San Trovaso, il paese dei preti

La Chiesa italiana lamenta la scarsità di vocazioni sacerdotali, ma la piccola parrocchia di San Trovaso (4.210 battezzati), frazione del Comune di Preganziol (Treviso), in meno di vent’anni (1998-2014) ha dato alla Chiesa 5 nuovi sacerdoti e oggi 12 seminaristi, uno ogni 360 battezzati! Com’è possibile? Molte le cause e coincidenze, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole.

Per 35 anni (fino al 2012) San Trovaso ha avuto il parroco  don Antonio Vedovato, che ha promosso una pastorale vocazionale in modo intelligente ed efficace. Ad esempio, domenica scorsa 19 giugno, si è celebrata la Festa patronale, una sagra paesana in onore dei santi Gervasio e Protasio, che è anche “La festa del Prete”.  A Preganziol c’è stato il grande seminario del Pime fino agli anni ottanta. I missionari erano presenti a San Trovaso tutte le domeniche, hanno sparso i semi dello spirito missionario e il paese  ha dato al Pime i padri Rino Gallinaro (missionario in Guinea Bissau) e Lelio Piovesan (padre spirituale nei seminari).

Don Daniele Bortoletto, parroco successore di Vedovato, dice che San Trovaso è sempre stata una terra ricca di vocazioni, ma da quando il suo predecessore ha aperto la porta ai Neo-Catecumenali, integrandoli pienamente nella parrocchia, “le due chiese sono sempre piene dall’alba al tramonto. Si prega prima di andare al lavoro, alle 6 e un quarto del mattino, e poi ci si ritrova la sera per la Messa e per gli incontri di condivisione, confronto e formazione cristiana”. Per don Daniele, originario del paese, significa fare gli straordinari, “sempre a disposizione dal mattino alla sera”. Fortissima in paese è la presenza neocatecumenale. «Dodici comunità molto ricche e vivaci per un totale di 600 persone coinvolte», informa don Daniele.

Da qui escono dieci dei dodici attuali seminaristi con natali a San Trovaso, due sono nel seminario diocesano. I seminaristi sono quasi tutti sotto i trent’anni  Storie diverse che si sono incrociate nella vocazione. Donato Biasuzzi (ex dipendente di un’azienda di disinfestazione) studia nel seminario internazionale Redemptoris Mater di Galilea; Simone Battaglion (anche lui proveniente dal mondo del lavoro) in quello di Berlino come Giovanni Donadel. Andrea Martignon (prof di educazione fisica) si sta preparando a Firenze, il giovanissimo Giovanni Comin a Pinerolo (Torino), il fratello Michele a Lugano. Pietro Biasuzzi (laurea in economia) è in Galilea, Pietro Trevisan (filosofo) a Londra, il chitarrista Elia Callegarin a Varsavia e, per finire con i neocatecumenali, Andrea Tesser, conseguita la laurea in giurisprudenza, ha scelto di farsi frate carmelitano a Trento. E poi ci sono 4 famiglie missionarie di San Trovaso nel mondo: 1 a Hong Kong, 1 a Xian, in Cina, 1 in Australia e 1 negli Stati Uniti.

Paolo e Francesco sono due vocazioni non maturate nell’ambiente neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure Chiara, 23 anni: nel novembre 2015, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle Carmelitane di Firenze. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali ci sono il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi.

Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione. Don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin in Tanzania; don Battista Tronchin ad Atene; don Alberto Gatto a Berlino e don Roberto Rinaldo a Varsavia. E chi resta a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e “per le missioni”.

E’ facile immaginare l’impatto positivo che questi consacrati, sparsi per il mondo intero, hanno su San Trovaso. Un paese di 4.200 abitanti che non si chiude in se stesso, ma è “la Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco. Il modello di San Trovaso va fatto conoscere, esaminato da vicino e preso in seria considerazione. Perché, davvero, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole e ci parla attraverso questa realtà.

A questi si aggiungono Paolo e Francesco, due vocazioni non maturate nell’ambiente
neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure una donna, Chiara, 23 anni. A novembre scorso, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle teresiane di Firenze. Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione per conto di Dio in giro per il mondo. Ovvero don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin ora in servizio in Tanzania; don Battista Tronchin che dal seminario polacco di Varsavia è stato mandato ad Atene, in Grecia; don Alberto Gatto al servizio delle comunità di Berlino (Germania) e don Roberto Rinaldo a Varsavia.

E chi resta, a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e *per le missioni. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali si incontrano il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi. E qui davvero la messa non è mai finita.

Piero Gheddo

La fede dei semplici ci salverà

L’ultima settimana di maggio l’Italia ha salvato in mare 13.000 migranti. Le strutture di accoglienza sono al collasso, si pensa di mandare 70 migranti per provincia. Comunque  è una grave emergenza nazionale. Nei miei viaggi di visita alle missioni ho già visto situazioni simili. Ne racconto una, solo per dare un’idea dell’abisso che esiste fra la nostra Europa, colta e democratica e l’Africa più povera, ricca solo di umanità.

Nel 1991 ero nel Mozambico indipendente dal 1975, disastrato dalla guerra civile: sparatorie, posti di blocco, attentati terroristici, villaggi bruciati, profughi in fuga. Ma ho potuto visitare quattro diocesi: Maputo (con i Missionari della Consolata), Beira (con i Padri Bianchi), Quelimane (con i Dehoniani), Nampula (con i Comboniani) e parecchie  missioni dell’interno. A Beira, la seconda città del Mozambico, il padre Bianco francese di cui ero ospite mi dice che i suoi cristiani sono gente semplice, ma hanno una fede molto viva. E mi fa incontrare uno dei suoi catechisti, Antonio Macuse, responsabile della comunità cristiana di un quartiere lungo il mare. È un padre di famiglia con cinque figli che fa il pescatore in una cooperativa, sua moglie è l’infermiera del quartiere, anche lei credente. Due giovani pieni di vita e di fede.

Antonio mi dice: «Siamo in guerra da molti anni e una delle piaghe della nostra città sono i bambini abbandonati, i “meninos da rua”, bambini di strada: non hanno più nessuno, né casa, né genitori. Vivono alla giornata, mangiano e dormono quando e dove possono». Gli chiedo quanti sono e risponde: «A Beira parecchie migliaia, su un milione circa di abitanti. Ma la nostra gente è buona, le famiglie sono accoglienti: hanno poco, ma quel poco lo distribuiscono volentieri. I “meninos da rua”, che in genere vengono dalla campagna, dai villaggi bruciati o assaltati dalla guerriglia, prima o poi riescono a trovare una famiglia che li accoglie. Io ho già cinque figli, ma, d’accordo con mia moglie, ne abbiamo presi altri cinque. Come si fa a lasciare un bambino per strada?» .

Antonio parla con grande naturalezza, come si trattasse di un fatto normale. Mi porta a vedere la sua abitazione: tre stanze più la cucina, i servizi e un balcone, in un palazzo a molti piani, costruito al tempo dei portoghesi ma già fatiscente. Mi pare impossibile che riescano a dormire in 12, ogni notte, in quelle tre stanze. Ed anche mangiare tutti i giorni. «Padre – mi dice Antonio – il Signore è buono ci ha sempre aiutati. Tanti ci aiutano anche per portare i bambini a scuola e sostituirci in casa quando siamo fuori per lavoro, ma senza l’aiuto della Caritas parrocchiale, non potremmo farcela. Oggi l’educazione dei miei cinque figli più grandicelli (la prima ha 16 anni) è più facile. Si sentono responsabili anche loro di questi nuovi fratellini e sorelline. Insegnamo a tutti le preghiere cristiane e preghiamo assieme a loro». Nella casa di Antonio e Maria c’è il letto matrimoniale e due altri letti, dove dormono i maschietti e le femminucce più piccoli. Da sotto questi due letti, Antonio tira fuori le stuoie di paglia che stende per terra anche nel corridoio. «Ciascuno ha il suo letto e la sua coperta – dice – e sono tutti al riparo dalla pioggia».

In Mozambico, una delle parole portoghesi più usate è “partilhar”, che significa “condividere”, farne parte a tutti. È il Vangelo tradotto in pratica, che diventa vita. L’ho sperimentato in varie circostanze. Ad esempio, se dai una caramella a un bambino, quello va subito a cercare il fratellino o l’amichetto per farne succhiare un po’ anche a lui. Ho pensato spesso, durante il viaggio in Mozambico, che l’Africa, il continente più povero e primitivo, è la riserva di umanità che Dio ha preparato per questo nostro tempo e sta offrendola a noi, popoli ricchi, più colti, più produttivi, più tecnicizzati, ma tanto aridi e dal “cuore duro”. La fede dei semplici, se diventa esemplare anche per noi, ci può salvare.

 

«Nessun leone ti attraversi la strada»

Cari amici lettori, per la Domenica di Pentecoste ho mandato un augurio per una cresimanda, Francesca, figlia di Elena Terragni, segretaria della stampa al Centro missionario del Pime a Milano. Le ho fatto un augurio che è piaciuto. Eccolo.

Carissima Francesca,
nella Domenica di Pentecoste, riceverai il Sacramento della Cresima. Tu sei contenta, la tua mamma, Lorenzo, i nonni e altri parenti e amici ti saranno vicini e faranno festa con te. Sarò presente anch’io con questa lettera.
Perché siamo tutti contenti e pieni di gioia? Perché domani scenderà su di te e rimarrà nel tuo cuore, lo Spirito Santo, che ti darà l’Amore e la Forza di Dio per poter vivere con gioia e serenità la tua vita non più di bambina, ma di donna. Una piccola donna che crescerà e farà la sua vita con la serenità e la gioia che viene da Dio, dallo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo, carissima Francesca, ti farà sempre più amare e imitare Gesù Cristo, per testimoniarlo nella tua vita di donna. Come quando discese sugli Apostoli, che erano con Maria nel Cenacolo “perché avevano paura dei giudei” e li trasformò, li fortificò, li mandò nel mondo ad annunziare e testimoniare Gesù Cristo, il Salvatore.
Che augurio ti faccio, carissima Francesca? Quello che ti fanno tutti. Di
diventare una buona donna, com’è tua mamma Elena. Lo dico anche a Lorenzo. Avete avuto due genitori buoni, esemplari nell’amore vicendevole e per voi loro figli. Vi auguro di essere anche voi due come mamma e papà, Pietro Ricotta, che vi protegge dal Paradiso e veniva da una bella città della Sicilia, Serradifalco (Caltanissetta).

Come missionario voglio farti un altro augurio, carissima Francesca, che ti fa anche suor Franca Nava, Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e poi mia segretaria da 43 anni. Quale augurio? Ascolta.
Nel 1978 sono andato in Somalia e ho visitato la grande isola di Gelib sul fiume Giuba, di fronte al quale il nostro Po è un ruscello. In quell’isola c’era il lebbrosario con le suore Missionarie della Consolata e tanti villaggi di lebbrosi o ex-lebbrosi, quasi tutti musulmani e le maestose foreste tropicali con animali selvatici. Sono andato a trovare l’imam della moschea che si chiamava Nuur el Shaab. Il missionario francescano padre Pietro Turati, che aveva in quell’isola dei lebbrosi una comunità cattolica, lo visitava spesso e mi diceva. “E’ veramente un santo dell’islam. E’ qui con la sua famiglia, cura i lebbrosi e i malati, ospita i pellegrini e conduce una vita santa”. Lo ricordo volentieri perché aveva proprio l’aspetto di un patriarca e dopo che l’ho intervistato attraverso padre Pietro che traduceva, l’imam Nuur el Shaab mi ha dato la sua benedizione. Ponendomi le mani sul capo ha detto: “Nessun leone ti attraversi la strada, nessun elefante ti faccia paura, nessun serpente ti morsicherà e nessun uomo alzerà su di te la sua mano. Torna alla tua casa, ama i poveri e Allah sia sempre con te”.
E’ l’augurio che faccio anche a te, carissima Francesca, Invece di Allah io dico: lo Spirito Santo sia sempre nel tuo cuore e possa tu vivere una vita serena e gioiosa con la Forza e l’Amore di Dio.

Lo Spirito Santo protagonista della Missione

Gesù aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: “Non vi lascerò soli,vi manderò lo Spirito Santo…. Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. Pochi giorni dopo l’Ascensione, gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria “per paura dei giudei”, la III Persona della SS. Trinità scende su di loro sotto forma di fiammelle di fuoco, li fortifica nella fede e dà loro il coraggio di annunziare che Cristo crocifisso, morto e risorto, è il Figlio di Dio, il Salvatore.
Non solo, ma quei poveri pescatori si sono divisi il mondo e sono usciti dalla Palestina per raggiungere gli altri popoli. San Paolo è un esempio, ma lo Spirito Santo ha dato agli Apostoli la forza e il coraggio di affrontare il martitrio.
Senza la forza di Dio, come potevano dodici pescatori, rifiutati dal loro mondo ebraico, diffondere la Chiesa tra popoli nuovi e dare a queste piccole comunità una continuità e una unità sotto il loro capo, un pescatore come loro?
Così nasce la Chiesa e lo Spirito Santo rimane con la Chiesa da allora alla fine del mondo. Tre punti di riflessione:

1) L’azione dello Spirito Santo nella Chiesa. Gesù ha mandato lo Spirito Santo. Sapeva di affidare la sua Chiesa a uomini piccoli, deboli, poco colti, pieni di difetti; se fossero stati lasciati soli, la sua memoria e il suo Vangelo non sarebbero giunti fino a noi nella loro integrità. In 2000 anni l’umanità è radicalmente cambiata più e più volte e oggi le nuove scoperte rivoluzionano la società umana. Gesù voleva che il suo messaggio fosse portato a tutti gli uomini, a tutte le culture umane e ha mandato lo Spirito Santo che agisce nella Chiesa per mantenerla nell’unità e fedele a Cristo e per portare il Vangelo a tutti gli uomini. E questo significa due cose:

a)Unità nell’obbedienza al Vicario in terra di Gesù, Pietro, il Papa, con tutti i vescovi uniti al Papa. In 2000 anni la Chiesa ha perso le Chiese ortodosse e quelle protestanti. La Chiesa di Roma ha mantenuto la successione di Pietro, con 264 Papi e 21 Concili ecumenici, da quello di Nicea (325 dopo Cristo) al Vaticano II (1962-1965). Le Chiese separate da Roma si sono divise e suddivise, quella cattolica è rimasta unita, anche se oggi intendiamo in modo diverso il primato del Papa. Gesù ha pregato per l’unità della Chiesa: “Padre, che siano una cosa sola come siamo noi”.

b) L’assistenza dello Spirito Santo si manifesta nella missione alle genti. “Andate in tutto il mondo annunziate il Vangelo ad ogni creatura”… “Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme, in Giudea e in Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Ancor oggi la Chiesa è missionaria e lo Spirito agisce in modo misterioso ma efficace: esempio della Cina di Mao: in trent’anni di persecuzione feroce e i cattolici sono aumentati da 3,7 a circa 15 o più milioni! Nelle missioni, dove nasce la Chiesa, lo Spirito Santo si manifesta come negli Atti degli Apostoli. Lo Spirito non va mai in pensione, non dorme mai, non va mai in vacanza! Ogni pessimismo sul futuro della Chiesa e del cristianesimo è segno di poca fede!

2) Lo Spirito Santo agisce in ciascun battezzato per renderlo testimone di Cristo. Siamo tutti chiamati alla santità, che è amore e imitazione di Cristo. Il “Giubileo della Misericordia di Dio”, istituito da Papa Francesco, termina il 20 novembre prossimo, è il richiamo eccezionale per convertirci a Cristo. Tu che mi leggi hai già fatto il Giubileo? Lo Spirito Santo è pronto ad aiutarci. Chiediamogli la spinta necessaria per diventare più simili al Signore Gesù, per amarlo e testimoniarlo.
Nella festa dell’Ascensione domenica scorsa, Papa Francesco ha detto: “Il Signore risorto …con il dono dello Spirito Santo continua ad aprire la nostra mente e il nostro cuore, per annunciare il suo amore e la sua misericordia anche negli ambienti più refrattari delle nostre famiglie e delle nostre città. È lo Spirito Santo il vero artefice della multiforme testimonianza che la Chiesa e ogni battezzato rendono nel mondo. Non possiamo trascurare la preghiera per invocare il dono dello Spirito”.

In Italia ci lamentiamo della decadenza religiosa e morale del nostro popolo e per le troppe notizie negative che inondano giornali e Tv: corruzione, famiglie divise, scandali, aumento dei disoccupati, furti, rapine, delitti. Ma esistono tante persone buone e anche sante in mezzo al nostro popolo. Il Bene non fa notizia, ma esiste e cresce in modo misterioso per l’azione dello Spirito Santo.
La nostra crisi ha molte radici, ma sostanzialmente è conseguenza del fatto noi abbandoniamo Dio e Dio abbandona noi. Ad esempio, se fra due sposi non c’è Dio, è molto difficile vivere assieme per tutta la vita.
Care sorelle e cari fratelli, noi siamo tutti creati da Dio “a sua immagine e somiglianza”. C’è in ciascuno di noi una scintilla di Dio. La fede vissuta con amore e generosità è una marcia in più nella vita e noi diventiamo testimoni di Cristo nella nostra famiglia e nel mondo.

3) Lo Spirito Santo porta Gesù Cristo fino agii estremi confini della terra.
A giugno compio 63 anni di Messa. Ho girato il mondo e ho visitato circa 90 paesi. Credetemi, posso dirvi con sincerità che in nessun paese del mondo si vive così bene come in quelli con radici cristiane, pur con tutte le nostre crisi. Tant’è vero che i migranti vengono nei paesi cristiani, non scappano in altri paesi.
Ricordatevi! Noi siamo i privilegiati dell’umanità. Abbiamo ricevuto il dono della fede, ciascuno di noi è impegnato ad essere testimone di Cristo nella nostra società.
Nelle giovani Chiese ho visto lo Spirito Santo in azione. Quelle piccole comunità cristiane, spesso perseguitate e molto meno istruite nella fede di noi, annunziano il Vangelo ai non cristiani. L’ho visto in Corea del Sud, dove c’è libertà. I cattolici sono passati dallo 0,6% nel 1960 (180.000) a circa il 10% nel 2010 (5 milioni su 50) e c’è la campagna del “twenty/tweny”, cioè al 20% nel 2020. Con i protestanti, i cristiani sono circa il 30% nella Corea del Sud!
La rinascita cristiana in Italia deve partire da quella che Papa Francesco chiama “La Chiesa in uscita”. Ciascuno di noi deve capire che la Fede ci è donata non solo per viverla noi, ma per essere testimoni di Gesù nella società italiana, ciascuno secondo le proprie possibilità. Preghiamo lo Spirito Santo che ci aiuti!

Piero Gheddo

“Perché non possiamo non dirci cristiani”

Il continuo e consistente afflusso di migranti verso l’Europa sta mettendo in crisi la politica (e non solo) dell’Unione Europea:
–     se spalanchiamo le porte per accettare  tutti quelli che vogliono venire, ben presto saremo costretti a chiuderci in difesa della nostra sopravvivenza;
–    ma se costruiamo muri ai confini e rimandiamo indietro nel loro paese i migranti, che da anni rischiano la vita per fuggire da situazioni insostenibili, tradiamo i valori sui quali sono state fondate l’Onu e l’Ue.

E’ un dilemma che appare oggi, nell’attuale situazione internazionale, insolubile, cioè non esiste una soluzione ottimale. Vorrei solo esprimere queste idee:

1)    Papa Francesco è coraggioso. A Lampedusa e a Lesbo, non ha proposto soluzioni di tipo politico- giuridico-tecnico-economico, ma con i suoi gesti e le sue parole ha indicato lo spirito che deve animare i popoli europei di fronte ai migranti di altri continenti:
–    capire il valore di ogni persona umana che ha gli stessi nostri diritti alla vita;
–    vincere l’indifferenza di fronte a queste masse umane disperate che vagano da un continente all’altro;
–    prendere coscienza che siamo tutti chiamati in causa;
–    Il Papa ha detto a Lesbo: “Scusate l’indifferenza dell’Europa, voi non siete un problema, un peso, ma un dono”, ecc.
Francesco annunzia ovunque ed a tutti la conversione allo spirito evangelico che permetterà, con l’aiuto di Dio, di trovare soluzioni graduali e non definitive (che non esistono).

2)    La religione è la chiave della storia. La Ue ha perso il senso autentico della storia e giudica con criteri che ignorano il peso delle religioni nella vita e nel cammino storico dei popoli. Quando Giovanni Paolo II (e poi Benedetto XVI) insisteva sulle “radici cristiane dell’Europa” e il Parlamento europeo votava contro questo richiamo, si compiva una rottura drammatica nella tradizione europea e oggi ne paghiamo il prezzo. Abbiamo messo da parte Dio Padre e Cristo Gesù, unico Salvatore dell’uomo e dei popoli, creando una cultura popolare praticamente atea e oggi lamentiamo la fragilità psicologica dei giovani, l’invecchiamento degli italiani, la diminuzione continua dei matrimoni, la crisi della famiglia tradizionale, ecc.
Nel 1942 Benedetto Croce, il sommo filosofo italiano, agnostico (cioè non credente), pubblicò il piccolo saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, nel quale si legge: “Il Cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto…. Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto… Le rivoluzioni che seguirono nei tempi moderni non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana…. Il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo…. (Esiste),  un legame tra il messaggio di Gesù e la vita della libertà…. Il cristianesimo sta nel fondo  del pensiero moderno e del suo ideale etico…Gli uomini, gli eroi, i geni (che vissero prima dell’avvento del Cristianesimo) compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze (ma in tutti essi mancava) quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all’uomo”.
Indro Montanelli mi diceva: “Io non sono credete e tanto meno praticante, ma sono cattolico”.

3)    Il “mondo moderno” è nato nell’Occidente cristiano. Nel mondo d’oggi globalizzato, l’emergere e l’affermarsi della civiltà occidentale come la più vivibile (nonostante le sue crisi), non trova altra spiegazione che nelle radici cristiane dei popoli europei. Nulla unisce l’Europa se non le radici cristiane: non la lingua, non la razza, non la politica o l’economia nazionali; solo le radici cristiane e i confini territoriali dell’Europa. Ma quest’ultimo criterio non spiega nulla riguardo ai valori che hanno permesso ai popoli europei di dominare e colonizzare gli altri popoli e di arrivare ai valori dello “sviluppo umano”, quelli della Carta dell’Onu e della Ue, che oggi si stanno diffondendo in tutto il mondo: il valore assoluto di ogni persona umana, creata “ad immagine di Dio” (schiavo o libero, uomo o donna); quindi la condanna di ogni violenza sull’uomo (pena di morte, tortura); l’uomo re del creato e con un fine ben superiore a quello delle altre creature (che sonno al suo servizio); il matrimonio monogamico e indissolubile; amore al prossimo più povero e debole; il perdono delle offese e il principio della pace,  ecc.
Questi valori (che non si trovano in altre religioni e civiltà) si stanno diffondendo in tutto il mondo, ma l’Occidente ha abbandonato Dio ed è diventato “una civiltà volta alla sua stessa distruzione… l’Europa non si ama più”, diceva il card. Joseph Ratzinger in una sua conferenza. E lamentava la scomparsa della virtù della speranza e della gioia di vivere, che vengono dalla fede in Dio Padre misericordioso, da Gesù Cristo morto e risorto per noi, dal messianismo della Bibbia e  del Vangelo¬ (“Cieli nuovi e terra nuova”). Papa Francesco lo scrive nel titolo della sua Lettera apostolica “Evangelii Gaudium”: “La gioia del Vangelo” in chi lo vive e in chi lo diffonde. Ma la cultura popolare nell’Europa è profondamente influenzata da ideologie e costumi praticamente atei: non l’adorazione di Dio, ma degli idoli: denaro, potere, sesso, gloria umana, individualismo, ecc.. Infatti manca la speranza e prevale il pessimismo.

4)    Per affrontare la tragedia dei migranti e superare le nostre crisi, dobbiamo tornare a Gesù Cristo. Non solo per ricuperare la nostra identità religiosa che ci tiene uniti, ma per convertirci personalmente a Cristo (a partire dal sottoscritto), in questo “Anno del Giubileo della Misericordia di Dio”, che terminerà il 20 novembre 2016. Convertirci a Cristo perché? Per due motivi:
a)    Per accogliere i migranti islamici e “dialogare” con loro, come invita a fare Papa Francesco. La sfida dell’islam all’Occidente cristiano non è di tipo politico, economico, militare, ma di tipo religioso. Per andare d’accordo, bisogna “dialogare” (come il Papa intende il “dialogo”), le altre soluzioni (guerra, sanzioni economiche) sono inefficaci e dannose. E’ facile capire perché: per i musulmani, un miliardo e mezzo di persone, in maggioranza di un basso livello di vita e di istruzione, la fede in Allah e nel Corano è il fondamento della vita familiare e sociale. Per noi dell’Unione Europea, che abbiamo rifiutato le  radici cristiane, i musulmani ci vedono come ricchi, tecnicizzati, istruiti, militarmente forti. ma anche atei, aridi, senza ideali, senza regola morale, senza figli. Pensano di avere una missione storica: venire in Occidente per dare un’anima alla nostra civiltà, convertendoci all’islam. E’ un concetto diffuso dalla stampa dei paesi islamici, nelle moschee e scuole coraniche. Possiamo anche fermare l’Isis con le armi, ma sorgeranno altre migliaia di “martiri per l’islam”. Tra i musulmani che sentono fortemente la presenza di Dio (il Dio del Corano, non quello del Vangelo!) e noi europei, che risultiamo atei, non c’è dialogo, come tra chi parla solo l’italiano e chi parla solo l’arabo. Lo scontro e la guerra diventano inevitabili. Solo la fede e lo Spirito di Gesù Cristo ci permettono di accogliere e “dialogare” con le masse islamiche che fuggono in Europa.

b)    Per risolvere le crisi della civiltà europea. Superfluo ritornare sulla crisi morale e di ideali della nostra civiltà. Si parla e si scrive molto della corruzione, ma pare che si diffonda sempre più ad ogni livello della società; molti sono convinti che ci vuole, come dice Francesco, “l’economia con al centro l’uomo”, ma pochi realizzano questo ideale. Così pure “la sanità con al centro l’uomo”. Sono stato in un ospedale col nome di un santo, perché prima era della sanità cattolica. Adesso, ceduto l’ospedale ad una impresa laica, mi diceva un dottore: “Qui ormai il malato è diventato uno strumento per guadagnare” e mi raccontava esempi da rabbrividire. “Lo spirito evangelico di amore al prossimo delle suore, preti, fratelli e del personale sanitario da loro educato, in questo sistema non esiste più”.
Viviamo in una civiltà sempre più disumana e questo non significa tornare ai “bei tempi antichi”. Non è colpa del progresso scientifico e tecnico, ma che  abbiamo abbandonato Dio e Gesù Cristo: non solo nella vita personale, ma in quella familiare (chi è che prega ancora assieme nelle famiglie?), sociale, scolastica, massmediatica, nazionale. Sant’Agostino diceva: “Ci hai creati per Te, o Signore, e non siamo contenti fino a quando non riposiamo in Te”.

Giovanni XXIII, il Papa di Sotto il Monte, va alla radice della nostra crisi di civiltà, con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”. Nell’enciclica “Mater et Magistra” (del 1961) loda i progressi economici, tecnico-scientifici, del livello di vita dei popoli sviluppati. Ma continua:  “Rileviamo con amarezza che nei paesi economicamente sviluppati non sono pochi gli esseri umani nei quali si è attenuata o spenta o capovolta la coscienza della gerarchia dei valori. I valori dello spirito sono trascurati, dimenticati o negati; mentre i progressi delle scienze, delle tecniche, lo sviluppo economico, il benessere materiale vengono caldeggiati e propugnati spesso come preminenti e perfino elevati ad unica ragione di vita…L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – conclude il “Papa buono” – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”.

Piero Gheddo

Luigi Soletta: in Giappone il sole splende a mezzanotte

I missionari gettano ponti di comprensione fra i popoli. Padre Luigi Soletta si è dedicato al dialogo interreligioso. In 40 anni di missione ha approfondito la conoscenza del buddismo giapponese, lo Zen, diventando un personaggio famoso in Giappone.

Il 4 aprile scorso è morto all’età di 86 anni il padre Luigi Soletta (1929-2016), missionario in Giappone per quasi 40 anni. Dopo il Concilio  Vaticano II, assieme ad altri due missionari del Pime, riceve l’incarico  di approfondire il dialogo col mondo buddista, alla ricerca dei “semina Verbi” (semi del Verbo), che lo Spirito Santo ha diffuso nelle culture e religioni dei popoli, per prepararli all’incontro col Verbo di Dio, Gesù Cristo.  Padre Luigi aveva tutte le qualità di mente e di cuore per questo impegno e lo vive con grande passione e dedizione. Studia, insegna e pratica lo Zen, traduce una dozzina di importanti opere classiche della letteratura giapponese, ad esempio “Il  Codice segreto del Samurai” (Hagakure), un testo sacro del 1600 che raccoglie l’antica saggezza del Samurai, scritto in giapponese antico, molto difficile. Soletta lo traduce in giapponese moderno e nel 1993 lo stampa in Italia con l’editrice Ave. Una favorevole recensione di mons. Gianfranco Ravasi su “Il Sole 24 Ore” presenta e raccomanda il volume, per capire in profondità la mentalità dei giapponesi.  L’ultima delle edizioni, tre anni fa, è con la Einaudi.

Il “Codice segreto del Samurai” era già conosciuto, ma con la traduzione in giapponese moderno “è diventato in Giappone il libro più celebre e controverso di ogni epoca”, secondo il parere di esperti. Per un motivo politico. All’inizio della seconda guerra mondiale venne adottato dal nazionalismo trionfante come ispirazione e guida ai giovani giapponesi, per dare la loro vita come “kamikaze” a servizio della Patria. Di qui il dibattito che il volume ha suscitato nel nostro tempo su un tema molto sentito, il riarmo e il nazionalismo militarista.

In realtà, “Il Codice segreto del Samurai” è una raccolta di aforismi che rivelano i valori di riferimento del Samurai, le virtù umane della tradizione giapponese: l’amore alla Patria, l’ideale del servizio e dell’obbedienza (nel caso del Samurai al suo signore, il “Daimio”), l’amore disinteressato per il prossimo, il dominio delle passioni, il mettersi in gioco per una causa nobile, lo spirito di umiltà e povertà, l’amore per la natura nella quale si rivela la divinità che ha creato l’universo, ecc. Una curiosità: il famosissimo romanzo di Susanna Tamaro “Va’ dove ti porta il cuore” prende il titolo proprio da un brano dell’Hagakure, come la stessa autrice rivelò in occasione di un suo viaggio in Giappone anni fa.

Padre Soletta ha sofferto molto perché le sue “perle di saggezza orientale”, che lui leggeva come “semi del Verbo” nella cultura giapponese, una specie di “fioretti” francescani, sono state e sono ancora usate per la propaganda dell’ideologia nazionalista e militarista.  Quand’era già tornato in Italia, pubblica “Il sole splende a mezzanotte” (Emi, 2009), la sua autobiografia dopo 40 anni di studi del buddismo e dialogo interreligioso, dalla quale emerge un sacerdote di profonda spiritualità evangelica e un missionario aperto a tutti i valori umani e religiosi dei giapponesi. Il titolo del libro è di un monaco zen e simboleggia l’illuminazione che padre Luigi ha raggiunto, dopo un lungo cammino di ascesi e di meditazione, grazie alla quale è possibile sognare un sole che splende a mezzanotte. In un’intervista a “Mondo e Missione”, lamenta che il volume è criticato da chi, “vedendo la copertina e sfogliando distrattamente il libro, pensa che sia dedicato allo zen. Certo, io mi sono appassionato al Giappone e alla sua cultura. Ma a me stanno a cuore soprattutto Cristo e il Vangelo, che io ho cercato di annunciare al popolo giapponese e tra l’altro cerco di mostrare la sintonia profonda tra alcuni aspetti della spiritualità zen e quella cristiana”.

Nel nostro mondo secolarizzato e materialista questa passione per la cultura e religiosità giapponese in un missionario può apparire eccentrica o superflua, ma i missionari sono spesso profeti che preparano i ponti per un incontro fra popoli e culture, per giungere ad un umanesimo con valori comunemente accettati, che per noi cristiani hanno come fondamento la persona di Gesù Cristo e il suo Vangelo. Nelle altre culture e religioni esistono già i “germi del Verbo”, i valori con i quali è possibile incontrarci, per giungere ad un umanesimo condiviso.

Nell’autunno 1986 ho visitato il Giappone per la seconda volta e ho incontrato padre Soletta nella casa del Pime a Tokyo. Una sera abbiamo parlato a lungo e gli ho manifestato la mia ammirazione per la passione e la tenacia con cui perseguiva il suo sogno, di trovare nella cultura e religiosità naturale del Giappone “i germi del Verbo” che permetteranno a quel popolo di incontrare facilmente Gesù Cristo.  Poi gli ho chiesto: “Ma quali sono gli ostacoli a questo incontro?”.  E lui mi dice:: Vieni a trovarmi e te lo farò vedere in concreto”.

Padre Soletta era cappellano di un convento di suore a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono centinaia di statuette del Budda, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta.

“L’aborto, dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della misericordia e del perdono, a volte sono oppressi da un forte senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo tanti anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più comuni che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Forse è vero che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio! Alle coppie che hanno abortito e vengono da me, dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

(Padre Soletta è sepolto nel Cimitero del suo paese natale, Florinas in provincia di Sassari).

Piero Gheddo

Qual è il segreto della vita cristiana?

La preghiera non è una semplice invocazione per chiedere grazie. Se è autentica, deve cambiare la vita di chi prega e portarlo a fare la volontà di Dio. Gli esempi di Papa Francesco, le Suore di Madre Teresa e il dott. Marcello Candia.

 

Una volta, molti anni fa, quand’ero inviato speciale di alcuni giornali anche laici e di “Mondo e Missione” (ne ero il direttore), un amico giornalista mi chiede: “Qual è il segreto della tua vita? Perché tu affronti guerre, dittature, pericoli di ogni genere, vai tra i lebbrosi e nelle baraccopoli più disastrate e pericolose, e sei sempre sorridente…”. Ho risposto:  “Il mio segreto è la preghiera”. L’amico non ci credeva, eppure è proprio così. Tutti i popoli pregano, anche i non credenti avvertono il bisogno di rivolgersi a Dio. Ma il cristiano sa che la preghiera non è solo una semplice invocazione o devozione per chiedere grazie, ma deve cambiare la vita. Pregare vuol dire credere in Dio Padre buono e misericordioso, parlare con lui in piena trasparenza, ringraziarlo delle grazie ricevute, pentirsi dei propri peccati e chiedere la grazia di fare sempre la volontà di Dio espressa nei dieci Comandamenti; e poi, seguire Gesù Cristo, vivere secondo il suo esempio nei Vangeli, ispirarsi nella propria vita alle Beatitudini. Allora la preghiera cambia davvero la vita e dà una forza e una gioia che, nei Santi naturalmente, permette anche di compiere miracoli.

Nel 2001 a Phnom Penh, capitale della Cambogia, ho visitato le suore di Madre Teresa e il loro rifugio per bambini disabili per le bombe della guerra o varie malattie. Quando soffrono i bambini, e ne vedete decine tutti assieme, anche se sono amati, curati, coccolati, toccano davvero il cuore di noi adulti. Al termine della visita, alle due suore che mi offrono un caffè esprimo la mia ammirazione per l’esempio che danno, in un paese non cristiano, di servizio gratuito e amorevole agli ultimi di questo popolo. Mi raccontano qualcosa della la loro vita e dicono che fanno quattro ore di preghiera al giorno: “Senza l’ora di adorazione serale a Gesù nell’Eucarestia, non potremmo amare a lungo, come vere mamme, questi poveri e cari bambini”.

Nell’intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Papa Francesco, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Francesco non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio: alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, informazioni,  preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti, anche noi preti, la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, ma il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e col mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato. Pregare vuol dire meditare e commuoversi per l’amore di Dio e per la morte di Gesù Cristo in Croce, per meritare il perdono dei miei peccati! Pregare è amare Gesù e mettersi nel cammino dell’imitazione di Cristo. San Giovanni della Croce  ha scritto che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio, che dà “una marcia in più”.

Papa Francesco, ricevendo nel marzo scorso i 60.000 fedeli dei gruppi di preghiera di Padre Pio ha detto: “La preghiera non è una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere da Dio quel che ci serve…. La preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il cuore di Dio… che non è blindato da tante porte di sicurezza. È la più grande forza della Chiesa, che non dobbiamo mai lasciare…. altrimenti l’evangelizzazione svanisce e la gioia si spegne e il cuore diventa noioso. Voi volete avere un cuore gioioso? Pregate, questa è la ricetta”.

Il Venerabile dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata dal padre, ma era anche impegnato in opere di carità per i poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti ne “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Perchè gli ospiti del lebbrosario di Marituba considerano Marcello Candia un santo? “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Auguri di risorgere con Cristo

Piero Gheddo augura una Buona Pasqua missionaria

 

Mancano pochi giorni alla Pasqua, la festa della nostra fede. Noi siamo cristiani, discepoli di Cristo perché Lui è risorto dalla morte. “Se Cristo non fosse risorto”, dice san San Paolo, “vana sarebbe la nostra fede”.  Cosa vuol dire essere cristiano? Credere nella morte e risurrezione  di Gesù il Cristo, che cambia in senso positivo la storia dell’umanità e di ogni uomo e deve cambiare e migliorare anche la nostra piccola vita. Vediamo perché e come.

Tre livelli di comprensione della Pasqua:

1)   Il livello fenomenologico. La Risurrezione di Cristo è un fatto storico, nel senso che è realmente avvenuto nella storia ed è stato testimoniato da molti: il sepolcro vuoto, Gesù risorto che le pie donne e i discepoli hanno visto e toccato. Inoltre i 2000 anni del cristianesimo e della Chiesa dimostrano che alla radice c’è uno straordinario fatto storico: il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci dal peccato (l’offesa a Dio, l’egoismo!) e dal. La Risurrezione non è un mito, una bella favola, ma un fatto che storicamente non si può negare. Altrimenti dovremmo negare l’esistenza di Giulio Cesare e di Budda, di Maometto e di tanti altri personaggi storici, dei quali rimangono meno testimonianze e documenti che non per Cristo.

2) Il livello della fede. La Risurrezione è anche un fatto misterioso, umanamente inspiegabile. E’ un “mistero della Fede” e richiede la Fede, dono di Dio, per essere compreso e creduto. Oggi noi adoriamo il Signore Risorto e chiediamo a Dio di aumentare la nostra fede in Lui, unico Salvatore dell’uomo e del mondo. L’esempio classico è quello dell’apostolo San Tommaso, che non era presente quando Gesù apparve agli altri apostoli, quindi non credeva che fosse risorto. Ma quando può vedere Gesù e toccare le piaghe delle sue mani e del suo costato, allora  crede che è veramente risorto. Dal fatto storico innegabile, passa subito alla fede in Cristo Figlio di Dio: “Mio Signore e mio Dio!”.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, missionario laico fra i lebbrosi in Amazzonia, ripeteva spesso: “Signore, aumenta la mia fede”. Io gli dicevo che di fede ne aveva tanta, ma lui rispondeva: “Ricordati Piero, che la fede non basta mai!”. Oggi il mondo moderno secolarizzato, ci porta a “vivere come se Dio non esistesse”. Ma Dio esiste ed è morto in Croce nella seconda persona della Santissima Trinità, Cristo Gesù, che ci ha aperto le porte del Paradiso.

Quanti vivono senza sapere perché vivono!  La loro vita è quasi solo materiale senza una luce dall’alto che la illumini, senza la speranza di una meta da raggiungere, la vita eterna con Dio! Il pessimismo esistenziale così diffuso oggi tra noi italiani, battezzati più che al 90%, è diseducativo per i giovani e viene proprio da questo: Cristo risorto, che è segno di speranza e invito a risorgere con Lui, non dice più nulla. La fede ricevuta da bambini non illumina né riscalda la vita.  Oppure, anche se restano alcune  devozioni, oggi non bastano più per dare serenità e gioia di vivere.

3)  Il terzo livello di comprensione della Pasqua è quello dell’amore e dell’imitazione di Cristo. Non basta credere intellettualmente. Cosa vuol dire credere in Cristo risorto? Vuol dire vivere la vita di Cristo, conoscere e amare Cristo, mettersi seriamente e con gioia sul cammino dell’imitazione di Cristo, per poter sempre più testimoniarlo con la nostra vita. Il dono della fede che ho ricevuto, non mi è dato solo per viverlo io e la mia famiglia, ma perché , nelle miserie dell’Italia e del mondo, noi siamo luce e sale per gli uomini, lievito per la società in cui viviamo.

La Pasqua dà un senso e indica una meta per la nostra vita: se Gesù è risorto dalla morte, anch’io risorgerò con Lui. Questa è la vera novità del cristianesimo. La risurrezione dalla morte per vivere la vita eterna con Dio è una verità che nessun altra religione, ma solo Cristo ha rivelato e promesso anche a noi.

Il livello della fede è consolante: rende autentica e felice la nostra vita. Ma com’è difficile! Dobbiamo vivere la vita di Cristo, innamorarci di Cristo, imitare Cristo eliminando il peccato, correggendoci dei nostri difetti e cattive abitudini. Il Giubileo della Misericordia di Dio ci chiama alla conversione. Tutti dobbiamo convertirci, anche noi preti siamo peccatori e chiamati alla conversione. E’ un cammino che dura tutta la vita, ci mantiene giovani di spirito e ci dà l’entusiasmo di vivere in Cristo e con Cristo, facendo del bene. La carità copre la moltitudine dei nostri peccati.

Ultima riflessione. Un’espressione popolare significativa è questa: si dice “Sono contento come una Pasqua” quando si è commossi per una grande gioia. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi, ma con gli occhi di Dio.

Il Beato Clemente Vismara, missionario in Birmania per 65 anni, ha condotto una vita quanto mai faticosa e penosa, tra poveri e lebbrosi, carestie e pestilenze, guerriglie e dittatura; ha patito la fame e la sete, si è adattato a cibi ripugnanti (topi, vermi, ecc.). Per i primi otto anni di missione dormiva in un capannone di fango e paglia e quando pioveva apriva l’ombrello perché non gli piovesse addosso. Ma poi ha creato due cittadelle cristiane mantenendo 300 e più orfani e persone diversamente abili.

Eppure la gente chiamava Clemente Vismara: “Il prete che sorride sempre”, era sempre contento.  In una lettera scrive: “Noi qui viviamo la vita dei poverelli di Cristo, ma proviamo un’allegria da paradiso e la preoccupazione del domani è relativamente leggera, poichè l’opera non è nostra ma del Signore Gesù che ha voluto mandarci qui”. In altra lettera scrive: “L’allegria e la pace del cuore non ci sono mai mancate. Viviamo da missionari allegri che godono nel sacrificio, pregustando il premio che sarà dato a chi ha abbandonato il padre e la madre per seguire Gesù”.

Il suo nipote Guido, figlio di Stella Vismara, gli scrive che il mondo è brutto e lui risponde: “Caro Guido, benchè io viva in un mondo pagano, cioè più brutto di quello cristiano in cui vivi tu, ti dico che il mondo è bello e la vita è più bella ancora. Altrimenti a cosa serve la fede?”.  

Misericordia Missione della Chiesa

Il libro di padre Giuseppe Buono presentato da mons. Fisichella nella  seconda edizione in tre mesi, il più originale tra i libri su questo tema

 

Fra i molti libri sulla Misericordia di Dio, questo di padre Giuseppe Buono, missionario del Pime: Misericordia Missione della Chiesa in tre mesi II° edizione (Libreria Editrice Redenzione, Marigliano (Na, Tel. e Fax 081.885.42.06. Mail: ordini@lereditrice.it ), si distingue per un’invenzione originale. Il libro non l’ha scritto lui ma ha chiesto ai missionari che ha visitato in tutti i continenti di scrivere una testimonianza sulla Misericordia nella loro missione o paese; così pure per i vescovi, i parroci, le suore, comprese quelle di clausura, in Italia; poi le testimonianze di alcuni membri del Movimento Giovanile Missionario, oggi Missio Giovani, da lui fondato nel 1972 per le Pontificie Opere Missionarie, e che oggi invia volontari in vari paesi del mondo. Da queste collaborazioni è scaturito un volume che si legge volentieri perchè  stimola e offre sussidi per vivere con spirito missionario la Quaresima e il Giubileo della Misericordia di Dio. Padre Buono si rivolge soprattutto agli operatori pastorali,  con i molti esempi citati che informano sull’infinita varietà di situazioni delle opere di Misericordia che la Chiesa compie nel mondo.

Il card. Robert Sarah (prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti), presentando il volume scrive: “Sono molto grato al padre Buono, che dà un contributo su come vivere missionariamente la realtà della Misericordia, offrendo. oltre alla riflessione teologica e biblica, commoventi testimonianze, raccolte in tutto il mondo, su come realizzare le Opere di Misericordia… Invito tutti ad una attenta lettura di questo bellissimo testo perché, come il sottoscritto, possano attingervi un grande  aiuto ”.Questo del cardinale africano non è un elogio esagerato per il libro di un amico, perché padre Buono, oltre che animatore missionario e giornalista, è anche specializzato in teologia missionaria e viene ancora invitato a tenere lezioni e conferenze. Così ha potuto darci un’inquadratura teologico-biblica della Misericordia di Dio e di come il Concilio Vaticano II e i Papi recenti hanno trattato questo tema.

Mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo Straordinario della Misericordia, ha presentato la seconda edizione del libro di padre Buono, lodando la ricchezza dei contenuti e invitando tutti a consultarlo e leggerlo per vivere in profondità il Giubileo della Misericordia.  Concludo con una lettera espressiva di Papa Francesco ai teologi della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina (3 marzo 2015) , che padre Buono cita quasi come sintesi del suo volume: “Senza la misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia che, di natura sua, vuole addomesticare il mistero…. Insegnare e studiare teologia significa vivere su una frontiera, quella in cui il Vangelo incontra le necessità della gente, a cui va annunziato in maniera comprensibile e significativa”.

Piero Gheddo

 

L’Anticristo è già tra noi

Il Blog di oggi l’ho già pubblicato nel settembre 2014, ma visto che si discute ancora in modo animato degli stessi problemi di un anno e mezzo fa, lo ripubblico per sentire il parere di un laico cattolico, che ha studiato e sperimentato, e far riflettere sulle teorie del filosofo tedesco Friederich Nietzsche, precursore del nazionalismo tedesco e del nazismo. Piero Gheddo.
 
 
            L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista (vivendo come pianista e cantante), esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.
         Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .
            E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.
            Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche  è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.
            Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo”  è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.
            Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza  di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.
            Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura,  mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.
            Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!
       Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, laico, democratico, istruito, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.
Piero Gheddo