvidenza, che non ci è mai mancata. Abbiamo cambiato casa due volte, scegliendo appartamenti per una famiglia in continua espansione, anche questo con l’aiuto misterioso ma reale della Provvidenza. Cerchiamo di offrire ai figli la possibilità di fare esperienza della vita cristiana: preghiera, condivisione dei bisogni, vita di comunione con gli amici, poca televisione e tanti libri. Grazie a Dio i nostri figli crescono senza pretese, grati di quello che offriamo loro, che non si riduce solo ai beni materiali. Per i più piccoli si impegnano anche i più grandicelli, si aiutano a vicenda in grande allegria: l’atmosfera della nostra famiglia è di gioia e di ottimismo nella vita. Con due soli stipendi, facciamo una vita spartana, il necessario non manca ma non c’è molto di superfluo, anche i bambini capiscono questo e vengono educati al risparmio, al sacrificio; dormono in letti a castello, i più piccoli crescendo riprendono i vestitini dei più grandi, ecc. Per i primi figli è dura, poi molti aiutano.

I coniugi Susanna e Michele Rizza della parrocchia di Niguarda (Milano), impiegati al catasto di Milano (situazione del 2010), hanno avuto sette figli e 21 nipoti, ma altri sono ancora in arrivo. La signora mi dice: “Quando ho avuto i figli uno dopo l’altro, le amiche mi dicevano: “Poverina!”, nessuna diceva: “Che bello!”. Adesso tutte dicono: “Siete stati fortunati! I molti figli vi hanno mantenuti giovani”. Certo abbiamo fatto una vita austera, ma i figli si educano molto meglio se sono tanti e si abituano a fare a meno di tante cose”.

E’ vero che bisogna insistere affinché lo Stato assista le famiglie numerose (esiste un’Associazione delle famiglie numerose con 4 o più figli!), ma i coniugi cristiani che si fidano della Provvidenza, pregano assieme e prendono i figli che Dio manda. Vivono meglio di altre famiglie e danno una forte testimonianza di vita cristiana. Il 9 maggio 2014, a Buccinasco (Mi) è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide Bertani e Marta Ciacci, nati nel 1977 e nel 1978, laureati nel 2001 e sposati nel 2002, che hanno fin dall’inizio deciso di prendere tutti i figli che Dio manda. Eccoli: Benedetta (2003), Giuditta (2004), Maria Chiara (2006), Maddalena (2007), Miriam (2010), Cecilia (2011), Riccardo (2012) e Carolina di quasi due mesi. Anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove.

Com’è possibile? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai genitori che hanno dato loro una mano per l’acquisto della casa. E poi hanno imparato a usare bene i soldi ed educato i figli ad una vita senza il superfluo verso cui il mondo e il consumismo sfrenato di oggi spingono. Una vita che però è piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato i bambini, fin da piccoli, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane. Da anni fanno parte del movimento di Comunione e Liberazione all’interno del quale hanno costruito una rete di amicizie che è un vero sostegno quotidiano”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni, esattamente un anno dopo la laurea. Io ho insegnato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo del suo stipendio. Quattro anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 100 metri quadri quando sono rimasta incinta di Cecilia. Stringendo la cinghia e con un altro mutuo (ne abbiamo ancora per vent’anni), siamo riusciti a cambiare casa. Ora abbiamo 4 camere da letto, una cucina bella grande dove possiamo mangiare tutti insieme e una sala accogliente. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni Gheddo e Carolina è nata bene, con un mese di anticipo, ma sta crescendo bene. Le nostre figlie sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro (quando piangono tutte insieme vorrei scappare) a volte, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Hanno imparato a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa ci danno una mano con le piccole cose: rifanno il letto, preparano la tavola, buttano l’immondizia e aiutano le più piccoline a lavarsi e prepararsi. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e, se possibile cerchiamo di accontentarle. Le cose nuove si comprano soprattutto con i saldi. Non ci riteniamo affatto diversi dagli altri. Qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ne ha dieci (e uno in affido) più grandicelli dei nostri e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei coetanei”. Il parroco di Buccinasco, don Maurizio Braga, mi dice: “Buccinasco è una città giovane. Hanno incominciato le famiglie di CL a fare tanti figli, adesso anche altre, a poco a poco, imitano il loro esempio”.

Il marito e papà Davide mi dice: “I vicini di casa ci aiutano in tanti modi, per  portare le bambine alla scuola statale, vengono volentieri da noi qualche ora per darci una mano. Le mie figlie danno spazio alla loro creatività, creano piccoli oggetti (orecchini, collanine, braccialetti). Benedetta è un pesciolino e a settembre inizierà a fare nuoto a livello agonistico. Giuditta è vicecampionessa regionale di ginnastica artistica e Maddalena lo è a livello provinciale. Stanno trasformando anche casa nostra nella loro palestra… Miriam e Cecilia al momento si accontentano di giocare con libretti, bambole e passeggini, ma già promettono bene anche loro. L’entusiasmo delle sorelle le sta già travolgendo. In questa famiglia praticamente tutta al femminile vogliamo che Riccardo abbia il suo spazio. Il papà lo farebbe giocare sempre a calcio….Siamo una famiglia normalissima. Forse di diverso abbiamo una grande fede e un profondo amore l’uno per l’altro. E soprattutto sappiamo molto bene che noi siamo strumento della volontà di Dio. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi”.

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I miei incontri con Madre Teresa

Giovanni Paolo II l’ha definita “l’icona della missione nel XXI secolo”, che si svolgerà in Asia. L’ho incontrata diverse volte, una piccola donna di aspetto insignificante, ma con un carisma straordinario, da meritarsi il Premio Nobel per la pace nel 1979 e l’unica persona straniera ad avere un solenne funerale di Stato in India.

Il primo incontro con la Madre nel 1964, quando sono andato in India con Paolo VI e poi visito i missionari del Pime col padre Augusto Colombo che mi porta ad incontrare brevemente la Madre a Calcutta. Siamo, alla Nirmal Hriday, la Casa dei Puri di Cuore, dove riksciò e carrette scaricano la spazzatura umana trovata sui marciapiedi di Calcutta. Quei poveri morenti, uomini, donne, anziani, sono accolti in alcuni grandi stanzoni e curati con amore. Per la prima volta dormono al coperto, mangiano tre volte al giorno, ricevono cure mediche e medicine. La Madre dice: “Su cento diseredati che accogliamo, in media ne sopravvivono trenta, perchè li portano qui già agli estremi liniti della sopravvivenza”. Poi ci accompagna nella vicina “Shishu Bhavan”, il “Paradiso dei bambini”, orfani, figli di ragazze madri abbandonati. Una delle suore della Carità mi dice: ”Volevo formare una mia famiglia, ma adesso ringrazio la Madre che mi ha mandata qui. Sono così contenta di fare la mamma di questi bambini!”. Uscendo dalle due istituzioni di Madre Teresa sono commosso, penso e prego: ”Qui c’è Dio!”.

Con padre Colombo andiamo al vicino tempio della dea Kalì, la dea della distruzione, dove si fanno sacrifici di animali offerti dai fedeli della dea. Il sangue sprizza dalle gole degli animali sacrificati, i fedeli bruciano incenso e pregano con fervore, Pochi giorni prima, a Bombay, Paolo VI aveva detto che le religioni dell’India sono, nei piani di Dio e nel Concilio Vaticano II, una preparazione all’Arca dell’Alleanza con il Dio di Abramo, il Padre della fede, e poi con l’annunzio di Cristo. Io ci credo, penso e prego: “Anche qui c’è Dio!”.

Il secondo incontro con Madre Teresa è quando, il sabato 10 ottobre 1973, si svolge a Milano la prima “Veglia Missionaria” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale. In quegli anni del “Sessantotto”, il sabato sera la città era bloccata da bande di contestatori urlanti, che volevano un mondo nuovo e incominciavano a distruggere quello che già c’era. Quel sabato, 8.000 giovani, con la suora di Calcutta in testa, sfilano cantando e pregando per le vie del centro storico di Milano e si riuniscono in Piazza Duomo per ascoltare Madre Teresa e ricevere la benedizione del Card. Giovanni Colombo. La prima “Veglia missionaria”, organizzata dal Centro missionario Pime per la diocesi di Milano e le Pontificie opere missionarie, si è poi diffusa in tutta Italia. Due giorni prima, la Madre era giunta a Milano dall’India con una giovane suora, ospitate dalle Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime). Ho accompagnato con altri la Madre dall’Arcivescovo di Milano. Il Card. Colombo la riceve nel suo studio. Quando entra, lui si alza e le va incontro con le braccia allargate. Espansivo com’era, le dice: “Madre Teresa, grazie di essere venuta, lei porta la luce nella mia diocesi, la sua presenza farà tanto bene…”. La Madre ascolta in silenzio poi dice: “Eminenza, preghiamo molto, per essere strumenti adeguati nelle mani di Dio”.

Il più importante avvenimento a cui ha partecipato la Madre in Italia è stata “La Festa della Vita” il sabato 23 aprile 1977 nello Stadio San Siro a Milano, strapieno e con migliaia di persone rimaste fuori, alla presenza di tutti i vescovi lombardi. Una grande mobilitazione delle dieci diocesi di Lombardia fortemente voluta dal card. Giovanni Colombo, la più imponente manifestazione pubblica dei cattolici italiani contro la legge sull’aborto. La “Festa della Vita” ebbe grande risalto anche nei giornali laici. Pareva impossibile che i cattolici, già mortificati dal referendum contro il divorzio (1974) e dalla crescita travolgente di una cultura laicista, marxista e anticlericale, potessero avere il coraggio di apparire in pubblico con una tale massa di credenti. La vecchia suora, le ciabatte di pezza ai piedi e la borsa a mano di stoffa ruvida con i manici di legno, aveva un carisma enorme, per cui anche quando diceva, scandendo le parole una per una, le frasi più comuni, come ad esempio “Belong to Christ” (Appartieni a Cristo”), “God loves you”, . «Jesus Christ is the Messia, the Saviour» («Gesù Cristo è il Messia, il Salvatore»). Nella lunga pausa che poi faceva prima di dire altro, nello Stadio si sarebbe sentita volare una mosca. Avevano detto a Madre Teresa che in Italia c’era il problema politico della legge sull’aborto e quindi bisognava essere prudenti, non insistere troppo per non fare politica. La Madre dice solo poche parole: “Io due cose debbo dire e le dirò: primo, la vita è il più grande dono che Dio fa all’uomo, di cui dobbiamo ringraziarlo ogni giorno e siamo tenuti a spendere bene questo dono; secondo: l’aborto è un omicidio”.

Nei giorni in cui è rimasta a Milano, Madre Teresa ha avuto alcune lunghe interviste con le Missionarie dell’Immacolata. Ero vicino a lei per registrare e a volte tradurre. Da questi incontri è uscito il libro “Il Popolo della vita – Madre Teresa a Milano. A cura di Piero Gheddo e Giacomo Girardi” (Emi 1977). Le suore del Pime dicevano che Madre Teresa mangiava pochissimo, dormiva per terra su un tappeto e una coperta, tutte le sere faceva un’ora di adorazione. Poi era molto amabile, amava scherzare, ma aveva un ideale molto forte nella mente e nel cuore: la missione a cui Dio l’aveva chiamata. Quando la Madre visita il Centro missionario Pime di Milano, il nostro istituto lo conosceva già bene. Ma vede la targa di “Comunione e Liberazione” (ospitata nel Centro) e chiede: “Liberazione da che cosa?”. “Dal peccato” le risponde pronto il missionario che l’accompagna. “Allora va bene” commenta la Madre, “questa è l’unica liberazione che conta”.

Nel novembre 1977 in India, lo stato di Andhra Pradesh (dove il Pime ha fondato sette diocesi) è devastato da uno spaventoso maremoto: un’onda anomala alta 10-12 metri è penetrata sulla terra ferma per 3-4 chilometri di profondità su un fronte di 90 km di costa, portando morte e distruzioni. Si parlava di oltre 100 mila  morti. Sono volato da Milano per portare i primi aiuti raccolti in una quindicina di giorni da Avvenire e dall’Eco di Bergamo (35 mila dollari) e visito la regione colpita col padre Ennio Premoli del Pime, direttore Caritas della diocesi di Vijayawada. Ho ancora ricordi da incubo: un autobus su una grande pianta, una grossa pozzanghera con cadaveri di uomini, donne, bambini, assieme a molti bufali… Per bruciare i cadaveri liberano i carcerati: l’esercito si rifiuta di intervenire per questo compito.

Madre Teresa è sul posto con le sue suore per portare aiuti e organizzare i soccorsi. Decine di migliaia di profughi hanno perso tutto. In un incontro in Prefettura a Vijayawada, la Madre propone e fa accettare da tutti, di accogliere i profughi in templi indù, chiese cristiane, scuole, sedi di seminari e noviziati, ecc. Penso: «Ha un carisma enorme», ma è anche l’aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi mi stupisce la sua vitalità: ho vent’anni meno di lei, eppure alla sera sono distrutto, mentre lei fa ancora un’ora di adorazione seduta su un cuscino per terra alla moda indiana!

Quando parlava diceva poche parole, ma andava dritta allo scopo. “God loves you” (Dio ti ama) dice al vecchietto che dorme su una panchina del parco del Castello a Milano e quello si commuove e dice: “Ha ragione, solo Dio mi vuole bene. Ho tre figli che non si interessano del loro padre, ma Dio non mi abbandona”. “God bless you” (Dio ti benedica) diceva a tutti quelli che la incontravano. Anche negli incontri informali, la Madre finiva sempre dicendo: “Be holy”, sii santo. Anche a me l’ha detto diverse volte.

Sono andato diverse volte in India. Madre Teresa era estranea ai dibattiti sulle nuove teologie; non ha blandito la cultura indiana; non ha cercato i mass media, era molto parca nel rispondere ai giornalisti; non ha parlato del dialogo interreligioso. Poteva sembrare che vivesse fuori del nostro tempo. Invece la sua testimonianza di amore a Dio e all’uomo l’ha resa gradita a tutti: ha inculturato il Vangelo In India, ha stabilito ponti di dialogo con indù e musulmani, ha annunziato Cristo e battezzato numerosi poveri e bambini senza suscitare opposizioni; è riuscita a entrare in paesi comunisti come Cuba e la Cambogia, che perseguitavano la Chiesa e i cristiani.

Non si capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. La sua vita è tutta basata sulla fede e sull’amore a Dio e all’uomo. Lei ha congiunto in modo indissolubile l’amore a Dio e l’amore all’uomo. L’uno non sta senza l’altro. Tutti ammirano Madre Teresa, ma pochi comprendono che il motore della sua vita era l’amore e la preghiera a Cristo, che vedeva ogni giorno nei lebbrosi, nei poveri, negli ammalati. La santa di Calcutta è un modello per l’Occidente ricco, democratico, evoluto, dove però manca l’amore perché trionfa il denaro e l’egoismo. Stiamo diventando praticamente atei. Non è possibile essere fratelli dei poveri che premono alle nostre frontiere, come i migranti di questi tempi, se non torniamo a Dio e a Gesù Cristo.

Grazie e “miracoli” per intercessione del “Fabbro di Dio”

Si è svolta ad Introbio in Valsassina (8-15 agosto) la Mostra “Felice di nome e di fatto”, dedicata al Servo di Dio fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa, dice: “Siamo contenti perché in tanti sono passati e si sono dimostrati colpiti da questa figura». I promotori – il gruppo missionario locale e la parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri – ce l’hanno messa tutta per valorizzare fratel Felice: attraverso suoi oggetti (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la Mostra ha presentato efficacemente la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.  Così Gerolamo Fazzini su Il Giornale di Lecco.

Ho conservato diverse grazie e anche veri miracoli di Felice riferiti da padre Angelo Tin, che era il Postulatore della sua Causa di Beatificazione in Birmania, io ero il Postulatore a Roma. Gli scrivevo spesso e l’aiutavo anche finanziariamente. A partire del 1993, quando si è incominciato a preparare il materiale per la Causa di Clemente Vismara, ho mandato una lettera a tutti i confratelli ancora presenti nell’arcidiocesi di Taunggyi  (mons. Gobbato, Noè, Clarini, Mattarucco, Galbusera, Fasoli, Di Meo e non ricordo se anche altri),  alcuni dei quali mi risposero che bisognava fare la Causa di Felice, più santo di Clemente, che aveva certi difetti, come ho specificato nel volume “Fare felici gli infelici”, sulla sua personalità e santità.

Era il momento di iniziare anche la Causa di Felice, che tutti volevano, primo l’arcivescovo di Taunggyi mons. Matthias U Shwe, i nostri confratelli, ecc. C’era il desiderio, la volonta di iniziare, ma non la decisione precisa di fare i primi passi e mettere in moto la macchina. Nel 1995 padre Angelo Tin mi manda un opuscolo, con la Prefazione di mons. Matthias U Shwe, al fondo del quale c’erano numerose grazie e supposti miracoli attribuiti all’intercessione di fratel Felice, tutti senza data, ma di pochi anni dopo la sua morte. Ne avevo scelto e tradotto alcuni. C’erano anche belle foto di Felice nei suoi ultimi giorni e dopo la sua morte, ma stampate malissimo. L’opuscolo in inglese e in birmano è intitolato “Br. Oo Maung Than Chaung” (Br. sta per Brother, Fratello, il resto è il nome in birmano di Fratel Felice). Ha 56 pagine, con una breve biografia di Felice scritta da padre Ziello (non l’ho tradotta perchè dice cose che già si sanno). Credo sia a Roma nell’Archivio generale del Pime. Il 2° agosto 1998 padre Mattarucco mi scriveva: “….Personalmente penso che la Causa di beatificazione di Felice non si potrà nemmeno iniziare…..Tutti lo stimano un santo…..Ma qui, con tutti i problemi e l’attuale situazione, com’è possibile avviare una Causa di canonizzazione?…. Io lo invoco e lo faccio invocare e ottengo grazie”.

La Causa di beatificazione di fratel Felice inizia quando l’arcivescovo di Taunggyi, il superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, si accordano. L’Arcidiocesi di Taunggyi è proprietaria e promotrice della Causa, il Pime è Attore della stessa (assumendone le spese), Introbio assicura preghiere e diffonde la devozione del Fabbro di Dio. Il 22 maggio 2000 la Congregazione dei Santi ha dato il parere favorevole all’inizio del Processo diocesano. La macchina si è messa in moto. Sono stato Postulatore fino al 2009, quando ho compiuto gli 80 anni e ho dovuto dare le dimissioni da Postulatore. Mi ha sostituto la dott.sa Francesca Consolini. Oggi occorre pregare molto e chiedere grazie per intercessione del nostro indimenticabile Fabbro di Dio. Ecco alcuni casi di grazie e supposti miracoli:

Maumg Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhong. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all’ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno del loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che non ci sono speranze. Io gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice, raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhong aspettando notizie dall’ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all’ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale. Dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa, lo incontro che torna dal bagno. “Mi sento meglio, padre”. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu fratel Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista. – Padre Angelo Tin.

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhong. Un ragazzo che faceva il facchino tornò a casa seriamente ammalato.  La gente del villaggio vennero a chiamarmi perchè lo vedessi. Il ragazzo giaceva su un lettuccio, incapace di dire una parola. Pensai che non vi fosse nulla da fare e gli diedi l’Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice, mettendo un pezzetto della veste di Felice sulla testa del malato. Ritornai a casa e aspettavo notizie del malato. Passano uno, due giorni, e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e m dicono che il ragazzo è guarito ed è andato  a lavorre sulle montagne. Questa pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice. – Padre Angelo Tin

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire e così per parecchie notti. Avevo paura di perdere la ragione- Ho chiesto a padre Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allra dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto di fratel Felice. Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung.

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi di cuore. La portammo in ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare cin iniezioni, l’unico rimedio. “Non si può far nulla” ripetè l’infermiera. Andai alla ricerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba- Il giorno seguente la piccola stava meglio e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di fratel Felice. Una suora della missione di Mong Nai.

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine- Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, perchè noi non potevamo fare più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un’ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. E da quel momento fu guarito. Una suora della missione di Mong Nai.

Un abitante di Lo U Kunthà era da tempo ammalato, incapace di alzarsi da letto. Nel 1993, nella festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhong, la moglie venne da padre Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede, pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po’ di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.  Padre Angelo Tin.

Comunicazione all’Istituto PIME di Milano
E così, caro padre Mauro, anche il nostro amato fratel Felice ci lasciò il 23 marzo 1991, alla 9,40 del mattino. Spirò placidamente come una candela che si consuma…. Sono 48 ore che è spirato ed è ancora intatto come fosse morto adesso. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi… Sarà sepolto domani a Paya Phyu, come da suo desiderio…. Mons. G. B. Gobbato,  Taunggyi,  25 marzo 1991.

(Tutto questo materiale si trova negli ultimi tre capitoli della biografia di Fratel Felice, “Il santo col martello” (Emi, 2000,  pagg.240), che ho stampato per l’inizio della sua Causa di beatificazione – padre Piero Gheddo).

“Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”

Forse pochi ricordano il massacro avvenuto a Dhaka il primo luglio scorso, nel quale sei terroristi islamici hanno ucciso in modo barbaro e atroce venti stranieri, in maggioranza italiani e giapponesi, uomini e donne che erano a Dhaka come imprenditori per portare lavoro nel campo tessile.
Alle sofferenze delle vittime e dei loro parenti e amici si aggiunge il dolore dei genitori bengalesi dei terroristi. Il padre di uno dei sei criminali jihadisti islamici improvvisamente scopre che il suo unico figlio è un terrorista e dichiara: “Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”. La prima educazione dei figli avviene in famiglia. Anche in estate è bene riflettere su questa testimonianza di un padre fallito e pregare per le vittime e tutti gli attori di questa triste e straziante vicenda. Piero Gheddo

AsiaNews – Dhaka – 6 luglio 2016
di Sumon Corraya

SM Imtiaz Khan Babul è il padre di Rohan Ibn Imtiaz, uno dei sei terroristi islamici che hanno ucciso 20 persone. L’uomo è un membro del partito di governo e ricopre incarichi di primo piano. Ha iniziato la sua carriera come insegnante: “Ma non sono stato in grado di educare mio figlio”.

“Ho fallito come padre”. È il doloroso commento di SM Imtiaz Khan Babul alla strage di Dhaka avvenuta il primo luglio scorso. Tra i sei attentatori (di cui cinque identificati) che hanno fatto irruzione nell’Holey Artisan Bakery cafè e hanno ucciso 20 persone, di cui la maggior parte stranieri, uno è suo figlio, Rohan Ibn Imtiaz. L’uomo è membro dell’Awami League, il partito al governo in Bangladesh, e ricopre importanti incarichi amministrativi. Ieri è apparso in televisione e ha chiesto perdono per il massacro commesso dal figlio: “Chiedo perdono a tutta la nazione e alle famiglie delle vittime. Molte anime innocenti hanno perso la vita, a causa di mio figlio. Tutto questo per me è molto triste, difficile da sopportare, una cosa terribile!”.

Rohan Ibn Imtiaz è uno dei sei terroristi islamici che al grido di “Allah è grande” hanno assaltato un noto locale del quartiere diplomatico della capitale. Il Paese e il mondo intero sono ancora sconvolti per il gesto compiuto da giovani benestanti e appartenenti alle famiglie più ricche della città, in apparenza soddisfatti della propria vita agiata. Tutti loro hanno frequentato le migliori scuole, avevano amici, relazioni sentimentali, utilizzavano i social network per pubblicare le foto dei loro divertimenti.

Ma poi qualcosa deve essere cambiato e sono rimasti ammaliati da predicatori estremisti, come hanno riferito esperti ad AsiaNews. SM Imtiaz Khan Babul ha dichiarato di fronte alle telecamere: “Ho saputo dai social media che il mio unico figlio era tra gli attentatori. All’inizio non potevo credere che mio figlio fosse un militante”.
Il politico, che ha iniziato la sua carriera come insegnante mentre la moglie tutt’ora insegna nella scuola esclusiva che frequentava anche Rohan, si rammarica: “Ho educato tanti studenti e molti di loro oggi sono persone affermate che contribuiscono al bene della nazione. Ma non sono stato in grado di educare mio figlio. Sono un padre fallito”.

L’uomo ha rivestito importanti incarichi a Dhaka ed è l’attuale vicesegretario generale dell’Associazione olimpica e segretario generale della Federazione ciclistica. Ha riferito che il figlio non ha mai viaggiato all’estero, anche se lui e sua moglie stavano progettando di mandarlo negli Stati Uniti per studio, e non aveva fatto mai male neanche ad un insetto. Perciò ha lamentato: “Come ha potuto avere quelle armi pesanti? Chi gliele ha fornite? Chi lo ha addestrato
e chi gli ha dato i soldi? Io chiedo alle autorità di trovare queste persone”.
Asaduzzaman Khan, ministro dell’Interno, ieri ha confermato che gli attentatori del caffè di Gulshan erano tutti bangladeshi e membri di partiti estremisti locali. Abul Hassan Mahmood Ali, ministro degli Esteri, ha presieduto una riunione con circa 50 diplomatici e alti commissari di vari Paesi, ai quali ha riferito la netta condanna del governo nei confronti del barbarico atto di terrore e ha espresso vicinanza ai parenti delle vittime. Poi ha concluso dicendo: “Il terrorismo è una sfida globale e il Bangladesh continuerà a lavorare a stretto contatto con gli altri Paesi, le organizzazioni regionali e le agenzie Onu per sconfiggere questa minaccia”.

Una notte in Africa tra animali selvatici

Nel 1969, sono andato in Uganda con Paolo VI e poi volevo andare a Goma in Zaire, ma da Kampala a Goma (400 chilometri) non c’erano mezzi di trasporto diretti. Ero ospite dei Comboniani, che mi affidano al loro taxista di fiducia, un uomo forte e intelligente di nome Casimiro, con una grossa auto inglese (una Bentley solida e comoda, fatta apposta per l’Africa, col fondo molto alto), e ci mettiamo in viaggio. Allora la benzina costava poco e non c’erano ancora guerre né rivoluzioni a tagliare le strade. Ero giovane, mi piaceva l’avventura, Casimiro parlava inglese e mi dava fiducia. E poi avevamo la macchina carica di tutto quello che era necessario, comprese taniche di benzina.

Tre giorni nell’andata e due nel ritorno. La prima notte dormiamo dai Padri Bianchi in una cittadina ai confini col Ruanda. Ci dicono che la via più breve per Goma è quella che attraversa il Ruanda (infatti ritorneremo per quella); ma Casimiro vuol fare la via più lunga, che passa alle pendici del monte Ruwenzori e scende a Goma attraverso la cittadina di Ruthchuru. Al secondo giorno di viaggio, giungiamo a un fiumiciattolo con un ponte in mattoni, sul quale un camion carico di tegole è scivolato e si è messo di traverso impedendo il passaggio. Stanno scaricando il camion e sono in attesa di una gru che viene da Kabale, a circa 70 chilometri di distanza. In Africa, quando succedono queste cose, bisogna rassegnarsi e starsene tranquilli anche per due-tre giorni.

Ma io ho fretta. Mi dicono che a pochi chilometri più a sud c’è un punto del fiume in cui è possibile passare con l’auto a guado. Vi andiamo per un sentiero nei campi di granoturco e di canna da zucchero. Troviamo il passaggio, l’acqua è bassa, la Bentley passa facilmente.

Ma dall’altra parte una brutta sorpresa. La macchina, molto pesante, affonda nella sabbia a poca distanza dall’acqua. Cerchiamo di disincagliarla, ma tutto è inutile. Casimiro mi dice: “Tu stai qui, chiuditi dentro, io vado a piedi a cercare aiuto in un villaggio vicino”. Parte di corsa. Per un giovane africano, alcuni chilometri non sono una gran distanza. Ma è già pomeriggio avanzato e io attendo invano il suo ritorno. Tornerà solo il mattino seguente, con un camion carico di uomini, che riusciranno a disincagliare la Bentley, cantando ritmicamente assieme una nenia e sollevandola.

Recito il Rosario, mangio e allungo il sedile per dormire. Una notte chiuso nell’auto, vicino all’acqua del fiume, con la luna piena che illumina la foresta. Stento a prendere sonno e, improvvisamente, una continua fila di animali vengono ad abbeverarsi  nella notte: zebre, giraffe, gazzelle, iene e scimmie, anche pantere, leoni e ippopotami. E il vostro padre Piero Gheddo  – laureato in Teologia missionaria – chiuso nell’auto, con gli animali che mi girano attorno, annusando e strofinandosi contro quello strano animale immobile sulla riva del fiume.

Credo di non aver mai pregato con tale intensità in vita mia. Se vengono anche degli elefanti, penso, possono schiacciarmi dentro l’auto solo mettendo una loro mastodontica zampa sul cofano o sul tetto… A ripensarci oggi è un’avventura che racconto volentieri, ma allora ne ero terrorizzato. Almeno all’inizio, perché poi comincio a pensare: “Vuoi che Dio non sia qui vicino a me per proteggermi? Perché debbo aver paura?  Vuoi che Dio non sia dentro la testa di questi animali, che ha creato Lui, in modo da orientarli a non farmi del male?”. Con questi pensieri mi addormento sul comodo sedile allungato, pregando: «Signore, pensaci tu».

Cari amici lettori, che bello fidarsi di Dio! Non vi pare che ci troviamo tutti, a volte, in situazioni simili? Quanti pericoli nella nostra giornata, quanta solitudine nella nostra vita, quante volte ci pare di essere circondati da bestie feroci pronte a sbranarci.

Amici, Dio non ci abbandona mai, non ci perde d’occhio un istante: è sempre qui accanto e in me e a ciascuno di voi, in auto, in ufficio, in famiglia, a scuola, in fabbrica, per la strada. lo vi auguro di sentirvelo vicino, come l’ho sentito io quella notte in Africa, al chiaro di luna, solo e chiuso in auto nella foresta equatoriale.

Piero Gheddo

L’India ci insegna la ricerca di Dio

Fra gli 80 e più Paesi extra-europei che ho visitato, uno di quelli che amo di più è l’India. Nel 1977 vado a vivere alcuni giorni nel monastero del famoso guru padre Beda Griffiths (1906-1993), benedettino inglese che da 40 anni dirige un centro di preghiera sulla riva del Kavery, il fiume sacro del sud India nello Stato del Tamil Nadu: una serie di capannucce di fango, paglia e pavimento di cemento, in un boschetto lungo la riva del fiume. Poco distante il villaggio di Thannirpally dove arrivano i pullman di linea per Madras e Bangalore, fra le risaie, le palme di cocco e i bananeti. Quando arriva un ospite, gli assegnano la sua capanna dove prega, studia, dorme, si rende conto della vita che passa, e com’è importante cercare Colui che non passa, Dio. Poi frequenta la chiesa, le sale di incontro e di studio, la biblioteca, il refettorio, in un’atmosfera di serenità e di spiritualità. Questa visita a padre Beda Griffiths, con padre Sandro Sacchi, allora missionario in India, è del 1977, quasi 40 anni fa. Oggi anche l’India è cambiata, ma rimane forte il senso religioso della vita. Ad esempio i giornali indiani, sia in inglese che in lingue locali, hanno la rubrica religiosa. Non per dare notizie sugli avvenimenti religiosi, ma perché ogni religione esprima le sue credenze e le risposte che dà ai fatti della vita.

Il nome del monastero è Shantivanam, cioè “luogo della pace” in lingua tamil. Attirati dalla fama di santità di Beda Griffiths vengono anche uomini politici, universitari, persone importanti nella società indiana, per i quali un periodo di preghiera ogni anno è abituale. Il benedettino inglese mi dice: «In Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio. Noi cristiani, che abbiamo la Rivelazione, ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica. Ma Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero».

«In India, – continua Beda Griffiths – i guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono la vita per cercare quel Dio che non conoscono. In India la ricerca di Dio fa parte dell’esistenza comune, non solo dei monaci. Chi è sensibile alle cose spirituali fa pellegrinaggi, digiuni e una settimana all’anno di distacco dalle cose del mondo. Va in un monastero a fare penitenza, rientrare in se stesso e dedicarsi al suo rapporto con Dio». E aggiunge: «La cultura indiana è molto religiosa, anche le persone che sembrano più lontane da Dio, dedicano qualche tempo alla ricerca di Dio e alla preghiera».

A me Beda Griffiths ha dato queste norme di vita: «Dio si rivela solo nel silenzio e nella povertà. Rinunzia a quello che è superfluo, togli le distrazioni della tua vita, mangia di meno, prega di più. Non vivere una vita superficiale, chiedi a Dio che ti faccia conoscere il suo volto. Se vivi nel peccato e nelle distrazioni, Dio ti sfugge, ma se lo cerchi osservando i Comandamenti, nella preghiera e nell’imitazione di Cristo, Dio si manifesta anche a te». Auguro a tutti, in questa calda estate, di saper trovare, nelle nostre frenetiche giornate, il tempo necessario al riposo, al silenzio, alla preghiera che ci fa incontrare Dio.

Piero Gheddo

San Trovaso, il paese dei preti

La Chiesa italiana lamenta la scarsità di vocazioni sacerdotali, ma la piccola parrocchia di San Trovaso (4.210 battezzati), frazione del Comune di Preganziol (Treviso), in meno di vent’anni (1998-2014) ha dato alla Chiesa 5 nuovi sacerdoti e oggi 12 seminaristi, uno ogni 360 battezzati! Com’è possibile? Molte le cause e coincidenze, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole.

Per 35 anni (fino al 2012) San Trovaso ha avuto il parroco  don Antonio Vedovato, che ha promosso una pastorale vocazionale in modo intelligente ed efficace. Ad esempio, domenica scorsa 19 giugno, si è celebrata la Festa patronale, una sagra paesana in onore dei santi Gervasio e Protasio, che è anche “La festa del Prete”.  A Preganziol c’è stato il grande seminario del Pime fino agli anni ottanta. I missionari erano presenti a San Trovaso tutte le domeniche, hanno sparso i semi dello spirito missionario e il paese  ha dato al Pime i padri Rino Gallinaro (missionario in Guinea Bissau) e Lelio Piovesan (padre spirituale nei seminari).

Don Daniele Bortoletto, parroco successore di Vedovato, dice che San Trovaso è sempre stata una terra ricca di vocazioni, ma da quando il suo predecessore ha aperto la porta ai Neo-Catecumenali, integrandoli pienamente nella parrocchia, “le due chiese sono sempre piene dall’alba al tramonto. Si prega prima di andare al lavoro, alle 6 e un quarto del mattino, e poi ci si ritrova la sera per la Messa e per gli incontri di condivisione, confronto e formazione cristiana”. Per don Daniele, originario del paese, significa fare gli straordinari, “sempre a disposizione dal mattino alla sera”. Fortissima in paese è la presenza neocatecumenale. «Dodici comunità molto ricche e vivaci per un totale di 600 persone coinvolte», informa don Daniele.

Da qui escono dieci dei dodici attuali seminaristi con natali a San Trovaso, due sono nel seminario diocesano. I seminaristi sono quasi tutti sotto i trent’anni  Storie diverse che si sono incrociate nella vocazione. Donato Biasuzzi (ex dipendente di un’azienda di disinfestazione) studia nel seminario internazionale Redemptoris Mater di Galilea; Simone Battaglion (anche lui proveniente dal mondo del lavoro) in quello di Berlino come Giovanni Donadel. Andrea Martignon (prof di educazione fisica) si sta preparando a Firenze, il giovanissimo Giovanni Comin a Pinerolo (Torino), il fratello Michele a Lugano. Pietro Biasuzzi (laurea in economia) è in Galilea, Pietro Trevisan (filosofo) a Londra, il chitarrista Elia Callegarin a Varsavia e, per finire con i neocatecumenali, Andrea Tesser, conseguita la laurea in giurisprudenza, ha scelto di farsi frate carmelitano a Trento. E poi ci sono 4 famiglie missionarie di San Trovaso nel mondo: 1 a Hong Kong, 1 a Xian, in Cina, 1 in Australia e 1 negli Stati Uniti.

Paolo e Francesco sono due vocazioni non maturate nell’ambiente neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure Chiara, 23 anni: nel novembre 2015, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle Carmelitane di Firenze. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali ci sono il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi.

Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione. Don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin in Tanzania; don Battista Tronchin ad Atene; don Alberto Gatto a Berlino e don Roberto Rinaldo a Varsavia. E chi resta a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e “per le missioni”.

E’ facile immaginare l’impatto positivo che questi consacrati, sparsi per il mondo intero, hanno su San Trovaso. Un paese di 4.200 abitanti che non si chiude in se stesso, ma è “la Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco. Il modello di San Trovaso va fatto conoscere, esaminato da vicino e preso in seria considerazione. Perché, davvero, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole e ci parla attraverso questa realtà.

A questi si aggiungono Paolo e Francesco, due vocazioni non maturate nell’ambiente
neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure una donna, Chiara, 23 anni. A novembre scorso, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle teresiane di Firenze. Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione per conto di Dio in giro per il mondo. Ovvero don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin ora in servizio in Tanzania; don Battista Tronchin che dal seminario polacco di Varsavia è stato mandato ad Atene, in Grecia; don Alberto Gatto al servizio delle comunità di Berlino (Germania) e don Roberto Rinaldo a Varsavia.

E chi resta, a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e *per le missioni. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali si incontrano il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi. E qui davvero la messa non è mai finita.

Piero Gheddo

La fede dei semplici ci salverà

L’ultima settimana di maggio l’Italia ha salvato in mare 13.000 migranti. Le strutture di accoglienza sono al collasso, si pensa di mandare 70 migranti per provincia. Comunque  è una grave emergenza nazionale. Nei miei viaggi di visita alle missioni ho già visto situazioni simili. Ne racconto una, solo per dare un’idea dell’abisso che esiste fra la nostra Europa, colta e democratica e l’Africa più povera, ricca solo di umanità.

Nel 1991 ero nel Mozambico indipendente dal 1975, disastrato dalla guerra civile: sparatorie, posti di blocco, attentati terroristici, villaggi bruciati, profughi in fuga. Ma ho potuto visitare quattro diocesi: Maputo (con i Missionari della Consolata), Beira (con i Padri Bianchi), Quelimane (con i Dehoniani), Nampula (con i Comboniani) e parecchie  missioni dell’interno. A Beira, la seconda città del Mozambico, il padre Bianco francese di cui ero ospite mi dice che i suoi cristiani sono gente semplice, ma hanno una fede molto viva. E mi fa incontrare uno dei suoi catechisti, Antonio Macuse, responsabile della comunità cristiana di un quartiere lungo il mare. È un padre di famiglia con cinque figli che fa il pescatore in una cooperativa, sua moglie è l’infermiera del quartiere, anche lei credente. Due giovani pieni di vita e di fede.

Antonio mi dice: «Siamo in guerra da molti anni e una delle piaghe della nostra città sono i bambini abbandonati, i “meninos da rua”, bambini di strada: non hanno più nessuno, né casa, né genitori. Vivono alla giornata, mangiano e dormono quando e dove possono». Gli chiedo quanti sono e risponde: «A Beira parecchie migliaia, su un milione circa di abitanti. Ma la nostra gente è buona, le famiglie sono accoglienti: hanno poco, ma quel poco lo distribuiscono volentieri. I “meninos da rua”, che in genere vengono dalla campagna, dai villaggi bruciati o assaltati dalla guerriglia, prima o poi riescono a trovare una famiglia che li accoglie. Io ho già cinque figli, ma, d’accordo con mia moglie, ne abbiamo presi altri cinque. Come si fa a lasciare un bambino per strada?» .

Antonio parla con grande naturalezza, come si trattasse di un fatto normale. Mi porta a vedere la sua abitazione: tre stanze più la cucina, i servizi e un balcone, in un palazzo a molti piani, costruito al tempo dei portoghesi ma già fatiscente. Mi pare impossibile che riescano a dormire in 12, ogni notte, in quelle tre stanze. Ed anche mangiare tutti i giorni. «Padre – mi dice Antonio – il Signore è buono ci ha sempre aiutati. Tanti ci aiutano anche per portare i bambini a scuola e sostituirci in casa quando siamo fuori per lavoro, ma senza l’aiuto della Caritas parrocchiale, non potremmo farcela. Oggi l’educazione dei miei cinque figli più grandicelli (la prima ha 16 anni) è più facile. Si sentono responsabili anche loro di questi nuovi fratellini e sorelline. Insegnamo a tutti le preghiere cristiane e preghiamo assieme a loro». Nella casa di Antonio e Maria c’è il letto matrimoniale e due altri letti, dove dormono i maschietti e le femminucce più piccoli. Da sotto questi due letti, Antonio tira fuori le stuoie di paglia che stende per terra anche nel corridoio. «Ciascuno ha il suo letto e la sua coperta – dice – e sono tutti al riparo dalla pioggia».

In Mozambico, una delle parole portoghesi più usate è “partilhar”, che significa “condividere”, farne parte a tutti. È il Vangelo tradotto in pratica, che diventa vita. L’ho sperimentato in varie circostanze. Ad esempio, se dai una caramella a un bambino, quello va subito a cercare il fratellino o l’amichetto per farne succhiare un po’ anche a lui. Ho pensato spesso, durante il viaggio in Mozambico, che l’Africa, il continente più povero e primitivo, è la riserva di umanità che Dio ha preparato per questo nostro tempo e sta offrendola a noi, popoli ricchi, più colti, più produttivi, più tecnicizzati, ma tanto aridi e dal “cuore duro”. La fede dei semplici, se diventa esemplare anche per noi, ci può salvare.

 

«Nessun leone ti attraversi la strada»

Cari amici lettori, per la Domenica di Pentecoste ho mandato un augurio per una cresimanda, Francesca, figlia di Elena Terragni, segretaria della stampa al Centro missionario del Pime a Milano. Le ho fatto un augurio che è piaciuto. Eccolo.

Carissima Francesca,
nella Domenica di Pentecoste, riceverai il Sacramento della Cresima. Tu sei contenta, la tua mamma, Lorenzo, i nonni e altri parenti e amici ti saranno vicini e faranno festa con te. Sarò presente anch’io con questa lettera.
Perché siamo tutti contenti e pieni di gioia? Perché domani scenderà su di te e rimarrà nel tuo cuore, lo Spirito Santo, che ti darà l’Amore e la Forza di Dio per poter vivere con gioia e serenità la tua vita non più di bambina, ma di donna. Una piccola donna che crescerà e farà la sua vita con la serenità e la gioia che viene da Dio, dallo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo, carissima Francesca, ti farà sempre più amare e imitare Gesù Cristo, per testimoniarlo nella tua vita di donna. Come quando discese sugli Apostoli, che erano con Maria nel Cenacolo “perché avevano paura dei giudei” e li trasformò, li fortificò, li mandò nel mondo ad annunziare e testimoniare Gesù Cristo, il Salvatore.
Che augurio ti faccio, carissima Francesca? Quello che ti fanno tutti. Di
diventare una buona donna, com’è tua mamma Elena. Lo dico anche a Lorenzo. Avete avuto due genitori buoni, esemplari nell’amore vicendevole e per voi loro figli. Vi auguro di essere anche voi due come mamma e papà, Pietro Ricotta, che vi protegge dal Paradiso e veniva da una bella città della Sicilia, Serradifalco (Caltanissetta).

Come missionario voglio farti un altro augurio, carissima Francesca, che ti fa anche suor Franca Nava, Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e poi mia segretaria da 43 anni. Quale augurio? Ascolta.
Nel 1978 sono andato in Somalia e ho visitato la grande isola di Gelib sul fiume Giuba, di fronte al quale il nostro Po è un ruscello. In quell’isola c’era il lebbrosario con le suore Missionarie della Consolata e tanti villaggi di lebbrosi o ex-lebbrosi, quasi tutti musulmani e le maestose foreste tropicali con animali selvatici. Sono andato a trovare l’imam della moschea che si chiamava Nuur el Shaab. Il missionario francescano padre Pietro Turati, che aveva in quell’isola dei lebbrosi una comunità cattolica, lo visitava spesso e mi diceva. “E’ veramente un santo dell’islam. E’ qui con la sua famiglia, cura i lebbrosi e i malati, ospita i pellegrini e conduce una vita santa”. Lo ricordo volentieri perché aveva proprio l’aspetto di un patriarca e dopo che l’ho intervistato attraverso padre Pietro che traduceva, l’imam Nuur el Shaab mi ha dato la sua benedizione. Ponendomi le mani sul capo ha detto: “Nessun leone ti attraversi la strada, nessun elefante ti faccia paura, nessun serpente ti morsicherà e nessun uomo alzerà su di te la sua mano. Torna alla tua casa, ama i poveri e Allah sia sempre con te”.
E’ l’augurio che faccio anche a te, carissima Francesca, Invece di Allah io dico: lo Spirito Santo sia sempre nel tuo cuore e possa tu vivere una vita serena e gioiosa con la Forza e l’Amore di Dio.