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Come libro per l’estate ho scelto “Ratzinger professore” di Gianni Valente (San Paolo 2008, pagg. 208). Un testo veramente interessante per conoscere Joseph Ratzinger nei suoi anni giovanili e quindi per comprenderlo meglio oggi come Papa Benedetto XVI. Il sottotitolo dice: “Gli anni dello studio e dell’insegnamento nel ricordo degli allievi e dei colleghi (1946-1977)”.
In una paginetta di Blog è impossibile sintetizzare la ricchezza di questa ricostruzione della giovinezza e maturità dell’uomo che il Signore Gesù ha scelto come suo Vicario in terra per il nostro tempo. Noto solo due punti dai quali risulta la continuità di Joseph Ratzinger, da giovane studente e sacerdote a Pontefice della Chiesa universale.
Primo. La “lectio magistralis” tenuta il 24 giugno 1959 all’inizio della sua carriera di docente all’Università di Bonn porta il titolo: “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”. La “questione urgente” con la quale il giovane professore (32 anni) si misura è il divorzio moderno tra fede e ragione, tra una religione confinata al campo personale e privato, intimistico e sentimentale, e una ricerca razionale che da Kant in poi si nega ogni possibilità di conoscere e di accedere a Dio.
Citando San Tommaso, Ratzinger afferma che è possibile superare ogni deleteria contrapposizione tra linguaggio della fede e linguaggio della ragione. Il Dio che si manifesta gradualmente nell’Antico e nel Nuovo Testamento coincide almeno in parte col “Dio dei filosofi”, cioè con la ricerca che gli uomini fanno di Dio. Il problema è di linguaggio. I Padri della Chiesa hanno operato una mirabile sintesi tra la fede biblica e lo spirito ellenico. Allo stesso modo, scrive il giovane Ratzinger, “se (oggi) è essenziale, per il messaggio cristiano, essere non una dottrina segreta esoterica per una limitata cerchia di iniziati, ma il messaggio di Dio rivolto a tutti, allora è essenziale, per esso, anche il tradurlo verso l’esterno nel linguaggio comune della ragione umana”.
Il giovane sacerdote (dal 1951) e professore tedesco non si faceva però illusioni. In un articolo pubblicato nel 1958, il trentunenne Ratzinger scrive che considerare l’Europa un continente “quasi del tutto cristiano” è un “inganno statistico”: “Questa Europa – continua - cristiana di nome, è ormai da quattrocento anni culla di un nuovo paganesimo, che cresce senza sosta nel cuore stesso della Chiesa e minaccia di demolirla dall’interno”. La Chiesa cattolica del dopoguerra gli appare diventata “sempre più, in un modo del tutto nuovo, Chiesa dei pagani. Non più, come un tempo, Chiesa di pagani divenuti cristiani, ma Chiesa di pagani che si chiamano ancora cristiani e in verità sono diventati pagani”.
Il secondo punto è la profondità di pensiero unita alla chiarezza del professor Ratzinger nell’insegnare teologia, che gli attira molto seguito fra gli studenti. Tante e concordi le testimonianze di contemporanei. In tempi nei quali i “baroni delle cattedre” parlavano spesso difficile e non si preoccupavano di essere compresi dagli studenti, Ratzinger introduce un modo nuovo di fare lezione: “Leggeva le lezioni in cucina a sua sorella Maria, persona intelligente ma che non aveva mai studiato teologia. Se la sorella manifestava il suo gradimento, questo era per lui il segno che la lezione andava bene”. Così il biografo (pagg. 64-65).
E uno studente di quei tempi aggiunge: “La sala era sempre stracolma, gli studenti lo adoravano. Aveva un linguaggio bello e semplice. Il linguaggio di un credente”. Il professor Ratzinger non faceva sfoggio di erudizione accademica né usava un tono oratorio abituale a quei tempi. Esponeva le lezioni in modo piano, con un linguaggio di limpida semplicità anche nelle questioni più complesse.
Molti anni dopo, lo stesso Ratzinger spiega il segreto del successo delle sue lezioni: “Non ho mai cercato di creare un mio sistema, una mia particolare teologia. Se proprio si vuol parlare di specificità, si tratta semplicemente del fatto che mi propongo di pensare insieme con la Chiesa e ciò significa soprattutto con i grandi pensatori della fede”. Gli studenti percepivano, attraverso le sue lezioni, non solo di ricevere nozioni di scienza accademica, ma di entrare in contatto con qualcosa di grande, con il cuore della fede cristiana.
Saluto cordialmente e ringrazio gli amici che mi seguono in questi Blog, per impegnarmi a fondo nel concludere la biografia di padre Augusto Colombo (1927-2009), il missionario del Pime che è stato una delle personalità più rappresentative della Chiesa indiana nella promozione umana dei paria, che oggi in India sono circa 160 milioni. Riprenderò i Blog, se Dio vuole, verso la fine del mese di agosto. Buona estate a tutti nel Signore Gesù.
Piero Gheddo
Oggi, 12 luglio 2010, “Il Corriere della Sera” pubblica un articolo dal titolo “Milano più calda del Cairo”. Ieri la Spagna ha vinto la Coppa del Mondo di calcio, oggi noi “milanesi” ci consoliamo: almeno un primato ce l’abbiamo anche noi!
A Milano, nel mio studio all’ombra, nel pomeriggio il termometro segna 34-35 gradi con un altissimo grado di umidità. Però si può sopravvivere lamentandosi un po’. Ma stamattina mi arriva una lettera da Beneedwar in Bangladesh da un mio confratello missionario del Pime, padre Luigi Scuccato, classe 1920 (quella di Papa Giovanni Paolo II), che fra l’altro mi scrive: “Nonostante i miei 90 anni già compiuti e il caldo infernale di questi giorni (siamo sui 40 e più gradi), grazie al buon Dio sto bene e tengo duro”.
Padre Scuccato è ancora parroco a Beneedwar, una parrocchia (o missione in un paese dove i cattolici sono lo 0,3% dei 150 milioni di bengalesi) che ha circa 4.000 battezzati dispersi in una quarantina di villaggi in una vasta regione e diverse centinaia di catecumeni. Le cappelle sono poco più di trenta perché a volte il villaggio non è tutto cristiano ma ci sono solo alcune famiglie battezzate. Sei sono in muratura, le altre di fango e paglia. Una cappella in muratura con la stanza e i servizi per il padre costa 6.000 Euro. “La cappella in muratura attira molto – mi scrive padre Scuccato -, ma le facciamo quando troviamo i soldi”.
Il caro amico ha rinunziato tre volte alla sua parrocchia di Beneedwar ma il vescovo locale di Rajshahi gli ha detto: “Fin che stai bene va avanti. Quando sarà il momento di ritirarti, te lo dirò io”. Scuccato obbedisce nonostante l’età, gli acciacchi e la stanchezza. Visitandolo nel gennaio 2009 gli ho chiesto se è contento di essere ancora parroco. Risponde di sì, anche perché il vescovo gli ha mandato un coadiutore locale giovane e molto bravo, che lo libera dalle fatiche e dai viaggi più disagiati: “E’ giovane e va tenuto un po’ a freno, ma sono contento di lui”.
Padre Luigi è in missione dal 1948 e il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo. E’ rimasto fedele alla vocazione missionaria e il Signore continua ad aiutarlo. E’ una “buona notizia” che nelle cronache quotidiane dei media non trova spazio.
Piero Gheddo
In questa calda estate milanese sto preparando una conferenza che mi appassiona. La farò nella casa del Pime a Genova-Nervi, in tre conventi di suore di clausura genovesi e poi a Radio Maria: “Benedetto XVI e la crisi esistenziale dell’Europa”. Non quindi la crisi economica, politica, culturale, ma esistenziale: molti non sanno più perché vivono, da qui l’egoismo e la chiusura agli altri, lo sfascio delle famiglie, il pessimismo, la paura al mettere al mondo figli, lo tsunami di fango delle varie immoralità che ci travolge, la mancanza di speranza per programmare il futuro.
Il 1° aprile 2005, pochi giorni prima che morisse Giovanni Paolo II, in una conferenza a Subiaco su “L’Europa e la crisi delle culture”, il cardinale Ratzinger diceva: “In Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità”. Parole pesanti come pietre tombali: viviamo davvero in un’Europa che, come cultura dominante, non è più cristiana?
La soluzione della crisi sta nell’incontro con una Persona, l’incontro con il Figlio di Dio, Gesù Salvatore, che ha segnato in modo indelebile la storia e la civiltà europea. Spesso il Papa richiama i cristiani ad impegnarsi personalmente nella rievangelizzazione dell’Europa, non solo con la preghiera. Ad esempio, l’11 aprile 2010, in volo verso il Portogallo per una visita al Santuario di Fatima, un giornalista chiede a Benedetto XVI quali sono oggi le novità del messaggio della Madonna a Fatima e il Papa risponde: “Non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa. Lo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa e quindi la Chiesa deve reimparare la penitenza, accettare la purificazione… In una parola, dobbiamo reimparare proprio questo essenziale: la conversione, la preghiera, la penitenza”.
Ecco un altro testo che chiama tutti in causa e fa riflettere. Due giorni prima di diventare Papa, nella Messa per l’elezione del Sommo Pontefice (18 aprile 2005) ha detto: “Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: di portare a tutti il dono della fede, dell’amicizia con Cristo. Abbiamo ricevuto la fede per donarla agli altri. Tutti gli uomini vogliono lasciare una traccia che rimanga. Ma che cosa rimane? Il denaro no. Anche gli edifici non rimangono, i libri nemmeno. Dopo un certo tempo, tutte queste cose scompaiono. L’unica cosa che rimane in eterno è l’anima umana, l’uomo creato da Dio per l’eternità. Il frutto che rimane è perciò quanto abbiamo seminato nelle anime umane: l’amore, la conoscenza, il gesto capace di toccare il cuore, la parola che apre l’anima alla gioia del Signore. Allora, andiamo avanti e preghiamo il Signore che ci aiuti a portare frutto, un frutto che rimane. Solo così la terra verrà cambiata da valle di lacrime in giardino di Dio”.
In questi giorni di vacanza Il Signore ci aiuti a riflettere come possiamo, nella nostra piccola vita, essere vicini e solidali con Papa Benedetto. Con la preghiera, d’accordo. Ma anche riflettendo sulla nostra vita: io cosa faccio per seminare il bene nelle anime dei fratelli e sorelle? Ai miei familiari ed a quanti mi conoscono dò esempi di vita evangelica oppure è vero il contrario?
Piero Gheddo
Il caro amico padre Silvano Zoccarato del Pime, missionario in Camerun dal 1971 e dal 2006 nel deserto dell’Algeria (a Touggourt),quest’anno celebra i suoi 50 anni di sacerdozio. Nel suo Blog “Cartoline dall’Algeria” ( www.missionline.org) così augura buone vacanze a noi italiani. Lo ringrazio e ci uniamo a lui con la preghiera.
Piero Gheddo
Per il mio 50° di sacerdozio mi è stato regalato un viaggio a Tamanrasset dove visse e morì Charles de Foucauld. Rileggo nel mio diario: “Viaggio verso l’Assecrem. Sassi, sassi e poi sassi tra montagne di ogni forma : picchi, altipiani, e valli che non finiscono mai, qualche rigagnolo e piccolo lago. Una giornata intera tra i sassi. Charles ha voluto andarvi perché è lì che vivevano i Tuareg dove pioveva e crescevano i pascoli. E’ con loro che voleva vivere. Proprio in alto, a circa 2600 metri, vedi il suo eremitaggio”.
Il Beato De Foucauld aveva scritto:
“La vista è la più bella che non si possa dire, né immaginare. Nulla può dare l’idea di foresta di picchi e di guglie rocciose che si ha ai propri piedi. E’ una meraviglia. Non la si può ammirare senza pensare a Dio. Mi è difficile distogliere lo sguardo da questa vista ammirevole, la cui bellezza e impressione di infinito ci ravvicinano a Dio, mentre questa solitudine e questo aspetto selvaggio ci fanno sentire che cosa sia essere soli con Lui: una goccia d’acqua nel mare”.
Charles, come altri eremiti, ha saputo rendere importante e conosciuto questo angolo della terra, diventato luogo di incontro con Dio e coi fratelli. Ma c’è voluto un po’ di pazzia. I Tuareg dicono in proverbi: “La verità è nascosta tra le sabbie del deserto, affinché chi la scopre sia considerato un pazzo, la mente bruciata dalla solitudine e dal sole”.
“Dio ha creato i luoghi ricchi di acqua perché l’uomo vi possa vivere ed ha creato il deserto perché l’uomo vi possa trovare la propria anima…”. “Non è l’uomo che attraversa il deserto. E’ il deserto che attraversa l’uomo”
Il Piccolo Fratello Ventura mi accompagna al mio eremitaggio: a circa un km dall’eremitaggio di Fr. Carlo e di quello dei Piccoli Fratelli. In questa stanza di sassi ho passato due notti e un bel tempo di solitudine. Non manca niente, niente è di più, tutto è pura semplicità. Li, solo, guardi, pensi, mediti. Dio parla ancora, comunica mostrando il creato. Continua a dire le sue prime parole di Creatore: “Tutto è buono. Tutto è bello!” L’uomo, creato ad immagine di Dio percepisce il linguaggio di Dio.
Ho raccolto questo, sfogliando il quaderno delle testimonianze che i visitatori scrivono all’interno dell’eremitaggio. Vedi i caratteri delle lingue del mondo. Ogni scritta ti fa sentire chi è musulmano, cristiano, indù, buddista, ateo, in ricerca, ecc. Ma in tutti senti una sola cosa: La gioia di sentirsi lì e la sorpresa di avvertire una grande novità nell’esistenza. Ne trascrivo solo due:
“Non sono credente, ma oggi sono arrivato qui all’Assecrem. Ho letto qualche parola di Charles de Foucauld. Mi sento vicino a Dio e all’anima, alla grande anima, all’uomo, al santo. All’Assecrem ho toccato con mano la grandezza dell’universo. Ne sono affascinato.” H.H.
“Come non pensare al Creatore universale davanti a tanto splendore. Un paesaggio lunare, una vista magica che porta all’umiltà. Sufficiente per ricordare all’uomo che non è polvere e che deve tutto a Dio. Sufficiente per vivere felice”. M.
Al turista che vantava le gioie della città, il vecchio Tuareg rispose:
“Preferisco restare qui nel deserto, dove il cielo è sempre puro… La notte, quando alzo la testa, posso contemplare il cielo stellato… e medito.”
Ha ragione. E’ la meditazione che da senso alla vita.
Silvano Zoccarato
Caro padre Piero, come stai?
Non ci conosciamo. Sono anni che prego per te e che ti seguo. Rendo Lode a Dio per aver messo sul mio cammino dei sacerdoti che mi aiutano a non sbandare né a destra né a sinistra per entrare nella “porta stretta” . Insieme a Pietro (prima Giovanni Paolo II e ora Benedetto XVI) mi aiutano in questa lotta affascinante verso il Cristo.
Alcuni sono già in Cielo: Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Giovanni Bosco, Luigi Giussani, Stefano Lamera (di cui mi considero l’ “ultimo” dei discepoli essendo consacrato con la mia sposa nell’Istituto Santa Famiglia della “Famiglia Paolina”); altri sono qui sulla Terra: padre Livio Fanzaga (Radio Maria), Mons. Diego Coletti (già vescovo di Livorno e mio amico personale anche se non lo posso vedere sempre, essendo lui ora Vescovo di Como) e tu….bella la tua idea di Occidente come culla del progresso e non solo come predatore dei Paesi Poveri.
Considero una “grazia” particolare del Signore aver avuto il “carisma” di riconoscere quei sacerdoti che mi avrebbero permesso di non vergognarmi del mio Gesù (vero Uomo e Dio). Grazie a questi sacerdoti ho capito che sono gli altri che devono vergognarsi, perchè vivono come “se Dio non esistesse”.
Ho letto su Zenit la tua storia “La nostra piccola missione quotidiana” (quanto è vero quello che hai scritto!). Ti voglio chiedere un favore. Sono anni che cerco un “canale” per affrontare pubblicamente due gravi errori della Classe Dirigente italiana. Ma non conosco (forse per colpa mia) Parlamentari o Associazioni Cattoliche e Laiche sensibili a questi due errori.
PRIMO GRANDE ERRORE: La scuola italiana - dalle Scuole Materne alle Scuole Superiori - è in mano alle Donne. Non ho niente contro le Donne: sono devoto non come superstizione a Maria Vergine, sono sposato e padre di 4 figli, di cui tre femmine. Ma questo è un Grande Errore. I motivi sono facilmente immaginabili, io penso; ma non c’è NESSUNO che affronti di petto (leggi, soldi..) questa questione! Le donne hanno tantissime qualità, ma per educare i bambini è necessario la collaborazione tra uomini e donne. I bambini e le bambine assimilando e confrontandosi con le “differenze complementari” degli insegnanti uomini e delle insegnanti donne sono invitati a capire che cosa è una persona.
Senza questo “insegnamento non verbale”, i bambini se va bene avranno qualche nozione in più nella testa, ma non saranno certamente aiutati a scoprire il senso di questa corsa affascinante che è la Vita.
SECONDO GRANDE ERRORE: Il Tempo Pieno alle Scuole Primarie in Italia ha causato (e causa) enormi problemi educativi e di crescita psicologica e intellettuale ai bambini italiani: si riesce a mascherarli alla Scuola Primaria, ma questa difficoltà si vede tutta dalle Scuole Medie in poi.
Il Tempo Pieno è così strutturato: ci sono 2 insegnanti che si alternano la mattina e il pomeriggio. Questi 2 insegnati non ci stanno a scuola dalle 8.30 alle 16.30! ! A scuola ci stanno però i bambini tutte quelle ore (8 in tutto)! Al pomeriggio, il secondo insegnante deve andare avanti con le sue Materie. Conseguenza drammatica: non solo i bimbi sono privati di un sano relax pomeridiano e non solo non possono elaborare da soli il pomeriggio quello che hanno studiato la mattina, ma sono costretti a “andare avanti” negli apprendimenti sia la mattina (con 1 maestro) sia il pomeriggio (con 1 altro maestro). SOLO I PIU’ FORTI CE LA FANNO.
Tanti alunni non potendo “riprendere” da soli le Materie non riescono ad andare “avanti” nel modo dovuto, dovendo “apprendere di continuo” e mai potendo assimilare con i tempi del loro cervello quello che gli insegnanti cercano di insegnare (non in tutte le scuole della Repubblica è così, gli insegnanti più coscienziosi si sono “inventati” dei modi per dare “tempi distesi” agli educandi; ma in tantissime scuole accade quello che qui ho denunciato). Se ne può parlare?
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
Oggi c’è un tentativo subdolo e pericoloso (portato avanti dalle elites dominanti massoniche e tecnocratiche) che si sta imponendo in Europa: creare una “scuola senza valori etici”, scuola che delinea i suoi contorni a velocità impressionante. Un esempio incredibile è la legge spagnola che andrà in vigore il 5 luglio 2010 e che obbligherà i ragazzi oltre gli 11 anni all’educazione sessuale obbligatoria (!), annullando di fatto la centralità educativa della Famiglia e ritenendo i ragazzi come spugne da riempire senza tener conto delle differenze e dei diversi tempi per affrontare una seria educazione sessuale.
Già da diversi anni, nelle scuole italiane (la “autonomia scolastica” permette questo) entrano “formatori di educazione sessuale” (inviati dalle A. S. L.!). Pochi sanno che, spesso, in queste “lezioni” (dove si parla di sesso orale, come evitare gravidanze non desiderate, ecc…) gli insegnanti sono obbligati ad uscire dalla classe.
Se, come è vero, ogni “persona” è un microcosmo a se stante, chi ci dà il diritto di “educare” i bambini a partire dall’idea che le persone di pochi anni siano “educabili” con delle “tappe” valide per tutti? Questo può valere per la matematica (forse). Chi ha interesse a educare i bambini a partire da una impostazione governativa, come se un Governo avesse il compito di stabilire i tempi e i modi per imporre le tappe della crescita umana delle giovani generazioni. Sa tanto di Nazismo, di Comunismo, di Dittatura. Questi due grandi errori della Scuola Italiana e il tentativo di introdurre in Europa un’antropologia nuova e perversa sono due temi che si intrecciano e si alimentano a vicenda. Se ne può parlare? Prego Maria e i tuoi genitori “Rosetta e Giovanni” che tu possa aiutarmi. Grazie!
Fabio Papini , maestro elementare di Livorno (Scuola Statale “G. Rodari”) (Tel. 0586.501764 - Cell. 3406135459)
Caro Papini,
grazie della tua lettera da amico vero. Ma altrettanto da amico ti rispondo che io non conosco i problemi della scuola italiana e non saprei come fare ad aiutarti, tanto più che non ho tempo nemmeno di fare tutto quello di cui vengo richiesto. Tu scrivi cose interessanti e penso di pubblicare la tua lettera sul mio BLOG per sentire il parere dei miei lettori e amici. E’ l’unico modo che ho di diffondere quelle idee, tanto più che i miei Blog vengono ripresi quasi sempre dall’agenzia cattolica internazionale Zenit, molto letta anche in Italia. Grazie delle preghiere, anch’io prego per te, tuo padre Piero Gheddo
Sono stato due mesi a Roma (aprile-maggio 2010) per esaminare, purificare e portare a Milano i libri che ancora mi possono servire e il materiale scritto accumulato in 16 anni a Roma sul tema missionario. E’ una pena vedere come, negli ultimi cinquant’anni, sono tramontati tanti modelli e ideologie, che hanno suscitato entusiasmo e dedizione nei popoli poveri e poi sono falliti; e anche in Occidente sono stati sostenuti con foga da non pochi cattolici convinti e praticanti. Per grazia di Dio, mi sono sempre battuto contro questi falsi ideali di “liberazione” che mi apparivano destinati al fallimento per la loro radice pagana e disumana.
Il crollo di un mito rivoluzionario lascia sempre tanti orfani: orfani di Mao, orfani del Vietnam di Ho Chi Minh e dei Khmer rossi di Pol Pot, orfani di Fidel Castro e di Che Guevara, orfani di altri miti minori ma non meno coinvolgenti: Sandinisti del Nicaragua, Thomas Sankara del Burkina Faso, Samora Machel del Mozambico, Eduardo Dos Santos dell’Angola, Sekù Turé della Guinea Konakry, Amilcar Cabral e i guerriglieri della Guinea Bissau, Menghistu dell’Etiopia, Afeworki dell’Eritrea, Robert Mugabe dello Zimbabwe, Siad Barre della Somalia, tutti dittatori o movimenti (li ho visto sul posto) che avevano sposato l’ideologia marxista-leninista-maoista, già fallita in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, ma ancora capace di suscitare speranze sia nelle élites dei popoli poveri che in Occidente e in Italia.
Non c’è in me alcune intenzione di irridere alle illusioni generose di tanti fratelli e sorelle. Quei modelli erano palloni gonfiati e si sono sgonfiati, erano sogni e sono svaniti uno ad uno per la logica implacabile della storia, che ci insegna questo: la rivoluzione violenta e le guerriglie di liberazione (ispirate al marxismo-leninismo-maoismo e sostenute dall’Urss e dalla Cina) quando conquistano il potere diventano regimi peggiori di quelli contro i quali si è combattuto per “liberare il popolo”. Il cammino della sinistra italiana, in questo quadro globale, sembra sfociare in un orfanotrofio, pieno di orfani di tutte le rivoluzioni violente e delle guerriglie di liberazione. Fra le decine che le sinistre hanno esaltato e appoggiato, non se ne salva nemmeno una! Ho buttato via quasi tutti i ritagli di giornali e di riviste che sostenevano queste “liberazioni” illusorie. “Parce sepultis”, dicevano i latini, “Lascia che i morti seppelliscano i morti” dice Gesù.
Forse i più giovani fra i miei pochi lettori non mi capiscono. Ma sto parlando di lotte politiche e sociali di popoli lontani che dagli anni sessanta fino ai novanta del Novecento hanno spaccato in due l’opinione pubblica italiana e anche cattolica. Porto un solo esempio per farmi capire. I “sandinisti” in Nicaragua (dal nome di Augusto Nicolàs Sandino (1895-1934) che aveva organizzato una rivolta contro la presenza militare degli Usa negli anni dal 1927 al 1933), erano giunti al potere nel 1980 dopo la rivoluzione vittoriosa contro il dittatore Somoza, uomo nefasto per il paese e il popolo, contro il quale scrissi nei miei articoli su “Avvenire” e in “Mondo e Missione” dopo il viaggio in Nicaragua del 1979.
Negli anni ottanta, i sandinisti avevano suscitato un entusiasmo non giustificato dal loro governo rivoluzionario, decaduto dopo le elezioni del 1990 quando venne eletto Presidente il rappresentante del partito loro opposto con il 55% dei voti (i Sandinisti ebbero solo il 40%). Ecco alcune espressioni tratte da ritagli della stampa italiana (anche cattolica) di quegli anni ottanta: “Il Nicaragua è il paese dell’America Latina dove il Vangelo trova le migliori condizioni per essere annunziato e vissuto”; “In Nicaragua, fin che esisterà il Sandinismo esisterà il cristianesimo”; “Sandino ieri, oggi e sempre”; “Chi opta per la rivoluzione dei Sandinisti opta per la vita; chi opta per la controrivoluzione dei Contras opta per la morte e non è cristiano”: “la Chiesa popolare del Nicaragua è per Sandino” .
Infatti i vescovi condannavano il movimento rivoluzionario che toglieva libertà alla Chiesa e all’opposizione e realizzava un programma chiaramente ispirato a quello della vicina Cuba comunista. E’ solo un esempio. Ne potrei citare altri simili.
Concludo. Tutte le ideologie e tutti i sistemi politici, di destra o di sinistra o di centro, sono inevitabilmente caduchi, tramontano in pochi anni o decenni. Il cristiano fa la sua scelta secondo il Vangelo e la propria coscienza (tenendo anche conto degli orientamenti che dà la Chiesa), per ottenere il maggior bene comune possibile o anche evitare il peggior male. Con passione e dedizione, ma senza assolutizzare nulla, perchè di assoluto c’è solo Dio.
Piero Gheddo
Il 14 giugno scorso (alla sera c’è la partita di calcio Italia-Paraguay per il Campionato mondiale in Sud Africa) vado dall’occhialaio a ritirare un paio di occhiali. Li provo, vanno bene, pago con uno sconto e dico:
“Grazie e auguri”.
“Auguri anche a lei, che le vada sempre bene”.
“Ma io le facevo gli auguri per un altro motivo”.
“Che questa sera vinca l’Italia?”.
“Sì, ma è scontato”.
“E allora, per cosa?”.
“Che Dio la benedica e sia sempre con lei e la sua famiglia”.
“Ha ragione, ne abbiamo proprio bisogno”.
Il negozio è deserto, sono le tre e un quarto del pomeriggio. Segue un’amichevole chiacchierata con sue domande e mie risposte sul valore della preghiera che “dà una marcia in più nella vita, perché quando io prego sento in me la forza e il calore di Dio che ci vuole bene, perché è Padre di tutti noi. Quando si prega, si vive meglio”.
Se mi capita l’occasione, cerco sempre di richiamare in modo naturale la presenza di Dio, di Gesù, della Madonna, dei santi nella nostra vita. Il nostro mondo secolarizzato ci porta a vivere “come se Dio non esistesse”, mentre sono convinto che la grandissima maggioranza degli italiani conservano un certo senso religioso della vita. Il problema è che non se ne parla mai, nemmeno in famiglia, tra amici, sui mass media, nelle scuole.
Parlare di Dio, della preghiera, di Gesù Cristo, è un tema tabù, mentre dovrebbe essere uno degli argomenti fondamentali nell’educazione dei giovani e nella nostra vita di adulti e di anziani. In fondo, è quello che conta davvero e più vai avanti negli anni e più te ne accorgi.
Ecco perché chi ha avuto la fortuna di ricevere e conservare la fede, ha anche l’impegno di trasmettere agli altri la propria fede. Senza fare prediche o essere importuni, ma in modo naturale, perché la situazione in cui ci troviamo lo richiede. “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo”, dice Gesù. Se questo vale per i soldi, perché non dovrebbe valere per la fede?
Piero Gheddo
Carissimo p.Piero, sono un sacerdote diocesano di Roma (ma originario di Treviso), missionario fidei donum in Tanzania. Ho letto con piacere, come sempre, il tuo articolo sull’assenza di sacerdoti italiani tra i nuovi ordinati del Pime e lo condivido in tutto. Venendo la mia vocazione dal Cammino Neocatecumenale, mi chiedo: possibile che tanti ordini religiosi non si rendano conto della bellezza straordinaria delle nuove realta’ ecclesiali? Possibile che ci sia ancora (dopo decenni) un cosi’ generale rifiuto da parte di tanta Chiesa ufficiale? Possibile che non si vedano i frutti e non si accolgano? Non sarebbe ora di riconoscerli nei fatti come dono dello Spirito Santo che puo’ fecondare istituti religiosi e diocesi? Eppure, a fronte di tante vocazioni che producono le nuove realta’ ecclesiali, e il Cammino tra queste, sono praticamente snobbate. Poco male, ci sarebbe da dire, se altrove le cose andassero bene. Ma le cose tanto bene non vanno.
Ti faccio un esempio: nel mio piccolo paesello in provincia di Treviso (Santrovaso di Preganziol), dove fino a qualche tempo fa ancora esisteva un seminario del Pime, ora venduto, in cui da ragazzino andavo a fare i “Congressini missionari”, la mia parrocchia conta, dopo quasi 30 anni di presenza del Cammino Neocatecumenale, 4 nuovi sacerdoti e 4 seminaristi in procinto di diventarlo e uno stuolo di ragazzi con 3, 4, 5, 8, 9 fratelli che si stanno preparando per entrare in seminario non appena l’eta’ lo consenta… Io stesso sono secondogenito di 8 figli e ho un altro fratello già ordinato sacerdote presso il Seminario ‘Redemptoris Mater’ di Varsavia.
Questo per dire semplicemente che la risposta alla crisi demografica, almeno all’interno della Chiesa, c’e’ eccome… E cosi tante famiglie di altre nuove realta’ della Chiesa… E perchè non dire chiaramente che dal ‘68 in poi anche tanti preti hanno letteralmente tradito il magistero della Chiesa sull’apertura alla vita, consigliando di limitare le nascite senza motivi e insegnando i metodi naturali con modalita’ contraccettive?
Ha ragione il Card. Bagnasco, ha totalmente ragione, ma tanti sacerdoti e vescovi, in Italia e in Europa, dovrebbero andare dal Papa e chiedere perdono perchè l’Humanae Vitae è rimasta assolutamente inascoltata, respinta e disprezzata proprio da chi la doveva difendere e diffondere. Mi hanno raccontato addirittura che nei decenni passati si organizzavano nelle nostre campagne incontri dell’Azione Cattolica (allora ancora solida e forte) per insegnare come non avere figli!!! E oggi purtroppo piangiamo sulla crisi demografica…
Non vorrei sembrarti un pessimista o risentito ma credo che la rigenerazione della Chiesa passi anche attraverso l’ammissione di questo tipo di colpe nei confronti di Pietro e nei confronti del popolo di Dio. Altrimenti continueremo a fare tanti dibattiti e a produrre tanti documenti ma le cose rimarranno tali e quali. Da parte mia sono semplicemente stupefatto delle meraviglie di vocazioni che vedo intorno a me (sono tra l’altro rettore di un piccolo seminario di
16 ragazzi) ma, come si dice dalle nostre parti, “mi piange il cuore”
al vedere il mio caro Pime e altre gloriose istituzioni ridotte ai minimi termini, perlomeno in Europa.
Un abbraccio. Il Signore benedica la tua missione.
don Michele Tronchin, Dar es Salaam (Tanzania)
Carissimo padre Michele,
che gioia ricevere e leggere la tua lettera! Grazie della bella testimonianza che dai con queste parole. Conosco poco il Cammino Neo-catecumenale sebbene li abbia visto ad esempio un 24-25 vocazioni sacerdotali e missionarie nel loro seminario teologico a Kaoshiung in Taiwan, dov’era rettore padre Antonio Sergianni del Pime, che ora è a Roma come consultore di Propaganda Fide per la Cina. Conosco abbastanza da vicino C.L. a Milano e vedo che anche loro raccomandano di avere molti figli, diverse famiglie cielline li hanno e, attraverso un’educazione seriamente cattolica in famiglia, le vocazioni sacerdotali e religiose con l’aiuto di Dio vengono.
Bisogna far conoscere queste realtà della Chiesa italiana e personalmente cerco di fare il possibile, anche se il discorso sui movimenti è abbastanza lungo e complesso. Ma nei miei articoli (vedi il Sito www.gheddo.piero.it) li cito spesso. Proprio questa mattina mi ha scritto l’amico Antonio Gaspari di Roma, gli mando il Blog perché sia pubblicato su Zenit nel giorno stessi del mio Sito internet, il quale mi segnala un’altra famiglia neo-catecumenale e romana con sei figlie giovani, che vanno a stabilizzarsi ad Hong Kong per lavoro e come missionarie.
I miei due Blog sulle poche vocazioni sacerdotali e missionarie in Italia (8 e 12 giugno) avevano appunto questo scopo. Di far riflettere i missionari e il “movimento missionario” in Italia, che anche il nostro carisma missionario può suscitare un “movimento” nella Chiesa, di entusiasmo della fede e di amore al Papa (e di vocazioni sacerdotali-religiose), se noi ci rendiamo conto di quel che potremmo essere, animando missionariamente la Chiesa italiana invece di fare campagne d’opinione pubblica suil debito estero, la vendita delle armi, la privatizzaione delle acque e altri temi che ci fanno perdere l’identità missionaria e le vocazioni dei giovani. Ciao, ti saluto con affetto Dio ti benedica, tuo padre
Piero Gheddo
Alcuni giorni fa ho fatto un bel viaggio in auto dal Pime di Roma al Pime di Milano in sei ore giuste (circa 600 km.), con Giovanni Radaelli, un amico di Cinisello Balsamo (Milano) che mi ha liberato dalla guida (ore 6 - 12), permettendomi di godere il meraviglioso panorama che l’Italia centrale offre in primavera. Da 16 anni ero, più o meno, un mese a Roma e uno a Milano, viaggiando quasi sempre in auto da solo. Questa volta sono venuti due amici del Pime a prendermi con un furgoncino (guidato da Giovanni Cantoni) che ha portato tutto il mio materiale al Pime di Milano (soprattutto libri). Se Dio vuole, mi stabilizzo a Milano, dov’era la mia residenza prima dei 16 anni a Roma per l’Ufficio storico del Pime, che in questo tempo ha prodotto, con l’aiuto di collaboratori, 32 libri e otto Quaderni dall’Archivio generale del Pime a Roma.
Interessante la chiacchierata con l’amico che mi ha accompagnano. Un normale italiano di 65 anni da poco in pensione, sposato con tre figli, che fa molto volontariato per la parrocchia e il Pime. Interessante perché noi preti abbiamo poco tempo per entrare in contatto prolungato con le famiglie e quando ne ho l’occasione mi piace sentire raccontare come vivono le famiglie normali. L’amico si dichiara cattolico, abbiamo anche detto il Rosario per strada.
Gli chiedo da quanti anni è sposato. “Mi sono sposato a 25 anni e sono sposato da quarant’anni. Quando mi capita di dire questo ad un giovane, spesso mi chiede: con una donna sola? Alla mia risposta positiva si meraviglia e mi chiede come è possibile un matrimonio così lungo. Gli spiego che se ti sposi davvero per amore e ti doni totalmente a tua moglie, come la moglie si dona al marito, si crea un legame fortissimo che ti permette di continuare a volerle bene. Il matrimonio è un’avventura meravigliosa se c’è amore vero, cioè donazione totale, mentre fallisce se c’è egoismo. Il principio base è di volere rendere felice la persona che hai sposato, condividendo tutto con lei: se è felice lei, sono felice anch’io. Per esempio, noi i soldi che avevamo e che abbiamo guadagnato li abbiamo sempre messi assieme, non c’è mai stata fra noi nemmeno l’ipotesi di poterci separare o divorziare”.
Chiedo all’amico se ci sono contrasti e difficoltà e come li risolvono. “Certo, dice, si possono avere idee diverse su alcune soluzioni da prendere. Le difficoltà non mancano. Importante essere sinceri e discuterne assieme per scegliere la soluzione migliore. Qualche volta bisogna anche cedere e rinunziare alla propria idea per andare d’accordo. Ma se c’è amore e umiltà non costa nemmeno fatica. Debbo anche aggiungere che mi sono sposato con mia moglie dopo sei anni di fidanzamento e il nostro aiuto per un buon matrimonio è stata la preghiera e l’intesa sulla pratica della fede. Sia io che mia moglie eravamo religiosi e anche da sposati abbiamo continuato ad andare in chiesa e all’oratorio, ad essere utili alla parrocchia. E adesso a fare del volontariato. Dio ci ha aiutati molto. La fede e la preghiera sono il sostegno più forte per una vita serena e felice, nonostante le sofferenze e le difficoltà”.
Siete contenti dei vostri figli? “Contentissimi. Due sono sposati e uno ancora in casa e lavorano, hanno sempre lavorato anche quand’erano giovani, non hanno mai aspettato di avere un lavoro di loro gradimento. Poi, oltre all’oratorio, a scuola hanno incontrato il movimento di C.L., che ha dato molto alla loro educazione: le amicizie, il sacerdote che li guida, le occasioni anche di fare pellegrinaggi, ritiri spirituali, discussioni sui temi di attualità visti alla luce della fede. Noi genitori apprezziamo molto la loro appartenenza al movimento. Adesso abbiamo cinque nipoti e altri ne arriveranno”.
Chiedo all’amico se la sua famiglia sente la crisi economica che sta devastando l’Europa e anche l’Italia. Risponde: “La sentiamo nell’atmosfera di lamento e di pessimismo che c’è in giro e naturalmente anche nel dover risparmiare. Ma il necessario, grazie a Dio, non ci è mai mancato. Debbo dire che quando penso alla vita mia e di mia moglie, ci sentiamo fortunati. Non eravamo ricchi e non lo siamo, ma abbiamo potuto avere la casa nostra, l’automobile e tante altre comodità che quarant’anni fa nemmeno si sognavano. Capisco le difficoltà delle famiglie nelle quali c’è vera disoccupazione, ma non capisco il pessimismo e il lamento generale che si sente. Penso che non apprezziamo abbastanza la fortuna di essere nati e vissuti in Italia e la fortuna di avere ereditato la fede, che costa fatica praticare, ma ti dà una marcia in più in ogni circostanza della vita”.
Piero Gheddo
La famiglia è in crisi, siamo nel sottozero demografico. “l’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico”, dice il Presidente della Conferenza episcopale italiana card. Angelo Bagnasco (25 maggio 2010). Ci sono pochi bambini ed è inevitabile che diminuiscano i preti, le suore, i giovani che consacrano la loro vita a Dio e alla Chiesa. Gli istituti missionari vedono diminuire anche i missionari italiani, proprio negli anni in cui i vescovi dei territori missionari chiedono nuovo personale missionario (vedi il Blog dell’8 giugno scorso).
Si dice spesso che oggi il “missionario” ha fatto il suo tempo: la Chiesa è fondata in ogni parte del mondo e il compito della missione passa alle Chiese locali e alla comunione fra le Chiese. E’ una delle tante indebite assolutizzazioni del post-Concilio, che non corrisponde a verità: la realtà infatti dice tutto il contrario. Vorrei mi si spiegasse come mai il solo Pime, che è uno dei tanti istituti missionari, negli ultimi trent’anni è stato invitato a mandare missionari nei seguenti paesi in cui non eravamo presenti: Papua Nuova Guinea (ci siamo andati nel 1981), Taiwan (nel 1986), Cambogia (nel 1990), Messico (nel 1991), Colombia (ma era da poco iniziata la missione in Messico e non siamo andati), Algeria (nel 2006); e l’Istituto ha rifiutato altri inviti da Corea del Sud, Malesia (Borneo), Kazakhistan, Angola, Etiopia, Libia, Senegal, ecc. (per non ricordarne diversi altri dell’America Latina).
Contra factum non valet argumentum, dicevano i latini: la realtà contraddice la teoria che il missionario è una figura d’altri tempi, non più attuale nella Chiesa. E’ vero che missione alle genti è cambiata molto anche dal Concilio ad oggi, ma cambiano anche gli istituti missionari ed i missionari. Andando a servizio delle Chiese locali e dei loro popoli, cambia la formazione dei missionari e cambiano gli stessi istituti. Comunque a me pare che, proprio in questo tempo di globalizzazione (il mondo che diventa un piccolo villaggio), il missionario dovrebbe e potrebbe diventare una figura sempre più attuale, se solo mantenesse, in Italia (e più in genere in Occidente), la sua identità, il suo carisma, la sua carica di entusiasmo evangelizzatore.
Questo oggi è il vero problema di noi missionari e istituti missionari. Chi è il missionario? Nell’opinione pubblica e nella stima comune eravamo gli inviati dalla Chiesa ad annunziare e testimoniare Cristo e fondare nuove comunità cristiane fra i popoli non cristiani: una figura fortemente rappresentativa della fede in Cristo portata agli estremi confini della terra. Oggi siamo un po’ di tutto. Dal tempo entusiasmante del Concilio Vaticano II (1962-1965), che aveva rilanciato con forza la missione universale, in pochi anni siamo precipitati nella confusione di idee del Sessantotto, rimanendo travolti dalle “mode culturali” del tempo. Viviamo nel “tempo dell’immagine”, noi missionari e il nostro “movimento missionario in Italia” non ce ne siamo ancora accorti. Ci siamo resi conto che la nostra “immagine” è decaduta?
L’immagine del missionario si è a poco a poco politicizzata e siamo finiti in una marmellata di buonismo, che è diventato la cultura di base del popolo italiano. Sul campo, i missionari continuano il loro lavoro con spirito di sacrificio e di fedeltà al carisma, in Italia l’immagine del missionario cambia, secondo me non li rappresenta più.
Se guardo le riviste missionarie di quarant’anni fa, mi accorgo che gli articoli sulla missione, l’evangelizzazione dei popoli, le conversioni, i catecumeni, le novità delle giovani Chiese, l’annunzio di Cristo nelle culture, la presentazione di figure di missionari e delle loro esperienze, erano alla base delle riviste e dei libri missionari, si parlava spesso di vocazione missionaria a vita e ad gentes, proponendola in modo concreto ai giovani.
Oggi, se cerco nel volume “Bibliografia missionaria”, edito annualmente dalla Biblioteca della Pontificia Università Urbaniana (la seguo da più di mezzo secolo), che monitora gli articoli dell’anno precedente, mi accorgo che di anno in anno diminuiscono le voci “missione”, “evangelizzazione”, “vocazione missionaria”; in compenso aumentano quelle che riguardano temi collaterali (pace nel mondo, sviluppo, aiuti internazionali, debito estero, ecc.).
Ci sono riviste che si dicono “missionarie” e di missionario hanno poco o nulla; “Centri culturali” di istituti missionari che nel corso di un anno organizzano molte conferenze, ma su temi della missione alle genti quasi niente e sui missionari in carne ed ossa nulla; librerie di istituti missionari che si suppone vendano libri missionari al pubblico, che in vetrina mettono tutt’altro; animatori missionari che parlano di “mondialità” e poco o nulla di “missione”; comunità di missionari che hanno perso l’entusiasmo della missione alle genti e la buona abitudine di parlare della loro vocazione, spiazzati dall’indifferenza del mondo moderno. E potrei continuare. E’ una deriva generalizzata della quale non incolpo nessuno, ma che ci ha fatto perdere la nostra identità.
Sono convinto che non esiste nella mentalità comune del popolo italiano una figura più incisiva e più universalmente accolta di quella del missionario e dell’ideale missionario. Ma noi, per timore di essere considerati “intregralisti” e per malinteso senso del “dialogo”, non osiamo più parlare di conversioni a Cristo; mortifichiamo le esperienze missionarie sul campo; riduciamo la missione della Chiesa agli aiuti a lebbrosi e affamati; siamo “a servizio della Chiesa locale” ma dimenticando che questo servizio dovrebbe essere soprattutto di animare missionariamente il gregge di Cristo; pensiamo di fare “animazione missionaria” denunziando e facendo campagne nazionali contro chi produce e vende armi e altri temi certo positivi, ma che non sono “animazione missionaria”; in passato nelle solenni “veglie missionarie” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale si sentivano le testimonianze dei missionari sul campo, preti, suore, fratelli, volontari laici, oggi capita di sentire che in alcune “veglie missionarie”, organizzate da “gruppi missionari”, si contesta la produzione delle armi o la privatizzazione delle acque e parlano esperti di questi temi. Ma è possibile che un giovane o una ragazza sentano la voce dello Spirito che li chiama a diventare missionari in marce di protesta come queste?
Indro Montanelli rifletteva bene la mentalità comune del suo tempo, quando mi diceva (collaboravo al suo “Il Giornale” e poi a “La Voce”): “Voi missionari siete tutti eroi”, io gli ribattevo che non è affatto vero, siamo uomini come gli altri con una vocazione particolare nella Chiesa. Ma oggi, quando il buon Dio ci manda dei testimoni autentici, i “santi” del nostro tempo da lanciare come “eroi positivi” per colpire l’immaginazione dell’opinione pubblica, l’animazione missionaria “unitaria” li dimentica per non “creare degli eroi” e non cadere nel “trionfalismo”.
Mi viene in mente padre Giuseppe Ambrosoli (1923-1987), missionario comboniano medico di una facoltosa famiglia di industriali (l’industria del miele Ambrosoli) che ho visitato all’ospedale di Kalongo nell’Uganda travagliata dalla guerra. Al quale la rivista che dirigevo “Mondo e Missione” ha dedicato un servizio speciale (dicembre 1987, venti pagine) di Roberto Beretta e altri articoli. Una figura meravigliosa sulla quale è stata pubblicata una rapida biografia alla Emi e poco più; penso a Marcello Candia (1915-1983), anche lui figlio di un padre fondatore dell’industria chimica in Lombardia (all’inizio del Novecento), che dopo una vita da manager industriale vende tutto e va con i missionari in Amazzonia dove spende gli ultimi suoi 18 anni vivendo poveramente e costruendo, fra molti contrasti e opposizioni, opere sanitarie ed educative per i lebbrosi, i caboclos e gli indios: quando è morto (1983) le riviste missionarie gli hanno dedicato poco spazio e una ha scritto: “Ha costruito un ospedale in Amazzonia, ma questo è facile per lui che aveva molti soldi”, ignorando tutto della sua vita di autentico “martire della carità”; penso a padre Clemente Vismara (1897-1988), missionario in Birmania per 65 anni, che i vescovi locali hanno definito “il Patriarca della Birmania” (se Dio vuole sarà beatificato l’anno prossimo); e a tanti altri missionari veramente eroici.
Ma l’”animazione missionaria” non si accorge quasi nemmeno che questi santi del nostro tempo sono tra noi. Ripeto: non accuso nessuno, non è colpa di nesuno in particolare, è una deriva abbastanza generale (contro la quale però bisognerebbe reagire) che spiega molto bene perché il missionario sta perdendo la sua identità e la sua capacità di attrarre giovani e ragazze generosi, innamorati di Cristo, che danno la vita per portare Gesù ai popoli non cristiani. Ma noi missionari ci crediamo ancora davvero al nostro carisma? E dov’è l’entusiasmo per la nostra vocazione carismatica?
Piero Gheddo
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