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Il Vangelo della terza domenica di Quaresima (Luca 13, 1-9) potrebbe essere stato scritto anche ai nostri giorni. Gesù sapeva che tutti parlavano di due tragici fatti appena successi: il governatore romano della Giudea, Ponzio Pilato, aveva compiuto un massacro di ebrei nel tempio, mentre i sacerdoti offrivano a Dio i loro sacrifici; e 18 persone erano morte per il crollo della torre di Siloe a Gerusalemme. Notizie quotidiane anche ai nostri tempi.
Come spiegare quelle morti violente? Molti pensavano che quei morti avevano sbagliato, erano colpevoli di qualche delitto o peccato grave e pagavano le loro colpe: Dio li aveva puniti, la sua ira si era scatenata contro di loro. Il buon ebreo che pensava così era anche convinto di essere innocente, quindi non poteva succedergli niente di simile: viveva quelle tragedie come spettatore esterno, incuriosito, scandalizzato, ma non provocato nella sua vita. Ma Gesù dice che quei morti non erano più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme. E conclude dicendo: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Parole forti rivolte agli ebrei del suo tempo, ma anche a noi cristiani del nostro tempo.
Cari fratelli e care sorelle, giornali e televisioni portano ogni giorno nelle nostre case i morti per il terremoto all’Aquila o in Cile, i morti di guerre e terrorismi, gli arresti e processi per fatti di corruzione amministrativa o politica, per rapine o altre gravi trasgressioni delle leggi. Noi siamo spettatori scandalizzati, non ci viene in mente che altre disgrazie simili o diverse, ma egualmente rovinose per la nostra vita, possano capitare anche a noi. Ma Gesù dice anche a noi in questa Quaresima: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”.
Ci pare impossibile che a noi, persone normali e bravi cristiani (e bravi preti) che viviamo una vita del tutto onesta e pacifica, Gesù venga a chiederci di convertirci. Eppure oggi Gesù lancia anche a noi tre messaggi:
1) Dobbiamo imparare a leggere l’attualità non con la sola logica umana, ma con gli occhi della fede. La fede mi dice che nulla succede senza un significato anche per la mia vita. Dio mi manda continuamente messaggi di amore e di misericordia, ma anche di conversione. Sono i cosiddetti “segni dei tempi” che nel Vangelo di oggi il Signore mi invita a leggere con fede. In altre parole, tutto quello di positivo che succede nel mondo e attorno a me è un invito all’imitazione, tutto il negativo mi dimostra concretamente gli effetti del peccato ed è una provocazione anche per me, di quanto male il peccato porta a chi lo commette e all’intera società; le disgrazie naturali (terremoti) o i malanni fisici (ad esempio cancro), ci indicano la situazione precaria dell’uomo su questa terra. La scena di questo mondo passa in fretta, dobbiamo sempre essere preparati a lasciarlo!
2) Nessuno può presumere di essere giusto. I santi avevano coscienza della loro debolezza, chiedevano spesso a Dio la grazia della conversione. A volte sembravano esagerati nelle loro espressioni: “Sono l’ultimo dei peccatori!” diceva spesso il Curato d’Ars. In realtà, ma non lo erano perché più l’uomo si avvicina a Dio e più gli appare la propria miseria e piccolezza. Più uno è lontano da Dio e più pensa di essere giusto e di non aver bisogno di conversione. E’ questo un esame di coscienza, per noi che presumiamo di essere giusti agli occhi di Dio e pensiamo di esserci già convertiti a Cristo o che comunque la conversione non è per noi un problema urgente, immediato, non esiste nelle nostre preoccupazioni quotidiane.
Voi ricordate il beato Papa Giovanni XXIII, “il Papa buono” che suscitò nel mondo intero, anche fra i popoli non cristiani, sentimenti di ammirazione e di amore per il cristianesimo che lui rappresentava col suo sorriso e la sua umanità. Ebbene, Papa Giovanni negli ultimi giorni della sua vita (morì il 3 giugno 1963), scriveva nel suo “Diario dell’anima”: “Debbo prendere sul serio la necessità della mia conversione”. Pensate, aveva 82 anni e sarebbe morto pochi giorni dopo! In tutta la sua vita si era impegnato a lavorare solo per Dio e per la Chiesa. Ma prima di morire capiva che avrebbe avuto ancora un lungo cammino di conversione da fare! Ecco un santo che è vissuto nella perenne tensione verso la santità.
Un grande missionario che ho conosciuto bene, padre Giovanni Battista Tragella, nel 1968 aveva 84 anni ed era a letto. Morì una settimana dopo avermi incontrato. Mi diceva: “Vedi, sento che sto morendo e mi chiedo perché il Signore ci fa vivere così poco!”. Io avevo 38 anni e non capivo, gli dicevo che aveva vissuto e lavorato tanto ed era stato di esempio a molti, ma lui rispondeva: “Tu sei giovane e non capisci. Adesso che si avvicina la morte capisco meglio di prima quale immenso dono da spendere è la vita. Se avessi ancora tempo per vivere, potrei fare molto meglio, per imitare il modello del Signore Gesù”.
3) La vita cristiana, e specialmente di noi preti e persone consacrate, deve essere una tensione continua verso l’imitazione di Cristo, verso l’unione con Dio e la santità.
Nel nostro mondo globalizzato e secolarizzato, in cui non esiste più una “civiltà cristiana” e un “cristianesimo di massa”, la fede e la vita cristiana diventano sempre più una scelta personale e cosciente. La “nuova evangelizzazione” di questa umanità nuova e diversa avviene principalmente attraverso la testimonianza che noi credenti in Cristo riusciamo a dare con la nostra vita quotidiana. “L’uomo contemporaneo – scriveva Paolo VI nella ”Evangelii Nuntiandi” (1975, n. 41) –ascolta più volentieri i testimoni che i maestri e se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni”. Lapidario il grande Paolo VI!
La vita cristiana è bella ed esaltante, ringiovanisce perchè ogni giorno ricomincia da capo con un cammino nuovo verso nuove mete da raggiungere sulla via della santità. Dobbiamo chiedere a Dio la grazia della conversione, non solo, ma di poter vivere in una continua e consolante tensione verso il Signore Gesù.
Piero Gheddo
La globalizzazione dell’umanità ha portato alla ribalta un interrogativo importante, a cui ancora non si dà una risposta accettata dalla cultura corrente: come mai il “mondo moderno” è nato in Occidente e si sta diffondendo in tutto il mondo, perché accettato da tutti i popoli e preferito ai loro modi tradizionali di vita? Oppure, in altre parole: perché dalla caduta dell’Impero romano l’Occidente ha conosciuto un’evoluzione che l’ha portato per primo a quelle caratteristiche del “mondo moderno”, nelle quali tutti i popoli vorrebbero vivere? Caratteristiche sintetizzabili in pochi concetti: libertà, democrazia, progresso scientifico-tecnico ed economico-sociale, diritti dell’uomo e della donna, stabilità e sicurezza nei singoli paesi, istruzione e assistenza sanitaria per tutti, giustizia basata sulle leggi e non sull’arbitrio dei più forti, giustizia sociale fra ricchi e poveri, pace fra i popoli e le nazioni.
Ecco il volume che dà una risposta articolata e documentata:
Rodney Stark, “La vittoria della ragione – Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza”, Lindau Torino 2008, pagg. 377, Euro 24,00.
Il sociologo americano delle religioni Rodney Stark ha esaminato le molte risposte che si danno all’interrogativo: la posizione geografica e il clima dell’Europa, la scoperta di altre terre e continenti, la colonizzazione, l’evoluzione storica e culturale favorevole al progresso, il pensiero greco-romano e tante altre. E giudica che non spiegano perché l’Occidente ha progredito e le altre parti del mondo sono rimaste per millenni bloccate nello sviluppo. Basti pensare alle grandi civiltà di Cina, India, Giappone, Vietnam, Corea, Paesi arabi e islamici, Americhe pre-colombiane, dove non c’è stato nemmeno l’inizio di quei processi storici che hanno portato l’Occidente alla supremazia.
Rodney afferma con chiarezza: “E’ stato il cristianesimo a creare la civiltà occidentale. Il mondo moderno è arrivato solamente nelle società cristiane. Non nel mondo islamico, non in Asia. Non in un società “laica”, perchè non ne sono esistite. Tutti i processi di modernizzazione finora introdotti al di fuori del cristianesimo sono stati importanti dall’Occidente, spesso attraverso colonizzatori e missionari” (pag. 343).
Questo fatto storico che non si può smentire, viene documentato in un modo non religioso, ma laico. Sono stati il Vangelo, il pensiero dei Padri della Chiesa e la teologia cristiana la vera origine del progresso dell’Occidente e del mondo intero. Mentre le grandi religioni hanno posto l’accento sul mistero, sulla meditazione, sull’astrologia e la fuga dalla realtà, il cristianesimo è nato dalla Rivelazione di Dio e attraverso la Bibbia e Cristo ha affermato il valore assoluto della singola persona umana “creata ad immagine di Dio”, abbracciando la logica e il pensiero deduttivo e aprendo la strada alle scienze e al progresso moderno.
Un secondo volume recente sembra quasi la continuazione del precedente:
Thomas E Woods, “Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale”, Cantagalli, Siena 2007, pagg. 270, Euro 18, 50.
Thomas E. Woods, anch’egli docente universitario americano, risponde allo stesso interrogativo che si pone l’autore precedente: come mai il “mondo moderno” è nato in Occidente e si sta diffondendo in tutto il mondo, perché viene accettato da tutti i popoli e preferito ai loro modi tradizionali di vita? Dimostra, in modo molto concreto, diciamo storico, come le varie “novità” che hanno fatto grande l’Occidente, sono dovute non solo alla Parola di Dio ed a Gesù Cristo, ma alla Chiesa cattolica che nel corso dei secoli ha sostenuto quei principi e modelli evangelici, a volte pur nelle infedeltà di Papi, vescovi, sacerdoti e credenti in Cristo. La Chiesa è un’istituzione ispirata da Dio, ma fatta da uomini. Il volume percorre in vari capitoli la storia dell’Occidente, dalla caduta dell’Impero romano alle invasioni dei popoli “barbari” fino ai nostri tempi.
Dopo l’Impero romano, in secoli di sbandamento dei popoli occidentali, i monaci salvarono la civiltà (capitolo I), poi la Chiesa fonda le Università, la vita accademica e la filosofia scolastica (capitolo II), poi ancora le scienze moderne e l’arte moderna, il diritto internazionale, l’economia e il capitalismo; le opere di assistenza per i poveri e “come la carità cattolica ha cambiato il mondo”. Gli ultimi capitoli “La Chiesa e il diritto occidentale”, “La Chiesa e la moralità occidentale”, dimostrano, ripeto, con fatti storici concreti, come la Chiesa cattolica è all’origine, ad esempio, della separazione tra Chiesa e Stato (non così le Chiese ortodosse e protestanti), dell’abolizione della schiavitù, della condanna dei “duelli d’onore”, della promozione dei “diritti dell’uomo” e via dicendo.
Infine, Thomas E. Woods esamina come vive “un mondo senza Dio” com’è oggi l’Occidente che si è staccato dal Vangelo e dal modello di Cristo, a volte ha anche perseguitato o marginalizzato la Chiesa cattolica, presentandola come nemica del progresso. Oggi, addirittura, l’Unione Europea non riconosce le “Radici cristiane” della nostra civiltà. Una menzogna e assurdità storica.
Formidabili le ultime pagine del libro, dove l’autore parte dall’affermazione di Nietzsche: “Il rifiuto dell’idea che il mondo sia stato creato da Dio per uno scopo…. rende l’uomo più libero di dare alla vita il significato che vuole darle. La vita così non ha alcun altro significato”. E Woods spiega, col trionfo di questa idea nel mondo secolarizzato e praticamente ateo di oggi, la degenerazione e la disumanità dell’arte, dell’architettura e di molte altre espressioni dell’uomo, fino al nichilismo di Jean-Paul Sartre (l’universo è assolutamente assurdo e la vita stessa completamente priva di significato), che esprime bene la cultura trionfante dell’Occidente moderno, sempre più arido, vecchio e pessimista. Cioè, così com’è, l’Occidente è senza futuro.
Prima di pensare o dire che tutto questo è “trionfalismo”, bisogna prima leggere il volume e controbattere le prove storiche che vi sono portate. Non con ragionamenti, luoghi comuni e chiacchiere, ma con altre prove storiche che rispondono all’interrogativo posto dai due volumi.
Piero Gheddo
Gesù sale sul monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni per pregare (Luca 9, 28, 36). Il Vangelo dice che, “mentre pregava, il suo volto cambiò aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante”. Oggi, seconda domenica di Quaresima, è la festa della ”Trasfigurazione” di Gesù davanti a tre discepoli. Nella vita quotidiana, egli era un uomo come gli altri, certo affascinante, faceva miracoli e parlava come nessuno aveva mai parlato; ma insomma, un uomo come gli altri, almeno nell’aspetto esterno. Oggi invece, sale sul monte, si isola dal mondo e dagli altri uomini, e mentre pregava rifulge in lui la luce accecante della sua divinità. I tre discepoli ne sono affascinanti e Pietro dice: “Signore, è bello per noi restare qui con te”. Il Vangelo commenta: “Non sapeva quello che diceva”. Cioè era talmente eccitato e pieno di gioia, che avrebbe voluto restare sul monte e non tornare più alla pianura nella vita quotidiana.
Che senso ha per noi questo brano del Vangelo? Molti significati. Gesù voleva dimostrare la sua divinità, voleva preparare gli Apostoli alla sua Passione e morte, ma indicava una realtà diversa da quella di tutti i giorni che essi conoscevano. Fermiamoci a riflettere su quest’ultimo significato della Trasfigurazione. Gesù era uomo ed era Dio, viveva una vita umana come tutti noi, ma era anche e sempre unito al Padre e alla realtà soprannaturale della sua natura divina.
Ecco, cari fratelli e sorelle, anche la nostra vita è così. Noi viviamo in questo mondo in mezzo alle realtà terrene, fra gioie e dolori, successi e insuccessi, giorni lieti e giorni tristi, esaltazioni e depressioni. Ma poi abbiamo anche una vita soprannaturale, perché Dio ci ha creati “a sua immagine e somiglianza”. Noi non siamo come gli animali che hanno solo una vita materiale e istintiva, siamo anche uomini spirituali e Dio, lo sappiamo, è purissimo spirito, in lui non c’è nulla di materiale. La nostra vita spirituale è partecipazione alla vita divina attraverso il Battesimo, l’Eucarestia, la preghiera, i Sacramenti, l’osservanza della Legge di Dio.
Insomma, la mia vita di uomo si svolge su due piani, come quella di Gesù: la vita materiale di tutti i giorni e la vita spirituale e soprannaturale, che ci trasfigura in Dio, ci fa contemplare Dio e vivere la vita di Dio, che è poi la vera vita, quella che tutti vivremo dopo la nostra morte, nei “verdi pascoli” del Paradiso.
Ecco, Gesù ha voluto dare ai suoi Apostoli un’immagine concreta della vita divina, non solo quella di Dio, ma anche la nostra se viviamo in Dio. Anche noi possiamo trasfigurarci in Dio, cioè vivere una vita serena, felice, realizzata, cioè realizzare il Regno di Dio non su questa terra, ma almeno in noi, se viviamo non solo la nostra vita materiale, tutti volti ai beni di questa terra, ma la vita spirituale in Cristo.
Ricordo che quando Giovanni Paolo II visitò la città e diocesi di Genova nel 1985, diede ai fedeli, e soprattutto ai giovani ai quali parlava, un’esortazione meravigliosa che mi è rimasta impressa nel cuore: “Vi invito – diceva – a fare della vostra vita un vero capolavoro”. Bello ed esaltante questo progetto di vita!
Eppure care sorelle e cari fratelli, quante persone sono scoraggiate, depresse; quanti pensano e dicono: “Io non sono nulla, non valgo nulla, la mia vita non ha più nessun significato…”. Ho fatto centinaia di voli aerei. Si parte fra nubi e pioggia, un’atmosfera plumbea che invita alla tristezza, al pessimismo. Poi, quando l’aereo si alza sopra gli 8-9.000 metri, ecco il sole sfolgorante, ecco la trasfigurazione dell’atmosfera in cui viviamo. Siamo passati, seppur in piccola misura, dalla terra al cielo, all’atmosfera quotidiana in cui viviamo piena di pessimismo, all’atmosfera divina piena di luce e di gioia, in cui dovremmo vivere ogni giorno della vita.
Forse qualcuno pensa: questo è impossibile nella mia piccola vita. Vi racconto un esempio che ho studiato bene. Dieci anni fa ho scritto la biografia di un grande missionario del Pime, il beato padre Paolo Manna (1882-1952), che veniva da una buona famiglia di Avellino. Come sacerdote nel Pime, è partito per la Birmania nel 1895 ed è tornato tre volte in Italia perché ammalato di tubercolosi e in quel clima caldo umido e con scarse possibilità di nutrimento e di medicine, rischiava di morire a 28-30 anni. A 34 anni si ritrova in Italia ammalato e umiliato, senza più possibilità di andare in missione. Scriveva al superiore: “Sono un missionario fallito e inutile a tutti, vedo molto fosco il mio futuro”. La tubercolosi oggi in Italia non esiste quasi più, ma nel Novecento era una malattia grave che portava alla morte.
Padre Manna poteva intristirsi, chiudersi in se stesso e diventare un peso per sé e per gli altri. Invece era un prete molto devoto, pregava molto. Va in pellegrinaggio a Lourdes e chiede alla Madonna non la grazia della guarigione, ma di fare la volontà di Dio e di essere ancora utile alla Chiesa e alle missioni. Infatti, tornato a Milano, il superiore gli propone di andare nella redazione della stampa del Pime come aiutante e in poco tempo dimostra tutta la sua intelligenza e passione missionaria diventando direttore di “Le Missioni Cattoliche” (1908), fonda la Pontificia Unione missionaria del Clero (1917) ed è eletto superiore generale del Pime (1924-1934). Padre Manna è stato il missionario italiano più rappresentativo del Novecento per il suo pensiero e le sue molte iniziative, e beatificato da Giovanni Paolo II il 4 novembre 2001.
Anche la sua vita è stata trasfigurata in Cristo. Da “missionario fallito e inutile a tutti” a beato e, speriamo, santo della Chiesa universale. Nelle testimonianze per il so processo di beatificazione si legge questa frase di un confratello: “Lo si vedeva trasfigurato dall’amore di Dio e del prossimo e dalla passione missionaria di portare Cristo e tutti i popoli”.
Care sorelle e cari fratelli, tutti noi siamo un “progetto di Dio” da realizzare. Non siamo mai pessimisti sulla nostra vita e sul nostro futuro. Anche noi siamo un progetto di Dio da realizzare, se facciamo la volontà di Dio e seguendo le ispirazioni dello Spirito Santo. Fin che il Signore ci dà vita, siamo sempre in cammino per essere trasfigurati in Cristo. E’ la grazia che chiediamo al Signore Gesù.
Piero Gheddo
Nel Blog del 13 febbraio scorso ho ricordato quanto Ernesto Olivero, grande carismatico che conosce bene i giovani, mi ha detto in un’intervista: “La crisi dei giovani non esiste. I giovani hanno immense possibilità di fare il bene, come giovani non sono in crisi. Siamo in crisi noi adulti che abbiamo prodotto una società come quella attuale, che rovina i giovani perché non propone valori autentici, per i quali vale la pena di spendere la vita”.
Un amico mi racconta un episodio significativo che conferma quanto ha detto Ernesto. Nel suo paese della pianura padana, una ditta milanese trasferisce parte della sua produzione metalmeccanica costruendo un nuovo stabilimento. I nuovi posti di lavoro non sono molti, ma ben retribuiti. Cercano giovani con un certo diploma tecnico. Si presenta un giovanotto di vent’anni che ha tutti i requisiti per essere assunto. Il direttore del personale gli spiega i turni di lavoro. L’azienda lavora con tre turni di giorno e di notte perché questa produzione tira ed esporta bene: ore 6-14, 14-22, 22-6. La domenica non si lavora, ma il turno settimanale incomincia alle 22 di domenica.
Il direttore del personale dice al giovane: “Quando ti capiterà il turno delle 22 di domenica sera devi venire, perché con altri dovrete preparare il lavoro per tutta la settimana”. Il giovane ci pensa un po’ e poi risponde: “No, non mi interessa, Mio padre mi dà 600 Euro al mese. Non vale la pena fare una vita da cani lavorando di notte per qualche centinaio di Euro in più”.
Pensate, un giovane di vent’anni che cerca lavoro! Se questo povero giovane – speriamo di no - avrà una vita difficile, di chi è la colpa se non di suo padre e della sua stessa famiglia? Ecco perché la famiglia è tutto, l’educazione che si riceve in famiglia fin dalla più giovane età è fondamentale per la vita e per la società. Viviamo in una società, quella italiana, che è depressa, pessimista, con scarsa coesione sociale e alto tasso di litigiosità, con molti giovani, tutti lo dicono, che non hanno ideali, non hanno nerbo, non sono capaci di affrontare gli inevitabili sacrifici per costruirsi un futuro sicuro col loro lavoro. Tutti ce ne lamentiamo, ma pochi riflettono sulla decadenza della famiglia italiana. Non se ne parla mai o quasi mai.
Quando si incomincerà a capire, ad esempio, i danni spaventosi provocati dalle leggi sul divorzio e sull’aborto e saremo d’accordo nel metterci rimedio? E quando si ammetterà che la crisi delle famiglie, e quindi dei giovani, dipende in buona parte dal fatto che dall’orizzonte della nostra società è scomparso Dio, il Creatore, il Padre, il Giudice? Anche di Lui non si parla mai o quasi mai, nei mass media, nella scuola, nella società e nelle famiglie. Ma se manca Dio, tutto ciò che Dio ha dato, soprattutto Cristo e il suo Vangelo con la Croce e la Risurrezione, è possibile educare i bambini e i giovani alla vita?
Piero Gheddo
In seguito ai due Blog su “I musulmani in Italia” che riportavano la visione del card. Giacomo Biffi su questo tema molto dibattuto nel nostro paese (5 e 9 febbraio 2010), mi hanno scritto due lettori, uno in Italia e l’altro un missionario impegnato nel dialogo con l’islam. Il secondo scrive: “Ma dunque, in Italia il dialogo con i musulmani non ha valore?…. Se li trattiamo da nemici da respingere, andiamo contro il Vangelo e le disposizioni della Chiesa, sia universale che italiana, che raccomandano il dialogo…”.
No, caro padre, il card. Biffi non dice affatto nei suoi testi che il dialogo non ha valore e di “respingere” i musulmani dall’Italia (per favore, stiamo al testo scritto!). Partendo dall’esperienza negativa che si sta facendo in diversi paesi europei dove i musulmani sono una consistente minoranza (Olanda, Inghilterra, Germania, Francia e Danimarca soprattutto), il card. Biffi dice che l’Italia dovrebbe premunirsi dal cadere negli stessi problemi di ordine pubblico e di quasi impossibile integrazione di questa minoranza nel contesto nazionale. Come? Contingentando gli immigrati di cui l’Italia ha bisogno, dato il nostro scarso tasso di natalità. Cioè, ammettendo legalmente (mi pare che accogliamo circa 300.000 immigrati l’anno) una quota di immigrati che vengono da paesi cattolici o cristiani, poi da paesi buddhisti che si integrano facilmente (Sri Lanka ad esempio o Vietnam), poi una quota di musulmani.
La proposta è certamente di difficile attuazione, poiché l’Italia confina con molti paesi dell’islam, però ha un significato provocatorio per far discutere, per rompere uno schematismo di generica e indiscriminata accoglienza, che può risultare nefasto per il nostro paese.
Il dialogo con l’islam ha un grande valore, ne sono convinto e l’ho visto in Senegal, Mali, Guinea Bissau, Camerun, Burkina Faso, Pakistan, Bangladesh, Filippine, Indonesia, Malesia, Libia, ecc. Ecco un esempio recente da una lettera di padre Silvano Zoccarato, missionario del Pime a Touggourt in Algeria dal 2006, dopo una quasi trentennale permanenza a contatto con l’islam nel Nord Camerun.
Ecco la lettera di padre Silvano:
Una commissione diocesana italiana per il dialogo con l’Islam mi ha chiesto informazioni sul Ribat di Algeri. Ho raccolto alcune note:
Claude Rault, vescovo di Laghouat-Ghardaia, si sente chiamato a vivere con i musulmani algerini una solidarietà concreta e quotidiana, ma anche spirituale. Nel 1979 ha fondato con Christian De Chergé, Monaco di Tibhirine, ucciso coi suoi confratelli nel 1996, il gruppo “Ribat Essalâm” (”Legame della Pace”), che riunisce cristiani e musulmani che condividono «una identica ricerca di Dio riconosciuto come il Dio di tutti», mettendosi in gioco nell’incontro con l’altro «nella verità di ciò che è».
Oggi, per motivi di “calendario” e di distanza, mons. Rault non può più partecipare a tutti gli incontri del piccolo gruppo. «Lo vivo – scrive - come un invito ad approfondire la mia “vocazione” in un “ribat” interiore, nutrito dagli incontri nel quotidiano, dai legami di fraternità che spesso affondano le radici in Dio».
Incominciando questo gruppo di dialogo e di preghiera insieme, cristiani e musulmani, col nome di Ribat (legame), in Algeria, i sufi alawi hanno voluto precisare: “Non vogliamo impegnarci con voi in una discussione dogmatica. Nel dogma e nella teologia ci sono molte barriere, prodotte dell’uomo. Noi desideriamo lasciare che Dio crei tra noi qualcosa di nuovo. Ciò avviene solo nella preghiera. E’ per questo che abbiamo voluto questo incontro di preghiera con voi”.
Ecco l’impegno comune:
1 - Ogni giorno ricordiamo il tema scelto perché sia per noi un legame di pace di preghiera di servizio e di fedeltà reciproca.
2 – Lasciamoci interrogare, staccarci un po’ da noi, arricchire dall’esistenza dell’altro; ascoltiamolo, cerchiamo di capire la sua tradizione religiosa come la manifesta e a rispettarla come la vive.
3 – Restiamo aperti a tutto ciò che ci avvicina nel cammino della fede, condividendo la speranza di questa unità che Dio promette alle nostre differenze. Vestiamoci della pazienza di Dio in questo cammino.
4 – Con questo spirito, cerchiamo di formare dei gruppi, anche se modesti, di preghiera e di incontri tra uomini e donne sinceri e benevoli.
5 - Nelle nostre relazioni quotidiane, scegliamo apertamente il partito dell’amore, del perdono, della comunione, contro l’odio, la vendetta, la violenza che ci riguarda tutti attualmente. Entriamo nel comportamento di Dio, nella sua tenerezza e misericordia verso ogni uomo che soffre.
6 - Crediamo al dono della pace che ciascuno porta in se, per se, per il mondo intero. Impariamo a contemplarla al di là delle apparenze. Che sia per noi sorgente di gioia di fiducia e di perseveranza nel legame che ci tiene uniti.
I temi sono fissati ad ogni incontro di comune accordo a partire dalla vita vissuta.
Silvano Zoccarato
Domenica scorsa 14 febbraio (VI del tempo ordinario – Anno C), la Chiesa ci ha fatto leggere il Vangelo di San Luca (6, 17, 20-26) sulle Beatitudini. Alla Santa Messa in una chiesa pubblica di Milano ho proposto questa riflessione come preparazione alla Quaresima.
Gandhi diceva: “Le Beatitudini sono l’espressione più alta di tutto il pensiero umano”. E aggiungeva: “Ma non divento cristiano perchè i cristiani fanno tutto il contrario di quel che Gesù ha detto e vissuto”. Le Beatitudini sono il mondo alla rovescia. Gesù aveva una visione della vita diversa a quella comune di noi che ci diciamo seguaci di Cristo. Lui vedeva la vita dell’uomo già conoscendo qual è il suo destino, la vita eterna, e quindi dava valore sommo ai beni soprannaturali, alla vita eterna. Noi siamo immersi nelle cose materiali e nella cultura “consumista” del nostro tempo e vediamo quasi solo i beni materiali, ai quali diamo la nostra preferenza.
Conseguenza. Noi pensiamo, beati i ricchi, beati quelli mangiano e bevono, beati quelli che godono… Gesù dice tutto il contrario! Per capire le Beatitudini ci vuole la fede. Tre riflessioni, fermandoci alla prima Beatitudine:
1) Gesù non esalta la povertà materiale come se tutti i poveri fossero santi, e non condanna la ricchezza come se tutti i ricchi fo€ssero dannati.
Bisogna distinguere fra la povertà, che è avere il necessario per la vita ma non molto di più, e la miseria, i miserabili che non hanno il minimo necessario per vivere con dignità di uomini. Gesù non condanna la ricchezza in sé, ma coloro che vivono nell’abbondanza, vogliono avere sempre di più e chiudono il loro cuore alle necessità dei poveri. Cioè la ricchezza egoista di chi accumula beni materiali senza usarli per il bene del prossimo meno fortunato.
Il Vangelo è stato definito “il manuale per vivere bene”. Tutti noi di una certa età facciamo questa esperienza: quando eravamo anche economicamente più poveri, eravamo più sereni, più ottimisti, più altruisti; le famiglie erano più unite, i giovani avevano una migliore educazione in famiglia e a scuola, avevamo un senso del risparmio e dell’accontentarci di poco. Oggi molti di noi hanno tutto e non sono mai contenti, i giovani che crescono nell’abbondanza, se non hanno una forte educazione di fede e gli esempi dei genitori, come fanno a crescere secondo lo spirito del Vangelo?
Matteo ci tramanda la Parola di Gesù: “Beati i poveri in spirito”, mentre in Luca c’è solo “Beati i poveri”.Il cammino verso l’abbondanza di noi italiani ci ha portati ad una condizione di vita meno serena, più pessimista, con famiglie più divise, giovani che spesso sono psicologicamente fragili, senza ideali. Il segno più evidente di questo è la nostra crisi demografica. Ci sono meno figli perché il mondo moderno crea più esigenze, più preoccupazioni, sconsiglia dall’avere 3-4-5 figli come una volta. Il progresso e la ricchezza sono da condannare? Assolutamente no, ma bisogna usarli con distacco e considerarli come un dono di Dio, quindi in modo altruistico e non egoistico.
Soprattutto Gesù esalta la povertà di chi è diventato povero per il Regno di Dio, cioè ha rinunziato a tutte le sue ricchezze per acquistare l’unica ricchezza che conta, il Regno dei Cieli. Ai poveri non promette ricchezza, sazietà, abbondanza, potere umano, ma promette il Regno di Dio. Ecco perchè la sua visione dell’uomo e della vita dell’uomo è profondamente diversa dalla nostra. La povertà, non la miseria e la degradazione di una vita di stenti, è la condizione migliore per conquistare il Regno di Dio e vivere una vita più umana.
2) Le Beatitudini ci presentano due campi contrapposti: non tra ricchi e poveri. Ma la scelta tra solidarietà e amore al prossimo oppure egoismo e chiusura alle necessità degli altri; tra il potere e la ricchezza in questo mondo o il Regno di Dio.
La Quaresima è il tempo della Passione del Signore. Siamo chiamati alla povertà evangelica, a staccarci dai beni materiali, per poter meglio avvicinarci al modello di vita di Gesù Cristo. Cari fratelli e sorelle, tutti noi che siamo cristiani dobbiamo fare un esame di coscienza sulla povertà nostra e della nostra famiglia. E decidere di fare delle rinunzie, di cambiare il nostro stile di vita, di liberarci dal superfluo, per essere più disponibili, più aperti alle sofferenze dei poveri. Se ci confrontiamo con la maggior parte del genere umano, noi siamo i privilegiati dell’umanità. Gesù ha detto: “Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo”; e anche: “Quello che avete fatto ad un solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
3) Le Beatitudini sono l’unica vera rivoluzione della storia dell’uomo.
Gesù non è venuto per fare una rivoluzione sociale o economica o politica. Non ha voluto cambiare le leggi o i governi. Ma ha cambiato il cuore dell’uomo, ha convertito gli uomini ai valori del Vangelo e quindi, a poco a poco, cambia anche la società umana, cambiano i costumi negativi. Invece, le rivoluzioni umane tendono a conquistare il potere, a cambiare le leggiu e per creare lo Stato perfetto che non esiste.
Le Beatitudini, l’esempio e tutto l’insegnamento di Gesù vogliono cambiare il cuore dell’uomo, per creare “l’uomo nuovo”. Ecco cosa significa essere cristiani: disposti a cambiare il nostro cuore, disponibili all’azione dello Spirito Santo che ci porta ad essere sempre più simili al modello di Gesù.
Nei tempi lunghi di Dio, tramontano gli imperi e le “rivoluzioni” disumane, che poi diventano nuove religioni. Pensiamo solo a Nazismo e Comunismo, ma anche all’ideologia trionfante oggi che viene definita “consumismo”: avere sempre di più, rincorrere tutte le novità e le mode, avere tutto e non essere mai contenti. Per migliorare la vita dell’uomo e dell’umanità rimane solo la rivoluzione di Cristo.
Ho terminato raccontando in breve l’esempio di Marcello Candia 1915-1983), che ha venduto tutte le sue industrie e ha dato se stesso e tutte le sue ricchezze ai poveri dell’Amazzonia. Candia, premiato e definito da un grande giornale brasiliano “L’uomo più buono del Brasile”, ha prodotto in Amazzonia la “rivoluzione dell’amore” che è poi quella di Gesù. Sta diventando Beato della Chiesa universale.
Il 22 gennaio scorso, nell’auditorium del Centro missionario Pime di Milano (Via Mosè Bianchi, 94) si è svolta un’assemblea di preparazione al “Terzo appuntamento mondiale dei giovani per la Pace” che si svolgerà a Perugia l’estate prossima, organizzato e animato da Ernesto Olivero fondatore del Sermig di Torino. Ecco come ho presentato l’amico Ernesto a circa 750-800 giovani che affollavano l’auditorium.
Saluto fraternamente Ernesto Olivero, che conosco fin dagli anni sessanta del secolo scorso e voi già sapete come la sua associazione giovanile è cresciuto in quasi cinquant’anni di vita, diventando da un piccolo gruppo una multinazionale della carità, con opere e iniziative in vari paesi, oltre alla nostra Italia. In questa presentazione di Ernesto voglio ricordare tre date:
La prima è il maggio 1964 quando Ernesto, bancario padre di tre figli fonda il Sermig (Servizio missionario giovani), dopo che nel marzo precedente qui al Pime avevamo iniziato Mani Tese. All’inizio degli anni Sessanta la FAO e Papa Giovanni XXIII avevano lanciato la Campagna contro la fame nel mondo. Erano i tempi del Concilio ecumenico Vaticano II e nella Chiesa c’erano fermenti di novità che esaltavano noi giovani. Il mondo occidentale scopriva la tragedia di miliardi di uomini e donne che soffrivano la fame. In Italia si verificò un fatto nuovo. Nascevano molti gruppi e associazioni per l’unica guerra possibile, quella contro la fame. Il Sermig è nato come Mani Tese in ambiente missionario, uno al Pime di Milano, l’altro al Centro missionario di Torino.
Lo spirito era lo stesso per ambedue i gruppi: aiutare i poveri attraverso la rete delle missioni cattoliche e con i volontari e i micro-progetti. Ma alla base di questo aiuto c’era la fede e la preghiera. Si leggeva la Bibbia, si recitava il Rosario per una nostra educazione di giovani all’impegno per gli altri, a dare la vita per i più poveri come ha fatto Gesù. Ernesto è rimasto fedele a questa impostazione di fede del movimento giovanile, mentre molti altri nati in quel tempo, quasi tutti, si sono politicizzati e sono finiti per diventare gruppuscoli contestatari della società e dei partiti politici o sono scomparsi.
La seconda data è il 1977 (pag. 22 del volumetto “La crisi dei giovani non esiste”). Il Sermig è ormai un’opera a livello italiano abbastanza conosciuta. Ernesto e cinque suoi giovani vogliono incontrare Paolo VI. Chiede una lettera di presentazione del card. Pellegrino, viaggiano tutta la notte in treno e al mattino sono al portone di Bronzo del Vaticano, chiedendo di parlare con mons. Monduzzi. Al quale presentano la lettera di Pellegrino e poco dopo, fra un’udienza di cartello e l’altra, sono ricevuti da Paolo VI in una saletta appartata. Il Papa chiede cosa vogliono ed Ernesto gli dice: “Santità, a nome dei giovani del Sermig siamo venuti a dirle che vorremmo vedere una Chiesa più semplice, più a contatto con la gente comune. E poi chiederle una benedizione per le nostra opera a Torino che sta cercando la possibilità di redimere il territorio dell’antico Arsenale in centro alla città, dove si producevano armi e bombe”.
Il Papa si dichiara d’accordo con loro, anche lui vorrebbe una Chiesa più popolare, ma non sempre riesce a fare come vorrebbe e non sempre è obbedito. Poi dà una benedizione e aggiunge: “Io spero che da Torino e dal Piemonte, terra di santi, venga una grande rivoluzione dell’amore che cambi la società e il mondo in cui viviamo”.
Finalmente, nel 1983 il Comune di Torino concede al Sermig di lavorare nell’Arsenale, 50.000 metri quadrati di terreno con capannoni industriali per produrre cannoni e armi di ogni genere, trasformandolo in un’opera di Pace. Come infatti è avvenuto e sono nati altri Arsenali della Pace in Brasile e in Libano.
Alla fine degli anni ottanta, visito l’Arsenale della Pace a Torino. Ernesto mi affida a Riccardo, un giovane della sua compagnia che mi fa visitare le varie opere del Sermig per poveri, barboni, terzomondiali, drogati, handicappati che non hanno una casa, malati di Aids. Molti volontari si prendono cura di loro. Dove c’erano capannoni che fabbricavano armi, nascono opere di bene e di solidarietà e carità con gli ultimi della società italiana. L’Arsenale è un cantiere di iniziative benefiche, di formazione giovanile, di nuove costruzioni.
Dico a Riccardo: “Sono contento di vedere che avete mantenuto lo scopo iniziale del Sermig, prendersi cura degli ultimi”. Lui mi risponde: “Eh, no, caro padre, per noi che lavoriamo qui all’Arsenale della Pace il primo scopo è incontrare Dio, di convertirci a Dio. I poveri sono una conseguenza, perché in loro vediamo Gesù Cristo sofferente. Ernesto insiste su questo concetto: quanto più noi conosciamo, amiamo e imitiamo Gesù Cristo, tanto più siamo disposti a fare un buon servizio ai poveri”.
Ho capito che Ernesto aveva conservato lo spirito delle origini, quando è nato nel Centro missionario diocesano, che è poi lo spirito dei missionari: la fede e la preghiera sono il motore dell’amore al nostro prossimo.
Terza data febbraio 1994, quando abbiamo fatto un viaggio assieme in Somalia con un aereo dell’aeronautica militare per portare aiuti ai somali attraverso l’esercito italiano che partecipava alla missione di pace dell’Onu (c’erano 2.600 militari italiani). In quel viaggio gli ho fatto una lunga intervista e poi ho pubblicato nel volumetto “La crisi del giovani non esiste” Città Nuova editrice 1994, pagg. 96). In cui Ernesto dice: “I giovani hanno immense possibilità di fare il bene, come giovani non sono in crisi. Siamo in crisi noi adulti che abbiamo prodotto una società come quella attuale che “rovina i giovani perché non propone valori autentici, per i quali vale la pena di spendere la vita”.
E aggiunge: “La Chiesa potrebbe dare una grande speranza ai nostri giovani, se ricomincia dai giovani. Non dagli ultimi, nel senso di povertà economica e di marginalizzazione sociale. Gli ultimi sono i giovani, che ereditano da noi adulti un’Italia così mal combinata, che non trasmette loro il senso della fede, dell’impegno, del sacrificio, insomma non trasmette il significato del perchè si vive” (“La crisi dei giovani non esiste”, pag. 70).
Piero Gheddo
Dopo il testo del card. Biffi su questo tema del 5 febbraio scorso, ecco il secondo (che completa il primo), tratto parzialmente da un intervento fatto il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l’atroce attentato del fanatismo islamico alle Due Torri di New York) al Convegno dell’ “Istituto Veritatis Spendor” su “Multiculturalità e identità oggi” (testi tratti dal suo volume: “Liber Pastoralis Bononiensis”, EDB, 2002, pagg. 86, alle pagg. 780-789).
Gli auspici per lo Stato e la Società civile
L’auspicio esistenziale che crediamo di dover formulare per lo Stato e la società civile, è che si chiariscano e che siano comunemente accolte alcune persuasioni previe, sicché ci si accosti al fenomeno dell’immigrazione provvisti di una “cultura” plausibile largamente condivisa. E’ incontestabile, per esempio, il principio che a ogni popolo debbono essere riconosciuti gli spazi, i mezzi, le condizioni che gli consentono non solo di sopravvivere ma anche di esistere e svilupparsi secondo quanto è richiesto dalla dignità umana. Gli organismi internazionali sono sollecitati a farsi carico delle iniziative atte a conseguire questa meta e non possono perdere di vista questo necessario ideale di giustizia distributiva generale; e tutto ciò vale – in modo proporzionato e secondo le reali possibilità – anche per i singoli stati. Ma non se ne può dedurre – se si vuole essere davvero “laici” oltre tutti imperativi ideologici – che una nazione non abbia il diritto di gestire e di regolare l’afflusso di gente che vuole entrare ad ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere.
Bisogna piuttosto dire che ogni auspicabile progetto di pacifico inserimento suppone ed esige che gli eccessi siano vigilati e regolamentati. E’ tra l’altro davanti agli occhi di tutti che gli ingressi arbitrari – hanno fama di essere abbastanza agevolmente effettuabili – determinano fatalmente da un lato il dilatarsi incontrollato della miseria e della disperazione (e spesso pericolose insorgenze di intolleranza e di rifiuto assoluto), dall’altro il prosperare di un’industria criminale di sfruttamento di chi aspira a varcare clandestinamente i confini.
Progetti realistici complessivi
Ciò che dobbiamo augurare al nostro Stato e alla società italiana è che si arrivi presto ad un serio dominio della situazione, in modo che il massiccio arrivo di stranieri nel nostro paese sia disciplinato e guidato secondo progetti concreti e realistici di inserimento che mirano al vero bene di tutti, sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
Tali progetti dovrebbero contemplare tanto la possibilità di un lavoro regolarmente remunerato quanto la disponibilità di alloggi dignitosi non gratuiti: per questa strada si potrà arrivare ad un sicuro innesto entro il nostro organismo sociale, senza discriminazioni e senza privilegi. Chi viene da noi deve sapere subito che gli sarà richiesto, come necessaria contropartita dell’ospitalità, il rispetto di tutte le norme di convivenza che sono in vigore da noi, comprese quelle fiscali. Diversamente non si farebbe che suscitare e favorire perniciose crisi di rigetto, ciechi atteggiamenti di xenofobia e l’insorgere di deplorevoli intolleranze razziali.
Criteri attuativi
La pratica attuazione di questi progetti obbedirà necessariamente a criteri che saranno anche economici: l’Italia ha bisogno di forze lavorative che non riesce più a trovare nell’ambito della sua popolazione. A questo proposito, dovrebbero essere tutti ormai persuasi di quanto sia stato insipiente la linea perseguita negli ultimi 40 anni, con l’ossessivo terrorismo culturale antidemografico e con l’assenza di ogni correttivo legislativo che ponesse qualche rimedio all’egoistica e stolta denatalità, da molto tempo ai vertici delle statistiche mondiali. Tutto questo nonostante l’esempio contrario delle nazione d’Europa più accorte, più lungimiranti, più civili, che non hanno esitato a prendere in questo campo intelligenti e realistici provvedimenti.
La salvaguardia dell’identità nazionale
Ma i criteri di cui si parla non potranno essere soltanto economici e previdenziali.
Una consistente immissione di stranieri nella nostra penisola è accettabile e può riuscire anche benefica, purché ci si preoccupi seriamente di salvaguardare la fisionomia propria della nazione. L’Italia non è una landa deserta o semiabitata, senza storia, senza tradizioni vive e vitali, senza una inconfondibile fisionomia culturale e spirituale, da popolare indiscriminatamente, come se non ci fosse un patrimonio tipico di umanesimo e di civiltà che non deve andare perduto.
Sotto questo profilo, uno Stato davvero “laico” - che cioè abbia di mira non il trionfo di qualche ideologia ma il vero bene degli uomini e delle donne sui quali esercita la sua attività di amministrazione e di governo, e voglia loro preparare con accortezza un desiderabile futuro - dovrebbe avere fra le sue preoccupazioni primarie quella di favorire la pacifica integrazione delle genti (come si è già storicamente verificato tra le popolazioni latine e quelle germaniche soppravvenute) o quanto meno una coesistenza non conflittuale; una compresenza e una coesistenza che comunque non conducano a disperdere la nostra ricchezza ideale o a snaturare la nostra specifica identità.
Bisogna perciò concretamente operare perché coloro che intendono stabilirsi da noi in modo definitivo “si inculturino” nella realtà spirituale, morale, giuridica del nostro paese, e vengano posti in condizioni di conoscere al meglio le tradizioni letterarie, estetiche, religiose della peculiare umanità della quale sono venuti a far parte. A questo fine, le concrete condizioni di partenza degli immigrati non sono ugualmente propizie; e le autorità non dovrebbero trascurare questo dato della questione. In una prospettiva realistica, andrebbero preferite (a parità di condizioni, soprattutto per quel che si riferisce all’onestà delle intenzione e al corretto comportamento) le popolazioni cattoliche o almeno cristiane, alle quali l’inserimento risulta enormemente agevolato (per esempio i latino-americani, i filippini, gli eritrei, i provenienti dei molti paesi dell’Est-Europa, eccetera); poi gli asiatici (come i cinesi e i coreani), che hanno dimostrato di sapersi integrare con buona facilità, pur conservando i tratti distintivi della loro cultura. Questa linea di condotta - essendo “laicamente” motivata – non dovrebbe lasciarsi condizionare o disanimare nemmeno dalle possibili critiche sollevate dall’ambiente ecclesiastico o dalle organizzazioni cattoliche.
Come si vede, si propone qui semplicemente il “criterio dell’inserimento più agevole e meno costoso”: un criterio totalmente ed esplicitamente laico, a proposito del quale evocare gli spettri del razzismo, della xenofobia, della discriminazione religiosa, dell’ingerenza clericale e perfino della violazione della Costituzione, sarebbe un malinteso davvero mirabile e singolare; il quale, se effettivamente si verificasse ci insinuerebbe qualche dubbio sulla perspicacia degli opinionisti e dei politici italiani.
Il caso dei musulmani
Se non si vuol eludere e censurare tale realistica attenzione, è evidente che il caso dei musulmani vada trattato a parte. Ed è sperabile che i responsabili della cosa pubblica non temano di affrontarlo ad occhi aperti e senza illusioni. Gli islamici – nella stragrande maggioranza e con qualche eccezione – vengono a noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità”, individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più prezioso, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente, essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare tutti sostanzialmente come loro.
Hanno una forma di alimentazione diversa (e fin qui poco male), un diverso giorno festivo, un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione delle donne lontanissima della nostra (fino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti, Non sono dunque gli uomini di Chiesa ma gli Stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo.
Va anzi detto qualcosa di più: se il nostro Stato crede sul serio nell’importanza delle libertà civili (fra cui quella religiosa) e nei principi democratici, dovrebbe adoperarsi perché essi siano sempre più diffusi accolti e praticati a tutte le latitudini. Un piccolo strumento per raggiungere questo scopo è quella della richiesta che venga data “reciprocità” non puramente verbale da parte degli Stati di origine degli immigrati.
Scrive a questo proposito la nota CEI del 1993: “In diversi paesi islamici è quasi impossibile aderire e praticare liberamente il cristianesimo. Non esistono luoghi di culto, non sono acconsentite manifestazioni religiose fuori dell’islam, né organizzazioni ecclesiali per quanto minime. Si pone così il difficile problema della reciprocità. E’ questo un problema che non interessa solo la Chiesa ma anche la società civile e politica, il mondo della cultura e delle stesse relazioni internazionali. Da parte sua il Papa è instancabile nel chiedere a tutti il rispetto del diritto fondamentale della libertà religiosa” (“Ero forestiero e mi avete ospitato”, 34: ECEI 5/2024). Ma – diciamo noi – chiedere serve poco, anche se il Papa non può fare di più.
Per quanto possa apparire estraneo alla nostra mentalità e persino paradossale, il solo modo efficace e non velleitario di promuovere il “principio di reciprocità” da parte di uno Stato davvero “laico” e davvero interessato alla diffusione delle libertà umane, sarebbe quello di consentire in Italia per i musulmani, sul piano delle istituzioni da autorizzare, solo ciò che nei paesi musulmani è effettivamente consentito per gli altri.
Cattolicesimo – “religione nazionale storica”
Quanto ai rapporti da intrattenere con le diverse religioni, che sono presenti tra noi in conseguenza dell’immigrazione, sarà bene che nessuno ignori e dimentichi che il cattolicesimo – che indiscutibilmente non è più la “religione ufficiale dello Stato” - rimane non di meno la “Religione storica” della nazione italiana, la fonte precipua della sua entità, l’ispirazione determinante delle nostre più vere grandezze. Sicché è del tutto incongruo assimilarlo socialmente alle altre forme religiose e culturali, alle quali dovrà essere assicurata piena e autentica libertà di esistere e di operare, senza però che questa comporti un livellamento innaturale o addirittura un annichilimento dei più alti valori della nostra civiltà .
Va anche detto che è una singolare visione della democrazia il far coincidere il rispetto degli individui e delle minoranze con il non rispetto della maggioranza e l’eliminazione di ciò che è acquisito e tradizionale in una comunità umana. Dobbiamo qui segnalare purtroppo casi sempre più numerosi di questa, che è una “intolleranza sostanziale”, per esempio quando nelle scuole si aboliscono i segni e gli usi cattolici per la presenza di alunni di altre fedi.
Conclusione
In una intervista di una decina di anni fa, mi è stato chiesto con molto candore e con invidiabile ottimismo: ”Ritiene anche lei che l’Europa o sarà cristiana o non sarà?”. Mi pare che la mia risposta di allora possa ben servire alla conclusione del mio intervento. Io penso – dicevo - che l’Europa o diventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale che sembra essere l’atteggiamento largamente dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam, che non mancherà: solo la scoperta dell’ ”avvenimento” cristiano come unica salvezza dell’uomo – e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa – potrà offrire un esito diverso da questo inevitabile confronto.
Purtroppo né i “ laici, né i cattolici” pare si siano finora resi conto del dramma che si sta profilando. I “laici”, osteggiando in tutti i modi la Chiesa, non si accorgano di combattere l’ispiratrice più forte e la difesa più valida della civiltà occidentale e dei suoi valori di razionalità e di libertà: potrebbero accorgersi troppo tardi. I “cattolici”, lasciando sbiadire in se stessi la consapevolezza della verità posseduta e sostituendo all’ansia apostolica il puro e semplice dialogo ad ogni costo, inconsciamente preparano (umanamente parlando) la propria estinzione.
La speranza è che la gravità della situazione possa ad un certo momento portare ad un efficace risveglio sia della ragione sia dell’antica fede. E’ il nostro augurio, il nostro impegno, la nostra preghiera.
Dopo i due Blog dell’8 e 20 gennaio 2010, sul tema “E’ possibile integrare i musulmani in Italia?”, pubblico in due Blog successivi come il card. Giacomo Biffi, aveva proposto una visione realistica e cristiana del problema quando era arcivescovo di Bologna (1984-2003). Il primo testo è una sintesi, fatta dal cardinale stesso (il 20 settembre 2001), di quanto aveva scritto un anno prima, il 30 settembre 2000, per inquadrare il tema dell’immigrazione di terzomondiali. Ecco il testo del card. Biffi Vedi il suo volume “Pastoralis bononiensis” (EDB, 2002, pagg. 868), che raccoglie le sue 12 “note pastorali” e altri sei “interventi”. I testi citati alle pagine 771-773).Pubblico questi documenti senza commento perché sono testi di valore e di molto buon senso con i quali è difficile non concordare, che vale la pena di leggere e di discutere, mentre invece sono stati totalmente dimenticati. Per capire il pensiero del card. Biffi bisogna leggere anche il prossimo Blog del 9 febbraio. Grazie. Piero Gheddo
Il 30 settembre 2000, nella “nota pastorale” “La città di San Petronio nel terzo millennio”, proponevo tre persuasioni semplici ed essenziali sul problema dell’immigrazione”, che qui riassumo.
1 - Non è per sé compito della Chiesa e delle singole comunità risolvere i problemi sociali che la storia di volta in volta ci presenta. Noi non dobbiamo perciò nutrire nessun complesso di colpa a causa delle emergenze anche imperiose che non ci riesce di affrontare efficacemente.
2 - Dovere statutario del popolo di Dio e compito di ogni battezzato è di far conoscere Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio morto per noi e risorto e il suo necessario messaggio di salvezza. E’ un preciso ordine del Signore e non ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: “Predicate il Vangelo ad ogni creatura, tranne che ai musulmani, agli ebrei, e al Dalai Lama”.
3 - Allo stesso modo è nostro dovere l’osservanza del comando dell’amore. Di fronte ad un uomo in difficoltà – quale sia la sua razza, la sua cultura, la sua religione, la legalità della sua presenza – i discepoli di Gesù hanno il dovere di amarlo operosamente e di aiutarlo a misura delle loro concrete possibilità.
Tre convincimenti esprimevo anche nei confronti dello Stato Italiano.
1 – Di fronte del fenomeno dell’immigrazione, lo Stato non può limitarsi a subirlo passivamente: ha il dovere di regolarlo positivamente con progetti realistici (circa il lavoro, l’abitazione, l’inserimento sociale), che mirino al vero bene sia dei nuovi arrivati sia delle nostre popolazioni.
2 - Poiché non è pensabile che si possano raccogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione. Ma la responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato Italiano, non di altri; e tanto meno si può consentire che la selezione sia di fatto lasciata al caso o, peggio, alla prepotenza.
3 - I criteri di scelta non dovranno essere unicamente economici e previdenziali: criterio determinante dovrà essere quello della più facile integrabilità nel nostro tessuto sociale o quanto meno di una prevedibile coesistenza non conflittuale. Un “ecumenismo politico “ (per così dire), astratto e imprevidente, che disattendesse questa elementare regola di buon senso, potrebbe preparare anche per il nostro popolo un futuro di lacrime e di sangue.
Ho la presunzione di avere con ciò enunciato in termini estremamente chiari delle proposte del tutto ragionevoli (anzi, se si vuole, “laicamente” ragionevoli). E moltissimi le hanno intese ed apprezzate.
Mi sfugge invece come sia stato possibile muovere a questa posizione, da parte di altri, accuse come quelle di integralismo, di prevaricazione clericale, di intolleranza, di atteggiamento antievangelico, eccetera. L’ipotesi più misericordia che mi si presenta è che, da parte dei miei critici, per il brigoso e impellente impegno a parlare non si sia trovato il tempo di leggere ciò che io avevo scritto.
Una sola osservazione è qui il caso di aggiungere. La questione “islamica” - che nel settembre 2000 appariva abbastanza trascurata almeno in Italia – oggi, soprattutto dopo il tremendo crimine perpetrato a New York (l’11 settembre 2001), purtroppo non può più essere ignorata da nessuno, anche se dai più si cerca di eluderla con comprensibile prudenza “politica”, e di risolverla nella pura questione del “terrorismo”; un terrorismo che ci si illude di poter pensare evitando ogni qualifica e ogni attribuzione quasi esso fosse senza radici e senza precise matrici culturali.
Nel 1970 ho visitato in Messico e Guatemala i luoghi dove è fiorita la civiltà dei maya, uno dei popoli che la conquista coloniale del 1500 ha sottomesso alla Corona di Spagna e poi convertito al cristianesimo. Con il superiore dei Comboniani messicani, che era alla ricerca di una missione fra gli indios, abbiamo visitato alcune diocesi dei due stati di Yucatan e Chiapas e le rovine e piramidi maya a Chicen-Itza, Uxmal, Palenque, Tikal nella giungla tropicale; e ammirato i resti dell’arte maya nei musei di Mérida e di Campeche. Mi era rimasto un alto concetto di questa grande civiltà ormai scomparsa.
Non so se avete visto il film “Apocalypto”, prodotto dal famoso attore Mel Gibson (quello del film “La Passione”), che racconta com’era la civiltà dei maya prima dell’incontro con i conquistadores spagnoli. Credo dia un’idea molto precisa di com’era la vita quotidiana nella civiltà maya, che viene considerata la più raffinata delle culture americane pre-ispaniche. I critici concordano nel dire che il film è eccessivo nella descrizione di corpi sventrati, cadaveri fatti rotolare dalle gradinate delle piramidi o dei templi, cuori estratti da corpi appena uccisi e divorati o offerti alle divinità, scene di violenza e di crudeltà quotidiane comunemente accettate come costume tradizionale. Eppure, questa era la realtà di una civiltà non ancora addolcita dall’incontro col messaggio del Vangelo e dall’esempio di Cristo.
In questi giorni mi è capitato fra le mani il fascicolo di una rivista cattolica che racconta in breve l’evangelizzazione dei popoli latino-americani e condanna i missionari che hanno distrutto le culture locali, citando e quasi rimpiangendo le culture inca, maya, atzeca. La cultura moderna ha idealizzato le “culture” tradizionali dei popoli, immaginando un mondo paradisiaco, prima che la conquista europea portasse la guerra, la violenza, la schiavitù, i massacri di popolazioni inermi.
La realtà è ben diversa da questo luogo comune del “politicamente corretto”. Come documentano numerose ricerche storiche recenti (dalle quali è tratto il film “Apocalypto”), queste culture pre-ispaniche dell’America latina praticavano religioni che prescrivevano sacrifici umani agli dei del loro Olimpo e in quelle società la vita quotidiana si esprimeva in numerose violenze disumane sull’uomo e sulla donna. D’altra parte, i sacrifici umani erano largamente diffusi nelle civiltà pre-cristiane in qualsiasi continente. Civiltà che hanno raggiunto alti livelli di arte, filosofia, poesia, architettura, pittura, artigianato, ingegneria, ma la singola persona umana non aveva in sé alcun valore, era semplicemente uno dei tanti elementi del mondo creato. Nelle civiltà pre-cristiane esistevano varie forme di solidarietà familiare, tribale, nazionale, ma la solidarietà verso il prossimo, tutto il prossimo, non era mai universale.
Nella stessa grande civiltà romana era riconosciuta la dignità del “civis romanus” (cittadino romano), ma non egualmente quella della donna, degli schiavi, dei nemici di Roma. Nel Colosseo, per divertire la plebe romana, i gladiatori combattevano e si ammazzavano, i cristiani venivano divorati dalle belve e i bambini minorati venivano buttati dalla Rupe Tarpea. Questi concetti, cioè il valore assoluto di ogni persona umana (da cui discendono i diritti dell’uomo e della donna) e l’uguaglianza di tutti gli uomini, da cui è nata la civiltà moderna e la “Carta dei Diritti dell’Uomo” dell’Onu, nella storia dell’umanità li ha portati solo Cristo. Il cristianesimo ha dato dignità e valore assoluto ad ogni persona umana ed è stato il grande motore del vero “umanesimo”. E se il cristianesimo arretra nelle nostre società “post-cristiane”, come vorrebbero i nostri laicisti, questo ci porta ad uno stato di barbarie, che pensavamo di aver superato. Insomma, la nostra storia, dopo duemila anni di cristianesimo, sembra aver innescato la marcia indietro!
Piero Gheddo
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