Siamo pieni di gioia nel Signore risorto

                                                                                        
     La Pasqua è la festa della gioia cristiana, perché Gesù è Risorto dai morti. La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Essere cristiano vuol dire credere fermamente che Cristo è risorto. San Paolo dice: “Se Cristo non è risuscitato, la nostra predicazione è senza fondamento e la vostra fede è senza valore… e se noi abbiamo sperato in Cristo, siamo i più infelici degli uomini” (1 Cor 15, 14-19). E poi aggiunge: “Ma Cristo è veramente risorto, primizia della Risurrezione per quelli che sono morti”.
    Questo è l’augurio che ci facciamo a vicenda: la Pasqua del Signore ci porti la pace del cuore e in famiglia e la gioia di vivere. Noi che crediamo con gioia nella Risurrezione di Gesù non possiamo più essere uomini e donne tristi, scoraggiati, senza speranza. Il cristianesimo non è la religione della Croce, ma di Cristo morto e risorto. La Croce è un passaggio, la Risurrezione uno stato decisivo e definitivo, è la speranza  che anche noi risorgeremo. Anzi, siamo sicuri di questo fatto, che risorgeremo con Cristo alla vera vita, quella eterna in braccio a Dio.
 
      La realtà del mondo in cui viviamo sembra dire  il contrario: quante  sofferenze attorno a noi e in noi, nella mia stessa vita: quante ingiustizie, quante disgrazie, quante notizie negative ci bombardano ogni giorno. Come facciamo ad essere gioiosi, sereni, pieni di speranza e di coraggio? Che senso ha la nostra gioia, se non quello di una grande ingenuità che chiude gli occhi di fronte alla realtà della vita?
      Non è così, perché è vero che se guardiamo con i nostri il mondo in cui viviamo, e attraverso quello che  trasmettono giornali e televisione, siamo tentati di pessimismo e di tristezza. Però questa realtà drammatica e angosciante noi credenti in Cristo Risorto dobbiamo vederla con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, Dio che vuole bene a tutti, vuole bene a me, più di quanto io voglio bene a me stesso! Questo mi insegna la fede e questo cambia la mia vita e la mia percezione della realtà.
 
     Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.
     La gioia della Pasqua viene dalla fede. Gesù, risorgendo ha sconfitto il peccato, la morte e tutto quello che è la causa delle nostre tristezze: le nostre passioni e tutte le realtà negative che vengono dal peccato. Vivendo la nostra stessa vita, Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.
 
     Per la cultura moderna la vita è un cammino verso il benessere, il potere, il piacere e il divertimento; per noi cristiani è un cammino verso Dio, anche con sofferenze e rinunzie, ma verso Dio. San Paolo dice:  «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi» (Rom 8,18). Non c’è proporzione tra quanto ci tocca soffrire e quanto attendiamo con fiducia nel Regno di Dio. Questo non significa che la fede risolve i nostri problemi materiali, ma che noi possiamo vedere le nostre difficoltà in modo diverso, appunto con gli occhi di Dio, la misericordia e la bontà di Dio, che ci vuole bene più di quanto noi vogliamo a noi stessi. Ecco perché i Santi erano sempre sereni e  pieni di gioia.

     Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

                                                            Piero Gheddo

I 50 anni del “Gruppo Bangladesh” a Varallo 15 apr 2014

I missionari del Pime sono in Bengala (e in India) dal 1855, una delle missioni più difficili che la Santa Sede ci ha affidato e ancor oggi il Bangladesh, nato nel 1971 dal Pakistan, è una delle nazioni più povere dell’Asia e senza risorse naturali: 160 milioni di abitanti quasi tutti musulmani in un territorio meno di metà di quello italiano, con una minoranza indù, cristiana e buddista del 5%; il reddito medio pro-capite annuale è di 678 dollari (quello italiano 36.000). Il primo annunzio di Cristo è rivolto soprattutto alle minoranze tribali di religione animista (santal, oraon) e alle basse caste indù, con un discreto numero d conversioni a Cristo.

Mezzo secolo fa, quando si celebrava il Concilio Vaticano II (1962-1965), il popolo e la Chiesa italiani si erano appassionati alla “fame nel mondo”, i missionari erano spesso sulle prime pagine dei giornali e i “gemellaggi” all’ordine del giorno. Nel marzo 1964 nasceva al Pime “Mani Tese” e pochi mesi dopo don Ercole Scolari, assistente diocesano dei giovani di Azione cattolica di Novara, veniva a Milano proponendo un “gemellaggio” fra le diocesi di Novara e Dinajpur, che iniziava con la costruzione della “Novara Technical School” di Suihari, alla periferia di Dinajpur, oggi diretta da fratel Massimo Cattaneo del Pime, che è una delle opere più apprezzate della Chiesa cattolica per il popolo bengalese, non solo per le migliaia di giovani e ragazze che ha formato, ma per l’esempio concreto che ha proposto (era la prima scuola di questo genere) di come avviare i contadini alle professioni produttive industriali, con il seguito di opere che ha suscitato; fra le quali la Scuola tecnico-professionale di Rajshahi, gemella di quella di Dinajpur.

La domenica 6 aprile 2014 sono stato a Varallo Sesia (provincia di Vercelli e diocesi di Novara) per celebrare il 50° anniversario del “Novara Centre” e del “Gruppo Bangladesh”. Alla Messa solenne del mattino, con la chiesa strapiena e alla presenza delle autorità cittadine, il presidente dell’associazione Giorgio Brunetti ha presentato il volumetto sui “50 anni di solidarietà 1964-2014 Novara-Dinajpur” e il rapporto fraterno che si è creato tra il Bangladesh e Varallo, dove don Scolari è stato parroco per 32 anni (1966-1998) e dove è nato il “Gruppo Bangladesh”, che coinvolge con diverse iniziative i cittadini di Varallo e la diocesi di Novara.

Nell’omelia ho detto che oggi, nella crisi di fede e di vita cristiana che stiamo vivendo, le missioni ci vengono in aiuto e il primo dono è Francesco, il Papa missionario che viene “dall’altra parte del mondo” e sta riformando la Chiesa universale con spirito, metodi e contenuti in uso dove il primo annunzio di Cristo è ancora attuale. Il rapporto col Bangladesh è ottimo, ma deve mobilitarci tutti non solo per continuare ad aiutare le opere sociali-educative in Bangladesh, ma soprattutto per seguire con fede e amore Papa Francesco, che vuole riportare a Cristo ciascuno di noi, le nostre famiglia, la nostra società italiana. Il Papa propone a tutti la conversione del cuore a Dio e al prossimo, specie quello più povero e abbandonato. Solo così la crisi della nostra Italia di cui tutti soffriamo, che non è solo economica e politica, ma prima di tutto religiosa e morale, potrà essere superata. Allora, anche i rapporti e gli scambi con il mondo missionario saranno benefici per tutti.

Alla Messa è seguito il pranzo comunitario dalle Suore di Gesù eterno Sacerdote e al pomeriggio la tavola rotonda nel salone dell’oratorio, con vari interventi. Il parroco don Roberto Collarini e il sindaco Eraldo Botta hanno illustralo i valori educativi che il “Gruppo Bangladesh” ha avuto e ancora ha per la popolazione di Varallo, che si ritrova unita nelle varie iniziative e incontri e manda ogni anni una delegazione a visitare la missione del Pime in Bangladesh; però quest’anno, a gennaio, questa visita programmata è stata bloccata dallo stato di disordini e scontri anche a fuoco che ha dilaniato il paese, in occasione delle elezioni politiche. Si è poi ricordato don Ercole Scolari, fondatore del gemellaggio Novara Bangladesh e grande parroco di Varallo ancora ricordato, che ha fatto numerose visite al Bangladesh portandovi i suoi parrocchiani perché, diceva, che nulla è più educativo per la nostra vita umana e cristiana che il passare 10-15 giorni a contatto con tanti uomini e donne, bambini e giovani di una povertà e miseria commovente, che ci fanno riflettere sul nostro benessere; e una Chiesa nascente in cui tutti sono missionari perché apprezzano il dono della fede gratuitamente ricevuto da Dio.

La tavola rotonda è continuata sul tema “Non c’è pace senza giustizia”, con il mio intervento sul Bangladesh e l’India, suor Chiara Piana, missionaria varallese della Consolata che ha illustrato la situazione in vari paesi africani (Centro Africa, Sud Sudan, Somalia, Ruanda) e don Walter Fiocchi, diocesano di Alessandria, che ha parlato della Terrasanta e dei cristiani presenti nel Medio Oriente, con una puntuale descrizione delle ingiustizie di cui sono vittime.

Piero Gheddo

 

Matrimonio e famiglia nelle Trobriand 10 apr 2014

 

     In preparazione al Sinodo sulla famiglia (ottobre 2014 e 2015) è bene conoscere i costumi tradizionali dei popoli ai quali la Chiesa annunzia Gesù Cristo. Dopo Giappone, Africa nera e India, ecco la Papua Nuova Guinea, indipendente dall’Australia nel 1975, dove i missionari del Pime sono tornati nel 1981, nei luoghi del martirio del Beato Giovanni Mazzucconi nel 1855, invitati dal Nunzio apostolico, oggi cardinale Andrea di Montezemolo. Il Blog è ripreso da tre articoli pubblicati su “Venga il Tuo Regno” (Napoli, febbraio e maggio 1991 e febbraio 1994) da padre Giuseppe Filandia, missionario in PNG dal 1986 al 1997 e poi in Amazzonia brasiliana. Piero Gheddo

 

    L’arcipelago delle Trobriand è all’estremo sud-ovest della Papua Nuova Guinea, una trentina di isole con circa 30.000 abitanti, 28.000 dei quali nell’isola di Kiriwina, lunga 60 km. e larga 20. Gli etnologi (fra i quali i famosi Bronislaw Malinowsky e Margaret Mead) le hanno definite “le isole dell’amore”, perché l’assenza di ogni regola morale nel rapporto uomo-donna si è quasi istituzionalizzata. Gli stessi genitori e parenti si preoccupano perché ragazzi e ragazze possano avere rapporti normali secondo la tradizione. Nella loro cultura non esiste un’educazione che li prepari al vero significato della vita a due. Le pratiche sessuali sono un gioco che devono praticare fin dall’età di sette-otto anni. Spetta agli zii materni trovare la ragazzina (scherzando la chiamano “la futura sposa”) con cui il nipotino possa passare la notte insieme. I bambini di 5-6 anni vedono a cominciano ad imitare i fratelli e le sorelle maggiori. Così le storielle, i racconti del passato, i giochi, i canti, le danze, le feste (a cui partecipano piccoli e grandi) hanno questa dimensione. Ci sono ragazze che volte sentono la naturale ripugnanza ad essere oggetto di piacere per i loro fratelli o per il loro padre e si suicidano gettandosi giù dall’alto di una palma da cocco.

     Si può capire com’è difficile per il missionario fare discorsi sulla purezza, la castità, sulla preparazione ad un matrimonio cristiano. Ciò diventa ancor più difficile quando le nostre isole sono meta di turisti da paesi che si dicono cristiani, generando nel nostro popolo la convinzione che in tutto il mondo si fa così. Eppure qualcosa sta cambiando nella cultura locale, quando il missionario, fiducioso nella grazia di Dio  nella potenza del Vangelo, dona la sua vita perché a cominciare dalla famiglia il Regno di Dio arrivi anche in queste isole alla fine del mondo.

     Il matrimonio non avviene per attrazione sessuale, ma per interesse materiale: sposare una donna per l’uomo significa garantirsi una sicurezza economica…. Per la donna i motivi per contrarre matrimonio si riducono al bisogno concreto di avere accanto qualcuno, per sentirsi protetta, avere una casetta propria e un focolare da custodire…. L’educazione dei figli non esiste. Il padre ne lascia l’incarico ai cognati, secondo la tradizione, e questi, regolarmente, non se ne interessano. Per cui i bambini crescono senza principi morali, senza freni, si permettono di fare tutto quel che vogliono e non sono rimproverati né corretti, perché la loro tradizione è molto permissiva in ciò che noi consideriamo il male: come la vendetta, la prepotenza, il furto, l’inganno, la pigrizia e qualsiasi altra immoralità… L’uomo non coopera affatto alla nascita dei figli, sono degli spiriti speciali che danno i bambini alle donne, attraverso la loro testa! Quindi l’uomo non ha nessuna responsabilità e partecipazione nella procreazione. I mariti che stanno lontani dalle mogli per anni (in genere per lavoro) non si meravigliano se al loro ritorno trovano uno o due figli in più. Tanto, non è l’uomo ma sono gli spiriti che danno i bambini alle donne.   

     Accenno a queste miserie per ricordare ai lettori, se ce ne fosse bisogno, quanto meravigliosa è la nostra morale cattolica, che è sicura difesa della vita, della persona e salva amore e unità delle famiglie…. Fa pena vedere i nostri ragazzi e le nostre ragazze delle Trobriand, che seguono ciecamente certe tradizioni senza mai capire cosa sia il vero amore, il senso della vita, del “diventare due in una sola carne”. Qui la famiglia è per tradizione monogamica, avere più moglie è privilegio solo del re, dei capi e dei parenti stretti del re. I capi villaggio debbono accontentarsi di due mogli. Quando il re poligamo vuole una ragazza come moglie, nessuno vi si può opporre, pena la morte. La vendetta non avviene in pubblico, ma per vie segrete, avvelenamento, magie,ecc. Quando i giovani decidono di sposarsi, dovrebbero smettere ogni altro gioco sessuale con diversi partner e giurare fedeltà. In teoria è così, ma in pratica l’adulterio è molto comune, sembra accettato, a meno che ci sia una pubblica accusa, allora si deve fare un po’ di scena per salvare la faccia. Il colpevole paga le sue ventimila lire di multa e tutto finisce lì.

    In questo ambiente, noi portiamo avanti l’evangelizzazione, sono pochissimi coloro che possono ricevere il sacramento del matrimonio. Riteniamo che concederlo potrebbe essere un’imprudenza, data la mancanza di valori spirituali e morali ai riguardo. Quindi, dobbiamo accontentarci di un primo annunzio, anche questo difficile. Tentiamo di organizzare corsi di formazione familiare per tutti, ma pochissimi rispondono al nostro appello. Cinquant’anni di cattolicesimo sono ancora pochi per cambiare la cultura tradizionale. Noi seminiamo senza la soddisfazione di vederne il risultato. Voi che avete la gioia di vivere in una famiglia cristiana, abbiate un pensiero e una preghiera per questo nostro popolo della Papua Nuova Guinea. Cari amici lettori, questa è una cultura non cristiana, non nelle cartoline turistiche, nei romanzi e documentari televisivi, ma nella concretezza della vita quotidiana di un popolo che ancora non conosce il Vangelo. E il nostro popolo italiano, che ha ricevuto il Vangelo da duemila anni, quanto è lontano da queste miserie “pagane”?

                                                                          Giuseppe Filandia

 



Il matrimonio tra i paria in India

 

Due padri del Pime raccontano il matrimonio in India, secondo la loro esperienza, uno scriveva nel 2001, l’altro nel 1975. L’India è un continente con un miliardo e 100 milioni di abitanti, una federazione di 28 stati con loro parlamenti e leggi, ad esempio le “Personal Laws” sul matrimonio e le eredità nelle diverse comunità religiose. I due testi di questo Blog riguardano i paria dell’Andhra Pradesh, però danno un’idea di cos’è il matrimonio in un popolo non cristiano o da poco convertito al cristianesimo. Piero Gheddo

Padre Luigi Pezzoni (1931-2013) in una lettera da Nalgonda del 18-X-2001 (registrata n. 95) al gruppo missionario di Mornico (Bergamo):

Sono felice di scrivervi per ringraziarvi del grande aiuto che ci avete dato per il Progetto: “Figlie di Abramo”. Avete già salvato la vita a 10 ragazze che abbiamo “sostenuto” per pagare la dote del matrimonio. Secondo la Costituzione Indiana la dote è stata abolita … sulla carta ma non in pratica! Per cui questa crudele Tradizione del maschio che domanda una grossa cifra per sposare la ragazza propostagli dai genitori, continua ad infliggere alle ragazze una Tremenda CROCE. Ogni giorno, sui giornali appare la notizia che una giovane sposa si butta addosso il kerosene e si brucia viva, perchè il marito la perseguita e la maltratta perchè non ha pagato la dote promessa al matrimonio. Col vostro aiuto avete già salvato una decina di ragazze da questa tragica fine. Siate felici! Grande sarà la vostra ricompensa in Cielo. Un fraterno abbraccio e CONTINUATE ad aiutarci! Vostro padre Luigi

Luigi Pezzoni

Nel 1975 padre Augusto Colombo (1927-2009) scriveva da Warangal questo articolo per le riviste del Pime (registrato al n. 38):

È un fatto che il diavolo sa usare la sua coda avvelenata non solo in un modo, diciamo così, violento, ma anche in un modo altamente scientifico. E tutti sanno che il mezzo più scientifico per rompere i piatti quando si tratta di cristianesimo è il matrimonio. Per rendere l’idea ricorrerò all’esempio classico che capita qui dalle mie parti e che è abbastanza frequente. Due genitori hanno una bambina quindicenne. Arriva la stagione dei matrimoni e viene loro offerto un ottimo partito: un suo cugino secondo, di diciotto anni, con un po’ di terra al sole ed un paio di bufale legate davanti alla casa. Rifiutare sarebbe pazzesco.

Il matrimonio viene combinato dai capi dei due villaggi e quando tutto è preparato: dote della sposa, riso per il pranzo da darsi a tutti i membri della casta, vestiti nuovi, ecc. ecc. le parti interessate si presentano al Padre chiedendo di andare a benedire il matrimonio. Davanti agli impedimenti di età e consanguineità il Padre dapprima si rifiuta, poi consiglia una dilazione, ma dopo una mezz’ora di discussione, capisce che non c’é nulla da fare e che il matrimonio avverrà lo stesso, benedice validamente e lecitamente il matrimonio, sperando poi nella divina Provvidenza. La bambina, sposa felice, viene portata nella casa dello sposo. Qui però c’è la suocera che aspettava la nuora per avere un po’ di aiuto nei pesanti lavori di casa. Ma la nuora, come tutte le bambine, è abituata ancora a giocare da mattina a sera e quando vede che nella nuova casa deve lavorare, e lavorare sul serio, un bel mattino si alza, se ne va dalla propria mamma e comincia a raccontare una lunga storia di sevizie, battiture, digiuni, ecc. ecc.

La storia viene creduta fino all’ultima virgola e così quando lo sposo si presenta alla casa della sposa a reclamare la propria moglie, viene investito da una tale fiumana di improperi e di minacce che, per non rischiare di peggio fa immediatamente dietro front, e tornato al proprio villaggio comincia a raccontare come è sfuggito per miracolo da sicura morte, dopo avere rischiato il linciaggio per salvaguardare la sua fedeltà coniugale. La storia viene creduta fino all’ultima parola e così nasce un odio cordiale fra le due famiglie. Dopo un conveniente periodo di tempo, la sposa viene riportata dallo sposo, ma siccome la suocera non vuole rinunciare al privilegio di farsi aiutare nei lavori, dopo quindici giorni ecco una nuova fuga ecc.ecc. Lo sposo non osa presentarsi di nuovo alla casa della sposa, ed allora va dal Padre missionario e gli dice: “Quella sposa l’hai benedetta tu, ma essa non vuole venire, va’ tu e portamela”. Cosa fare?

Pro bono pacis il Padre va e con le buone o con le cattive fa riportare la ragazza dallo sposo; ma oramai le pentole sono in ebollizione e dopo quindici giorni o anche meno, la ragazza è di nuovo dalla propria mamma, lacrimante come una vitellina e decisa a non più ritornare nella casa dei suoi tormenti. Ed anche i genitori sono del suo parere, dal momento che hanno ricevuto l’offerta di un partito molto migliore, ed essi sono ancora pagani, avendo fatto battezzare la figlia a causa del matrimonio con il ragazzo che era cattolico. Di nuovo il Padre interviene con minacce, scongiuri, ecc.ecc. ma quando c’è di mezzo l’interesse, le parole trovano il tempo che trovano. Conclusione, la ragazza viene risposata ed il ragazzo, a diciotto anni resta vedovo, con una moglie vivente. Cosa fare?

Il ragazzo dice che egli non si era mai sognato di sposare quella ragazza ma che gli era sta data forzatamente dai genitori. E probabilmente è la verità. Quando è il ragazzo che si sposa e la ragazza a rimanere vedova, allora la ragazza afferma che non ha mai voluto sposarsi, e che solo la minaccia e le botte dei genitori l’hanno indotta a pronunciare il sì che però equivaleva ad un no: ed anche questo in molti casi è vero. Ma ormai quello che è stato è stato ed ora una vedova di quindici anni e un vedovo di diciannove vogliono risposarsi, e di fatto si risposano, perché nella loro mentalità è inconcepibile che un uomo possa vivere e morire senza lasciare in questo mondo una continuazione della propria esistenza; senza poi tenere conto anche di altri fattori non meno importanti.

Per la Chiesa il nuovo matrimonio è un concubinaggio ed i peccatori devono essere esclusi dai sacramenti, assieme ai genitori, complici volenti e necessari. Cosa ci può fare il missionario?….Piangere ed aspettare che la Provvidenza mandi la circostanza favorevole affinché la situazione possa essere regolarizzata. Ma anche questa gente è proprio del tutto condannabile? Quando io ho da fare con questi casi, immancabilmente mi viene in mente quella pagina del Vecchio Testamento, ove il Signore, dopo avere quasi distrutto l’umanità con il diluvio, si rattrista perché gli uomini e specialmente il suo popolo eletto non vuole fare giudizio e gli uomini corrono dietro alle donne proibite, ed allora, “propter duritiam cordis eorum” allarga un po’ le maglie, e concede qualche moglie extra.

Ora però siamo nel nuovo Testamento, e le cose devono essere fatte sul serio. Ed il missionario non può fare altro che pregare, gridare, minacciare, ricorrere, quando è consigliabile, anche a qualche altro mezzo più persuasivo per far entrare nella testa dura di tanta gente anche questa necessità di santificare il matrimonio cristiano. Ma non sempre egli riesce. E la ragione è evidente. Il matrimonio è la benedizione e la consacrazione dell’istinto di procreazione che Dio ha messo in ogni uomo. Un istinto che nella sua forza ed importanza viene subito dopo l’istinto della conservazione.

Il paganesimo spesso non è altro che il culto degli istinti naturali, ed in questo caso, specialmente in mezzo ai popoli primitivi, il culto della procreazione è quello tenuto più in auge, perché oltre che a perpetuare la vita di un individuo, serve anche a dare forza ed importanza alla tribù.

Di conseguenza il matrimonio, presso i popoli pagani, ha sempre un posto eminente, e le leggi e tradizioni che lo governano sono considerate tra le più essenziali nell’ordinamento della comunità. Quando una tribù od una casta si converte a Cristo ed entra nella Chiesa, tutto quanto vi è di superstizioso nelle tradizioni matrimoniali viene abolito e sostituito con qualcosa di cattolico; ma ciò che può essere lasciato viene lasciato, per non imporre inutili fardelli a povera gente che di fardelli ne deve già portare, vivendo nella estrema miseria. Solo si spera che il tempo ed una vita più civile possa far loro capire l’utilità di abolire certe tradizioni e seguirne altre; ma come si fa ad imporre con la forza ciò che noi non abbiamo il diritto di imporre?….

E così il missionario deve correre ad accalappiare mogli fuggite od a minacciar la collera divina a mariti impenitenti; e siccome quando si tratta: di una donna o di un uomo, anche questi argomenti perdono molto della loro forza persuasiva, il missionario deve rassegnarsi spesso a vedere anime, guadagnate alla religione con tanta fatica, ritornare sulla via sbagliata e vivere male, anche se non proprio ritornare al paganesimo. E questa è una croce pesante del missionario.

Augusto Colombo

 

 

“Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”

 

La “Evangelii Gaudium” (la gioia del Vangelo), pubblicata il 24 novembre 2013 da Papa Francesco, è una “esortazione apostolica”, perché non è dedicata ad un tema unico (come in genere le encicliche), ma spazia su tutto il vastissimo panorama delle attività ecclesiali. Però è stata giustamente definita “il manifesto programmatico del papato”, un proclama d’intenti all’inizio di un pontificato che speriamo abbastanza lungo in rapporto a quanto Papa Francesco si propone di realizzare. Per tentare di capire a fondo questo Papa argentino-italiano, che viene “dalla fine del mondo”, bisogna sempre aver presente l’obiettivo prioritario che Giorgio Mario Bergoglio si propone di raggiungere nei suoi anni di Vescovo di Roma. Cosa che non tutti i commentatori fanno; molti si fermano sui dettagli e non capiscono perché non sono sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Un volume che può aiutare a capire è “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che padre Giuseppe Buono, pubblica con la LER (Libreria Editrice Redenzione di Marigliano (Napoli), pagg. 150, 10 Euro). Uscito a metà marzo il libro si è esaurito in pochi giorni ed esce ora in seconda edizione aggiornata e con la prefazione di mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto (Siracusa).

Padre Buono, sacerdote e missionario del Pime dal 1959, docente di missiologia e di bioetica e religioni, ha visitato molte missioni nei quattro continenti e, come fondatore del Movimento Giovanile delle Pontificie Opere Missionarie e segretario della Pontificia Unione Missionaria, ha maturato una conoscenza e una passione per la missione alle genti che lo rende lettore e testimone credibile della Evangelii Gaudium. Nell’Introduzione egli spiega che ha scritto il libro come sussidio agli studenti di ecclesiologia della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, sez. San Tommaso, Napoli, per aiutarli ad una “lettura organica dei temi della missione, così come Papa Francesco li espone e che necessitano di ulteriori premesse teologiche e storiche e di approfondimenti che segnino profondamente la vita del cristiano”.

Ma il volume è utile a tutti coloro che desiderano approfondire meglio la natura missionaria della Chiesa e il conseguente dovere missionario di ogni battezzato perché rilegge l’Esortazione apostolica da un’ottica non comune e oggi troppo spesso dimenticata e sottovalutata. Infatti, data la crisi di fede e di vita cristiana che ha colpito l’Occidente europeo, le nostre Chiese locali sentono la forte tentazione di chiudersi in difesa dell’ovile e del gregge di Cristo, minacciati da tanti nemici. Non è facile capire Papa Francesco se non si parte dall’ottica di “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo”, che non è solo il titolo del libro ma l’impegno prioritario che la Evangelii Gaudium propone a tutti i battezzati e credenti in Cristo: “Voglio una Chiesa tutta missionaria”.

Il libro di Padre Buono dimostra che la rivoluzione evangelica, di cui Papa Francesco è profeta e testimone, in pratica si traduce in questo movimento: uscire dall’ovile per andare verso le periferie dell’umanità, verso i più piccoli e poveri, verso gli estremi confini della terra. “Svegliate il mondo con la gioia del Vangelo” aiuta a leggere ed a capire a fondo la Evangelii Gaudium, cioè il pontificato di Papa Francesco. Il cammino della conversione a Cristo, alla quale l’Esortazione apostolica chiama la Chiesa e tutti i battezzati, è come il cammino del missionario che va fra i non cristiani per annunziare Cristo e lo annunzia soprattutto con la carità e diventando non “come loro”, ma “uno di loro”, sempre amico di tutti con molta umiltà e sacrifici, fin che la gente dice: “Sei uno di noi”. Così nasce la Chiesa fra i popoli che non conoscono Cristo e così può rinascere fra un popolo come il nostro, cristiano da duemila anni, ma nel quale molti ormai non conoscono più Gesù Cristo. In quest’ottica, anche le novità di Papa Francesco acquistano significato e chiedono adesione e preghiere allo Spirito Santo, protagonista della missione.

Piero Gheddo

 

Matrimonio e famiglia nell’Africa nera

 

Padre Dionisio Ferraro è in Guinea Bissau dal luglio 1973, dopo un anno di studio del portoghese a Lisbona. Ha vissuto sempre immerso nella società africana, come parroco in villaggi e per 26 anni nella più importante parrocchia della capitale, promotore e insegnante nelle scuole, costruttore del liceo cattolico di Bissau. Negli ultimi sei anni è parroco a Bambadinca, una parrocchia rurale vastissima nell’interno del paese (diocesi di Bafatà). Gli ho chiesto com’è la famiglia africana nella religione tradizionale, l’animismo o culto degli spiriti. Ecco la sua esperienza nei villaggi animisti della Guinea Bissau, che è un tipico paese africano ancor poco toccato dalla modernità.

“Nei villaggi pagani c’è ancora il matrimonio tradizionale, con piccole poligamie, un marito con due-tre mogli. Dicono che nell’agricoltura ci vogliono molti figli e una sola moglie non basta, ce ne vogliono almeno due o tre, però c’è qualche caso di poligamia grande, poligami con otto-dieci mogli. E come le mantiene? Non è il marito che mantiene le mogli, ma le mogli che mantengono il marito. L’uomo lavora meno delle donne, si interessa dei rapporti esterni, costruisce e ripara la capanna e fa alcuni lavori in casa, ma la moglie alleva ed educa i figli e produce reddito, con l’agricoltura e piccoli lavoretti di artigianato e poi le galline, le anitre, le uova, i frutti che vende, ecc. Il marito quando è senza soldi e deve partecipare ad una festa, chiede i soldi alle mogli, questa la tradizione nei villaggi non cristiani.

“Il matrimonio è un contratto tra famiglie. Il marito deve avere delle risaie, dimostrare di essere un uomo capace, che ha conoscenze, che sa fare parecchie cose. La ragazza che si sposa sa che va a servire l’uomo, che in casa c’è e non c’è, può andare a trovare parenti o amici o i figli più adulti che sono altrove. Chi segue l’economia della famiglia, chi produce è la moglie. La prima moglie è quella che poi comanda la casa. Quando esco da Bambadinca, a me capita di dare passaggi in auto a qualche giovane moglie che ha due-tre figli e va a cercare un’altra moglie per il marito, perché lei non ce la fa più con i figli e nel lavoro. La poligamia non è perché il marito è viziato, ma perché in casa tutto è centrato sulla prima moglie e lei deve procurare un’altra donna al marito, che la aiuti e produca nuovi figli. E’ lei che organizza la vita di famiglia.

“La vera moglie è la prima. Il dott. padre Alberto Zamberletti, mio confratello del Pime, che ha lavorato molto anche come medico, dice che oggi la malattia che si diffonde in Guinea è l’Aids, ma si trovano più malati di Aids nelle famiglie monogame che nelle poligame, perché le varie mogli controllano di più il marito. L’aids si diffonde soprattutto per contatto sessuale con diverse donne fuori della famiglia. I vizi più diffusi fra gli uomini sono ubriacarsi e andare a donne.

“Quando sono invitato a pranzare in una casa – continua padre Dionisio – mangio col marito e i figli maschi, si mangia con le mani, con un catino in mezzo, nel quale c’è riso e altro; poi c’è il gruppo donne in altra parre della casa in altro cortile e là vanno le mogli e le figlie e i bambini piccoli che sono tanti. Fino a poco tempo fa ogni donna aveva in media sette-otto figli, oggi un po’ meno, ne hanno cinque-sei, perché la vita moderna entra ovunque e si imparano altri costumi. Nelle città è diverso,in genere hanno due o tre figli, ma io parlo delle famiglie tradizionali”.

 

Chiedo a padre Ferraro se tra quelli che si convertono al cristianesimo, cambia la famiglia. Si vede la differenza con la famiglia pagana tradizionale? Gli uomini hanno maggior rispetto della donna? Dionisio risponde:

“Dove c’è il cristianesimo, in genere ci sono cinque anni di catecumenato, preparazione al battesimo. In quegli anni di catechesi, di preghiera e lettra del Vangelo, di contatti quotidiani con famiglie cristiane, i costumi cambiano molto. Il marito rispetta la moglie, lavora con la moglie e la aiuta, mangia con la moglie e i figli. Però anche qui bisogna distinguere. Dove c’è un prete-prete che fa una catechesi autentica e che mira alla conversione a Cristo, le cose cambiano; dove c’è un prete formalista, che fa imparare a memoria le risposte al catechismo, ma si accontenta della frequenza alla chiesa, oppure vuol far vedere al vescovo che lui fa molte conversioni, le cose cambiano poco. Il cambiamento è caratterizzato dalla parola “responsabilità”, perché la catechesi richiama alla responsabilità dell’uomo: nei rapporti con la moglie, con i bambini, col lavoro, col denaro.

“Quindi, dove entra il cristianesimo in un villaggio pagano, porta un miglioramento della vita, però anche qui bisogna distinguere. Dove c’è una “revisione di vita” metodica, a scadenza fissa, i cambiamenti ci sono; ma se il prete e i catechisti trascurano questi impegni, tutto va avanti come prima. A volte il missionario ha la consolazione di vedere autentici miracoli di conversioni. A Bissau sono stato 26 anni in parrocchia, nelle “revisioni di vita” mensili con le famiglie sono stato testimone di conversioni straordinarie, di persone che poi hanno cambiato vita davvero. Lo Spirito Santo c’è davvero, perchè noi preti e missionari facciamo pochissimo, a volte ti sembra di parlare al vento, e poi invece tocchi con mano che la tua parola, quando parli a nome di Gesù Cristo, produce frutti. Se Gesù Cristo non cambia la vita delle persone, delle famiglie e della società, la fede e la vita cristiana sono parole vuote. Ecco perché la revisione di vita, che si può chiamare esame di coscienza. Ti ubriachi ancora? Rispetti tua moglie e le tue figlie? Sai perdonare una offesa? Sei generoso con i poveri?Anche quando parlo ai preti arrivo sempre alla revisione di vita. La conversione di un popolo dipende in buona parte dal prete, se è zelante, se dà buon esempio, ecc. Anche la società africana sta cambiando in meglio”.

Dopo intervista vado avanti a chiacchierare e padre Ferraro dice che su 100 matrimoni che celebra n chiesa cinque o sei sono veramente a posto. Quelli che diventano cristiani hanno tutti buona volontà, con tanta fede, preghiera, carità . Ma la cultura cambia con lentezza. Pretendere in Africa un matrimonio come ce ne sono molti in Italia è utopico. “Però, dice padre Dionisio, col passare delle generazioni, anche qui la Chiesa fiorirà. Pochi giorni fa, a Bambadinca, un professionista africano che ha studiato in Italia mi diceva: “Mezzo secolo fa noi siamo venuti non dall’Antico Testamento, ma dalla preistoria e viviamo già nel Nuovo Testamento e nel mondo moderno. Un balzo di millenni in pochi anni non può cambiare costumi millenari, ma il Vangelo in Africa sarà vincente perché è la risposta giusta alle nostre aspirazioni!”. Piero Gheddo

 

 

 

 

 

 

Il matrimonio con rito cristiano in Giappone

 

La Chiesa si sta preparando alla prima sessione del Sinodo episcopale sulla famiglia nell’ottobre prossimo (la seconda nell’ottobre 2015), per discutere le esperienze e sollecitazioni che vengono dalla base del mondo cattolico sui problemi attuali che la famiglia pone ai credenti in Cristo. Ma la Chiesa cattolica è universale e i modelli di famiglia e i problemi familiari che i missionari e le giovani Chiese incontrano fra i popoli non cristiani sono molto diversi dai nostri.

Padre Alfredo Scattolon, missionario del Pime da circa trent’anni in Giappone, dice che “nella tradizione giapponese il matrimonio era sigillato con alcune cerimonie che a noi occidentali non mostrano nulla di “religioso”: era un contratto tra famiglie, combinato dai parenti, come avviene ancora oggi almeno per il 60-70% dei casi. Non si usavano formule particolari, il centro della cerimonia era l’assunzione da parte degli sposi del “saké” (in Cina, invece, si usava il tè), la cerimonia avveniva nella casa dello sposo con una certa solennità; la registrazione presso gli uffici pubblici poteva avvenire, come oggi, sia prima che dopo.

“Però, continua padre Alfredo, le meticolose cerimonie familiari e il rispetto per la tradizione sono il riconoscimento di un Ordine che viene dall’alto, che risponde all’innata capacità umana di percepire il “mistero”, cioè qualcosa che supera e viene prima dell’uomo: vi si può dunque vedere il riflesso di un’autentica religiosità naturale. Il buddismo, entrato e diffusosi in Giappone 1.400 anni fa, non ha mai contestato nè spento quel particolare sentire religioso.

“Ma le missioni e oggi le Chiese cristiane introducono in Giappone una novità: il cristianesimo si presenta con verità e precetti morali, di fronte ai quali i singoli debbono dare una cosciente, libera e personale risposta di adesione o di rifiuto. L’impatto con le verità e la vita cristiana rappresenta per i giapponesi sensibili un travaglio personale. Oltre ai problemi morali che pone il cristianesimo, il fatto di dover “imparare” una dottrina religiosa, cosa a cui non sono affatto abituati, è uno dei motivi che possono spiegare come mai essi trovino tanta difficoltà per convertirsi a Cristo, che pure conoscono e ammirano. Il Vangelo è uno dei libri più venduti!”.

 

“Come cerimonia religiosa – continua padre Alfredo – il matrimonio è iniziato in Giappone alla fine dell’Ottocento, quando la Casa imperiale, conoscendo i costumi dell’Occidente, li ha imitati e introdotti in Giappone ed oggi probabilmente più della metà dei matrimoni si svolgono secondo un rito cristiano. Vi sono alberghi che, per queste cerimonie, al loro interno hanno costruito autentiche e fastose cattedrali…di plastica! I giapponesi sono conquistati dalla forma solenne e luminosa offerta dalle nostre chiese, ma il nostro contenuto religioso, non parliamo poi del matrimonio-sacramento, non è colto se non minimamente; tanto più che la cerimonia religiosa è stata divulgata soprattutto dall’America protestante, coi film di matrimoni sfolgoranti combinati in pochi giorni, che magari si sfasciano poco dopo. Tuttavia, anche questa assunzione di “immagine” cristiana può portare qualche buon frutto: nelle cerimonie cristiane c’è sempre un’atmosfera di gioia, di cordialità, di rapporti sereni e amorevoli fra le persone, e soprattutto l’esplicito annuncio di una “benedizione” dall’Alto (dal Kami) che è desiderata e altrimenti mancherebbe.

“I protestanti, continua padre Alfredo, spesso si limitano alla sola cerimonia in chiesa; noi cattolici, esigiamo un breve corso di preparazione, spieghiamo il significato del matrimonio cristiano e gli impegni che richiede agli sposi… Succede poi che alcune coppie mandino i loro figli nei nostri asili e scuole, o che talvolta chiedano di conoscere meglio la religione cattolica fino a giungere, se lo Spirito Santo li illumina, a chiedere il battesimo”.

 

Padre Alfredo Scattolon descrive poi la famiglia giapponese tradizionale, che in Occidente non immaginiamo nemmeno. Dice: “In Giappone la famiglia, come la conosciamo noi cristiani, non è mai esistita. Oggi la concezione della famiglia è monogamica; è accettato il divorzio ma mai è ostentato, anzi piuttosto tenuto nascosto. Ci si sposa e si vogliono i figli. Ma il padre è tradizionalmente il “padrone”, alquanto assente dalla vita familiare; un noto detto giapponese elenca le 4 cose più temibili: il terremoto, il fulmine, l’incendio e il padre. I figli sono a carico della madre finché sono in grado di andare a scuola ed è con lei che si stabiliscono i rapporti affettivi più sentiti (le ultime parole dei “Kamikaze” erano per la madre). Dopo la famiglia, viene la scuola a farsi carico dell’educazione dei ragazzi, finché questi entreranno in una ditta, la quale a sua volta determina il loro futuro (il ruolo della “ditta-madre” sta cambiando, ma le aspettative comuni sono quelle tradizionali).

“Il fatto che in Giappone sia molto comune lo scambio dei figli tra parenti con relativo cambio di cognome rivela che il legame con la famiglia di origine è alquanto tenue. Alla radice delle differenze che noi notiamo, ci sta la diversa concezione del

valore della “persona”: secondo il buddismo un uomo o donna è uno dei tanti esseri viventi, nessuna trascendenza. Per tradizione, il giapponese non è individualista come l’italiano, ma si muove in gruppo. Prima la famiglia, poi la scuola, poi la ditta in cui lavora oppure lo stato ai tempi della dittatura militare. Il riconoscimento dei diritti dell’individuo come persona è un contributo del cristianesimo. I giapponesi hanno una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. Il giapponese è fatto apposta per lavorare, obbedire, dare tutto se stesso al gruppo a cui appartiene.

Così la società giapponese è invidiabile per molti aspetti, storicamente ha fatto scuola per es. nell’organizzazione del lavoro; ma quando scendiamo alla singola persona e ai suoi problemi… tra il loro modo di sentire i problemi della vita e il nostro appare un solco profondo. Quando noi missionari italiani veniamo in Giappone, studiando con fatica la lingua giapponese a volte ci chiediamo come mai siamo venuti in un paese così perfetto, non sgangherato com’è la nostra cara Italia. Poi ti accorgi che in Italia grazie alla millenaria tradizione cristiana abbiamo tutti imparato che la vita è un dono impagabile, che per lo meno dovremmo tutti e sempre, dire grazie a Dio e spesso molti lo fanno, dare una mano a chi è in difficoltà senza aspettarsi un ricambio. Abbiamo tutti per lo meno sentito parlare di generosità, disinteresse, perdono. In Giappone il perdono è un concetto nuovo, mi è capitato più volte di incontrare giovani laureati che non riuscivano a leggere il carattere del vocabolo “perdono”! Ritornato da poco nella mia Italia, noto con tristezza, qui in Europa, ma proprio anche in Italia, una evidente e progressiva perdita del senso cristiano e dei suoi valori morali: stiamo ritornando al paganesimo, da cui Cristo e la Chiesa ci hanno tirati fuori”. Parole sagge che non vogliono commenti.

Piero Gheddo

 

 

La rivoluzione evangelica di Papa Francesco

Un anno fa, il 13 marzo 2013, Giorgio Mario Bergoglio era eletto da 115 cardinali Vescovo di Roma e Pontefice della Chiesa cattolica universale, il 263° discendente dell’Apostolo San Pietro. A un anno di distanza, Papa Francesco continua a suscitare nei popoli anche non cristiani tante speranze di pace, di giustizia, di gioia di vivere, di crescita umana ed economica per tutti. Un interesse inspiegabile, poichè Francesco non ha alcun potere economico-politico-militare-scientifico-tecnico, così da poter influire sull’andamento delle vicende mondane. Si spiega solo per un motivo soprannaturale. Il Papa argentino ripropone ai popoli, con la sua persona, i suoi gesti e le sue parole, il Vangelo e le Beatitudini di Gesù, un’autentica rivoluzione rispetto alla disumanità del mondo in cui viviamo, che specialmente nel nostro Occidente post-cristiano, sembra aver eliminato Dio dall’orizzonte dell’uomo e della società.

Da duemila anni le Chiese cristiane proclamano la Buona Notizia che è nato il Salvatore dell’uomo e già in passato il “primo annunzio” aveva provocato un terremoto benefico nei popoli, come pure capita anche oggi, in territori e popoli limitati, nelle missioni e ora giovani Chiese. L’annunzio delle Beatitudini non ci commuove più, l’abbiamo sentito tante volte! In ogni epoca storica il Vangelo è sempre nuovo, ma perché Francesco viene accolto in modo così corale quasi senza obiezioni o rifiuti? Nel recente passato Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II erano Papi “popolari”, che toccavano il cuore dei popoli. Con Francesco si verifica un fatto nuovo. Lui stesso si mette a livello della gente comune, parla a braccio, i suoi discorsi si riferiscono alla vita quotidiana e li capiscono tutti. Sembra quasi che dica: voi sapete già cosa dice la Chiesa, cosa dicono la dottrina e la morale cristiana. Adesso vediamo un po’ come noi stessi viviamo o possiamo vivere questa millenaria tradizione. Papa Francesco scende dalla Cattedra pontificia, rinunzia ai lussi e ai fasti tradizionali, si proclama “peccatore”, è uno di noi che fa lo stesso nostro cammino e ha le nostre stesse tentazioni, è trasparente, non vuole segreti, anzi spalanca tutte le nicchie, i ripostigli, le cassaforti vaticane in modo da iniziare la purificazione della Chiesa proprio dal suo centro.

Soprattutto, quando parla provoca sempre chi lo ascolta. Non fa ragionamenti, ma fa la revisione di vita ogni giorno, nel commento al Vangelo a Santa Marta spiega cosa vuol dire Gesù, ma poi subito applica il Vangelo alla vita quotidiana, sua e della gente. Si veda ad esempio il discorso del 14 febbraio 2014 in Piazza San Pietro alle decine di migliaia di fidanzati, venuti da ogni parte del mondo. Un predicatore all’antica avrebbe spiegato cos’è il fidanzamento, quali sono le regole da osservare, citando passi del Vangelo e il Catechismo della Chiesa cattolica. Papa Francesco si fa preparare tre domande dai fidanzati e risponde direttamente raccontando fatti ed esempi: perché il matrimonio è per sempre? Come vivere assieme il matrimonio e la preparazione alle nozze? Domande che tutti si fanno, quindi l’attenzione è assicurata, e poi i fatti, i proverbi, le battute che Francesco fa saranno ricordati, mai un Papa ha parlato in modo così diretto e personale alla gente che lo ascolta. E’ la realtà vista dalla parte della gente, non dalla parte della millenaria Dottrina della Chiesa. Naturalmente spiegando la Dottrina, ma applicandola alle situazioni umane del nostro tempo.

Ma insomma, qual è, in fondo, la rivoluzione di Papa Francesco? Nient’altro che questa: vuole riportare gli uomini del nostro tempo a Dio, a Gesù Cristo, al Vangelo. In lui non c’è alcuna rottura con i Papi precedenti e con la Tradizione cristiana, che però, come i Manuali della morale cristiana, i Codici di diritto canonico, le norme liturgiche, i Concili ecumenici e le encicliche dei Papi vengono pubblicati per adattare, “aggiornare” (come diceva Giovanni XXIII) la dottrina e la morale cattolica agli uomini di tutti i tempi. La Verità rivelata rimane ferma, ma viene interpretata e applicata in modi diversi secondo le varie epoche storiche e l’evoluzione dei popoli. Gesù ha detto ai suoi Apostoli: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete comprenderle; quando però verrà lo Spirito della verità, vi guiderà verso tutta la verità… Lo Spirito riprenderà quanto io ho insegnato e ve lo farà capire meglio” (Giov. 16, 12-15).

L’ultima rivelazione di Dio è quella di Gesù Cristo, ma noi uomini non possiamo mai comprendere pienamente il pensiero di Dio, la volontà di Dio. Ecco perchè dalla Parola di Dio autenticata dalla Chiesa, nei duemila anni di cristianesimo lo Spirito ha rivelato, ha fatto capire tante cose contenute nel Vangelo. Questa è la grande “Tradizione della Chiesa”, che è fonte di rivelazione come la Parola di Dio scritta, l’Antico e il Nuovo Testamento. La Chiesa ha compreso a poco a poco più profondamente il Vangelo ed è cambiata nei secoli in tante cose: ad esempio, il giudizio sulle religioni non cristiane (“Nostra Aetate” del Vaticano II), la libertà religiosa di ciascun uomo (“Dignitatis humanae”), la “collegialità” dei vescovi con il Papa (“Lumen Gentium”, Capitolo III), la Messa nelle lingue locali “Sacrosanctum Concilium”, n. 36), ecc. Papa Francesco è su questa linea, ad esempio convocando il Sinodo sulla Famiglia e interrogando le Chiese di tutto il mondo, porterà un rinnovamento e “aggiornamento” non del modello di matrimonio secondo il Vangelo, ma delle norme pastorali e giuridiche per vivere il modello nel mondo d’oggi.

Molti ancora si chiedono qual’è, com’è la rivoluzione evangelica di cui Papa Francesco è il primo missionario e modello. Eppure è facile capirlo: che tutti noi battezzati diventiamo sempre più autentici seguaci e imitatori di Gesù Cristo, per trovare l’entusiasmo e la gioia di essere suoi testimoni, luce del mondo e sale della terra. Nessuno può tirarsi fuori da questa “revisione di vita” secondo il Vangelo: cardinali, vescovi, preti, suore, laici, l’importante è che ciascuno di noi abbia a cominciare la rivoluzione evangelica della Chiesa, partendo da se stesso. Tornare a Cristo affinchè, con l’aiuto dello Spirito Santo, il mondo in cui viviamo diventi meno disumano e più umano.

Piero Gheddo

 

85 anni di grazie e di gioia

85 anni or sono, a Tronzano vercellese dove si coltiva il riso, Rosetta Franzi in Gheddo, a mezzogiorno di quel 10 marzo 1929, mentre le campane della vicina chiesa parrocchiale rintoccavano l’Angelus, dava alla luce il suo primogenito, poi sacerdote e missionario del Pime. Ringrazio il Signore di aver raggiunto questa terza età stando bene (con alcuni inevitabili acciacchi) e potendo ancora lavorare, dato che continuo a ricevere numerose richieste. Ringrazio anche i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, che hanno trasmesso a me e ai miei fratelli (Piero 1929, Francesco 1930, Mario 1931) la fede e tanti buoni esempi di vita cristiana, pregando anche per la mia vocazione sacerdotale; e poi i tanti preti e laici che mi hanno educato, a Vercelli e al Pime di Milano, compresi i membri della mia grande e santa famiglia Gheddo-Franzi e un missionario in particolare, padre G.B. Tragella, che mi ha orientato bene all’ideale missionario e al giornalismo a servizio dell’ad gentes e mi ha dato, negli anni ruggenti di giovane prete, il senso molto concreto di cosa vuol dire preghiera, obbedienza, capacità di rinunzia, umiltà, austerità di vita, concentrazione totale all’ideale, ecc.

Oggi ripeto quanto dico spesso parlando in pubblico. E’ bello fare il prete! Non per motivi esterni (salute, soldi, fama), ma perché mi sento sempre amato, protetto, perdonato e consolato da Dio e posso ancora essere utile al prossimo. Quest’anno celebro i 61 anni di sacerdozio (ordinato dal beato card. Schuester nel 1953 nel Duomo di Milano). I superiori del Pime mi hanno destinato alla missione della stampa e animazione missionaria e ho potuto visitare molte missioni e situazioni ad gentes in tutti i continenti. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane, di pace e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”.

Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare al prossimo e ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita, soprattutto con la carità e cercando di vivere secondo l’esempio di Cristo; un cammino che dura tutta la vita, ricomincia ogni giorno con entusiasmo nuovo e mantiene giovani, cioè non ci lascia indurire dalle sofferenze, incomprensioni, fallimenti, malattie, umiliazioni. Ecco perchè vivo sereno e contento anche a 85 anni: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti gli uomini e tutte le culture hanno bisogno.

La mia vita avventurosa l’ho raccontata in molti articoli e libri. In Italia, il contatto diretto con tante persone in parrocchie, ospedali, carceri (per sette anni in San Vittore a Milano, 1972-1979), ambienti e associazioni di giornalisti e di stampa e TV, mi ha confermato in una convinzione, che desidero trasmettere soprattutto ai giovani in ricerca di qualcosa che riempia le loro giornate e riscaldi il loro cuore. Senza un ideale che valga la pena di essere vissuto, non si può vivere bene. La vita è bella se ha un senso, uno scopo, se è un cammino verso un ideale. La cultura del nostro tempo propone ideali terreni, materiali, che esaltano e illudono per qualche anno, poi decadono e scompaiono: i soldi, la carriera, la visibilità mediatica, il sesso, la gloria mondana, il divertimento. Specialmente i giovani devono scegliere una meta precisa per la vita, da perseguire con spirito di sacrificio e l’aiuto di Dio, allora non sono più sballottati da mille distrazioni, proposte, tentativi, illusioni.

Il beato Clemente Vismara (1897-1988) scriveva: “La vita è bella solo se la si dona”. L’ideale cristiano è questo: non rimanere chiusi in noi stessi, ma aprirci a Dio e al prossimo, combattere il nostro naturale egoismo per essere davvero fratelli e sorelle con tutti, specialmente i più piccoli e poveri, i più isolati e marginalizzati. Non si può vivere senza un ideale che vada al di là della nostra piccolezza e debolezza umana, al di là anche della morte. Solo Gesù Cristo dà la speranza della vita eterna, che, se diventa fede e ideale, giustifica e sostiene tutti i sacrifici della vita presente.

Per me l’ideale è stato seguire Gesù che mi chiamava alla consacrazione sacerdotale e missionaria, l’unica passione di tutta la vita. Quand’ero giovane, chiedevo a Dio di darmi la fedeltà e l’entusiasmo per la missione, con il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo e scrivevo del sacerdozio, della vocazione alla vita consacrata. Adesso chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Alcuni amici mi hanno telefonato: “Che regalo possiamo farti per i tuoi sessant’anni di sacerdozio?”. Ho risposto con sincerità: “Pregate per me, dite qualche Rosario, ascoltate una Messa e fate una Comunione per tutti i missionari e i loro popoli”. Veramente la preghiera per l’amico, oltre che dare la vita, è il dono più grande che possiamo fare. Oggi vedo con chiarezza quello che ho sempre saputo: l’unica cosa che mi occorre sempre più è l’amore e l’aiuto di Dio.

Piero Gheddo

Cosa scriveva Paolo VI sul “socialismo”

Ho dovuto recentemente parlare del “Sessantotto”, un tempo di ubriacatura ideologica nefasta per la fede, quando molti pensavano che l’ideologia marxista, la “rivoluzione comunista” e le varie correnti del socialismo fossero “l’unica speranza per i poveri”; quando non pochi “intellettuali” e anche teologi cattolici scrivevano che è sbagliato parlare di “Dottrina sociale della Chiesa”, perchè l’unica autentica e scientifica “analisi della società” era quella del marxismo. Negli suoi ultimi anni di pontificato (1963-1977), Paolo VI, spesso contestato e deriso, non osava più parlare di “Dottrina sociale della Chiesa”. Il termine è stato ripreso con forza da Giovanni Paolo II nel suo primo grande viaggio internazionale a Puebla in Messico (gennaio 1979), per la terza Assemblea dei vescovi latino-americani (Celam) , e oggi è usato da tutti, Avendo visto come sono finiti i circa trenta paesi governati dal comunismo o “socialismo reale”, oggi è difficile capire perché a quel tempo nasceva addirittura l’associazione “Cristiani per il socialismo”!

Oggi, nel modo globalizzato, quasi tutti i popoli adottano il libero mercato, il capitalismo che, si dice, i popoli democratici possono cambiare per una maggior “giustizia sociale”. Ma, in pratica, pare inevitabile che ovunque “i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri”, persino in paesi come Vietnam e Cina, dove governa il Partito comunista ma, per arricchire, si pratica un “capitalismo selvaggio” di cui in Occidente abbiamo quasi perso il ricordo. Lo stesso avviene in India, dove governa un “socialismo democratico”.

Nella “Evangelii Gaudium”, Papa Francesco tratta il tema in modo pragmatico com’è nel suo stile. Nel capitolo II (Alcune sfide del mondo attuale) conferma la condanna della Chiesa agli aspetti fondativi dell’economia nel mondo attuale:

- No ad un’economia dell’esclusione (nn. 53-54);

- No alla nuova idolatria del denaro (55-56);

- No ad un denaro che governa invece di servire (57-58);

- No all’inequità che genera violenza (59-60).

Papa Francesco rivendica per i cristiani e la Chiesa il diritto di dire il loro parere sui problemi della società, contro la “cultura della secolarizzazione” che marginalizza la religione dalla società. Scrive (n. 183): “Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale nazionale, senza preoccuparsi per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica, che non è mai comoda e individualista implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra”. Quindi Francesco afferma (n.186): “Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri”, collaborando (n. 188) “per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri… e per creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni”. E cita Paolo V (Octogesima adveniens, 189): “I più favoriti devono rinunziare ad alcuni dei loro diritti per mettere con maggiore liberalità i loro beni a servizio degli altri”.

L’azione del cristiano in favore dei poveri deve sempre ispirarsi al Vangelo e Papa Francesco rilegge i passi del Nuovo Testamento che riguardano il grido dei poveri, la predilezione di Dio per i poveri, il dovere del seguace di Cristo di aiutare i poveri e la misericordia di Dio per chi non è avaro di quello che ha e ne fa parte a chi ha meno di lui. Parla spesso dei poveri, degli ultimi, dei marginali, di andare alle periferie dell’umanità, dell’opzione preferenziale per i poveri, ma da non intendere in senso politico-partitico, perché sarebbe travisare quel che dice e fa Papa Francesco. Per lui i poveri sono gli ultimi, i marginali della società, ma anche gli ammalati, le persone isolate, i carcerati; e i lontani da Cristo e dalla Chiesa. Nella Eg, condannata “la nuova idolatria del denaro”, scrive: (n. 58): “Il Papa ama tutti, ricchi e poveri, ma ha l’obbligo, in nome di Cristo, di ricordare che i ricchi debbono aiutare i poveri, rispettarli e promuoverli. Vi esorto alla solidarietà disinteressata e ad un ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’uomo”.

A quarant’anni di distanza, è interessante rileggere quel che diceva Paolo VI del socialismo e dell’adesione dei cristiani a movimenti e partiti socialisti. Nella Lettera apostolica “Octogesima adveniens” (14 maggio 1971), contestata perché “poco coraggiosa” e poco “profetica”, Paolo VI scriveva:

“N. 26 – Il cristiano che vuol vivere la sua fede in un’azione politica intesa come servizio, non può, senza contraddirsi, dare la propria adesione a sistemi ideologici che si oppongono radicalmente o su punti sostanziali alla sua fede …. all’ideologia marxista, al suo materialismo ateo, alla sua dialettica di violenza, al modo con cui essa riassorbe la libertà individuale nella collettività, nega ogni trascendenza all’uomo e alla sua storia personale e colletiva”.

“N. 28 – Il pericolo sarebbe di aderire formalmente ad una ideologia che non ha alla base una dottrina vera e organica, di rifugiarvisi come in una spiegazione ultima e sufficiente, costruendosi così un nuovo idolo, di cui si accetta, talora senza prenderne coscienza, il carattere totalitario e coercitivo. Si pensa di trovare così una giustificazione alla propria azione anche violenta, un adeguamento ad un desiderio anche generoso di servizio. Questo desiderio resta, ma si lascia assorbire da un’ideologia la quale, anche se propone certe vie di liberazione per l’uomo, finisce in ultima analisi per asservirlo”.

“N. 31 – Ci sono dei cristiani che si lasciano attirare dalle correnti socialiste nelle loro diverse evoluzioni. Essi cercano di riconoscervi talune delle aspirazioni che portano in se stessi in nome della loro fede, si sentono inseriti in questo flusso storico e vogliono svolgervi un’azione. Ora, secondo i continenti e le culture, questa corrente storica assume forme diverse sotto uno stesso vocabolo, anche se esso è stato e resta, in molti casi, ispirato da ideologie incompatibili con la fede. Un attento discernimento si impone. Troppo spesso i cristiani, attratti dal socialismo, tendono ad idealizzarne in termini assai generici: volontà di giustizia, di solidarietà e di uguaglianza. Essi rifiutano di riconoscere le costrizioni dei movimenti storici socialisti, che rimangono condizionati dalle loro ideologie di origine”.

Piero Gheddo