Grazie e “miracoli” per intercessione del “Fabbro di Dio”

Si è svolta ad Introbio in Valsassina (8-15 agosto) la Mostra “Felice di nome e di fatto”, dedicata al Servo di Dio fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa, dice: “Siamo contenti perché in tanti sono passati e si sono dimostrati colpiti da questa figura». I promotori – il gruppo missionario locale e la parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri – ce l’hanno messa tutta per valorizzare fratel Felice: attraverso suoi oggetti (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la Mostra ha presentato efficacemente la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.  Così Gerolamo Fazzini su Il Giornale di Lecco.

Ho conservato diverse grazie e anche veri miracoli di Felice riferiti da padre Angelo Tin, che era il Postulatore della sua Causa di Beatificazione in Birmania, io ero il Postulatore a Roma. Gli scrivevo spesso e l’aiutavo anche finanziariamente. A partire del 1993, quando si è incominciato a preparare il materiale per la Causa di Clemente Vismara, ho mandato una lettera a tutti i confratelli ancora presenti nell’arcidiocesi di Taunggyi  (mons. Gobbato, Noè, Clarini, Mattarucco, Galbusera, Fasoli, Di Meo e non ricordo se anche altri),  alcuni dei quali mi risposero che bisognava fare la Causa di Felice, più santo di Clemente, che aveva certi difetti, come ho specificato nel volume “Fare felici gli infelici”, sulla sua personalità e santità.

Era il momento di iniziare anche la Causa di Felice, che tutti volevano, primo l’arcivescovo di Taunggyi mons. Matthias U Shwe, i nostri confratelli, ecc. C’era il desiderio, la volonta di iniziare, ma non la decisione precisa di fare i primi passi e mettere in moto la macchina. Nel 1995 padre Angelo Tin mi manda un opuscolo, con la Prefazione di mons. Matthias U Shwe, al fondo del quale c’erano numerose grazie e supposti miracoli attribuiti all’intercessione di fratel Felice, tutti senza data, ma di pochi anni dopo la sua morte. Ne avevo scelto e tradotto alcuni. C’erano anche belle foto di Felice nei suoi ultimi giorni e dopo la sua morte, ma stampate malissimo. L’opuscolo in inglese e in birmano è intitolato “Br. Oo Maung Than Chaung” (Br. sta per Brother, Fratello, il resto è il nome in birmano di Fratel Felice). Ha 56 pagine, con una breve biografia di Felice scritta da padre Ziello (non l’ho tradotta perchè dice cose che già si sanno). Credo sia a Roma nell’Archivio generale del Pime. Il 2° agosto 1998 padre Mattarucco mi scriveva: “….Personalmente penso che la Causa di beatificazione di Felice non si potrà nemmeno iniziare…..Tutti lo stimano un santo…..Ma qui, con tutti i problemi e l’attuale situazione, com’è possibile avviare una Causa di canonizzazione?…. Io lo invoco e lo faccio invocare e ottengo grazie”.

La Causa di beatificazione di fratel Felice inizia quando l’arcivescovo di Taunggyi, il superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, si accordano. L’Arcidiocesi di Taunggyi è proprietaria e promotrice della Causa, il Pime è Attore della stessa (assumendone le spese), Introbio assicura preghiere e diffonde la devozione del Fabbro di Dio. Il 22 maggio 2000 la Congregazione dei Santi ha dato il parere favorevole all’inizio del Processo diocesano. La macchina si è messa in moto. Sono stato Postulatore fino al 2009, quando ho compiuto gli 80 anni e ho dovuto dare le dimissioni da Postulatore. Mi ha sostituto la dott.sa Francesca Consolini. Oggi occorre pregare molto e chiedere grazie per intercessione del nostro indimenticabile Fabbro di Dio. Ecco alcuni casi di grazie e supposti miracoli:

Maumg Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhong. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all’ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno del loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che non ci sono speranze. Io gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice, raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhong aspettando notizie dall’ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all’ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale. Dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa, lo incontro che torna dal bagno. “Mi sento meglio, padre”. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu fratel Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista. – Padre Angelo Tin.

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhong. Un ragazzo che faceva il facchino tornò a casa seriamente ammalato.  La gente del villaggio vennero a chiamarmi perchè lo vedessi. Il ragazzo giaceva su un lettuccio, incapace di dire una parola. Pensai che non vi fosse nulla da fare e gli diedi l’Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice, mettendo un pezzetto della veste di Felice sulla testa del malato. Ritornai a casa e aspettavo notizie del malato. Passano uno, due giorni, e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e m dicono che il ragazzo è guarito ed è andato  a lavorre sulle montagne. Questa pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice. – Padre Angelo Tin

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire e così per parecchie notti. Avevo paura di perdere la ragione- Ho chiesto a padre Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allra dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto di fratel Felice. Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung.

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi di cuore. La portammo in ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare cin iniezioni, l’unico rimedio. “Non si può far nulla” ripetè l’infermiera. Andai alla ricerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba- Il giorno seguente la piccola stava meglio e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di fratel Felice. Una suora della missione di Mong Nai.

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine- Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, perchè noi non potevamo fare più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un’ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. E da quel momento fu guarito. Una suora della missione di Mong Nai.

Un abitante di Lo U Kunthà era da tempo ammalato, incapace di alzarsi da letto. Nel 1993, nella festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhong, la moglie venne da padre Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede, pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po’ di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.  Padre Angelo Tin.

Comunicazione all’Istituto PIME di Milano
E così, caro padre Mauro, anche il nostro amato fratel Felice ci lasciò il 23 marzo 1991, alla 9,40 del mattino. Spirò placidamente come una candela che si consuma…. Sono 48 ore che è spirato ed è ancora intatto come fosse morto adesso. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi… Sarà sepolto domani a Paya Phyu, come da suo desiderio…. Mons. G. B. Gobbato,  Taunggyi,  25 marzo 1991.

(Tutto questo materiale si trova negli ultimi tre capitoli della biografia di Fratel Felice, “Il santo col martello” (Emi, 2000,  pagg.240), che ho stampato per l’inizio della sua Causa di beatificazione – padre Piero Gheddo).

“Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”

Forse pochi ricordano il massacro avvenuto a Dhaka il primo luglio scorso, nel quale sei terroristi islamici hanno ucciso in modo barbaro e atroce venti stranieri, in maggioranza italiani e giapponesi, uomini e donne che erano a Dhaka come imprenditori per portare lavoro nel campo tessile.
Alle sofferenze delle vittime e dei loro parenti e amici si aggiunge il dolore dei genitori bengalesi dei terroristi. Il padre di uno dei sei criminali jihadisti islamici improvvisamente scopre che il suo unico figlio è un terrorista e dichiara: “Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”. La prima educazione dei figli avviene in famiglia. Anche in estate è bene riflettere su questa testimonianza di un padre fallito e pregare per le vittime e tutti gli attori di questa triste e straziante vicenda. Piero Gheddo

AsiaNews – Dhaka – 6 luglio 2016
di Sumon Corraya

SM Imtiaz Khan Babul è il padre di Rohan Ibn Imtiaz, uno dei sei terroristi islamici che hanno ucciso 20 persone. L’uomo è un membro del partito di governo e ricopre incarichi di primo piano. Ha iniziato la sua carriera come insegnante: “Ma non sono stato in grado di educare mio figlio”.

“Ho fallito come padre”. È il doloroso commento di SM Imtiaz Khan Babul alla strage di Dhaka avvenuta il primo luglio scorso. Tra i sei attentatori (di cui cinque identificati) che hanno fatto irruzione nell’Holey Artisan Bakery cafè e hanno ucciso 20 persone, di cui la maggior parte stranieri, uno è suo figlio, Rohan Ibn Imtiaz. L’uomo è membro dell’Awami League, il partito al governo in Bangladesh, e ricopre importanti incarichi amministrativi. Ieri è apparso in televisione e ha chiesto perdono per il massacro commesso dal figlio: “Chiedo perdono a tutta la nazione e alle famiglie delle vittime. Molte anime innocenti hanno perso la vita, a causa di mio figlio. Tutto questo per me è molto triste, difficile da sopportare, una cosa terribile!”.

Rohan Ibn Imtiaz è uno dei sei terroristi islamici che al grido di “Allah è grande” hanno assaltato un noto locale del quartiere diplomatico della capitale. Il Paese e il mondo intero sono ancora sconvolti per il gesto compiuto da giovani benestanti e appartenenti alle famiglie più ricche della città, in apparenza soddisfatti della propria vita agiata. Tutti loro hanno frequentato le migliori scuole, avevano amici, relazioni sentimentali, utilizzavano i social network per pubblicare le foto dei loro divertimenti.

Ma poi qualcosa deve essere cambiato e sono rimasti ammaliati da predicatori estremisti, come hanno riferito esperti ad AsiaNews. SM Imtiaz Khan Babul ha dichiarato di fronte alle telecamere: “Ho saputo dai social media che il mio unico figlio era tra gli attentatori. All’inizio non potevo credere che mio figlio fosse un militante”.
Il politico, che ha iniziato la sua carriera come insegnante mentre la moglie tutt’ora insegna nella scuola esclusiva che frequentava anche Rohan, si rammarica: “Ho educato tanti studenti e molti di loro oggi sono persone affermate che contribuiscono al bene della nazione. Ma non sono stato in grado di educare mio figlio. Sono un padre fallito”.

L’uomo ha rivestito importanti incarichi a Dhaka ed è l’attuale vicesegretario generale dell’Associazione olimpica e segretario generale della Federazione ciclistica. Ha riferito che il figlio non ha mai viaggiato all’estero, anche se lui e sua moglie stavano progettando di mandarlo negli Stati Uniti per studio, e non aveva fatto mai male neanche ad un insetto. Perciò ha lamentato: “Come ha potuto avere quelle armi pesanti? Chi gliele ha fornite? Chi lo ha addestrato
e chi gli ha dato i soldi? Io chiedo alle autorità di trovare queste persone”.
Asaduzzaman Khan, ministro dell’Interno, ieri ha confermato che gli attentatori del caffè di Gulshan erano tutti bangladeshi e membri di partiti estremisti locali. Abul Hassan Mahmood Ali, ministro degli Esteri, ha presieduto una riunione con circa 50 diplomatici e alti commissari di vari Paesi, ai quali ha riferito la netta condanna del governo nei confronti del barbarico atto di terrore e ha espresso vicinanza ai parenti delle vittime. Poi ha concluso dicendo: “Il terrorismo è una sfida globale e il Bangladesh continuerà a lavorare a stretto contatto con gli altri Paesi, le organizzazioni regionali e le agenzie Onu per sconfiggere questa minaccia”.

Una notte in Africa tra animali selvatici

Nel 1969, sono andato in Uganda con Paolo VI e poi volevo andare a Goma in Zaire, ma da Kampala a Goma (400 chilometri) non c’erano mezzi di trasporto diretti. Ero ospite dei Comboniani, che mi affidano al loro taxista di fiducia, un uomo forte e intelligente di nome Casimiro, con una grossa auto inglese (una Bentley solida e comoda, fatta apposta per l’Africa, col fondo molto alto), e ci mettiamo in viaggio. Allora la benzina costava poco e non c’erano ancora guerre né rivoluzioni a tagliare le strade. Ero giovane, mi piaceva l’avventura, Casimiro parlava inglese e mi dava fiducia. E poi avevamo la macchina carica di tutto quello che era necessario, comprese taniche di benzina.

Tre giorni nell’andata e due nel ritorno. La prima notte dormiamo dai Padri Bianchi in una cittadina ai confini col Ruanda. Ci dicono che la via più breve per Goma è quella che attraversa il Ruanda (infatti ritorneremo per quella); ma Casimiro vuol fare la via più lunga, che passa alle pendici del monte Ruwenzori e scende a Goma attraverso la cittadina di Ruthchuru. Al secondo giorno di viaggio, giungiamo a un fiumiciattolo con un ponte in mattoni, sul quale un camion carico di tegole è scivolato e si è messo di traverso impedendo il passaggio. Stanno scaricando il camion e sono in attesa di una gru che viene da Kabale, a circa 70 chilometri di distanza. In Africa, quando succedono queste cose, bisogna rassegnarsi e starsene tranquilli anche per due-tre giorni.

Ma io ho fretta. Mi dicono che a pochi chilometri più a sud c’è un punto del fiume in cui è possibile passare con l’auto a guado. Vi andiamo per un sentiero nei campi di granoturco e di canna da zucchero. Troviamo il passaggio, l’acqua è bassa, la Bentley passa facilmente.

Ma dall’altra parte una brutta sorpresa. La macchina, molto pesante, affonda nella sabbia a poca distanza dall’acqua. Cerchiamo di disincagliarla, ma tutto è inutile. Casimiro mi dice: “Tu stai qui, chiuditi dentro, io vado a piedi a cercare aiuto in un villaggio vicino”. Parte di corsa. Per un giovane africano, alcuni chilometri non sono una gran distanza. Ma è già pomeriggio avanzato e io attendo invano il suo ritorno. Tornerà solo il mattino seguente, con un camion carico di uomini, che riusciranno a disincagliare la Bentley, cantando ritmicamente assieme una nenia e sollevandola.

Recito il Rosario, mangio e allungo il sedile per dormire. Una notte chiuso nell’auto, vicino all’acqua del fiume, con la luna piena che illumina la foresta. Stento a prendere sonno e, improvvisamente, una continua fila di animali vengono ad abbeverarsi  nella notte: zebre, giraffe, gazzelle, iene e scimmie, anche pantere, leoni e ippopotami. E il vostro padre Piero Gheddo  – laureato in Teologia missionaria – chiuso nell’auto, con gli animali che mi girano attorno, annusando e strofinandosi contro quello strano animale immobile sulla riva del fiume.

Credo di non aver mai pregato con tale intensità in vita mia. Se vengono anche degli elefanti, penso, possono schiacciarmi dentro l’auto solo mettendo una loro mastodontica zampa sul cofano o sul tetto… A ripensarci oggi è un’avventura che racconto volentieri, ma allora ne ero terrorizzato. Almeno all’inizio, perché poi comincio a pensare: “Vuoi che Dio non sia qui vicino a me per proteggermi? Perché debbo aver paura?  Vuoi che Dio non sia dentro la testa di questi animali, che ha creato Lui, in modo da orientarli a non farmi del male?”. Con questi pensieri mi addormento sul comodo sedile allungato, pregando: «Signore, pensaci tu».

Cari amici lettori, che bello fidarsi di Dio! Non vi pare che ci troviamo tutti, a volte, in situazioni simili? Quanti pericoli nella nostra giornata, quanta solitudine nella nostra vita, quante volte ci pare di essere circondati da bestie feroci pronte a sbranarci.

Amici, Dio non ci abbandona mai, non ci perde d’occhio un istante: è sempre qui accanto e in me e a ciascuno di voi, in auto, in ufficio, in famiglia, a scuola, in fabbrica, per la strada. lo vi auguro di sentirvelo vicino, come l’ho sentito io quella notte in Africa, al chiaro di luna, solo e chiuso in auto nella foresta equatoriale.

Piero Gheddo

L’India ci insegna la ricerca di Dio

Fra gli 80 e più Paesi extra-europei che ho visitato, uno di quelli che amo di più è l’India. Nel 1977 vado a vivere alcuni giorni nel monastero del famoso guru padre Beda Griffiths (1906-1993), benedettino inglese che da 40 anni dirige un centro di preghiera sulla riva del Kavery, il fiume sacro del sud India nello Stato del Tamil Nadu: una serie di capannucce di fango, paglia e pavimento di cemento, in un boschetto lungo la riva del fiume. Poco distante il villaggio di Thannirpally dove arrivano i pullman di linea per Madras e Bangalore, fra le risaie, le palme di cocco e i bananeti. Quando arriva un ospite, gli assegnano la sua capanna dove prega, studia, dorme, si rende conto della vita che passa, e com’è importante cercare Colui che non passa, Dio. Poi frequenta la chiesa, le sale di incontro e di studio, la biblioteca, il refettorio, in un’atmosfera di serenità e di spiritualità. Questa visita a padre Beda Griffiths, con padre Sandro Sacchi, allora missionario in India, è del 1977, quasi 40 anni fa. Oggi anche l’India è cambiata, ma rimane forte il senso religioso della vita. Ad esempio i giornali indiani, sia in inglese che in lingue locali, hanno la rubrica religiosa. Non per dare notizie sugli avvenimenti religiosi, ma perché ogni religione esprima le sue credenze e le risposte che dà ai fatti della vita.

Il nome del monastero è Shantivanam, cioè “luogo della pace” in lingua tamil. Attirati dalla fama di santità di Beda Griffiths vengono anche uomini politici, universitari, persone importanti nella società indiana, per i quali un periodo di preghiera ogni anno è abituale. Il benedettino inglese mi dice: «In Europa noi siamo un po’ tutti atei, pur essendo battezzati: mettiamo altre cose al posto di Dio. Noi cristiani, che abbiamo la Rivelazione, ci illudiamo di avere Dio a portata di mano. Per questo conduciamo una vita superficiale, materialistica. Ma Dio non è possibile conoscerlo intellettualmente, bisogna sperimentarlo nell’amore, nella preghiera, nel silenzio, nella rinunzia. È una vita intima che va vissuta, è un Altro che va cercato, amato, desiderato. Dio si comunica a chi lo cerca con cuore sincero».

«In India, – continua Beda Griffiths – i guru indiani che non hanno ricevuto la Rivelazione cercano Dio per tutta la vita, fanno preghiere e sacrifici, leggono e meditano testi sacri, rispettano la legge naturale, spendono la vita per cercare quel Dio che non conoscono. In India la ricerca di Dio fa parte dell’esistenza comune, non solo dei monaci. Chi è sensibile alle cose spirituali fa pellegrinaggi, digiuni e una settimana all’anno di distacco dalle cose del mondo. Va in un monastero a fare penitenza, rientrare in se stesso e dedicarsi al suo rapporto con Dio». E aggiunge: «La cultura indiana è molto religiosa, anche le persone che sembrano più lontane da Dio, dedicano qualche tempo alla ricerca di Dio e alla preghiera».

A me Beda Griffiths ha dato queste norme di vita: «Dio si rivela solo nel silenzio e nella povertà. Rinunzia a quello che è superfluo, togli le distrazioni della tua vita, mangia di meno, prega di più. Non vivere una vita superficiale, chiedi a Dio che ti faccia conoscere il suo volto. Se vivi nel peccato e nelle distrazioni, Dio ti sfugge, ma se lo cerchi osservando i Comandamenti, nella preghiera e nell’imitazione di Cristo, Dio si manifesta anche a te». Auguro a tutti, in questa calda estate, di saper trovare, nelle nostre frenetiche giornate, il tempo necessario al riposo, al silenzio, alla preghiera che ci fa incontrare Dio.

Piero Gheddo

San Trovaso, il paese dei preti

La Chiesa italiana lamenta la scarsità di vocazioni sacerdotali, ma la piccola parrocchia di San Trovaso (4.210 battezzati), frazione del Comune di Preganziol (Treviso), in meno di vent’anni (1998-2014) ha dato alla Chiesa 5 nuovi sacerdoti e oggi 12 seminaristi, uno ogni 360 battezzati! Com’è possibile? Molte le cause e coincidenze, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole.

Per 35 anni (fino al 2012) San Trovaso ha avuto il parroco  don Antonio Vedovato, che ha promosso una pastorale vocazionale in modo intelligente ed efficace. Ad esempio, domenica scorsa 19 giugno, si è celebrata la Festa patronale, una sagra paesana in onore dei santi Gervasio e Protasio, che è anche “La festa del Prete”.  A Preganziol c’è stato il grande seminario del Pime fino agli anni ottanta. I missionari erano presenti a San Trovaso tutte le domeniche, hanno sparso i semi dello spirito missionario e il paese  ha dato al Pime i padri Rino Gallinaro (missionario in Guinea Bissau) e Lelio Piovesan (padre spirituale nei seminari).

Don Daniele Bortoletto, parroco successore di Vedovato, dice che San Trovaso è sempre stata una terra ricca di vocazioni, ma da quando il suo predecessore ha aperto la porta ai Neo-Catecumenali, integrandoli pienamente nella parrocchia, “le due chiese sono sempre piene dall’alba al tramonto. Si prega prima di andare al lavoro, alle 6 e un quarto del mattino, e poi ci si ritrova la sera per la Messa e per gli incontri di condivisione, confronto e formazione cristiana”. Per don Daniele, originario del paese, significa fare gli straordinari, “sempre a disposizione dal mattino alla sera”. Fortissima in paese è la presenza neocatecumenale. «Dodici comunità molto ricche e vivaci per un totale di 600 persone coinvolte», informa don Daniele.

Da qui escono dieci dei dodici attuali seminaristi con natali a San Trovaso, due sono nel seminario diocesano. I seminaristi sono quasi tutti sotto i trent’anni  Storie diverse che si sono incrociate nella vocazione. Donato Biasuzzi (ex dipendente di un’azienda di disinfestazione) studia nel seminario internazionale Redemptoris Mater di Galilea; Simone Battaglion (anche lui proveniente dal mondo del lavoro) in quello di Berlino come Giovanni Donadel. Andrea Martignon (prof di educazione fisica) si sta preparando a Firenze, il giovanissimo Giovanni Comin a Pinerolo (Torino), il fratello Michele a Lugano. Pietro Biasuzzi (laurea in economia) è in Galilea, Pietro Trevisan (filosofo) a Londra, il chitarrista Elia Callegarin a Varsavia e, per finire con i neocatecumenali, Andrea Tesser, conseguita la laurea in giurisprudenza, ha scelto di farsi frate carmelitano a Trento. E poi ci sono 4 famiglie missionarie di San Trovaso nel mondo: 1 a Hong Kong, 1 a Xian, in Cina, 1 in Australia e 1 negli Stati Uniti.

Paolo e Francesco sono due vocazioni non maturate nell’ambiente neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure Chiara, 23 anni: nel novembre 2015, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle Carmelitane di Firenze. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali ci sono il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi.

Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione. Don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin in Tanzania; don Battista Tronchin ad Atene; don Alberto Gatto a Berlino e don Roberto Rinaldo a Varsavia. E chi resta a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e “per le missioni”.

E’ facile immaginare l’impatto positivo che questi consacrati, sparsi per il mondo intero, hanno su San Trovaso. Un paese di 4.200 abitanti che non si chiude in se stesso, ma è “la Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco. Il modello di San Trovaso va fatto conoscere, esaminato da vicino e preso in seria considerazione. Perché, davvero, lo Spirito Santo soffia come e dove vuole e ci parla attraverso questa realtà.

A questi si aggiungono Paolo e Francesco, due vocazioni non maturate nell’ambiente
neocatecumenale, che studiano nel seminario diocesano di Treviso. E c’è pure una donna, Chiara, 23 anni. A novembre scorso, ultimato il suo percorso universitario, è entrata nel convento delle teresiane di Firenze. Negli ultimi vent’anni San Trovaso ha “sfornato” cinque preti, ora in missione per conto di Dio in giro per il mondo. Ovvero don Michele Benvenuto, incardinato in Colombia; don Michele Tronchin ora in servizio in Tanzania; don Battista Tronchin che dal seminario polacco di Varsavia è stato mandato ad Atene, in Grecia; don Alberto Gatto al servizio delle comunità di Berlino (Germania) e don Roberto Rinaldo a Varsavia.

E chi resta, a San Trovaso, ora et labora per la comunità locale e *per le missioni. Otto i gruppi che fanno riferimento alla parrocchia di don Daniele: oltre ai cammini neocatecumenali si incontrano il Ponte d’amore missionario, il gruppo di preghiera del lunedì, le vedove, i catechisti, i cantori, i ministri straordinari della comunione, il circolo Noi. E qui davvero la messa non è mai finita.

Piero Gheddo

La fede dei semplici ci salverà

L’ultima settimana di maggio l’Italia ha salvato in mare 13.000 migranti. Le strutture di accoglienza sono al collasso, si pensa di mandare 70 migranti per provincia. Comunque  è una grave emergenza nazionale. Nei miei viaggi di visita alle missioni ho già visto situazioni simili. Ne racconto una, solo per dare un’idea dell’abisso che esiste fra la nostra Europa, colta e democratica e l’Africa più povera, ricca solo di umanità.

Nel 1991 ero nel Mozambico indipendente dal 1975, disastrato dalla guerra civile: sparatorie, posti di blocco, attentati terroristici, villaggi bruciati, profughi in fuga. Ma ho potuto visitare quattro diocesi: Maputo (con i Missionari della Consolata), Beira (con i Padri Bianchi), Quelimane (con i Dehoniani), Nampula (con i Comboniani) e parecchie  missioni dell’interno. A Beira, la seconda città del Mozambico, il padre Bianco francese di cui ero ospite mi dice che i suoi cristiani sono gente semplice, ma hanno una fede molto viva. E mi fa incontrare uno dei suoi catechisti, Antonio Macuse, responsabile della comunità cristiana di un quartiere lungo il mare. È un padre di famiglia con cinque figli che fa il pescatore in una cooperativa, sua moglie è l’infermiera del quartiere, anche lei credente. Due giovani pieni di vita e di fede.

Antonio mi dice: «Siamo in guerra da molti anni e una delle piaghe della nostra città sono i bambini abbandonati, i “meninos da rua”, bambini di strada: non hanno più nessuno, né casa, né genitori. Vivono alla giornata, mangiano e dormono quando e dove possono». Gli chiedo quanti sono e risponde: «A Beira parecchie migliaia, su un milione circa di abitanti. Ma la nostra gente è buona, le famiglie sono accoglienti: hanno poco, ma quel poco lo distribuiscono volentieri. I “meninos da rua”, che in genere vengono dalla campagna, dai villaggi bruciati o assaltati dalla guerriglia, prima o poi riescono a trovare una famiglia che li accoglie. Io ho già cinque figli, ma, d’accordo con mia moglie, ne abbiamo presi altri cinque. Come si fa a lasciare un bambino per strada?» .

Antonio parla con grande naturalezza, come si trattasse di un fatto normale. Mi porta a vedere la sua abitazione: tre stanze più la cucina, i servizi e un balcone, in un palazzo a molti piani, costruito al tempo dei portoghesi ma già fatiscente. Mi pare impossibile che riescano a dormire in 12, ogni notte, in quelle tre stanze. Ed anche mangiare tutti i giorni. «Padre – mi dice Antonio – il Signore è buono ci ha sempre aiutati. Tanti ci aiutano anche per portare i bambini a scuola e sostituirci in casa quando siamo fuori per lavoro, ma senza l’aiuto della Caritas parrocchiale, non potremmo farcela. Oggi l’educazione dei miei cinque figli più grandicelli (la prima ha 16 anni) è più facile. Si sentono responsabili anche loro di questi nuovi fratellini e sorelline. Insegnamo a tutti le preghiere cristiane e preghiamo assieme a loro». Nella casa di Antonio e Maria c’è il letto matrimoniale e due altri letti, dove dormono i maschietti e le femminucce più piccoli. Da sotto questi due letti, Antonio tira fuori le stuoie di paglia che stende per terra anche nel corridoio. «Ciascuno ha il suo letto e la sua coperta – dice – e sono tutti al riparo dalla pioggia».

In Mozambico, una delle parole portoghesi più usate è “partilhar”, che significa “condividere”, farne parte a tutti. È il Vangelo tradotto in pratica, che diventa vita. L’ho sperimentato in varie circostanze. Ad esempio, se dai una caramella a un bambino, quello va subito a cercare il fratellino o l’amichetto per farne succhiare un po’ anche a lui. Ho pensato spesso, durante il viaggio in Mozambico, che l’Africa, il continente più povero e primitivo, è la riserva di umanità che Dio ha preparato per questo nostro tempo e sta offrendola a noi, popoli ricchi, più colti, più produttivi, più tecnicizzati, ma tanto aridi e dal “cuore duro”. La fede dei semplici, se diventa esemplare anche per noi, ci può salvare.

 

«Nessun leone ti attraversi la strada»

Cari amici lettori, per la Domenica di Pentecoste ho mandato un augurio per una cresimanda, Francesca, figlia di Elena Terragni, segretaria della stampa al Centro missionario del Pime a Milano. Le ho fatto un augurio che è piaciuto. Eccolo.

Carissima Francesca,
nella Domenica di Pentecoste, riceverai il Sacramento della Cresima. Tu sei contenta, la tua mamma, Lorenzo, i nonni e altri parenti e amici ti saranno vicini e faranno festa con te. Sarò presente anch’io con questa lettera.
Perché siamo tutti contenti e pieni di gioia? Perché domani scenderà su di te e rimarrà nel tuo cuore, lo Spirito Santo, che ti darà l’Amore e la Forza di Dio per poter vivere con gioia e serenità la tua vita non più di bambina, ma di donna. Una piccola donna che crescerà e farà la sua vita con la serenità e la gioia che viene da Dio, dallo Spirito Santo.
Lo Spirito Santo, carissima Francesca, ti farà sempre più amare e imitare Gesù Cristo, per testimoniarlo nella tua vita di donna. Come quando discese sugli Apostoli, che erano con Maria nel Cenacolo “perché avevano paura dei giudei” e li trasformò, li fortificò, li mandò nel mondo ad annunziare e testimoniare Gesù Cristo, il Salvatore.
Che augurio ti faccio, carissima Francesca? Quello che ti fanno tutti. Di
diventare una buona donna, com’è tua mamma Elena. Lo dico anche a Lorenzo. Avete avuto due genitori buoni, esemplari nell’amore vicendevole e per voi loro figli. Vi auguro di essere anche voi due come mamma e papà, Pietro Ricotta, che vi protegge dal Paradiso e veniva da una bella città della Sicilia, Serradifalco (Caltanissetta).

Come missionario voglio farti un altro augurio, carissima Francesca, che ti fa anche suor Franca Nava, Missionaria dell’Immacolata in Bangladesh e poi mia segretaria da 43 anni. Quale augurio? Ascolta.
Nel 1978 sono andato in Somalia e ho visitato la grande isola di Gelib sul fiume Giuba, di fronte al quale il nostro Po è un ruscello. In quell’isola c’era il lebbrosario con le suore Missionarie della Consolata e tanti villaggi di lebbrosi o ex-lebbrosi, quasi tutti musulmani e le maestose foreste tropicali con animali selvatici. Sono andato a trovare l’imam della moschea che si chiamava Nuur el Shaab. Il missionario francescano padre Pietro Turati, che aveva in quell’isola dei lebbrosi una comunità cattolica, lo visitava spesso e mi diceva. “E’ veramente un santo dell’islam. E’ qui con la sua famiglia, cura i lebbrosi e i malati, ospita i pellegrini e conduce una vita santa”. Lo ricordo volentieri perché aveva proprio l’aspetto di un patriarca e dopo che l’ho intervistato attraverso padre Pietro che traduceva, l’imam Nuur el Shaab mi ha dato la sua benedizione. Ponendomi le mani sul capo ha detto: “Nessun leone ti attraversi la strada, nessun elefante ti faccia paura, nessun serpente ti morsicherà e nessun uomo alzerà su di te la sua mano. Torna alla tua casa, ama i poveri e Allah sia sempre con te”.
E’ l’augurio che faccio anche a te, carissima Francesca, Invece di Allah io dico: lo Spirito Santo sia sempre nel tuo cuore e possa tu vivere una vita serena e gioiosa con la Forza e l’Amore di Dio.

Lo Spirito Santo protagonista della Missione

Gesù aveva promesso agli Apostoli che avrebbe mandato lo Spirito Santo: “Non vi lascerò soli,vi manderò lo Spirito Santo…. Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi”. Pochi giorni dopo l’Ascensione, gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria “per paura dei giudei”, la III Persona della SS. Trinità scende su di loro sotto forma di fiammelle di fuoco, li fortifica nella fede e dà loro il coraggio di annunziare che Cristo crocifisso, morto e risorto, è il Figlio di Dio, il Salvatore.
Non solo, ma quei poveri pescatori si sono divisi il mondo e sono usciti dalla Palestina per raggiungere gli altri popoli. San Paolo è un esempio, ma lo Spirito Santo ha dato agli Apostoli la forza e il coraggio di affrontare il martitrio.
Senza la forza di Dio, come potevano dodici pescatori, rifiutati dal loro mondo ebraico, diffondere la Chiesa tra popoli nuovi e dare a queste piccole comunità una continuità e una unità sotto il loro capo, un pescatore come loro?
Così nasce la Chiesa e lo Spirito Santo rimane con la Chiesa da allora alla fine del mondo. Tre punti di riflessione:

1) L’azione dello Spirito Santo nella Chiesa. Gesù ha mandato lo Spirito Santo. Sapeva di affidare la sua Chiesa a uomini piccoli, deboli, poco colti, pieni di difetti; se fossero stati lasciati soli, la sua memoria e il suo Vangelo non sarebbero giunti fino a noi nella loro integrità. In 2000 anni l’umanità è radicalmente cambiata più e più volte e oggi le nuove scoperte rivoluzionano la società umana. Gesù voleva che il suo messaggio fosse portato a tutti gli uomini, a tutte le culture umane e ha mandato lo Spirito Santo che agisce nella Chiesa per mantenerla nell’unità e fedele a Cristo e per portare il Vangelo a tutti gli uomini. E questo significa due cose:

a)Unità nell’obbedienza al Vicario in terra di Gesù, Pietro, il Papa, con tutti i vescovi uniti al Papa. In 2000 anni la Chiesa ha perso le Chiese ortodosse e quelle protestanti. La Chiesa di Roma ha mantenuto la successione di Pietro, con 264 Papi e 21 Concili ecumenici, da quello di Nicea (325 dopo Cristo) al Vaticano II (1962-1965). Le Chiese separate da Roma si sono divise e suddivise, quella cattolica è rimasta unita, anche se oggi intendiamo in modo diverso il primato del Papa. Gesù ha pregato per l’unità della Chiesa: “Padre, che siano una cosa sola come siamo noi”.

b) L’assistenza dello Spirito Santo si manifesta nella missione alle genti. “Andate in tutto il mondo annunziate il Vangelo ad ogni creatura”… “Voi sarete miei testimoni a Gerusalemme, in Giudea e in Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Ancor oggi la Chiesa è missionaria e lo Spirito agisce in modo misterioso ma efficace: esempio della Cina di Mao: in trent’anni di persecuzione feroce e i cattolici sono aumentati da 3,7 a circa 15 o più milioni! Nelle missioni, dove nasce la Chiesa, lo Spirito Santo si manifesta come negli Atti degli Apostoli. Lo Spirito non va mai in pensione, non dorme mai, non va mai in vacanza! Ogni pessimismo sul futuro della Chiesa e del cristianesimo è segno di poca fede!

2) Lo Spirito Santo agisce in ciascun battezzato per renderlo testimone di Cristo. Siamo tutti chiamati alla santità, che è amore e imitazione di Cristo. Il “Giubileo della Misericordia di Dio”, istituito da Papa Francesco, termina il 20 novembre prossimo, è il richiamo eccezionale per convertirci a Cristo. Tu che mi leggi hai già fatto il Giubileo? Lo Spirito Santo è pronto ad aiutarci. Chiediamogli la spinta necessaria per diventare più simili al Signore Gesù, per amarlo e testimoniarlo.
Nella festa dell’Ascensione domenica scorsa, Papa Francesco ha detto: “Il Signore risorto …con il dono dello Spirito Santo continua ad aprire la nostra mente e il nostro cuore, per annunciare il suo amore e la sua misericordia anche negli ambienti più refrattari delle nostre famiglie e delle nostre città. È lo Spirito Santo il vero artefice della multiforme testimonianza che la Chiesa e ogni battezzato rendono nel mondo. Non possiamo trascurare la preghiera per invocare il dono dello Spirito”.

In Italia ci lamentiamo della decadenza religiosa e morale del nostro popolo e per le troppe notizie negative che inondano giornali e Tv: corruzione, famiglie divise, scandali, aumento dei disoccupati, furti, rapine, delitti. Ma esistono tante persone buone e anche sante in mezzo al nostro popolo. Il Bene non fa notizia, ma esiste e cresce in modo misterioso per l’azione dello Spirito Santo.
La nostra crisi ha molte radici, ma sostanzialmente è conseguenza del fatto noi abbandoniamo Dio e Dio abbandona noi. Ad esempio, se fra due sposi non c’è Dio, è molto difficile vivere assieme per tutta la vita.
Care sorelle e cari fratelli, noi siamo tutti creati da Dio “a sua immagine e somiglianza”. C’è in ciascuno di noi una scintilla di Dio. La fede vissuta con amore e generosità è una marcia in più nella vita e noi diventiamo testimoni di Cristo nella nostra famiglia e nel mondo.

3) Lo Spirito Santo porta Gesù Cristo fino agii estremi confini della terra.
A giugno compio 63 anni di Messa. Ho girato il mondo e ho visitato circa 90 paesi. Credetemi, posso dirvi con sincerità che in nessun paese del mondo si vive così bene come in quelli con radici cristiane, pur con tutte le nostre crisi. Tant’è vero che i migranti vengono nei paesi cristiani, non scappano in altri paesi.
Ricordatevi! Noi siamo i privilegiati dell’umanità. Abbiamo ricevuto il dono della fede, ciascuno di noi è impegnato ad essere testimone di Cristo nella nostra società.
Nelle giovani Chiese ho visto lo Spirito Santo in azione. Quelle piccole comunità cristiane, spesso perseguitate e molto meno istruite nella fede di noi, annunziano il Vangelo ai non cristiani. L’ho visto in Corea del Sud, dove c’è libertà. I cattolici sono passati dallo 0,6% nel 1960 (180.000) a circa il 10% nel 2010 (5 milioni su 50) e c’è la campagna del “twenty/tweny”, cioè al 20% nel 2020. Con i protestanti, i cristiani sono circa il 30% nella Corea del Sud!
La rinascita cristiana in Italia deve partire da quella che Papa Francesco chiama “La Chiesa in uscita”. Ciascuno di noi deve capire che la Fede ci è donata non solo per viverla noi, ma per essere testimoni di Gesù nella società italiana, ciascuno secondo le proprie possibilità. Preghiamo lo Spirito Santo che ci aiuti!

Piero Gheddo

“Perché non possiamo non dirci cristiani”

Il continuo e consistente afflusso di migranti verso l’Europa sta mettendo in crisi la politica (e non solo) dell’Unione Europea:
–     se spalanchiamo le porte per accettare  tutti quelli che vogliono venire, ben presto saremo costretti a chiuderci in difesa della nostra sopravvivenza;
–    ma se costruiamo muri ai confini e rimandiamo indietro nel loro paese i migranti, che da anni rischiano la vita per fuggire da situazioni insostenibili, tradiamo i valori sui quali sono state fondate l’Onu e l’Ue.

E’ un dilemma che appare oggi, nell’attuale situazione internazionale, insolubile, cioè non esiste una soluzione ottimale. Vorrei solo esprimere queste idee:

1)    Papa Francesco è coraggioso. A Lampedusa e a Lesbo, non ha proposto soluzioni di tipo politico- giuridico-tecnico-economico, ma con i suoi gesti e le sue parole ha indicato lo spirito che deve animare i popoli europei di fronte ai migranti di altri continenti:
–    capire il valore di ogni persona umana che ha gli stessi nostri diritti alla vita;
–    vincere l’indifferenza di fronte a queste masse umane disperate che vagano da un continente all’altro;
–    prendere coscienza che siamo tutti chiamati in causa;
–    Il Papa ha detto a Lesbo: “Scusate l’indifferenza dell’Europa, voi non siete un problema, un peso, ma un dono”, ecc.
Francesco annunzia ovunque ed a tutti la conversione allo spirito evangelico che permetterà, con l’aiuto di Dio, di trovare soluzioni graduali e non definitive (che non esistono).

2)    La religione è la chiave della storia. La Ue ha perso il senso autentico della storia e giudica con criteri che ignorano il peso delle religioni nella vita e nel cammino storico dei popoli. Quando Giovanni Paolo II (e poi Benedetto XVI) insisteva sulle “radici cristiane dell’Europa” e il Parlamento europeo votava contro questo richiamo, si compiva una rottura drammatica nella tradizione europea e oggi ne paghiamo il prezzo. Abbiamo messo da parte Dio Padre e Cristo Gesù, unico Salvatore dell’uomo e dei popoli, creando una cultura popolare praticamente atea e oggi lamentiamo la fragilità psicologica dei giovani, l’invecchiamento degli italiani, la diminuzione continua dei matrimoni, la crisi della famiglia tradizionale, ecc.
Nel 1942 Benedetto Croce, il sommo filosofo italiano, agnostico (cioè non credente), pubblicò il piccolo saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, nel quale si legge: “Il Cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto…. Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto… Le rivoluzioni che seguirono nei tempi moderni non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana…. Il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo…. (Esiste),  un legame tra il messaggio di Gesù e la vita della libertà…. Il cristianesimo sta nel fondo  del pensiero moderno e del suo ideale etico…Gli uomini, gli eroi, i geni (che vissero prima dell’avvento del Cristianesimo) compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze (ma in tutti essi mancava) quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all’uomo”.
Indro Montanelli mi diceva: “Io non sono credete e tanto meno praticante, ma sono cattolico”.

3)    Il “mondo moderno” è nato nell’Occidente cristiano. Nel mondo d’oggi globalizzato, l’emergere e l’affermarsi della civiltà occidentale come la più vivibile (nonostante le sue crisi), non trova altra spiegazione che nelle radici cristiane dei popoli europei. Nulla unisce l’Europa se non le radici cristiane: non la lingua, non la razza, non la politica o l’economia nazionali; solo le radici cristiane e i confini territoriali dell’Europa. Ma quest’ultimo criterio non spiega nulla riguardo ai valori che hanno permesso ai popoli europei di dominare e colonizzare gli altri popoli e di arrivare ai valori dello “sviluppo umano”, quelli della Carta dell’Onu e della Ue, che oggi si stanno diffondendo in tutto il mondo: il valore assoluto di ogni persona umana, creata “ad immagine di Dio” (schiavo o libero, uomo o donna); quindi la condanna di ogni violenza sull’uomo (pena di morte, tortura); l’uomo re del creato e con un fine ben superiore a quello delle altre creature (che sonno al suo servizio); il matrimonio monogamico e indissolubile; amore al prossimo più povero e debole; il perdono delle offese e il principio della pace,  ecc.
Questi valori (che non si trovano in altre religioni e civiltà) si stanno diffondendo in tutto il mondo, ma l’Occidente ha abbandonato Dio ed è diventato “una civiltà volta alla sua stessa distruzione… l’Europa non si ama più”, diceva il card. Joseph Ratzinger in una sua conferenza. E lamentava la scomparsa della virtù della speranza e della gioia di vivere, che vengono dalla fede in Dio Padre misericordioso, da Gesù Cristo morto e risorto per noi, dal messianismo della Bibbia e  del Vangelo¬ (“Cieli nuovi e terra nuova”). Papa Francesco lo scrive nel titolo della sua Lettera apostolica “Evangelii Gaudium”: “La gioia del Vangelo” in chi lo vive e in chi lo diffonde. Ma la cultura popolare nell’Europa è profondamente influenzata da ideologie e costumi praticamente atei: non l’adorazione di Dio, ma degli idoli: denaro, potere, sesso, gloria umana, individualismo, ecc.. Infatti manca la speranza e prevale il pessimismo.

4)    Per affrontare la tragedia dei migranti e superare le nostre crisi, dobbiamo tornare a Gesù Cristo. Non solo per ricuperare la nostra identità religiosa che ci tiene uniti, ma per convertirci personalmente a Cristo (a partire dal sottoscritto), in questo “Anno del Giubileo della Misericordia di Dio”, che terminerà il 20 novembre 2016. Convertirci a Cristo perché? Per due motivi:
a)    Per accogliere i migranti islamici e “dialogare” con loro, come invita a fare Papa Francesco. La sfida dell’islam all’Occidente cristiano non è di tipo politico, economico, militare, ma di tipo religioso. Per andare d’accordo, bisogna “dialogare” (come il Papa intende il “dialogo”), le altre soluzioni (guerra, sanzioni economiche) sono inefficaci e dannose. E’ facile capire perché: per i musulmani, un miliardo e mezzo di persone, in maggioranza di un basso livello di vita e di istruzione, la fede in Allah e nel Corano è il fondamento della vita familiare e sociale. Per noi dell’Unione Europea, che abbiamo rifiutato le  radici cristiane, i musulmani ci vedono come ricchi, tecnicizzati, istruiti, militarmente forti. ma anche atei, aridi, senza ideali, senza regola morale, senza figli. Pensano di avere una missione storica: venire in Occidente per dare un’anima alla nostra civiltà, convertendoci all’islam. E’ un concetto diffuso dalla stampa dei paesi islamici, nelle moschee e scuole coraniche. Possiamo anche fermare l’Isis con le armi, ma sorgeranno altre migliaia di “martiri per l’islam”. Tra i musulmani che sentono fortemente la presenza di Dio (il Dio del Corano, non quello del Vangelo!) e noi europei, che risultiamo atei, non c’è dialogo, come tra chi parla solo l’italiano e chi parla solo l’arabo. Lo scontro e la guerra diventano inevitabili. Solo la fede e lo Spirito di Gesù Cristo ci permettono di accogliere e “dialogare” con le masse islamiche che fuggono in Europa.

b)    Per risolvere le crisi della civiltà europea. Superfluo ritornare sulla crisi morale e di ideali della nostra civiltà. Si parla e si scrive molto della corruzione, ma pare che si diffonda sempre più ad ogni livello della società; molti sono convinti che ci vuole, come dice Francesco, “l’economia con al centro l’uomo”, ma pochi realizzano questo ideale. Così pure “la sanità con al centro l’uomo”. Sono stato in un ospedale col nome di un santo, perché prima era della sanità cattolica. Adesso, ceduto l’ospedale ad una impresa laica, mi diceva un dottore: “Qui ormai il malato è diventato uno strumento per guadagnare” e mi raccontava esempi da rabbrividire. “Lo spirito evangelico di amore al prossimo delle suore, preti, fratelli e del personale sanitario da loro educato, in questo sistema non esiste più”.
Viviamo in una civiltà sempre più disumana e questo non significa tornare ai “bei tempi antichi”. Non è colpa del progresso scientifico e tecnico, ma che  abbiamo abbandonato Dio e Gesù Cristo: non solo nella vita personale, ma in quella familiare (chi è che prega ancora assieme nelle famiglie?), sociale, scolastica, massmediatica, nazionale. Sant’Agostino diceva: “Ci hai creati per Te, o Signore, e non siamo contenti fino a quando non riposiamo in Te”.

Giovanni XXIII, il Papa di Sotto il Monte, va alla radice della nostra crisi di civiltà, con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”. Nell’enciclica “Mater et Magistra” (del 1961) loda i progressi economici, tecnico-scientifici, del livello di vita dei popoli sviluppati. Ma continua:  “Rileviamo con amarezza che nei paesi economicamente sviluppati non sono pochi gli esseri umani nei quali si è attenuata o spenta o capovolta la coscienza della gerarchia dei valori. I valori dello spirito sono trascurati, dimenticati o negati; mentre i progressi delle scienze, delle tecniche, lo sviluppo economico, il benessere materiale vengono caldeggiati e propugnati spesso come preminenti e perfino elevati ad unica ragione di vita…L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – conclude il “Papa buono” – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”.

Piero Gheddo

Luigi Soletta: in Giappone il sole splende a mezzanotte

I missionari gettano ponti di comprensione fra i popoli. Padre Luigi Soletta si è dedicato al dialogo interreligioso. In 40 anni di missione ha approfondito la conoscenza del buddismo giapponese, lo Zen, diventando un personaggio famoso in Giappone.

Il 4 aprile scorso è morto all’età di 86 anni il padre Luigi Soletta (1929-2016), missionario in Giappone per quasi 40 anni. Dopo il Concilio  Vaticano II, assieme ad altri due missionari del Pime, riceve l’incarico  di approfondire il dialogo col mondo buddista, alla ricerca dei “semina Verbi” (semi del Verbo), che lo Spirito Santo ha diffuso nelle culture e religioni dei popoli, per prepararli all’incontro col Verbo di Dio, Gesù Cristo.  Padre Luigi aveva tutte le qualità di mente e di cuore per questo impegno e lo vive con grande passione e dedizione. Studia, insegna e pratica lo Zen, traduce una dozzina di importanti opere classiche della letteratura giapponese, ad esempio “Il  Codice segreto del Samurai” (Hagakure), un testo sacro del 1600 che raccoglie l’antica saggezza del Samurai, scritto in giapponese antico, molto difficile. Soletta lo traduce in giapponese moderno e nel 1993 lo stampa in Italia con l’editrice Ave. Una favorevole recensione di mons. Gianfranco Ravasi su “Il Sole 24 Ore” presenta e raccomanda il volume, per capire in profondità la mentalità dei giapponesi.  L’ultima delle edizioni, tre anni fa, è con la Einaudi.

Il “Codice segreto del Samurai” era già conosciuto, ma con la traduzione in giapponese moderno “è diventato in Giappone il libro più celebre e controverso di ogni epoca”, secondo il parere di esperti. Per un motivo politico. All’inizio della seconda guerra mondiale venne adottato dal nazionalismo trionfante come ispirazione e guida ai giovani giapponesi, per dare la loro vita come “kamikaze” a servizio della Patria. Di qui il dibattito che il volume ha suscitato nel nostro tempo su un tema molto sentito, il riarmo e il nazionalismo militarista.

In realtà, “Il Codice segreto del Samurai” è una raccolta di aforismi che rivelano i valori di riferimento del Samurai, le virtù umane della tradizione giapponese: l’amore alla Patria, l’ideale del servizio e dell’obbedienza (nel caso del Samurai al suo signore, il “Daimio”), l’amore disinteressato per il prossimo, il dominio delle passioni, il mettersi in gioco per una causa nobile, lo spirito di umiltà e povertà, l’amore per la natura nella quale si rivela la divinità che ha creato l’universo, ecc. Una curiosità: il famosissimo romanzo di Susanna Tamaro “Va’ dove ti porta il cuore” prende il titolo proprio da un brano dell’Hagakure, come la stessa autrice rivelò in occasione di un suo viaggio in Giappone anni fa.

Padre Soletta ha sofferto molto perché le sue “perle di saggezza orientale”, che lui leggeva come “semi del Verbo” nella cultura giapponese, una specie di “fioretti” francescani, sono state e sono ancora usate per la propaganda dell’ideologia nazionalista e militarista.  Quand’era già tornato in Italia, pubblica “Il sole splende a mezzanotte” (Emi, 2009), la sua autobiografia dopo 40 anni di studi del buddismo e dialogo interreligioso, dalla quale emerge un sacerdote di profonda spiritualità evangelica e un missionario aperto a tutti i valori umani e religiosi dei giapponesi. Il titolo del libro è di un monaco zen e simboleggia l’illuminazione che padre Luigi ha raggiunto, dopo un lungo cammino di ascesi e di meditazione, grazie alla quale è possibile sognare un sole che splende a mezzanotte. In un’intervista a “Mondo e Missione”, lamenta che il volume è criticato da chi, “vedendo la copertina e sfogliando distrattamente il libro, pensa che sia dedicato allo zen. Certo, io mi sono appassionato al Giappone e alla sua cultura. Ma a me stanno a cuore soprattutto Cristo e il Vangelo, che io ho cercato di annunciare al popolo giapponese e tra l’altro cerco di mostrare la sintonia profonda tra alcuni aspetti della spiritualità zen e quella cristiana”.

Nel nostro mondo secolarizzato e materialista questa passione per la cultura e religiosità giapponese in un missionario può apparire eccentrica o superflua, ma i missionari sono spesso profeti che preparano i ponti per un incontro fra popoli e culture, per giungere ad un umanesimo con valori comunemente accettati, che per noi cristiani hanno come fondamento la persona di Gesù Cristo e il suo Vangelo. Nelle altre culture e religioni esistono già i “germi del Verbo”, i valori con i quali è possibile incontrarci, per giungere ad un umanesimo condiviso.

Nell’autunno 1986 ho visitato il Giappone per la seconda volta e ho incontrato padre Soletta nella casa del Pime a Tokyo. Una sera abbiamo parlato a lungo e gli ho manifestato la mia ammirazione per la passione e la tenacia con cui perseguiva il suo sogno, di trovare nella cultura e religiosità naturale del Giappone “i germi del Verbo” che permetteranno a quel popolo di incontrare facilmente Gesù Cristo.  Poi gli ho chiesto: “Ma quali sono gli ostacoli a questo incontro?”.  E lui mi dice:: Vieni a trovarmi e te lo farò vedere in concreto”.

Padre Soletta era cappellano di un convento di suore a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono centinaia di statuette del Budda, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta.

“L’aborto, dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della misericordia e del perdono, a volte sono oppressi da un forte senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo tanti anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più comuni che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Forse è vero che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio! Alle coppie che hanno abortito e vengono da me, dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

(Padre Soletta è sepolto nel Cimitero del suo paese natale, Florinas in provincia di Sassari).

Piero Gheddo