I 42 anni del dittatore Gheddafi

Mentre la Libia sprofonda nel caos e abbiamo l’Isis a 350 Km. di mare, è istruttivo ricordare brevemente i 42 anni della dittatura di Gheddafi, crollata nel 2011 per i bombardamenti dei popoli cristiani contro le forze armate nazionali, gettando il paese nell’instabilità e nel caos. In Italia e in Europa è comune l’opinione che l’islam e i musulmani sono i nemici dell’Occidente, come nel mondo islamico molti pensano che il cristianesimo e i cristiani sono nemici dell’islam. Noi cristiani non capiamo l’islam e viceversa, perché noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e loro nel 1400 dopo Maometto, il nostro profeta è Gesù Cristo col suo Vangelo, il loro è Maometto col suo Corano. C’è un abisso religioso, storico e culturale fra popoli cristiani e popoli musulmani. Papa Francesco, parlando al Pisai nel gennaio scorso, ha detto che per incontrare l’islam senza terrorismi e scontri, la guerra non serve, anzi peggiora le situazioni. Occorre il “dialogo della vita” (in Italia abbiamo due milioni di musulmani), cioè da parte nostra l’accoglienza, il dialogo, la comprensione dell’altro. la solidarìetà fraterna. I bombardamenti occidentali della Libia nel 2011 sono stati l’opposto e la storia ha purtroppo dimostrato il tragico disastro che hanno causato..
Dittatore dal 1969 (colpo di stato contro il re Idriss, amico degli italiani) Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare le moschee e madrasse d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25-30.000 italiani che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il leader libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco, pur continuando a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portavano l’acqua “fossile” dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

Gheddafi privilegiava negli aiuti allo sviluppo le sue kabile (tribù) della Tripolitania; nel 2011 quelle della Cirenaica si sono ribellate e hanno conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non una rivolta causata dalla miseria, ma da rivalità tribali e da una dittatura che non lasciava spazi di libertà politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. L’Occidente è intervenuto con bombardamenti aerei e navali nella guerra civile di un paese islamico!

Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto per il suo popolo: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. C’era in Libia una politica di libertà religiosa. I cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godevano di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica era un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Nel 2007 (l’anno della mia visita) c’erano in Libia80 suore cattoliche (soprattutto filippine, indiane, ma anche italiane) e 10.000 infermiere e medici cattolici filippini e indiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza, campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione aveva 80.000 abitanti, dove viveva un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Gheddafi aveva nazionalizzato tutto, anche l’islam. Controllava l’estremismo in due modi. A Tripoli aveva creato la direzione dell’islam libico, formata da una dozzina di imam autorevoli, che nominavano gli imam delle moschee e scuole coraniche. Da Tripoli partiva ogni settimana, in anticipo, il testo della catechesi religiosa del venerdì che gli imam delle varie moschee dovevano solo leggere senza aggiungere o togliere nulla;  chi trasgrediva quest’ordine, era licenziato e sostituito da altri.  Fino al 2011 i cristiani in Libia erano circa mezzo milione, specialmente lavoratori copti egiziani; i cattolici circa 80.000, in maggioranza italiani, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie, filiali di industrie italiane..
A Tripoli ho incontrato suor Giannina Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966 (nata a Cavaglià, vicino al mio paese di Tronzano vercellese!). Mi dice: “Noi suore del De Foucauld viviamo in mezzo ai popolo libico e ci rendiamo conto che questo è essenziale per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare che il popolo libico è buono e rispettoso verso lo straniero; noi siamo accolte cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me ha qualche anno più di me e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

Il Califfato in Libia pericolo per Italia

In Libia si sta affermando lo Stato Islamico (IS) del Califfato, troppo vicino all’Italia per non preoccupare il popolo italiano. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “Se la mediazione dell’Onu dovesse fallire, siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il servizio radiofonico dell’IS, da Mosul in Irak, ha subito definito Gentiloni “il Ministro degli Esteri dell’Italia, il crociato”, spiegando che “Roma è pronta ad unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. Personalmente sono contrario a inviare militari occidentali e italiani in Libia per una guerra che riporti la pace e l’ordine in Libia, combattendo contro il Califfato. Nel 2011 l’Occidente ha già fatto una guerra in Libia,mandando aerei a bombardare Tripoli e l’esercito del dittatore Gheddafi, col risultato opposto a quel che si pensava. Quei bombardamenti hanno scardinato la barriera che ostacolava l’estremismo islamico, favorendo una guerra civile che ha portato il Califfato alla vittoria, come già prevedeva chi conosceva la Libia. Il Vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocente Martinelli (uno dei pochi italiani rimasti in Libia per difendere circa 300 cattolici filippini), condannava “la folle guerra di alcuni paesi europei e americani contro il popolo libico” che, com’è noto,finiva con l’uccisione di Gheddafi il 23 ottobre 2011. L’opinione pubblica europea e italiana applaudiva alla morte del dittatore, ma ricordo che quando Gheddafi venne a Roma nel 2009 per firmare il “Patto fra Italia e Libia”, politico, economico e militare, proposto dal governo Berlusconi (lodato dello storico Angelo Del Boca), la Sapienza lo invitò a tenere una “lectio magistralis” nell’aula magna, che era stata rifiutata poco prima a Benedetto XVI!

Un’altra guerra degli occidentali in Libia avrebbe sicuramente il risultato di allargare l’influsso dell’IS a tutte le masse popolari islamiche (un miliardo e 400 milioni di persone!), senza riuscire a riportare libertà e ordine in Libia, come è successo negli altri interventi armati dell’Occidente col mandato dell’ONU in vari paesi islamici, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria. L’Occidente non capisce l’islam (vedi il mio Blog precedente) e prende sempre la via sbagliata, come in Persia (Iran) quando nel 1979 appoggiò le rivolte popolari contro il dittatore, lo Scià Reza Pahlevi (alleato degli Usa), applaudendo la salita al potere dell’Imam Khomeini, che ha lanciato “il martirio per l’islam” e la “guerra santa” contro l’Occidente! Il popolo iraniano oggi rimpiange lo Scià, quello libico Gheddafi e gli iracheni Saddam Hussein.

E allora, cosa fare? Questo è il compito della politica e della diplomazia dei paesi occidentali: ad esempio, convincere i governi dei paesi confinanti (Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan e altri), che se la Libia diventa tutta uno Stato Islamico, l’estremismo e il terrorismo si affermeranno anche tra i loro popoli. Spetta loro, anche con interventi militari, bloccare questo pericolo; secondo, agire con incontri diplomatici tra le varie fazioni armate che si contendono il paese; ed eventualmente con aiuti o sanzioni economiche, ad esempio non acquistando più il petrolio libico (sono solo ipotesi). Ma non iniziare, noi popoli occidentali e cristiani, una guerra contro il Califfato in Libia.

Rimane però il problema di proteggere il nostro popolo e “rispondere ad un ingiusto aggressore”, come ha detto Papa Francesco. In questo momento l’Italia e l’Europa sono invase da una marea di profughi africani: 174.000 salvati e accolti nel 2014, altri 200.000 pronti a partire su gommoni o carrette del mare, che provengono per il 90% dalla Libia. In questo caso un intervento militare dell’Europa (su mandato dell’Onu) sulle coste e porti libici, ad esempio affondando tutti i gommoni e navi fatiscenti, penso possa essere lecito e compreso da tutti. Ma una guerra in Libia iniziata e condotta da forze occidentali, per riportare il paese alla pace e all’ordine, sarebbe un’impresa utopica e dannosa per lo stesso Occidente, anche solo perché la Libia è grande cinque volte l’Italia, abitata da circa 6 milioni di libici, divisi in più di cento kabile (tribù), confraternite religiose e gruppi armati che combattono l’uno contro l’altro per la conquista del potere!

 

Per incontrare l’islam dobbiamo tornare a Cristo

Da alcuni mesi il terrorismo di radice islamica è balzato alla ribalta dell’attualità come un grave pericolo per l’Europa e per la nostra Italia. Molti si chiedono cosa fare, si discute di leggi adeguate alla gravità della situazione ma gli appelli per una maggior vigilanza e fermezza lasciano il tempo che trovano. Il nostro mondo democratico, ricco e laicizzato, si trova spiazzato. I popoli occidentali e quelli islamici non si capiscono. C’è un abisso tra il nostro desiderio di vivere tranquilli e la violenza dei terroristi. La storia recente, dopo le “Due Torri” di New York (11 settembre 2001), ha dimostrato che le guerre contro l‘estremismo islamico (in Afghanistan e Iraq e oggi contro il Califfato) non solo non risolvono il problema del terrorismo, ma hanno peggiorato la situazione. La “guerra santa” e “il martirio per l’islam” si sono diffusi in molti paesi. Un miliardo e 400 milioni di uomini che vivono con convinzione la loro religione e cultura religiosa, non si sconfiggono con la guerra. E allora, cosa fare?

Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha messo in primo piano il dialogo con i musulmani, dicendo tra l’altro: “Mai come ora” si avverte la necessità della formazione di operatori del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. Questo scontro di due civiltà che non si capiscono, non ha come motivazione fondamentale la politica o l’economia, ma la religione. Ecco perchè:

1) L’ideale dell’Occidente è la “Libertà” dell’uomo, anche dalle leggi di Dio che ha creato il mondo e l’umanità. Noi viviamo in una società praticamente atea e i popoli islamici vedono l’Occidente cristiano come un nemico, un pericolo per la loro fede! Sono attirati dal mondo moderno, ma ne hanno anche paura! La nostra vita li scandalizza, non vogliono vivere in un mondo sempre più disumano come il nostro, ricco e arido, ma vuoto dentro, di cui ci lamentiamo anche noi. Questo il ritornello che si sente nelle moschee e si legge sulla stampa islamica: i credenti nel Corano hanno la missione di riportare a Dio l’Occidente ateo e svirilizzato. Queste idee, inculcate fin dalla più tenera età anche nelle scuole, fanno parte della loro fede e della loro cultura. Solo una minoranza pratica il terrorismo islamico, è vero, ma ci sono milioni di musulmani che condividono la loro ideologia.

Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando dopo le Due Torri al Parlamento europeo, ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori… Abbiamo creato una civiltà senz’anima e dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”. Nella situazione attuale, che rende la nostra società sempre più priva di ideali, pessimista ed egoista, in crisi perché manca di bambini (quanti milioni di aborti negli ultimi trent’anni?), ecco l’islam che ci provoca con ogni mezzo, dalla crescita demografica al terrorismo, ma anche con la “guerra santa” e il “martirio per l’islam”, per ricondurci allo scopo dichiarato della fede in Dio, sia pure il Dio del Corano che non è certo il Dio del Vangelo! In genere, noi occidentali viviamo come se Dio non esistesse, ma per incontrare e dialogare con l’islam dobbiamo ritornare a Dio e ai dieci Comandamenti, a Gesù Cristo e al suo Vangelo, non solo nella nostra vita personale, ma in quella familiare, sociale, scolastica, massmediatica, ecc. Cioè ritrovare la nostra identità cristiana. L’alternativa è la guerra contro i popoli musulmani, che, a lunga scadenza, perdiamo certamente, per il semplice motivo che i musulmani sono popoli giovani, noi occidentali popoli vecchi!

Dobbiamo formarci una visione più realistica dei musulmani e capire quali gravi responsabilità (storiche ed attuali) abbiamo anche noi, cristiani occidentali nella nascita e il diffondersi del “terrorismo” con radice islamica. Il card. Carlo M. Martini (nel suo discorso del 1990 “Noi e l’islam”) ha detto: “Cosa dobbiamo pensare noi cristiani dell’islam? Che senso può avere nel piano divino il sorgere di una religione, in un certo modo vicina al cristianesimo e insieme così combattiva, così capace di conquista, da fare molti proseliti in un‘Europa infiacchita? Nel mondo occidentale che perde il senso dei valori assoluti e non riesce più ad agganciarli a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’islam ha portato con sè e che può ancora testimoniare nella nostra società”.

2) L’islam si definisce non in termini di “libertà dell’uomo”, ma di “sottomissione a Dio”, ripeto, il Dio del Corano, non quello del Vangelo! Vive e proclama la presenza di Dio (Allah) nella vita del singolo uomo, nella famiglia e nella società; la fede è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, che dobbiamo conservare con la preghiera e l’osservanza dei Comandamenti; la fede non è solo una scelta personale (come il laicismo e la secolarizzazione esasperata proclamano e impongono), ma crea l’appartenenza alla comunità dei credenti e a tutta l’umanità creata dallo stesso Dio.

L’islam è una religione che viene, almeno in parte, dalla stessa radice cristiana, il Dio di Abramo, tanto che nei suoi primi tempi alcuni Padri della Chiesa lo definivano “una eresia cristiana”. Ma oggi non è certamente una religione umanizzante, sono le stesse realtà islamiche (le violazioni dei diritti dell’uomo e della donna) che offrono un’immagine negativa; ma questo è un altro discorso, senza nulla togliere al dovere che hanno gli stati e ciascuno di noi, di difendere noi stessi e il nostro popolo da aggressioni e invasioni esterne. Ribadisco comunque quel che ho sentito da numerosi vescovi cristiani viventi nei paesi islamici, la convinzione che, nei piani di Dio, anche oggi l’islam ha, nella storia umana, un ruolo che non conosciamo, ma che merita rispetto e attenzione. Per noi cristiani oggi la sfida è l’incontro e non lo scontro con i popoli musulmani, il dialogo e non la guerra, il ritorno alla fede e alla vita in Cristo, non l’ateismo teorico e pratico.

 

Piero Gheddo

La missione alle genti è in Asia

Nei suoi primi viaggi “missionari”, Papa Francesco ha visitato le Chiese della Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine. Una scelta significativa, che deve far riflettere tutti i credenti in Cristo: il Papa vuole orientare la Chiesa universale verso l’ultima “frontiera” della missione alle genti, il continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le Chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di 300 milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la “buona notizia” che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme: “Oggi è nato per voi il Salvatore, il Messia, il Signore, che sarà di grande gioia per tutto il popolo”. Per la Giornata missionaria mondiale 2014 Francesco ha lanciato questo messaggio: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria”.

Nel primo millennio dopo Cristo, il Vangelo ha raggiunto i popoli d’Europa (la Russia nel 900); nel secondo millennio, le Americhe, l’Africa e l’Oceania (il miliardo di africani sono per metà cristiani); nel terzo millennio la Chiesa deve annunziare Cristo nel continente asiatico. In Italia abbiamo un po’ tutti una visione miope del mondo, l’Asia interessa per l’economia, la politica e il turismo, poco o nulla per le religioni. Inutile lamentarsi: stampa e televisione sono lo specchio di un paese e di un popolo. All’inizio del terzo millennio, Giovanni Paolo II diceva: “Il cristiano deve avere la mente e il cuore grandi come il mondo”. La missione alle genti è ancora e sempre di grande attualità, fin che il Salvatore non abbia raggiunto le estreme periferie dell’umanità, dato che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, della pace c della gioia di Cristo. La Evangelii Gaudium incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Francesco ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo a tutti gli uomini.

La “missio ad gentes” è profondamente cambiata e più ancora cambierà entrando in contatto diretto con le grandi religioni e culture asiatiche, con riflessi positivi su tutta la Chiesa. Il retaggio negativo del periodo coloniale è che in buona parte dell’Asia i cristiani sono ancora considerati minoranze straniere. In India è comune il detto “Il vero indiano è solo l’hindu”, in Thailandia il vero thailandese è solo il buddista (i convertiti dal buddismo al cristianesimo quasi non esistono). Un prete birmano ha scritto su Asianews: “Sebbene la Chiesa cattolica birmana abbia da poco celebrato i 500 anni di presenza in Myanmar,.. la vita di un cristiano in Myanmar è paragonabile a quella di uno straniero nella propria terra…..I pregiudizi contro i cristiani, si riferiscono al “mantra” dell’identità nazionale, secondo cui “Essere birmano è essere buddista”. Allora, noi cristiani chi siamo? Siamo dunque stranieri nella nostra stessa patria, a volte siamo visti come traditori”.

E’ solo una delle difficoltà che la missione alle genti incontra oggi in Asia. Questa la grande sfida al cristianesimo, la prima, vera grande sfida alla nostra visione del mondo, della storia, della fede, della Chiesa e della missione. L’ateismo e il materialismo dell’Occidente sono fenomeni post-cristiani, cioè di rifiuto del Cristo, ma anche di derivazione cristiana, perchè affondano le loro radici nella Bibba e nel Vangelo: “La civiltà dell’Occidente cadrebbe nel nulla, se si togliesse la Bibbia”, afferma il filosofo Karl Jaspers. L’Asia sta entrando nel mondo moderno (esempio classico il Giappone) assumendo i “valori evangelici” (pace, bontà, fraternità, giustizia, libertà, democrazia) ma staccandoli totalmente dalla persona di Cristo e dalla fede nel Dio unico e vero. Il cristianesimo è ridotto ad un codice morale, ad una somma di valori etici e umanizzanti, che già si trovano almeno in parte nel buddhismo, nel confucianesimo, nell’induismo e nell’islam. Ecco la sfida dell’Asia: che senso ha oggi la missione alle genti nel continente asiatico e per il futuro dell’umanità, che si gioca soprattutto in Asia?

Quando si dice che “la missione alle genti è finita, spetta alle giovani Chiese annunziare Cristo ai loro popoli”; oppure: “I missionari, gli istituti missionari non hanno più senso”, si manifesta solo una visione miope della Chiesa. Nella Redemptoris Missio si legge (n. 30): “La missione alle genti è solo agli inizi”, proprio perchè la maggioranza dei quattro e più miliardi di asiatici ancora non conoscono la “buona notizia” che Cristo,il Figlio di Dio, è unico Salvatore dell’uomo. E questo non è un problema delle giovani Chiese, ma di tutti i credenti in Cristo, di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica, che è vista come un religione dell’Occidente. Il primo annunzio di Cristo in Asia è compito primario delle giovani Chiese asiatiche e già sono nati istituti missionari dipendenti dalle Conferenze episcopali in India (tre), Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Myanmar; ma tutto l’Occidente cristiano deve prendere coscienza che il “dialogo della vita” con l’Oriente comprende anche l’aspetto religioso, caritativo, culturale, educativo.

In una Nota pastorale della Cei del gennaio 1987 (“Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana”) si legge: “La presenza degli istituti missionari, di stampa e animazione missionaria all’interno della comunità cristiane è finalizzata ad alimentare quella coscienza missionaria che sollecita ogni cristiano e la stessa comunità a sentirsi responsabili dell’annunzio evangelico a tutti gli uomini”.

Nell’Assemblea generale del 1972, il Pime riaffermava la sua “scelta preferenziale per l’Asia”, da cui nascevano l’”Istituto studi asiatici” (collegato con l’Università cattolica di Milano), l’incontro e il dialogo fra monaci cristiani, indù e buddisti; nel 1985 il “Silsilah” nelle Filippine, adottato dalla Conferenza episcopale per il dialogo con l‘islam; e la scuola superiore di formazione pastorale missionaria “Euntes”, per i sacerdoti diocesani, le suore e i catechisti asiatici (da una dozzina di paesi).

Dagli anni novanta, in Myanmar il Pime ha insegnato teologia nel seminario maggiore a Yangon e proposto l’inizio di un anno di formazione spirituale e missionaria prima della teologia, per tutti i seminaristi diocesani a Taunggyi, contribuendo durante l‘anno con propri insegnanti provenienti dalle varie missioni asiatiche.

Dal 1995, in Cina tre padri del Pime si sono inseriti nel “Huiling”, una rete di case riconosciute dal governo che accolgono i disabili, iniziata nel 1985 da Meng Weina (oggi cattolica convinta col nome di Teresa), introducendo metodi nuovi e l’avviamento al lavoro insegnando l’uso del computer. E finalmente, nel 1986  l’agenzia Asia News su carta e in internet dal 2003, che ha acquistato una risonanza mondiale. Anche queste iniziative sono “missione alle genti in  Asia”.

 

Ermanno Battisti missionario in Guinea Bissau

Il 3 gennaio è morto a Roma padre Ermanno Battisti, missionari del Pime che in 33 anni di Guinea Bissau si è distinto per le sue realizzazioni e per la saggezza umana e cristiana con cui le dirigeva. Ha fatto appena  a tempo a stampare la sua autobiografia (“Un elefantino miracoloso”, Mimep, 2014, con circa 500 foto in 300 pagine!), che è volato al Cielo, dove migliaia di bambini e di giovani africani l’aspettavano,  in compagnia dei loro genitori e di tanti altri. La sua improvvisa scomparsa ha suscitato un’ondata di messaggi di condoglianze sul suo Sito e su Facebook, con molti ricordi che rimangono indimenticabili in chi l’ha conosciuto. E’ stato un autentico missionario che annunziava Cristo con la vita e la parola, anche portando in silenzio e umiltà, con dignità e pazienza, le molte e pesanti croci che hanno manifestato la sua partecipazione alla Passione del suo amato Gesù.

Ermanno Battisti è nato nel 1937 in Alto Adige a Predoi (provincia di  Bolzano),  l’ultimo comune della Valle Aurina e il più a Nord d’Italia, ai piedi della “Vetta d’Italia”, che segna il confine con l’Austria.  Ricorda: “La mia famiglia era povera, avevamo solo un orticello e alcune galline. Durante la guerra, alle volte noi bambini tornavamo a casa pieni di fame, ma non c’era pane, lo stipendio dei genitori non bastava. Allora, mamma Clara ci mandava nel vicino cimitero a pregare per i defunti perché ci aiutassero, cosa che facevamo volentieri, prima di riprendere le nostre scorribande nel paese e, guarda caso, qualche buona contadina ci dava un pezzo di pane di segale fatto in casa”. La povertà, vissuta nella fede autentica della famiglia, ha educato i fratelli Battisti e orientato la vita di Ermanno verso le “periferie dell’umanità”.

Tale infatti è la Guinea Bissau (il Pime è presente dal 1946), uno degli ultimi paesi africani in tutti i sensi (nelle classifiche dell’Onu!), dove padre Ermanno, sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia  Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno di relazioni, interviste, proposte e dibattiti dei missionari (la rivista ufficiale della direzione generale è “Il Vincolo”).

In “Un elefantino miracoloso”, padre Ermanno racconta la sua missione in Guinea Bissau, interessante perché introduce, raccontando fatti, nella comprensione profonda e amorevole della vita, cultura e mentalità di un popolo africano; e perché fa conoscere le meraviglie sorprendenti che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa: il protagonista della “missione alle genti” è proprio lo Spirito Santo! Il missionario, anche quando realizza numerose e grandi opere (come Battisti), è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale, che lo sorpassa infinitamente. Per cui padre Ermanno ringrazia lo Spirito Santo per tutto quello che è riuscito a fare, anche in campo pastorale.

L’elefantino è una statuetta in legno palissandro. che padre Ermanno (aveva imparato a lavorare il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Metre studiava l’arte e l’artigianato locali e, con naturale senso artistico, si convinceva che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Li sfida a fare meglio e scrive: “Ho scoperto che i miei giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni”.

Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che  acquistano una  parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Il primo “elefantino miracoloso” di padre Ermanno è rimasto anche loggi sulla sua scrivania a Roma, perché da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario alto atesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’”Hospital pediatrico S. José em Bòr”, unico in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr,  “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo; e altre opere minori.

Nel dicembre 2005 ho potuto visitare le molteplici imprese di padre Ermanno e ho chiesto all’amico missionario come ha fatto a trovare così tanti aiuti. Dice che ha sempre avuto una fiducia totale nella Provvidenza di Dio, com’è nella tradizione dei missionari in paesi poverissimo come la Guinea Bissau. In “Un elefantino miracoloso”  padre Battisti ricorda: “Quando negli anni 2000-2004 ero al Centro missionario Pime di Milano, incaricato dei progetti dei nostri missionari, un mattino mi telefonano dalle televisioni di Mediaset che il programma “La fabbrica del sorriso” ha a disposizione 220.000 Euro per l’ospedale pediatrico di Bòr. Ne ho ringraziato il Signore. Non faccio a tempo a riprendere il mio lavoro, che mi arriva padre Vincenzo, un confratello missionario nel Brasile dei poveri che mi dice: “Vorrei fare nella mia missione un’opera per i bambini ammalati e avrei bisogno di circa 220.000 Euro”. Ho pensato: ecco una prova per la mia fiducia nella Provvidenza  e ho detto a padre Vincenzo: “Questa somma l’ho appena ricevuta per i bambini africani, è venuta dal Cielo e la dò a te per i bambini brasiliani. Sono sicuro che il Signore provvederà anche al mio ospedale per i bambini a Bissau”.

“Vincenzo mi ringrazia e tutto contento esce dal mio studio. Da non credere, ma è la pura verità. Nel pomeriggio, suona il telefono e un signore sconosciuto mi dice che per l’ospedale dei bambini in Guinea Bissau può dare 220.000 Euro, esattamente la cifra che avevo dato a padre Vincenzo poco prima. Potrebbe sembrare una coincidenza ma, francamente, alla luce di tante altre cose successe, lo ritengo davvero un miracolo”.

“In Cina e Corea ho visto Cristo vivo”

Un amico di Brescia che non conoscevo mi scrive questa lettera da Barcellona, che è il miglior augurio, per tutti noi e per la Chiesa, di una nuova nascita in Cristo nel 2015. Piero Gheddo.

Carissimo padre Piero Gheddo, è con gioia che Le scrivo questa lettera! Innanzi tutto mi presento. Mi chiamo Giovanni Maria (figlio di una famiglia con otto figli, quattro maschi e quattro femmine), ho 24 anni e ho appena terminato gli studi economici presso l’università Bocconi. Lavoro come ricercatore presso la IESE Business School di Barcellona focalizzandomi sull’Africa. Un lavoro appassionante tra la Spagna, il Kenya e la Nigeria, per cercare di comprendere in profondità le potenzialità di quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato “the hopeless continent” (“il continente senza speranza”) e ora invece si dice che è “the new growth engine of the world” (il nuovo motore di crescita per l’umanità”).

Era il 2011 e mi trovavo tra i mille colori e le mille luci di Sinchon nel cuore di Seoul in Corea del Sud. Affascinato da quello che vedevo attorno a me, ma ancor più dall’incredibile storia di padre Augusto Gianola, l’eremita del Pime nell’Amazzonia brasiliana, che Lei stava raccontando su Radio Maria. E fu proprio attraverso le sue catechesi, scaricate dal sito di Radio Maria, che venni a conoscenza della trasmissione mensile “La missione continua”, sulla missione alle genti, nella quale lei racconta la vita e lo spirito dei missionari. Da allora non l’ho più abbandonata. Le storie dalla Birmania di Felice Tantardini, il santo col martello, e del grande Clemente Vismara, le avventure di Angelo Campagnoli tra la Birmania e la Thailandia, quelle di Aristide Pirovano e Marcello Candia in Amazzonia, del vescovo  mons. Cesare Bonivento in Papua Nuova Guinea, di padre Maurizio Bezzi fra i ragazzi di strada a Yaoundè in Camerun e via dicendo.

Racconti che mi hanno accompagnato per le strade del mondo. Dopo cinque indimenticabili mesi in scambio universitario presso la Yonsei University di Seoul mi sono recato in Cina per un anno di studio presso la Fudan University di Shanghai. E ancora le Sue catechesi mi hanno accompagnato tra le foreste del Kenya dove mi trovavo per alcuni mesi di lavoro come ricercatore presso la Strathmore Business School di Nairobi.

Grazie padre Piero! Come Lei ha sperimentato, anche io sono rimasto senza parole di fronte alla vitalità, alla gioia, all’entusiasmo di queste giovani Chiese. Sono rimasto affascinato di fronte a quella fede semplice e giovane, che va all’essenziale del messaggio cristiano, cioè a Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo.

Sono rimasto stupito di fronte al ruolo dei laici. Padri e madri di famiglia, giovani studenti universitari come me che trasmettono la loro fede in ogni ambiente con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. In queste giovani Chiese sono proprio i laici il motore delle parrocchie, sono i laici che organizzano al meglio la Messa domenicale, che promuovono le visite ai poveri, i ritiri spirituali, le iniziative culturali e anche la stessa attività economica. La parrocchia è una vera famiglia dove i laici si prendono cura dell’intera comunità cristiana. Il sacerdote è il padre e direttore di tutto, l’animatore dei laici che operano per annunziare Cristo ai non cristiani, con sorprendenti risultati.

Posso dire che furono proprio la Chiesa cinese e quella coreana a convertirmi. Fu proprio nell’Estremo Oriente che vidi forse per la prima volta quel Gesù vivo, quel Gesù che fece dire a san Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, “per me vivere è Cristo”. Quanti giovani convertiti ho potuto conoscere, quanti neo-battezzati. Mai potrò dimenticare quella luce che fuoriusciva dai loro occhi, una luce che illuminava chiunque passasse per la loro strada. Valentine, giovane ragazza cinese che ora lavora nel marketing per una importante società multinazionale, subito dopo aver ricevuto il battesimo nella cattedrale di sant’Ignazio a Shanghai, mi confidò: “Giovanni. questo è il giorno più bello della mia vita. Da quando ho scoperto Gesù, vivo con lui nel mio cuore e la mia vita ha acquistato un senso”. Ecco l’Evangelii gaudium, ecco quella “gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Quanto hanno da insegnarci queste Chiese! Grazie, quindi, per quello che sta facendo attraverso le catechesi su Radio Maria e tutti i libri e gli articoli che pubblica. La ricordo sempre nella preghiera. Un caro saluto,

Giovanni Maria Mazzacani

Con Gesù, anche la vecchiaia è bella

Anzitutto auguro Buon Natale agli amici lettori dei miei Blog, per informarli che sono tornato al Pime di Milano e spero di poter presto riprendere il lavoro che faccio da una vita. Vorrei raccontare in breve la mia esperienza e soprattutto comunicarvi alcune riflessioni che la malattia e la preghiera mi hanno ispirato. Com’è noto (vedi il Blog precedente), a metà ottobre sono caduto sulla scala che porta al mio ufficio, inciampando in un gradino e ho trascorso due mesi alla Clinica Columbus a Milano e nella casa di riposo dell’Istituto a Lecco. Due mesi di malattia mi hanno cambiato. A 85 anni ho iniziato la parabola discendente della vita e voglio assicurare soprattutto gli anziani che mi leggono, che anche il tramonto è bello, se si vive col Signore Gesù che in questi giorni sta rinascendo nei Presepi e nei nostri cuori. Mi spiego.

La prima verità che ho sperimentato è che la sofferenza fisica, fa rientrare l’uomo in se stesso. Noi credenti preghiamo, ma spesso (anche noi preti) facciamo una vita superficiale. Specialmente nel mondo d’oggi, così frenetico e ricco di informazioni e distrazioni, rientrare in se stessi e interrogarsi davvero sulla propria vita è difficile. Ma quando la malattia, il male fisico ti costringe quasi a isolarti dal mondo esterno, ti ritrovi con te stesso e sperimenti la tua miseria, la tua pochezza, la tua impotenza; pregando, ripensi alla tua vita e alle grandi grazie che Dio ti ha fatto, ai tuoi sbagli e peccati; allora, se preghi, capisci in modo profondo che solo Dio conta. Tutto il resto, certo va vissuto con dedizione e amore, ma passa presto.

Quando sono entrato nella “casa di riposo” del Pime a Lecco, con più di trenta missionari anziani e ammalati, il rettore padre Daniele mi ha detto: “Benvenuto in questa casa dalla quale riparte la rinascita del Pime, perché qui si prega e si soffre molto”. Le nostre sofferenze, se sono sopportate in unione alla Passione di Cristo, hanno un valore salvifico per la salvezza del mondo e la rinascita del nostro Pime, che oggi soffre per la scarsezza di vocazioni e per le crescenti difficoltà e persecuzioni in vari paesi di missione alle genti. Nell’ultima S. Messa a Lecco, ho detto ai miei confratelli: “Noi, anziani e ammalati, siamo ancora missionari in azione, con le nostre preghiere e sofferenze”. E ho raccontato di aver visitato più volte tutte le missioni che la Chiesa ha affidato al Pime e ovunque i confratelli mi hanno chiesto di dire ai missionari di Lecco di pregare e di offrire le loro sofferenze per loro.

Ecco quindi il nostro compito, il senso della nostra vita in questa benedetta casa di Lecco. Noi siamo i missionari di prima linea, perché tutto viene da Dio e la sofferenza, la debolezza fisica, l’impotenza, ci mettono in stretto contatto con Gesù che ha salvato l’umanità con la morte in Croce e la Risurrezione. Non è facile, cari amici e lettori, accettare la Croce , “con gioia – ha aggiunto domenica Papa Francesco – perché con Gesù c’è sempre la gioia”. Però questa è la “via stretta” di cui parla Gesù nel Vangelo, che ci aprirà, il più tardi possibile, le porte del Paradiso.

Piero Gheddo

 

Caro don Piero, come stai?

In data 11 novembre ricevo da Genova questa lettera di un caro amico, padre di quattro figli, che segue con interesse questi Blog, come molti altri amici e lettori che hanno scritto e telefonato per avere notizie.

Caro don Piero, come stai?

ho notato che da un mese non compaiono più i tuoi post nel blog Armagheddo, di cui sono un assiduo lettore ed un occasionale commentatore.

Spero che la cosa sia dovuta semplicemente ai tuoi molti impegni, magari a qualche viaggio, oppure all’aggiornamento in corso del suo sito, e non a problemi di salute, o di stanchezza per la sua età non più giovanissima.

Di sicuro, gli argomenti su cui parlare non mancano, in particolare, avevi promesso un tuo commento al Sinodo sulla Famiglia, dopo la conclusione della prima sessione.

Quali che siano i motivi, ti assicuro il mio ricordo nella preghiera, perché tu possa continuare ancora per qualche anno a offrire il tuo ministero di prete, missionario e giornalista, a favore della diffusione del Vangelo.

Ti ringrazio anche per tutto ciò che hai fatto finora, in particolare per i tuoi commenti alle vicende del mondo e della Chiesa, sempre puntuali e illuminati dalla luce della Scrittura. Ti saluto con tanta stima ed amicizia,

tuo Mario Molinari

Caro Molinari, sono in ospedale a Milano dal 16 ottobre e dal 23 ottobre nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, un quasi ospedale. Sono inciampato in un gradino salendo la scala al mio ufficio al Pime di Milano e ho battuto il torace sulla ringhiera. Nessun osso rotto, ma un mal di schiena molto forte. Alla mia età, 85 anni compiuti a marzo, mi dicono che ogni caduta è grave! E’ una brutta botta che sopporterò a lungo.

E’ stata una caduta provvidenziale, il buon Dio voleva fermarmi. Lavoravo troppo e trascuravo la salute. Sono nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, e mi devono rifare la prostata (fatta nel 2000 e poi ricresciuta) e guarire per i bruciori alle gambe e ai piedi; e adesso questo dolore alla schiena che avverto come il peggior male. Spero di tornare a Milano a dicembre, ma temo dover proseguire riducendo le varie attività e impegni. Prega e pregate per me. Grazie, vostro padre Piero Gheddo.

Pregate anche per i miei genitori i Servi di Dio Rosetta Franzi (1902-1934) morta di parto con due gemelli e tre bambini, e Giovanni (1900-1942) morto in Russia con un atto di eroismo che ricorda San Massimiliano Kolbe. La loro Causa di beatificazione iniziata dall’Arcidiocesi di Vercelli nel febbraio 2006, è rimasta bloccata a Roma (in stand-by) dalla scarsezza di documenti sulla loro santità scritti nel tempo della loro vita o subito dopo. L’ostacolo pare possa essere superato e si possa riaprire la loro Causa di beatificazione, Bisogna solo pregare e segnalare le grazie ricevute per loro intercessione. Grazie, Dio vi benedica,vostro padre Piero.

Caro don Piero,

grazie per la tua mail! Sono molto rammaricato per il tuo incidente e per il tuo problema con la prostata (cui avevi già accennato in passato), e ti auguro una pronta ripresa. Al tempo stesso, sono confortato di vedere, dalla tua mail, che il tuo spirito è sempre forte, e che l’ottimismo e la speranza non ti hanno lasciato.

Che devo dire? Certamente tu hai ben presente che, per grandi santi come San Francesco e Sant’Ignazio di Loyola, il momento della fragilità è stato anche il momento della conversione e dell’incontro con il Signore. E, di conversione, abbiamo sempre un gran bisogno tutti, io per primo!

Ancora di più, come scrive San Paolo, “Quando sono debole, è allora che sono forte”…

Quindi, sono sicuro che non ti lascerai sfuggire l’occasione di stabilire, in questo tempo di convalescenza (ed anche, immagino, di preghiera più frequente e prolungata), un rapporto ancora più stretto con il Signore a cui hai affidato la tua vita.

Se ti trovassi, nei prossimi mesi, a trascorrere qualche tempo a Genova, dove risiedo, fammelo sapere: sarebbe per me una gioia incontrarti di persona! Ti assicduro la mia preghiera per un tuo pronto recupero, così che tu possa presto tornare alle tue occupazioni, e ti abbraccio nel Signore che dà la vita!

Pace e Bene! Tuo Mario Molinari.

Caro Molinari,

ho avuto tanti accidenti gravi nella mia vita, fra i quali una quindicina di operazioni chirurgiche (nel 2003 e 2009 cancro ai muscoli addominali, quando ho rischiato davvero la vita perché l’intestino si rimetteva in movimento dopo 14 giorni dall’operazione!), ma solo oggi mi pare di capire a fondo il valore redentivo della sofferenza, cioè la via della Croce che Gesù ha percorso e che ogni vivente è chiamato a percorrere. Non tutti allo stesso modo e nello stesso tempo, ma tutti gli u0omini e tutte le donne conoscono il dolore, la sofferenza fisica, morale, ecc.

La sofferenza ci sembra solo negativa, e indubbiamente lo è, per cui dobbiamo fare tutto quel che possiamo per alleviare o eliminare le sofferenze nostre e del nostro prossimo; ma nella visione cristiana il dolore, la sofferenza sono anche positivi, se accolti e sopportati come partecipazione alla Passione e Morte di Cristo, che ha redento l’umanità offrendo se stesso come vittima pura e immacolata sull’Altare della Croce. Ha meritato il perdono dei peccati (cioè dell’egoismo umano che offende Dio Creatore e Padre) e con la sua Risurrezione ci ha spalancato le porte del Paradiso. Non solo, ma ha indicato all’umanità, col suo esempio,le sue parole, il suo Vangelo e la sua Chiesa, che ne continua l’opera nei secoli, il modo migliore di vivere la vita: lodando Dio e amandoci come fratelli e sorelle, a partire dai più piccoli, umili, abbandonati, sfortunati, poveri; quelli che Papa Francesco chiama “il materiale di scarto della società umana”.

Nei miei 61 anni di sacerdozio e di missione (specie nei 32 anni a Milano, come aiutante cappellano alla Clinica Columbus e negli 8 anni di aiutante del cappellano delle carceri di San Vittore, il grande mons. Cesare Curioni poi cappellano di tutte le carceri italiane), ho spiegato tante volte queste verità a chi soffriva. Adesso però, quando il dolore fisico morde la mia carne e l’incertezza del mio futuro mi fa capire la mia miseria e nullità e mi mette del tutto “nelle mani di Dio” (come diceva sempre papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio!”); ecco, proprio adesso ringrazio il Signore di farmi sperimentare queste sofferenze, anche se lo prego di darmi ancora un po’ di anni di lavoro pieno, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo come unico Salvatore dell’umanità.

Grazie a tutti coloro che mi aiutano con la preghiera, Dio vi benedica,

vostro padre Piero Gheddo, missionario del Pime.

 

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo