La missione alle genti è in Asia

Nei suoi primi viaggi “missionari”, Papa Francesco ha visitato le Chiese della Corea del Sud, Sri Lanka e Filippine. Una scelta significativa, che deve far riflettere tutti i credenti in Cristo: il Papa vuole orientare la Chiesa universale verso l’ultima “frontiera” della missione alle genti, il continente asiatico, dove vivono il 62% di tutti gli uomini e l’85% dei non cristiani. Su 4 miliardi e 262 milioni di asiatici, i cattolici sono circa 170 milioni, metà dei quali nelle Filippine, l’unico paese a maggioranza cattolica (oltre al piccolo stato di Timor est, ex colonia portoghese). Con le Chiese orientali e protestanti, i cristiani asiatici sono meno di 300 milioni. A duemila anni da Cristo, più di metà del genere umano non ha ancora ricevuto la “buona notizia” che gli angeli davano ai pastori nella notte di Betlemme: “Oggi è nato per voi il Salvatore, il Messia, il Signore, che sarà di grande gioia per tutto il popolo”. Per la Giornata missionaria mondiale 2014 Francesco ha lanciato questo messaggio: “Oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria”.

Nel primo millennio dopo Cristo, il Vangelo ha raggiunto i popoli d’Europa (la Russia nel 900); nel secondo millennio, le Americhe, l’Africa e l’Oceania (il miliardo di africani sono per metà cristiani); nel terzo millennio la Chiesa deve annunziare Cristo nel continente asiatico. In Italia abbiamo un po’ tutti una visione miope del mondo, l’Asia interessa per l’economia, la politica e il turismo, poco o nulla per le religioni. Inutile lamentarsi: stampa e televisione sono lo specchio di un paese e di un popolo. All’inizio del terzo millennio, Giovanni Paolo II diceva: “Il cristiano deve avere la mente e il cuore grandi come il mondo”. La missione alle genti è ancora e sempre di grande attualità, fin che il Salvatore non abbia raggiunto le estreme periferie dell’umanità, dato che tutti i popoli e tutte le culture hanno bisogno di Cristo, della pace c della gioia di Cristo. La Evangelii Gaudium incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”. Francesco ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo a tutti gli uomini.

La “missio ad gentes” è profondamente cambiata e più ancora cambierà entrando in contatto diretto con le grandi religioni e culture asiatiche, con riflessi positivi su tutta la Chiesa. Il retaggio negativo del periodo coloniale è che in buona parte dell’Asia i cristiani sono ancora considerati minoranze straniere. In India è comune il detto “Il vero indiano è solo l’hindu”, in Thailandia il vero thailandese è solo il buddista (i convertiti dal buddismo al cristianesimo quasi non esistono). Un prete birmano ha scritto su Asianews: “Sebbene la Chiesa cattolica birmana abbia da poco celebrato i 500 anni di presenza in Myanmar,.. la vita di un cristiano in Myanmar è paragonabile a quella di uno straniero nella propria terra…..I pregiudizi contro i cristiani, si riferiscono al “mantra” dell’identità nazionale, secondo cui “Essere birmano è essere buddista”. Allora, noi cristiani chi siamo? Siamo dunque stranieri nella nostra stessa patria, a volte siamo visti come traditori”.

E’ solo una delle difficoltà che la missione alle genti incontra oggi in Asia. Questa la grande sfida al cristianesimo, la prima, vera grande sfida alla nostra visione del mondo, della storia, della fede, della Chiesa e della missione. L’ateismo e il materialismo dell’Occidente sono fenomeni post-cristiani, cioè di rifiuto del Cristo, ma anche di derivazione cristiana, perchè affondano le loro radici nella Bibba e nel Vangelo: “La civiltà dell’Occidente cadrebbe nel nulla, se si togliesse la Bibbia”, afferma il filosofo Karl Jaspers. L’Asia sta entrando nel mondo moderno (esempio classico il Giappone) assumendo i “valori evangelici” (pace, bontà, fraternità, giustizia, libertà, democrazia) ma staccandoli totalmente dalla persona di Cristo e dalla fede nel Dio unico e vero. Il cristianesimo è ridotto ad un codice morale, ad una somma di valori etici e umanizzanti, che già si trovano almeno in parte nel buddhismo, nel confucianesimo, nell’induismo e nell’islam. Ecco la sfida dell’Asia: che senso ha oggi la missione alle genti nel continente asiatico e per il futuro dell’umanità, che si gioca soprattutto in Asia?

Quando si dice che “la missione alle genti è finita, spetta alle giovani Chiese annunziare Cristo ai loro popoli”; oppure: “I missionari, gli istituti missionari non hanno più senso”, si manifesta solo una visione miope della Chiesa. Nella Redemptoris Missio si legge (n. 30): “La missione alle genti è solo agli inizi”, proprio perchè la maggioranza dei quattro e più miliardi di asiatici ancora non conoscono la “buona notizia” che Cristo,il Figlio di Dio, è unico Salvatore dell’uomo. E questo non è un problema delle giovani Chiese, ma di tutti i credenti in Cristo, di tutte le istituzioni della Chiesa cattolica, che è vista come un religione dell’Occidente. Il primo annunzio di Cristo in Asia è compito primario delle giovani Chiese asiatiche e già sono nati istituti missionari dipendenti dalle Conferenze episcopali in India (tre), Corea del Sud, Filippine, Thailandia, Myanmar; ma tutto l’Occidente cristiano deve prendere coscienza che il “dialogo della vita” con l’Oriente comprende anche l’aspetto religioso, caritativo, culturale, educativo.

In una Nota pastorale della Cei del gennaio 1987 (“Gli istituti missionari nel dinamismo della Chiesa italiana”) si legge: “La presenza degli istituti missionari, di stampa e animazione missionaria all’interno della comunità cristiane è finalizzata ad alimentare quella coscienza missionaria che sollecita ogni cristiano e la stessa comunità a sentirsi responsabili dell’annunzio evangelico a tutti gli uomini”.

Nell’Assemblea generale del 1972, il Pime riaffermava la sua “scelta preferenziale per l’Asia”, da cui nascevano l’”Istituto studi asiatici” (collegato con l’Università cattolica di Milano), l’incontro e il dialogo fra monaci cristiani, indù e buddisti; nel 1985 il “Silsilah” nelle Filippine, adottato dalla Conferenza episcopale per il dialogo con l‘islam; e la scuola superiore di formazione pastorale missionaria “Euntes”, per i sacerdoti diocesani, le suore e i catechisti asiatici (da una dozzina di paesi).

Dagli anni novanta, in Myanmar il Pime ha insegnato teologia nel seminario maggiore a Yangon e proposto l’inizio di un anno di formazione spirituale e missionaria prima della teologia, per tutti i seminaristi diocesani a Taunggyi, contribuendo durante l‘anno con propri insegnanti provenienti dalle varie missioni asiatiche.

Dal 1995, in Cina tre padri del Pime si sono inseriti nel “Huiling”, una rete di case riconosciute dal governo che accolgono i disabili, iniziata nel 1985 da Meng Weina (oggi cattolica convinta col nome di Teresa), introducendo metodi nuovi e l’avviamento al lavoro insegnando l’uso del computer. E finalmente, nel 1986  l’agenzia Asia News su carta e in internet dal 2003, che ha acquistato una risonanza mondiale. Anche queste iniziative sono “missione alle genti in  Asia”.

 

Ermanno Battisti missionario in Guinea Bissau

Il 3 gennaio è morto a Roma padre Ermanno Battisti, missionari del Pime che in 33 anni di Guinea Bissau si è distinto per le sue realizzazioni e per la saggezza umana e cristiana con cui le dirigeva. Ha fatto appena  a tempo a stampare la sua autobiografia (“Un elefantino miracoloso”, Mimep, 2014, con circa 500 foto in 300 pagine!), che è volato al Cielo, dove migliaia di bambini e di giovani africani l’aspettavano,  in compagnia dei loro genitori e di tanti altri. La sua improvvisa scomparsa ha suscitato un’ondata di messaggi di condoglianze sul suo Sito e su Facebook, con molti ricordi che rimangono indimenticabili in chi l’ha conosciuto. E’ stato un autentico missionario che annunziava Cristo con la vita e la parola, anche portando in silenzio e umiltà, con dignità e pazienza, le molte e pesanti croci che hanno manifestato la sua partecipazione alla Passione del suo amato Gesù.

Ermanno Battisti è nato nel 1937 in Alto Adige a Predoi (provincia di  Bolzano),  l’ultimo comune della Valle Aurina e il più a Nord d’Italia, ai piedi della “Vetta d’Italia”, che segna il confine con l’Austria.  Ricorda: “La mia famiglia era povera, avevamo solo un orticello e alcune galline. Durante la guerra, alle volte noi bambini tornavamo a casa pieni di fame, ma non c’era pane, lo stipendio dei genitori non bastava. Allora, mamma Clara ci mandava nel vicino cimitero a pregare per i defunti perché ci aiutassero, cosa che facevamo volentieri, prima di riprendere le nostre scorribande nel paese e, guarda caso, qualche buona contadina ci dava un pezzo di pane di segale fatto in casa”. La povertà, vissuta nella fede autentica della famiglia, ha educato i fratelli Battisti e orientato la vita di Ermanno verso le “periferie dell’umanità”.

Tale infatti è la Guinea Bissau (il Pime è presente dal 1946), uno degli ultimi paesi africani in tutti i sensi (nelle classifiche dell’Onu!), dove padre Ermanno, sacerdote nel 1962 e redattore di “Italia  Missionaria” fino al 1968, è stato missionario dal 1969 al 2010, quando, malandato in salute, è tornato in Italia come direttore-redattore di “Infor- Pime”, il bollettino interno di relazioni, interviste, proposte e dibattiti dei missionari (la rivista ufficiale della direzione generale è “Il Vincolo”).

In “Un elefantino miracoloso”, padre Ermanno racconta la sua missione in Guinea Bissau, interessante perché introduce, raccontando fatti, nella comprensione profonda e amorevole della vita, cultura e mentalità di un popolo africano; e perché fa conoscere le meraviglie sorprendenti che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa: il protagonista della “missione alle genti” è proprio lo Spirito Santo! Il missionario, anche quando realizza numerose e grandi opere (come Battisti), è solo un piccolo e debole strumento di una forza soprannaturale, che lo sorpassa infinitamente. Per cui padre Ermanno ringrazia lo Spirito Santo per tutto quello che è riuscito a fare, anche in campo pastorale.

L’elefantino è una statuetta in legno palissandro. che padre Ermanno (aveva imparato a lavorare il legno da bambino), scolpì all’inizio della sua missione in Africa, quando ancora imparava il criolo, la lingua nazionale col portoghese. A Bissau era incaricato di seguire i ragazzi e i giovani delle scuole cattoliche e vedeva che, finite le elementari e alcuni anche le medie, non trovavano lavoro. Metre studiava l’arte e l’artigianato locali e, con naturale senso artistico, si convinceva che nell’arte tradizionale sta il tesoro nascosto da mettere in luce per produrre lavoro e ricchezza. Raduna i suoi giovani, prende un tronchetto di palissandro e con uno scalpello e un martello scolpisce in pochi giorni un elefantino non ancora lavorato, ma sufficiente per entusiasmare i suoi alunni. Li sfida a fare meglio e scrive: “Ho scoperto che i miei giovani avevano abilità manuale e immaginazione mai immaginate. Mi hanno scolpito elefantini e altre statuette più belli dei miei e abbiamo incominciato a venderli con un banchetto per la strada. Con loro somma felicità, hanno incominciato a guadagnare qualcosa col loro lavoro! Appena si è diffusa la voce di questa nuova attività lavorativa, venivano da tutte le parti con un loro piccolo dono (una gallina, uova, banane, zucche) per diventare miei alunni”.

Così è nato il “Centro artistico nazionale” che prepara scultori, pittori, artigiani che col legno, la paglia, le foglie di palma e altro materiale locale, l’hanno affermato come un’opera di valore nazionale, premiata e visitata dai politici, che  acquistano una  parte dei suoi prodotti da offrire come dono ai personaggi stranieri in visita alla Guinea Bissau.

Il primo “elefantino miracoloso” di padre Ermanno è rimasto anche loggi sulla sua scrivania a Roma, perché da quel piccolo e insignificante oggetto sono nate in seguito, con l’aiuto generoso di molti amici e benefattori italiani, le molte opere del missionario alto atesino: le borse di studio per mandare giovani nelle Università portoghesi o italiane, la parrocchia di Cristo Redentore a Bissau, con tutte le strutture esterne ed interne (porte, finestre, banchi, altare, sedie, candelieri, Crocifissi, Via Crucis, battistero, ecc.) scolpite in legno secondo l’arte locale delle varie etnie guineane; l’”Hospital pediatrico S. José em Bòr”, unico in Guinea (con 60 letti); la “Casa di accoglienza Bambaran” per bambini abbandonati e studenti; la chiesa parrocchiale e le strutture della nuova parrocchia di Bòr, quartiere periferico di Bissau; la scuola di Bòr,  “Ermondade” (fraternità) che arriva fino al Liceo; e altre opere minori.

Nel dicembre 2005 ho potuto visitare le molteplici imprese di padre Ermanno e ho chiesto all’amico missionario come ha fatto a trovare così tanti aiuti. Dice che ha sempre avuto una fiducia totale nella Provvidenza di Dio, com’è nella tradizione dei missionari in paesi poverissimo come la Guinea Bissau. In “Un elefantino miracoloso”  padre Battisti ricorda: “Quando negli anni 2000-2004 ero al Centro missionario Pime di Milano, incaricato dei progetti dei nostri missionari, un mattino mi telefonano dalle televisioni di Mediaset che il programma “La fabbrica del sorriso” ha a disposizione 220.000 Euro per l’ospedale pediatrico di Bòr. Ne ho ringraziato il Signore. Non faccio a tempo a riprendere il mio lavoro, che mi arriva padre Vincenzo, un confratello missionario nel Brasile dei poveri che mi dice: “Vorrei fare nella mia missione un’opera per i bambini ammalati e avrei bisogno di circa 220.000 Euro”. Ho pensato: ecco una prova per la mia fiducia nella Provvidenza  e ho detto a padre Vincenzo: “Questa somma l’ho appena ricevuta per i bambini africani, è venuta dal Cielo e la dò a te per i bambini brasiliani. Sono sicuro che il Signore provvederà anche al mio ospedale per i bambini a Bissau”.

“Vincenzo mi ringrazia e tutto contento esce dal mio studio. Da non credere, ma è la pura verità. Nel pomeriggio, suona il telefono e un signore sconosciuto mi dice che per l’ospedale dei bambini in Guinea Bissau può dare 220.000 Euro, esattamente la cifra che avevo dato a padre Vincenzo poco prima. Potrebbe sembrare una coincidenza ma, francamente, alla luce di tante altre cose successe, lo ritengo davvero un miracolo”.

“In Cina e Corea ho visto Cristo vivo”

Un amico di Brescia che non conoscevo mi scrive questa lettera da Barcellona, che è il miglior augurio, per tutti noi e per la Chiesa, di una nuova nascita in Cristo nel 2015. Piero Gheddo.

Carissimo padre Piero Gheddo, è con gioia che Le scrivo questa lettera! Innanzi tutto mi presento. Mi chiamo Giovanni Maria (figlio di una famiglia con otto figli, quattro maschi e quattro femmine), ho 24 anni e ho appena terminato gli studi economici presso l’università Bocconi. Lavoro come ricercatore presso la IESE Business School di Barcellona focalizzandomi sull’Africa. Un lavoro appassionante tra la Spagna, il Kenya e la Nigeria, per cercare di comprendere in profondità le potenzialità di quello che fino a qualche anno fa veniva chiamato “the hopeless continent” (“il continente senza speranza”) e ora invece si dice che è “the new growth engine of the world” (il nuovo motore di crescita per l’umanità”).

Era il 2011 e mi trovavo tra i mille colori e le mille luci di Sinchon nel cuore di Seoul in Corea del Sud. Affascinato da quello che vedevo attorno a me, ma ancor più dall’incredibile storia di padre Augusto Gianola, l’eremita del Pime nell’Amazzonia brasiliana, che Lei stava raccontando su Radio Maria. E fu proprio attraverso le sue catechesi, scaricate dal sito di Radio Maria, che venni a conoscenza della trasmissione mensile “La missione continua”, sulla missione alle genti, nella quale lei racconta la vita e lo spirito dei missionari. Da allora non l’ho più abbandonata. Le storie dalla Birmania di Felice Tantardini, il santo col martello, e del grande Clemente Vismara, le avventure di Angelo Campagnoli tra la Birmania e la Thailandia, quelle di Aristide Pirovano e Marcello Candia in Amazzonia, del vescovo  mons. Cesare Bonivento in Papua Nuova Guinea, di padre Maurizio Bezzi fra i ragazzi di strada a Yaoundè in Camerun e via dicendo.

Racconti che mi hanno accompagnato per le strade del mondo. Dopo cinque indimenticabili mesi in scambio universitario presso la Yonsei University di Seoul mi sono recato in Cina per un anno di studio presso la Fudan University di Shanghai. E ancora le Sue catechesi mi hanno accompagnato tra le foreste del Kenya dove mi trovavo per alcuni mesi di lavoro come ricercatore presso la Strathmore Business School di Nairobi.

Grazie padre Piero! Come Lei ha sperimentato, anche io sono rimasto senza parole di fronte alla vitalità, alla gioia, all’entusiasmo di queste giovani Chiese. Sono rimasto affascinato di fronte a quella fede semplice e giovane, che va all’essenziale del messaggio cristiano, cioè a Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo.

Sono rimasto stupito di fronte al ruolo dei laici. Padri e madri di famiglia, giovani studenti universitari come me che trasmettono la loro fede in ogni ambiente con naturalezza e con il sorriso sulle labbra. In queste giovani Chiese sono proprio i laici il motore delle parrocchie, sono i laici che organizzano al meglio la Messa domenicale, che promuovono le visite ai poveri, i ritiri spirituali, le iniziative culturali e anche la stessa attività economica. La parrocchia è una vera famiglia dove i laici si prendono cura dell’intera comunità cristiana. Il sacerdote è il padre e direttore di tutto, l’animatore dei laici che operano per annunziare Cristo ai non cristiani, con sorprendenti risultati.

Posso dire che furono proprio la Chiesa cinese e quella coreana a convertirmi. Fu proprio nell’Estremo Oriente che vidi forse per la prima volta quel Gesù vivo, quel Gesù che fece dire a san Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”, “per me vivere è Cristo”. Quanti giovani convertiti ho potuto conoscere, quanti neo-battezzati. Mai potrò dimenticare quella luce che fuoriusciva dai loro occhi, una luce che illuminava chiunque passasse per la loro strada. Valentine, giovane ragazza cinese che ora lavora nel marketing per una importante società multinazionale, subito dopo aver ricevuto il battesimo nella cattedrale di sant’Ignazio a Shanghai, mi confidò: “Giovanni. questo è il giorno più bello della mia vita. Da quando ho scoperto Gesù, vivo con lui nel mio cuore e la mia vita ha acquistato un senso”. Ecco l’Evangelii gaudium, ecco quella “gioia del Vangelo che riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”. Quanto hanno da insegnarci queste Chiese! Grazie, quindi, per quello che sta facendo attraverso le catechesi su Radio Maria e tutti i libri e gli articoli che pubblica. La ricordo sempre nella preghiera. Un caro saluto,

Giovanni Maria Mazzacani

Con Gesù, anche la vecchiaia è bella

Anzitutto auguro Buon Natale agli amici lettori dei miei Blog, per informarli che sono tornato al Pime di Milano e spero di poter presto riprendere il lavoro che faccio da una vita. Vorrei raccontare in breve la mia esperienza e soprattutto comunicarvi alcune riflessioni che la malattia e la preghiera mi hanno ispirato. Com’è noto (vedi il Blog precedente), a metà ottobre sono caduto sulla scala che porta al mio ufficio, inciampando in un gradino e ho trascorso due mesi alla Clinica Columbus a Milano e nella casa di riposo dell’Istituto a Lecco. Due mesi di malattia mi hanno cambiato. A 85 anni ho iniziato la parabola discendente della vita e voglio assicurare soprattutto gli anziani che mi leggono, che anche il tramonto è bello, se si vive col Signore Gesù che in questi giorni sta rinascendo nei Presepi e nei nostri cuori. Mi spiego.

La prima verità che ho sperimentato è che la sofferenza fisica, fa rientrare l’uomo in se stesso. Noi credenti preghiamo, ma spesso (anche noi preti) facciamo una vita superficiale. Specialmente nel mondo d’oggi, così frenetico e ricco di informazioni e distrazioni, rientrare in se stessi e interrogarsi davvero sulla propria vita è difficile. Ma quando la malattia, il male fisico ti costringe quasi a isolarti dal mondo esterno, ti ritrovi con te stesso e sperimenti la tua miseria, la tua pochezza, la tua impotenza; pregando, ripensi alla tua vita e alle grandi grazie che Dio ti ha fatto, ai tuoi sbagli e peccati; allora, se preghi, capisci in modo profondo che solo Dio conta. Tutto il resto, certo va vissuto con dedizione e amore, ma passa presto.

Quando sono entrato nella “casa di riposo” del Pime a Lecco, con più di trenta missionari anziani e ammalati, il rettore padre Daniele mi ha detto: “Benvenuto in questa casa dalla quale riparte la rinascita del Pime, perché qui si prega e si soffre molto”. Le nostre sofferenze, se sono sopportate in unione alla Passione di Cristo, hanno un valore salvifico per la salvezza del mondo e la rinascita del nostro Pime, che oggi soffre per la scarsezza di vocazioni e per le crescenti difficoltà e persecuzioni in vari paesi di missione alle genti. Nell’ultima S. Messa a Lecco, ho detto ai miei confratelli: “Noi, anziani e ammalati, siamo ancora missionari in azione, con le nostre preghiere e sofferenze”. E ho raccontato di aver visitato più volte tutte le missioni che la Chiesa ha affidato al Pime e ovunque i confratelli mi hanno chiesto di dire ai missionari di Lecco di pregare e di offrire le loro sofferenze per loro.

Ecco quindi il nostro compito, il senso della nostra vita in questa benedetta casa di Lecco. Noi siamo i missionari di prima linea, perché tutto viene da Dio e la sofferenza, la debolezza fisica, l’impotenza, ci mettono in stretto contatto con Gesù che ha salvato l’umanità con la morte in Croce e la Risurrezione. Non è facile, cari amici e lettori, accettare la Croce , “con gioia – ha aggiunto domenica Papa Francesco – perché con Gesù c’è sempre la gioia”. Però questa è la “via stretta” di cui parla Gesù nel Vangelo, che ci aprirà, il più tardi possibile, le porte del Paradiso.

Piero Gheddo

 

Caro don Piero, come stai?

In data 11 novembre ricevo da Genova questa lettera di un caro amico, padre di quattro figli, che segue con interesse questi Blog, come molti altri amici e lettori che hanno scritto e telefonato per avere notizie.

Caro don Piero, come stai?

ho notato che da un mese non compaiono più i tuoi post nel blog Armagheddo, di cui sono un assiduo lettore ed un occasionale commentatore.

Spero che la cosa sia dovuta semplicemente ai tuoi molti impegni, magari a qualche viaggio, oppure all’aggiornamento in corso del suo sito, e non a problemi di salute, o di stanchezza per la sua età non più giovanissima.

Di sicuro, gli argomenti su cui parlare non mancano, in particolare, avevi promesso un tuo commento al Sinodo sulla Famiglia, dopo la conclusione della prima sessione.

Quali che siano i motivi, ti assicuro il mio ricordo nella preghiera, perché tu possa continuare ancora per qualche anno a offrire il tuo ministero di prete, missionario e giornalista, a favore della diffusione del Vangelo.

Ti ringrazio anche per tutto ciò che hai fatto finora, in particolare per i tuoi commenti alle vicende del mondo e della Chiesa, sempre puntuali e illuminati dalla luce della Scrittura. Ti saluto con tanta stima ed amicizia,

tuo Mario Molinari

Caro Molinari, sono in ospedale a Milano dal 16 ottobre e dal 23 ottobre nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, un quasi ospedale. Sono inciampato in un gradino salendo la scala al mio ufficio al Pime di Milano e ho battuto il torace sulla ringhiera. Nessun osso rotto, ma un mal di schiena molto forte. Alla mia età, 85 anni compiuti a marzo, mi dicono che ogni caduta è grave! E’ una brutta botta che sopporterò a lungo.

E’ stata una caduta provvidenziale, il buon Dio voleva fermarmi. Lavoravo troppo e trascuravo la salute. Sono nella casa di riposo dei missionari del Pime a Lecco, e mi devono rifare la prostata (fatta nel 2000 e poi ricresciuta) e guarire per i bruciori alle gambe e ai piedi; e adesso questo dolore alla schiena che avverto come il peggior male. Spero di tornare a Milano a dicembre, ma temo dover proseguire riducendo le varie attività e impegni. Prega e pregate per me. Grazie, vostro padre Piero Gheddo.

Pregate anche per i miei genitori i Servi di Dio Rosetta Franzi (1902-1934) morta di parto con due gemelli e tre bambini, e Giovanni (1900-1942) morto in Russia con un atto di eroismo che ricorda San Massimiliano Kolbe. La loro Causa di beatificazione iniziata dall’Arcidiocesi di Vercelli nel febbraio 2006, è rimasta bloccata a Roma (in stand-by) dalla scarsezza di documenti sulla loro santità scritti nel tempo della loro vita o subito dopo. L’ostacolo pare possa essere superato e si possa riaprire la loro Causa di beatificazione, Bisogna solo pregare e segnalare le grazie ricevute per loro intercessione. Grazie, Dio vi benedica,vostro padre Piero.

Caro don Piero,

grazie per la tua mail! Sono molto rammaricato per il tuo incidente e per il tuo problema con la prostata (cui avevi già accennato in passato), e ti auguro una pronta ripresa. Al tempo stesso, sono confortato di vedere, dalla tua mail, che il tuo spirito è sempre forte, e che l’ottimismo e la speranza non ti hanno lasciato.

Che devo dire? Certamente tu hai ben presente che, per grandi santi come San Francesco e Sant’Ignazio di Loyola, il momento della fragilità è stato anche il momento della conversione e dell’incontro con il Signore. E, di conversione, abbiamo sempre un gran bisogno tutti, io per primo!

Ancora di più, come scrive San Paolo, “Quando sono debole, è allora che sono forte”…

Quindi, sono sicuro che non ti lascerai sfuggire l’occasione di stabilire, in questo tempo di convalescenza (ed anche, immagino, di preghiera più frequente e prolungata), un rapporto ancora più stretto con il Signore a cui hai affidato la tua vita.

Se ti trovassi, nei prossimi mesi, a trascorrere qualche tempo a Genova, dove risiedo, fammelo sapere: sarebbe per me una gioia incontrarti di persona! Ti assicduro la mia preghiera per un tuo pronto recupero, così che tu possa presto tornare alle tue occupazioni, e ti abbraccio nel Signore che dà la vita!

Pace e Bene! Tuo Mario Molinari.

Caro Molinari,

ho avuto tanti accidenti gravi nella mia vita, fra i quali una quindicina di operazioni chirurgiche (nel 2003 e 2009 cancro ai muscoli addominali, quando ho rischiato davvero la vita perché l’intestino si rimetteva in movimento dopo 14 giorni dall’operazione!), ma solo oggi mi pare di capire a fondo il valore redentivo della sofferenza, cioè la via della Croce che Gesù ha percorso e che ogni vivente è chiamato a percorrere. Non tutti allo stesso modo e nello stesso tempo, ma tutti gli u0omini e tutte le donne conoscono il dolore, la sofferenza fisica, morale, ecc.

La sofferenza ci sembra solo negativa, e indubbiamente lo è, per cui dobbiamo fare tutto quel che possiamo per alleviare o eliminare le sofferenze nostre e del nostro prossimo; ma nella visione cristiana il dolore, la sofferenza sono anche positivi, se accolti e sopportati come partecipazione alla Passione e Morte di Cristo, che ha redento l’umanità offrendo se stesso come vittima pura e immacolata sull’Altare della Croce. Ha meritato il perdono dei peccati (cioè dell’egoismo umano che offende Dio Creatore e Padre) e con la sua Risurrezione ci ha spalancato le porte del Paradiso. Non solo, ma ha indicato all’umanità, col suo esempio,le sue parole, il suo Vangelo e la sua Chiesa, che ne continua l’opera nei secoli, il modo migliore di vivere la vita: lodando Dio e amandoci come fratelli e sorelle, a partire dai più piccoli, umili, abbandonati, sfortunati, poveri; quelli che Papa Francesco chiama “il materiale di scarto della società umana”.

Nei miei 61 anni di sacerdozio e di missione (specie nei 32 anni a Milano, come aiutante cappellano alla Clinica Columbus e negli 8 anni di aiutante del cappellano delle carceri di San Vittore, il grande mons. Cesare Curioni poi cappellano di tutte le carceri italiane), ho spiegato tante volte queste verità a chi soffriva. Adesso però, quando il dolore fisico morde la mia carne e l’incertezza del mio futuro mi fa capire la mia miseria e nullità e mi mette del tutto “nelle mani di Dio” (come diceva sempre papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio!”); ecco, proprio adesso ringrazio il Signore di farmi sperimentare queste sofferenze, anche se lo prego di darmi ancora un po’ di anni di lavoro pieno, per testimoniare e annunziare Gesù Cristo come unico Salvatore dell’umanità.

Grazie a tutti coloro che mi aiutano con la preghiera, Dio vi benedica,

vostro padre Piero Gheddo, missionario del Pime.

 

Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Chiude “Popoli”, la rivista missionaria dei Gesuiti

All’inizio del mese missionario di ottobre, un comunicato stampa del Centro San Fedele di Milano informa che la rivista missionaria mensile dei Gesuiti “Popoli” chiude nel dicembre prossimo. La rivista è nata nel 1915 col titolo “Le missioni della Compagnia di Gesù”, nel 1970 ha assunto il titolo di “Popoli e Missione”, negli anni ottanta “Popoli”, che chiude alla soglia dei cento anni. Ma allora, i gesuiti non hanno più missionari? Per carità, sono forse l’ordine religioso con il maggior numero di missionari “ad gentes”. Ma in Italia questo è un tema che interessa sempre meno e questo è il gravissimo problema dell’ottobre missionario, per noi missionari ma anche per tutta la Chiesa italiana.

Dopo la chiusura della rivista “Ad Gentes” degli Istituti missionari (Vedi il Blog del 15 giugno 2014) anche questa è una triste notizia per l’animazione missionaria ad gentes nella Chiesa italiana, come tante altre simili, ad esempio il crollo vertiginoso delle vocazioni ad gentes (e ad vitam) degli istituti missionari italiani. In questo anno scolastico, nel seminario teologico del Pime di Monza abbiamo una cinquantina di teologi e filosofi, dei quali solo quattro italiani! E dobbiamo ringraziare la Provvidenza di Dio perchè il Pime, fondato da mons. Angelo Ramazzotti nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e da Pio XI nel 1926 come Pime (unendolo ad un altro simile Seminario fondato a Roma nel 1872), è diventato internazionale, altrimenti dovremmo chiudere la nostra teologia missionaria, affiliata con l’Università Urbaniana di Roma per il corso accademico di teologia che si chiude con il diploma di Baccalaureato, riconosciuto anche dallo stato italiano.

La “missione alle genti” significa annunziare e testimoniare Cristo ai popoli non cristiani (5 miliardi sui 7 dell’umanità) e il danno peggiore di questa decadenza dello spirito e della missione ad gentes sta nel dato di fatto che la Chiesa italiana, presa nel suo assieme, sta percorrendo il cammino opposto a quello che dichiarano i testi del Concilio Vaticano II, dei Papi e della stessa CEI (Conferenza episcopale italiana): si proclama una cosa e se ne fa un’altra. E questo avviene nella Chiesa di Cristo, che vuol essere autentica, trasparente, efficace immagine di Cristo Salvatore.

Ma nel Vangelo di San Marco (16, 14-15) si legge: “Gesù apparve agli undici discepoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perché avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che l’avevano visto risuscitato. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. E noi potremmo dire: “Ma Gesù, tu rimproveri i tuoi Apostoli di non credere alla tua Risurrezione e poi subito dopo li mandi a predicare la Buona Notizia in tutto il modo! Ma com’è possibile? Se non credono che tu sei risorto, che razza di messaggio portano al mondo?”.

Ha risposto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (N. 2): “La fede si rafforza donandola!”, e spiega perché; e poi richiama la grande verità di fede: “Lo Spirito Santo protagonista della Missione” (Capitolo III). E fa venire in mente la famosa scenetta de “La Croix” che pubblicai in “Mondo e Missione” negli anni settanta, dove si vede Gesù che sale al Cielo mentre detta il suo testamento agli Apostoli, in cerchio davanti a Lui: “Andate in tutto il mondo,,,,”. Ma uno sussurra all’altro: “Ma noi, non siamo incardinati nella diocesi di Gerusalemme?”.

Quando Papa Francesco, e tutti i Papi e tutti i vescovi prima di lui, continuano a martellare lo slogan: “Per salvare l’uomo e l’umanità dobbiamo ritornare a Cristo!”, penso che nessuno aggiunga nella sua mente e nel suo cuore: “Eccetto quando ci dice di andare in tutto il mondo a portare il Vangelo a tutti gli uomini”.

Chi segue il mio Blog “Armagheddo”, sa che a volte è volutamente provocatorio, come anche questa volta. Non voglio assolutamente accusare nessuno, ma solo riproporre con forza il problema: qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria ad gentes dei Centri missionari diocesani, degli Istituti missionari, delle Pontificie opere missionarie e della stampa e animazione missionaria? Presentare le testimonianze dei missionari che nelle periferie dell’umanità annunziano Cristo, battezzano i popoli convertendoli a Cristo e formando le prime comunità cristiane; oppure abbiamo cominciato noi a politicizzare la missione alle genti, riducendo la Chiesa in missione ad una Ong mondiale che si interessa dei poveri e dei marginali, delle ingiustizie e violenze contro gli ultimi di ogni società, spesso senza alcun aggancio esplicito a Gesù Cristo? Non invento nulla, potrei raccontare decine e decine di esempi, perché l’onda culturale è questa e non è facile fare e proporre e realizzare qualcosa di diverso, si rischia di passare per conservatori, tradizionalisti, reperti archeologi da rottamare.

Ma la Chiesa, lo dice spesso Papa Francesco, non è una Ong di carattere sociale-politico-economico-sindacale, ma la comunità dei seguaci di Cristo, che deve andare in tutto il mondo annunziando la Buona Notizia del Vangelo. E quando, noi missionari diamo un’immagine diversa di noi stessi al mondo, perdiamo la nostra unica identità e diventiamo inefficienti, inefficaci, non leggono più le nostre riviste, i giovani non ci seguono più, non donano più la vita e hanno ragione. Donare la vita per che cosa? Per promuovere l’acqua pubblica o protestare contro il debito estero dei paesi africani o contro la produzione di armi? I giovani danno la vita solo se noi siamo innamorati di Cristo e capaci di innamorarli di Gesù Cristo, nient’altro. Nell’ottobre missionario e della Giornata Missionaria Mondiale è permesso riproporre con forza questo problema, perchè se ne discuta e si giunga, con l’aiuto di Dio, ad una decisiva correzione di rotta.

Piero Gheddo

L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo