Marcello Candia, l’industriale per i poveri

L’8 luglio 2014, la Congregazione dei Santi ha promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio dott. Marcello Candia, missionario laico in Amazzonia brasiliana dal 1965 al 1983, dove ha speso la sua vita di volontario fra i poveri e i lebbrosi e tutte le sue sostanze. Marcello Candia (1916-1983), figlio di un industriale milanese, nato a Portici (Napoli), eredita dal padre la fabbrica di acido carbonico la dirige per 18 anni con successo, fondando tre nuovi stabilimenti. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna e le opere di carità nella sua Milano: il “Villaggio della madre e del fanciullo”, l’assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi, un dispensario medico gratuito per i poveri, l’aiuto ai baraccati delle periferie milanesi (dove da adolescente mamma Luigia portava i cinque figli alla domenica pomeriggio), il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini.

Non si era sposato per fare opere di bene e sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Fonda la scuola di medicina per missionari (all”Università di Milano) e sostiene i primi organismi di laicato missionario in Italia. Nel 1949 incontra mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e fondatore della diocesi di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, che lo invita ad andare con lui per fondare un ospedale per i poveri. Marcello va in Amazzonia e si appassiona di quel popolo, ma solo nel 1964, a 49 anni, riesce a vendere la sua fiorente industria e va a Macapà con i missionari del Pime, donandosi totalmente a quella missione. La sua vita, nei 19 anni di Amazzonia (muore nel 1983 di cancro al fegato, è tutta una corsa contro il tempo per realizzare e finanziare molte opere di bene: l’ospedale di Macapà, allora il più grande e moderno dell’Amazzonia brasiliana, il rifacimento del lebbrosario di Marituba (con 2000 lebbrosi), nella foresta presso Belem, centri sociali e casette per i poveri, scuola per infermiere, aiuti a tutte le missioni del Brasile povero che ricorrevano a lui.

All’inizio, in Amazzonia aveva più d’un miliardo di lire (del 1964), spende tutto e incominciano ad arrivargli le offerte dei suoi ex-dipendenti, di molti amici e di tanti altri che venivano a conoscenza della sua avventura. Marcello mandava foto e lettere e tornava un mese l’anno in Italia per rispondere a inviti di conferenze e interviste. Avendo venduto anche la sua casa a Milano, in Italia era ospite del Pime, che gli organizzava gli incontri e le interviste a giornali, radio e televisioni.
Dove sta la grandezza di questo “santo” del nostro tempo, modello per i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva “un semplice battezzato”: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare, che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”. Era il santo della carità, il santo della Croce e il santo della gioia. In quel tempo di dittatura in Brasile, i militari sospettavano di questo riccone che va a spendere i suoi soldi in una regione ai confini del Paese e vive poveramente. Lo sorvegliavano, ostacolavano, umiliavano e lui sopportava con pazienza. Il governatore militare di Macapà dice al vescovo mons. Giuseppe Maritano: “”Mi spieghi lei questo mistero. Vedo che il dottor Candia s’interessa solo dell’ospedale e spende tutto quel che ha per i poveri.. Però, quando gli parlo mi sembra una persona normale”. Mons. Maritano ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per i poveri, perchè questo era l’unico scopo per il quale l’aveva costruito. Diceva: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c’è posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri’. Marcello pagava tutte le spese e i passivi”.

Il mistero della sua vita sta tutto nella sua preghiera. Pregava molto, una preghiera semplice e continua, aveva sempre il pensiero rivolto a Dio e ha portato in Brasile le Carmelitane di Firenze, costruendo due loro conventi, perché diceva: “La preghiera è il carburante delle opere di bene”.
Ho accompagnato Marcello nella visita a diversi lebbrosi. Si inginocchiava vicino al letto, baciava quei malati e mi diceva: “In ogni malato c’è Gesù”. Faceva una vita di grandi rinunzie e sofferenze, anche per visitare le sue opere in tutti il Brasile dei poveri (quando è morto finanziava 14 opere da lui fondate). In Brasile ha avuto cinque infarti e un’operazione al cuore, non avrebbe dovuto tornare in Amazzonia, ma lui è stato fedele alla chiamata di Dio.

Nel 1975 il presidente del Brasile dà a Marcello Candia l’onorificenza più importante del paese “Cruzeiro do Sul” e il più importante settimanale illustrato brasiliano, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che incominciava con queste parole: “Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975″.

Nel 1982, un anno prima di morire, Marcello ha istituito la Fondazione Candia per continuare a mantenere le opere da lui fondate; oggi la Fondazione finanzia più opere di quante ne ha lasciate Marcello. Indirizzo: Fondazione dott. Marcello Candia – Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89. Chiedere DVD e filmati, immaginette e il bollettino “Lettera agli Amici di Marcello Candia”.
Per conoscere Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei lebbrosi”, la biografia che è un romanzo d’avventure e le sue “Lettere dall’Amazzonia”, una lettura appassionante e commovente. Chiedere questi libri a P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa,81 – 20149 Milano – Tel. 02.43.82.04.18.

Domani 16 luglio vado in vacanza al mare e ritorno a Milano il 4 agosto. Auguro buona estate nel Signore a tutti i miei amici lettori e per i Blog ci vediamo dopo il 15 agosto. Grazie.

Piero Gheddo

Parlare di Dio riscaldando il cuore

Lo dico spesso perché ne sono convinto. La “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco è un documento straordinario che specialmente i vescovi e i preti non possono non leggere e meditare. Non è una solenne enciclica, ma una popolare “Lettera apostolica”, perché è il programma del suo pontificato. Per mettersi in sintonia col Papa argentino bisogna leggere e confrontarsi con questo piccolo libretto. Mi hanno colpito queste insolite parole: “Molti sono i reclami in relazione alle omelie domenicali e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo”.
Dopo 61 anni di sacerdozio, ho capito che uno dei momenti più importanti, ma anche più contestati del nostro ministero sacerdotale è proprio l’omelia domenicale e anche il breve commento al Vangelo quotidiano, come fa Francesco a Santa Marta. Basta pensare ai circa 15 milioni di fedeli che ogni domenica ascoltano le nostre prediche! Chi mai in Italia ha la possibilità di parlare tutte le settimane a tanti milioni di ascoltatori? Eppure, dice Francesco, “si sentono lamenti… e non possiamo chiudere le orecchie”! Lui stesso indica la soluzione con il suo modo di parlare. Penso che abbia suscitato tanta simpatia e commozione, anche per i contenuti del suo dire, ma anzitutto perchè parla a braccio, in tono familiare, si riferisce alla gente che ha davanti, la provoca personalmente. Ha un testo da leggere, lui lo legge, ma poi si ferma, fa una battuta e va avanti per conto suo, parla in modo che tutti capiscono e lo ascoltano volentieri. Non fa una lezione, ma parla a me, a ciascuno di noi.
Francesco usa un linguaggio spontaneo e dell’immagine, che si riferisce al vissuto, ha un modo di esprimersi comprensibile a tutti per la sua carica emotiva , usa espressioni che toccano il cuore: “Dio è misericordioso, perdona sempre”, “non abbiate paura della tenerezza, ne abbiamo bisogno”, “le lacrime sono un dono di Dio, non temete di piangere, lasciatevi commuovere”, “Parlate il linguaggio evangelico dei bambini, non quello ipocrita dei corrotti”.
A me il giornalismo ha dato molto. Quando studiavo nel seminario teologico del Pime a Milano (1949-1953), una materia di studio si chiamava omiletica, la scienza sacra che spiega come fare l’omelia. L’insegnante ci diceva che bisogna studiare l’esegesi dei testi biblici da commentare, approfondirne il significato teologico, trovare belle citazioni dei Padri della Chiesa e dei Papi, ambientare il fatto evangelico nella cultura ebraica di quel tempo. Tutto bene ma non spiegava l’elemento fondamentale di una predica: come attirare e mantenere l’attenzione del popolo di Dio che ascolta!
Nella Gaudium et Spes Francesco scrive (n. 156): “ Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione. Si arrabbiano quando gli altri non li ascoltano o non li apprezzano, ma forse non si sono impegnati a cercare il modo adeguato di presentare il messaggio”.
Indro Montanelli diceva a noi giornalisti suoi collaboratori: “All’uomo interessa l’uomo”; non i ragionamenti, le filosofie o teologie, ma l’uomo concreto, cioè la notizia, il fatto, l’esempio, l’esperienza. Il giornalismo mi ha insegnato che la cosa fondamentale per chi scrive è di conquistare l’attenzione di chi legge. “Se non ti leggono – diceva Montanelli – è inutile che tu scrivi!”. Lui conosceva tutte le tecniche e le malizie per farsi leggere. Lo stesso succede per chi predica: se non ti capiscono o non ti ascoltano, è inutile che tu parli! Papa Francesco è ascoltato volentieri perché racconta spesso i buoni esempi di cui è stato testimone, cita sua nonna ed episodi di quand’era arcivescovo di Buenos Aires. Nel nostro ministero noi preti abbiamo una quantità infinita di esperienze positive ed interessanti. Perché le raccontiamo così poco? E’ difficile che la gente non presti attenzione se un prete dice: “Una volta è venuto a trovarmi….”. All’uomo interessa l’uomo!

“Altra caratteristica, si legge nella Evangelii Gaudium (n. 159), è il linguaggio positivo. Non dire tanto quello che non si deve fare ma piuttosto proponi quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indichi qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri del negativo”.
In passato, la predica funzionava, per la sensibilità di quel tempo. Alla domenica, sul pulpito andava in scena il predicatore-fustigatore, che tuonava contro la malvagità dei tempi, contro i peccatori che provocavano l’ira di Dio e minacciava l’inferno per quelli che morivano in peccato mortale. Noi ragazzi ne eravamo atterriti, annichiliti. Settant’anni dopo, noi preti ci siamo molto addolciti, ma ancora prevale spesso il tono oratorio, declamatorio di chi insegna qualcosa, non il tono familiare di quando parliamo ad amici. A volte diamo l’impressione di recitare una lezione imparata a memoria. Le parole passano sopra la teste senza entrare nella vita, arrivano alle orecchie senza toccare il cuore. Siamo maestri, ma non testimoni. La gente ascolta ma non si convince e non cambia in conseguenza la propria vita, che è lo scopo finale di tutte le omelie. Alcuni anni fa ho incontrato ad Assisi, il padre Pietro Sonoda, superiore dei francescani conventuali giapponesi, che aveva studiato in Italia e parla bene la nostra lingua. Mi diceva: “Qualche volta in Italia, anche alla televisione, mi capita di sentire le prediche. Se noi facessimo quelle prediche, non ci ascolterebbe nessuno. Il giapponese è pratico, pragmatico e vuol sentire qualcosa che gli dia coraggio e gioia, nella fede e vita cristiana”.

Spesso Papa Francesco suscita commozione parlando della misericordia e della tenerezza di Dio. A mezzogiorno del Natale 2013 parlando dal balcone della Basilica di San Pietro ha detto, scandendo le parole per lasciare alla gente il tempo di entrare nell’onda di commozione che gli viene dal profondo: “Fermiamoci davanti al Bambino Gesù nel Presepio, pensiamo al Figlio di Dio che si è fatto uomo in quella stalla di Betlemme, lasciamo che la commozione invada il nostro cuore e la nostra persona e diventi tenerezza per quel piccolo Bambino appena nato, che porta al mondo la pace, l’amore, la gioia. Non abbiamo paura di questa tenerezza, ne abbiamo bisogno!”.
Caro Papa Francesco, sono scene che tu ripeti spesso, perché ti vengono spontanee, sono il frutto della tua vita di sacerdote abituato a meditare ed a commuoverti quando pensi alla bontà e misericordia di Dio Padre, di Gesù e della Madonna. E quando parli non nascondi questa commozione, ma la comunichi a chi ti ascolta, trasmettendo la gioia della Fede! Questo il segreto delle tue omelie, che ti rendono familiare, popolare, molti pensano: parla proprio a me! Tu parli al cuore di ciascun fedele, di quelle sterminate folle che ti ascoltano anche per radio e televisione. Trasmetti non la dottrina, ma la vita, la tua vita di uomo e spirituale e dai a noi preti un grande esempio. Dobbiamo vivere la gioia e la tenerezza della vita cristiana e trasmetterla. Padre Santo, grazie!

Fare molti figli è possibile anche oggi

In questo “Anno della famiglia”, il quotidiano cattolico Avvenire si sta impegnando a denunziare, con dati e riflessioni, la crisi della famiglia in Italia, che porta all’”agonia del matrimonio” e al “suicidio della società italiana”. Quarant’anni fa (1974) il popolo italiano approvò nel referendum la legge sul Divorzio e il tema è tornato d’attualità. Lamentiamo tutti la crisi dell’Italia, economica, politica, morale, ma ben pochi, fuori della stampa cattolica, affermano che una delle radici di questa crisi sta proprio nella Legge sul Divorzio e poi in quella sull’Aborto, approvata dal referendum (1981). In poche parole,

- l’Italia manca di bambini: ogni anno le morti degli italiani superano di circa 120.000 unità le nascite, proprio il numero (più o meno) degli aborti annuali; e l’anno scorso, per la prima volta, sono calate le nascite tra gli stranieri residenti in Italia:

- la società italiana è una società “liquida”, precaria, instabile, molti giovani sono senza precisi punti di riferimento. Come si può negare che la responsabilità della Legge sul divorzio sia una delle principali cause del pessimismo e della mancanza di speranza che affligge il popolo italiano?

Mi rendo conto che questi problemi sono molto più complessi delle mie affermazioni sommarie. Ma leggo con tristezza l’arrivo di altre leggi che affosseranno ancor più la famiglia naturale riconosciuta dalla Costituzione: divorzio breve, simil-matrimonio fra persone gay, inseminazione artificiale ed eterologa, ecc.

Lasciatemi dire che ho sperimentato la bellezza, la forza e la tenerezza di una vera famiglia cristiana, nella quale i genitori Rosetta e Giovanni (avviati alla santità riconosciuta dalla Chiesa) sono stati e sono la luce, i modelli, l’ispirazione per noi loro figli e oggi lo sono per tanti altri, attraverso il bollettino che pubblica l’arcidiocesi di Vercelli. Nel paese di Tronzano (Vercelli), eravamo una famiglia di condizione economica medio-bassa, durante la guerra si faceva la fame, la mamma era morta di parto con due gemelli nel 1934, il papà disperso nella guerra di Russia, ma l’unità e la solidarietà della nostra grande famiglia ci dava la gioia e la speranza per vivere con serenità la nostra adolescenza.

La “buona notizia” che voglio dare, quasi sempre ignorata dai media “laici”, è che tutto questo è possibile anche oggi. In una cittadina in provincia di Milano, nel maggio scorso è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide e Marta nati nel 1977 e 1978, laureati e sposati nel 2002, che hanno deciso fin dall’inizio di prendere tutti i figli che Dio mandava. Eccoli: Benedetta (11 anni), Giuditta (10 anni), Maria Chiara (8), Maddalena (7), Myriam (4), Cecilia (3), Riccardo (2) e Carolina di quasi due mesi. Credetemi, anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove. Ma allora, è ancora possibile, per vivere il Vangelo, andare contro corrente e avere molti figli fidandosi della Provvidenza!

Com’è possibile? Hanno genitori ricchissimi? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai loro genitori, però appartengono a un movimento (C.L.) e sono aiutati dai loro amici (vestiti e scarpe, giocattoli, interventi per il trasloco, ecc.); aiuti dati anche, a volte, dalle famiglie che conoscono e ammirano questa coppia. E poi hanno risparmiato ed educato i figli ad una vita austera però piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato le bambine, fin da piccole, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni poco dopo la laurea, io ho lavorato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo sul suo stipendio che è normale, più gli straordinari che fa. I nostri genitori qualche volta ci aiutano ma sono pensionati normali. Tre anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 75 metri quadri ed è nato Riccardo. Adesso siamo in un sottotetto abitabile grande più del doppio di un nuovo palazzo, che abbiamo acquistato pagando un mutuo (ne abbiamo per vent’anni). Questa è l’unica volta che i nostri genitori ci hanno davvero aiutati. Le bambine vivono in stanze con letti a castello, Riccardo in una cameretta da solo e Carolina dorme nella carrozzina in sala e quando sarà più grande vedremo. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni e Carolina è nata bene prematura di un mese ma adesso cresce bene.

Debbo dire che le nostre bambine sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro e a volte giocano, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Sono bambine del tutto normali, ma imparano a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa lavorano, lavano, imparano a stirare, a preparare la tavola, ecc. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e vediamo di accontentarle.

Ma qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ha dieci figli più grandicelli dei nostri (e un figlio in affido) e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei loro coetanei. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi.

Piero Gheddo

Festa di San Pietro, il primo Papa

San Pietro, l’Apostolo che Gesù ha scelto come suo successore nel dirigere la comunità dei suoi discepoli. Quali sono le qualità umane di Pietro, che hanno convinto Gesù a farne il primo Papa? Pietro era a capo di una compagnia di pescatori, un uomo autentico, onesto e trasparente, aveva leadership, bontà naturale, prudenza e coraggio, esperienza di vita.

1) La caratteristica fondamentale della sua vita è l’amore appassionato a Cristo e la fede in Lui.
Significativa la triplice domanda di Gesù: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. E la sua risposta: “Signore, tu sai tutto. Tu sai quanto ti amo!”. Non era una fede intellettuale, nutrita di studi, ma un amore totale alla persona di Cristo.
“E voi, chi dite che io sia?”. Pietro è stato il primo a dare la risposta giusta: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il cristianesimo è sostanzialmente la fede e l’amore appassionato a Gesù Cristo, che vuol dire imitarlo e farlo conoscere.
“Volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde: “Da chi andremo Signore?Tu solo hai parole di vita eterna”.

La fede e l’amore a Cristo lasciano però a Pietro tutti i suoi limiti e peccati. Si fa dire dal Maestro: “Via da me, o Satana! Tu ragioni come gli uomini, non pensi come Dio”. La notte del Venerdì Santo tradisce Gesù: “Non lo conosco”. E quando Gesù è in agonia appeso in Croce, Pietro non si fa vedere, fugge lontano. Tutto questo avrebbe dovuto scoraggiare Pietro, renderlo pessimista, allontanarlo da Cristo.
Invece, da uomo vero, era umile e riconosce il suo peccato, piange amaramente, crede dell’amore a Cristo che lo purifica, lo redime, lo rinnova. La coscienza del suo peccato non diminuisce anzi aumenta il suo amore appassionato a Cristo. Se mi sento triste per il mio peccato è perchè non sono umile. “Dio perdona sempre, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere eperdono”
Ecco l’esempio più toccante di Pietro. Lo scoprirsi uomo e peccatore (“Allontanati da me – dice a Gesù – che sono un uomo peccatore”) non lo abbatte, sa che l’amore a Cristo vince tutto e riprende il cammino con nuova lena.
Gesù ama le persone autentiche e Pietro lo era. Ritorna sui suoi passi e nel Cenacolo è con Maria e gli altri Apostoli a ricevere lo Spirito Santo. Poi è pieno di coraggio e al Sinedrio, che gli proibiva di parlare ancora di Cristo risponde: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”. Lancia la sfida ed è disposto a ricevere una buona dose di frustate, a farsi incarcerare e poi, alla fine della vita a morire crocifisso come il suo Maestro, addirittura con la testa in basso.

2) Pietro è il primo Papa e rappresenta l’interminabile successione dei 265 Papi che ci tengono uniti a Cristo. Gesù ha lasciato un messaggio da trasmettere nei secoli e ha creato la comunità dei credenti, la Chiesa, con un capo, il Papa. Un uomo come tutti gli altri, debole e peccatore, ma che ha l’assistenza dello Spirito Santo, per conservare la fede e trasmetterla attraverso i vescovi e i sacerdoti nei secoli dei secoli.
Gesù dà a Pietro le chiavi del Regno (Mat 16, 18-19), l’incarico di confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22, 32), la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21, 15-19). E poi, prima di salire al Cielo ha promesso lo Spirito Santo: “Ho ancora molte cose da divi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 7-15).

In duemila anni la Chiesa cattolica, con l’assistenza dello Spirito Santo, è cambiata molte volte, ma sempre nella fedeltà al Vangelo. Il Papa continua a guidare la Chiesa e specialmente negli ultimi tempi ha acquistato una forza di persuasione e di commozione che non ha nessun’altra autorità mondiale.
Quant’è bella la nostra fede! Nella confusione di idee proposte del nostro tempo abbiamo con noi il Vicario di Cristo, il rappresentante di Gesù sulla terra. Non è da solo, ma agisce in comunione con i circa 4.500 vescovi della Chiesa cattolica e ha l’assistenza dello Spirito Santo.
Mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana (1946-1965) e superiore generale del Pime (1965-1977), in tempi di relativismo e divisioni nella Chiesa, parlando e scrivendo ai missionari si riferiva spesso al Papa e diceva: “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Ai partenti per le missioni diceva (22 settembre 1968):
“Cari confratelli, solo nel Papa e col Papa si realizza quell’unità con Cristo, per la quale Gesù pregò nel Cenacolo: “Ti prego, Padre per quelli che crederanno in me: perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-23)”. Così anche noi potremo essere uniti nella Chiesa di Cristo e nel nostro Istituto”.

3) Oggi il Signore ci ha mandato un Papa che sta mettendo le basi per portare la Chiesa sempre più vicina a Cristo e sempre più a servizio del Popolo di Dio. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II, Papa Francesco sta consultando i vescovi e le comunità cristiane per indicare com’è la conversione della Chiesa, cioè di noi tutti, partendo dai vescovi, sacerdoti e persone consacrate.
Francesco è il primo Papa che viene dalle missioni e porta nelle nostre Chiese antiche l’entusiasmo della fede e la collaborazione all’azione evangelizzatrice della Chiesa, che lo Spirito ha suscitato nelle giovani comunità fondate dai missionari.
Non è facile capire e seguire questo Papa, il metodo migliore è leggere e meditare pregando la sua Lettera apostolica. “Evangelii Gaudium” (la Gioia del Vangelo), scritta come Francesco parla, a braccio, e quindi facilmente comprensibile e molto leggibile, concreta, pratica, provocatoria. Dobbiamo capire, amare il Papa, pregare per lui e chiedere allo Spirito Santo di accendere anche in noi il “fuoco della Pentecoste” che può infiammare il mondo e portare i popoli nel gregge di Cristo e l’umanità in un cammino verso il Regno di Dio.

Piero Gheddo

Perchè i coreani si convertono a Cristo e i giapponesi no?

L‘amico Sandro Magister mi ha chiesto di scrivere questo articolo, in vista del prossimo viaggio di Papa Francesco in Corea del sud. Ho risposto volentieri all’invito, avendo visitato e studiato queste due Chiese, che Sandro ha pubblicato sul suo Sito (www.chiesa.espressonline.it) e oggi lo rendo noto ai lettori dei miei Blog.

Giappone e Corea hanno una storia e una cultura molto diverse, per cui la missione cristiana ha prodotto risultati diversissimi. Parlo prima del Giappone dove, quasi cinque secoli dopo l’ingresso dei missionari cattolici, con san Francesco Saverio nel 1549,

- i battezzati nella Chiesa cattolica sono 440.000 su 128 miiioni di giapponesi (lo 0,35%), e circa mezzo milione di protestanti;

- in Corea (la Chiesa entra con alcuni laici alla fine del 1700) i cattolici sono circa 5,3 milioni su 50 milioni di sud-coreani, cioè il 5,4%; i protestanti delle varie Chiese e sette si calcolano il 17%, cioè circa 8 milioni. Seul di notte sembra una città cristiana per l’immenso numero di croci sugli edifici cristiani, chiese, scuole, ospedali, ecc.

La fede cristiana è stata accolta con molte difficoltà in Giappone e oggi con le braccia aperte in Corea del Sud. Le due Chiese locali risentono dell’ambiente in cui vivono e perché sono una minuscola minoranza nel Giappone, che va avanti come un treno, mentre in Corea il cristianesimo sta diventando il motore della nazione. Dagli anni sessanta ad oggi circa la metà dei Presidenti della Corea del sud erano cristiani, compreso il famoso Premio Nobel per la Pace nel 2000, Kim Dae-jung (1925-2009), per il suo vigoroso impegno nella riconciliazione fra Nord e Sud della Corea.

Perché i giapponesi si convertono poco? Essenzialmente per un motivo religioso-culturale. Le religioni del Giappone insegnano, come lo shinto, che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura, nella quale si manifesta il Dio sconosciuto; il confucianesimo dà una visione statica della società, dove la suprema norma morale è il rispetto e l’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato. Il buddhismo, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

Il giapponese è figlio di queste religioni: ottimo lavoratore, sobrio, obbediente alle direttive. In una società dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è l’elemento ideale, perché si muove in gruppo. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nella ditta, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nella ditta, rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per cui uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuito.

“L’influsso delle religioni tradizionali – mi diceva padre Alberto Di Bello (in Giappone dal 1972) – hanno educato ad una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in Giappone il concetto fondamentale del mondo moderno, quello della “Carta dei Diritti dell’uomo” dell’Onu (1948): il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo stato, la patria sono a servizio della persona umana, non la persona a servizio della società, dello stato, della patria”.

Però questa rivoluzione fatica ad entrare nella mentalità comune. Padre Giampiero Bruni, in Giappone dal 1973, mi dice: “Se un individuo è consapevole e libero, può fare la sua scelta di convertirsi a Gesù; se non è libero perché è membro di un gruppo, non può. Il giapponese è abituato ad obbedire ed a fare come fanno tutti, finora domina il gruppo, uscire dal gruppo non si può, significa tagliare tutti i rapporti, E io credo che anche oggi le conversioni che avvengono dobbiamo esaminare bene se sono libere o condizionate da qualcosa che non riusciamo a capire”. Questo il concetto di fondo che hanno espresso i missionari che ho interrogato, nei miei viaggi in Giappone e ora qualcuno reduce in Italia per vacanze e cure.

Radicalmente diversa la Corea del Sud. Nell’ultimo mezzo secolo ha registrato una crescita record dei cristiani: dal 1960 al 2011 gli abitanti passano da 20 a circa 50 milioni, reddito pro capite da 1.300 a 23.500 dollari, i protestanti dal 2 al 17%, i cattolici da circa 100.000 (lo 0,5%) a 5.309.964 (10,3%), secondo le statistiche della Conferenza episcopale coreana. Ogni anno si celebrano 130-140.000 battesimi. La Chiesa coreana è al femminile, a partire dal nome: il cattolicesimo è chiamato “La religione della Mamma”, perché davanti a non poche chiese c’è la statua di Maria con le braccia aperte, che invita i passanti ad entrare; e poi perché nel 1011 i fedeli maschi erano 2.193.464 (il 41,5 % del totale), le femmine 3.095.332, ovvero il 58,5%.

Perchè i coreani si convertono a Cristo? Le conversioni avvengono in massima parte nelle città e fra le élites del paese, professionisti, studenti, artisti, politici e militari anche di alto grado. L’uomo simbolo della Chiesa cattolica in Corea è stato il card. Kim Sou-hwang (1922 -2009), arcivescovo di Seul dal 1968 al 1998, fautore di un forte impegno della Chiesa cattolica in campo sociale. Durante la lunga dittatura militare, aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seul un rifugio per gli oppositori non violenti alla dittatura. I militari non osarono mai entrare nella cattedrale, che sapevano difesa dal popolo. Per lunghi anni il card. Kim è stato la personalità più influente della Corea.

Motivo storico che spiega le conversioni. La Corea ha conosciuto mezzo secolo di occupazione giapponese e poi più di tre anni di guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953), combattimenti feroci casa per casa, distruzione di molte abitazioni e strutture statali che esistevano. Padre Giovanni Trisolini, uno dei primi salesiani entrati in Corea nel 1959, mi diceva (nel 1986): “Quando sono giunto in Corea c’era una miseria spaventosa. Il paese era ancora distrutto dalla guerra, con gli eserciti che erano passati e ripassati su tutto il territorio della Corea del Sud. Il lavoro principale di noi missionari era di dare da mangiare alla gente (con gli aiuti americani), che letteralmente moriva di fame. Poche strade e ferrovie, non funzionava quasi nulla delle strutture statali. I governi del Sud Corea, col paese occupato dagli americani, hanno privilegiato l’istruzione del popolo, fondando ovunque scuole con un sistema educativo moderno, per far uscire il popolo dall’insegnamento tradizionale, che trasmetteva una visione dell’uomo di natura confuciana, ereditata dalla Cina e poco adatta a formare giovani in un paese moderno”.

La scuola è stata estesa a tutti, quindi anche alle bambine, con un insegnamento di materie totalmente diverse da quelle dell’insegnamento confuciano. Questo cambiamento radicale dell’istruzione, in poco tempo ha risolto il problema dello sviluppo economico e ha contribuito a preparare la strada alla democrazia, ai diritti dell’uomo e della donna e al cristianesimo. Oggi la Corea del sud non ha più analfabeti, la scuola è obbligatoria e gratuita per tutti, dal giardino d’infanzia fino alle scuole superiori, umanistiche o tecniche, che quasi tutti frequentano. Nel 1960 la Corea del Sud era uno dei paesi più sottosviluppati dell’Asia, negli anni ottanta è stata una delle “tigri asiatiche” (con Taiwan, Singapore e Thailandia).

E’ facile comprendere perché un popolo educato da una scuola moderna, che orienta la vita verso la razionalità e i valori del mondo moderno, si converta facilmente al cristianesimo, che è alla base della Carta dei diritti dell’uomo dell’Onu. Il cristianesimo esercita un forte potere di attrazione, rispetto al confucianesimo e al buddhismo, per almeno cinque motivi:

1) Introduce l’idea di uguaglianza di tutti gli esseri umani creati dalle stesso Dio, Padre di tutti gli uomini; e soprattutto il principio dell’uguaglianza nei diritti fra uomo e donna, pur nella diversità e complementarietà fra le persone dei due sessi. Nella società confuciana la donna non ha la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Nella società confuciana la donna era quasi schiava del marito, le bambine non andavano a scuola e la donna è inferiore all’uomo (“è un uomo mal riuscito”, diceva Confucio).

2) Cattolici e protestanti si sono segnalati per la partecipazione attiva al movimento popolare contro la lunga dittatura militare tra il 1961 e il 1987, quando i militari hanno lasciato il potere ad un governo democratico; confucianesimo e buddhismo promuovevano invece l’obbedienza all’autorità costituita. In Corea (e nelle Filippine), le dittature dei militari hanno lasciato il potere a governi eletti non per rivoluzioni violente, ma per la “rivoluzione dei fiori”, cioè principalmente per le pressioni dell’opinione pubblica coscientizzata dalle Chiese cristiane in Corea.

3) Il cristianesimo è la religione del Libro e di un Dio personale, mentre sciamanesimo, buddhismo e confucianesimo non sono nemmeno religioni, ma sistemi di saggezza umana e di vita; soprattutto non hanno un’organizzazione e direzione a livello nazionale, che rappresenti i loro fedeli. Ci sono tentativi di coordinamento fra le varie pagode e monasteri buddisti, ma ciascuno va per conto suo.

4) Cattolici e protestanti hanno costruito e mantengono un grande quantità di scuole a tutti i livelli, fino a numerose università (quelle cattoliche sono 12), che si sono imposte nel paese come le migliori dal punto di vista educativo e dei valori a cui formano i giovani. Tutte le famiglie vorrebbero mandare i loro figli alle scuole cristiane, perché l’educazione dei giovani ispirata al Vangelo si dimostra la più efficace nel formare persone adulte e mature.

5) Infine, la Corea del Sud è ormai un paese evoluto e anche ricco (si dice che “è in ritardo sul Giappone di soli vent’anni”), nel quale le antiche religioni non danno risposte ai problemi della vita moderna: e questo è inevitabile, perché il mondo moderno è nato in Occidente, dalla radice biblico-evangelica, cioè dalla Rivelazione di Dio. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, si presenta come religione adeguata al nostro tempo, attiva nell’aiuto di poveri.

Però non esiste una risposta risolutiva alla domanda “Perché i coreani si convertono a Cristo?”. Il card. Kim diceva spesso: “Non sappiamo perché abbiamo così tante conversioni a Cristo e alla Chiesa. Ringraziamo lo Spirito Santo e chiediamo la grazia che continui a soffiare forte sul nostro popolo”. Ogg, 28 anni dopo il mio viaggio in Corea, la realtà delle conversioni conferma quanto mi diceva padre Vincent Ri, prefetto degli studi della Facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju: “Il coreano è fiero di definirsi religioso: anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo economico e tecnico non ha abolito, anzi contribuisce a rafforzare, dato che oggi aumentano i problemi a cui dare risposta e solo il cristianesimo dà queste risposte”.

Mons. René Dupont, oggi vescovo emerito di Andong, nel novembre 2011 ha scritto: “Oggi in Corea il cristianesimo non è più considerato una religione straniera”, anche perché, ha dichiarato mons. Kang-U vescovo di Cheju e presidente della CBCK, non c’è nessun contrasto fra la tradizione religiosa coreana (soprattutto la pietà filiale e il culto degli antenati) e i valori della Chiesa cattolica. Il segretario della CBCK, mons. Simon E. Chen nell’agosto 1986 mi diceva: “La nostra Chiesa ha tante conversioni, ma siamo ingiustamente trascurati dall’Europa cristiana e dai missionari. Papa Pio XI mandava missionari e religiosi in Cina. Pio XII mandò molti missionari in Giappone dicendo: “Se si converte il Giappone, si converte tutta l’Asia”; poi con l’enciclica “Fidei Donum” chiedeva missionari per l’Africa. Giovanni XXIII e Paolo VI esortavano ad andare in Africa e in America Latina”.

“Noi cristiani di Corea ci sentiamo dimenticati dal mondo cristiano. Quando negli anni cinquanta sono andati migliaia di missionari e suore in Giappone, quasi nessuno è venuto in Corea. La nostra Chiesa è stata scoperta solo con la visita trionfale di Giovanni Paolo II nel maggio 1984. Allora, in Occidente molti si sono meravigliati che qui ci sono tante conversioni e vocazioni. Eppure questo fenomeno dura dagli anni 70 e dopo la visita dal Papa ha assunto dimensioni eccezionali. La sua visita è servita più di tutte le nostre prediche ad annunziare Cristo ai non cristiani ed a fortificare la fede nei nostri battezzati”.

Piero Gheddo

Clemente Vismara icona delle missioni moderne

Il 17 giugno 2014 si è celebrata nella città di Agrate (15.000 abitanti in provincia di Monza-Brianza) la festa del Beato Clemente Vismara (1897-1988, beato nel 2011), per l’inaugurazione del ristrutturato oratorio parrocchiale intitolato al Beato Clemente. Ho celebrato la S, Messa nella chiesa parrocchiale e poi la cena con i preti della parrocchia, gli amici di Clemente e alcuni giovani dell’oratorio. Ecco il testo dell’omelia. Scrivo sempre tutto, ma poi parlo a braccio. P. Gheddo

La nostra Messa è per ringraziare Dio di questo dono e poi per riflettere su cosa il Beato può insegnare a noi oggi.
Clemente è un grande dono di Dio e dopo tre anni dalla sua beatificazione la bellezza e grandiosità di questo Beato si precisa meglio. Non è un santo di nicchia, limitato a qualche piccola comunità o ambiente. E’ un santo universale, è il modello, l’icona che rappresenta la missione alle genti dell’ultimo secolo, dalla fine dell’Ottocento alla fine del Duemila: il tempo della colonizzazione e della nascita di nuove nazioni in Asia e Africa, e poi la fondazione e la maturazione delle giovani Chiese che oggi sono la speranza della Chiesa universale.
San Francesco Saverio ha rappresentato il periodo storico della scoperta dei continenti e dei popoli e il primo periodo delle missioni moderne (1500-1600), quelle del “Patronato” spagnolo-portoghese, che ha portato al cristianesimo le Americhe; Clemente rappresenta le missioni dei nostri tempi molto diverse dalle precedenti, quelle di Propaganda Fide, dalla metà dell’Ottocento fino al Duemila, che stanno portando nel gregge di Cristo i popoli dell’Africa nera e dell’Oceania e in piccola parte dell’Asia. Tra i missionari santi dei tempi modernii, Clemente ha queste caratteristiche che non è facile trovare unite in un solo missionario:
- è stato missionario ad gentes” per 65 anni continui di missione, sempre fra i non cristiani e ha fondato partendo da zero cinque parrocchie e convertito decine di migliaia di pagani; dalle sue famiglie sono nati otto sacerdoti e trenta suore;
- nella sua vita missionaria ha vissuto tutti i passaggi storici dell’”ad gentes”, esplorazione del territorio, immersione nella cultura e abitudini di vita locale, creazione delle prime comunità cristiane, inizio della Chiesa locale, fino alla sua maturazione con sacerdoti e vescovi indigeni;
– Clemente ha scritto una quantità impressionante di lettere, articoli, relazioni, illustrando situazioni che hanno vissuto una moltitudine di altri missionari, ma solo in Clemente si trova la descrizione dell’ad gentes vissuto personalmente nelle varie situazioni umane e pastorali. Questi scritti ancora da esaminare e studiare, permetteranno di conoscere più a fondo le sue virtù e i suoi metodi di apostolato,
- infine, Clemente è stato missionario in Asia, dov’è già oggi il futuro della missione ad gentes, dato che in Asia vivono il 62% di tutti gli uomini e l’80% di tutti i non cristiani che ancora non conoscono Cristo.

Un forte segno dei tre anni dalla sua beatificazione è questo: la sua devozione si diffonde anche in altri paesi che continuano a chiedere immagini, libri nelle loro lingue, reliquie. Dico questo a voi di Agrate e lo dico anche al mio Pime e alla diocesi di Milano. Dio ci ha fatto un dono di cui ancora non conosciamo l’importanza che potrà avere nella Chiesa, se ne coltiviamo e trasmettiamo la memoria. Per questo ringrazio la città di Agrate, la parrocchia, il gruppo missionario e gli Amici di padre Clemente per tutto quello che avete fatto, fate e farete per sostenere e studiare il Santo che Gesù ha suscitato tra voi. A settembre la Emi pubblicherà “Fare felici gli infelici” (circa 250 pagg.), che completa la biografia “Fatto per andare lontano” (Emi pagg. 480), perché esamina la personalità e le virtù del Beato Clemente.

Le letture della Messa del Beato ci dicono cosa può insegnarci Clemente.
1) Prima lettera di S. Paolo ai Corinzi (I, 18-25): è un inno alla via della Croce: i giudei chiedono segni, miracoli, greci la sapienza umana, noi annunziamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani, per noi è sapienza e potenza di Dio e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Clemente è stato il santo della Croce. Tutta la sua vita è un Calvario, orfano dei genitori da piccolo, quattro anni di guerra mondiale in trincea, la missione tra tribù che non avevano alcun battezzato, non aveva cure mediche e nemmeno da mangiare (si abitua a topi, vermi e cavallette arrostiti, erbe e radici tritate e bollite), per cinque anni in una capanna di fango e paglia dove, nel tempo delle grandi piogge, ci pioveva dentro. Pregava molto e scriveva: “Sono contento di soffrire per mettere un fondamento spirituale a questa missione di Mong Lin”. In altra lettera scriveva:
“Occorre un animo forte e vita di dedizione e di sacrificio sino ed oltre quanto umanamente si possa concepire. Mal di schiena e di ginocchi. Star colle ginocchia piegate mi fa male, per la genuflessione durante la Messa sono dolori ogni volta. Benone, spero di risparmiare un po’ di purgatorio così, quindi non mi lamento[1]… Qui c’è molto sacrificio, desidero sentirlo sempre, vederlo e soffrirlo per poter aver qualche cosa da offrire al Signore in penitenza delle mie colpe e per ottenere benedizioni per questi pagani”. Era contento di soffrire per i suoi pagani!
Quando scriveva questa lettera aveva 30 anni. Ha percorso la via della Croce fino alla fine. Nulla di grande si fa per il Regno di Dio se non si accetta il mistero della Croce e lo si vive con gioia nella propria vita, Nel nostro tempo la cultura mondana demonizza la rinunzia, il sacrificio, la sofferenza. Per chi crede in Cristo, sono invece i passaggi indispensabili nella via al Paradiso.

2) Il secondo insegnamento è quello del Vangelo: “Vedendo le folle Gesù ne provò compassione, perchè era stanche e sfinite come pecore senza pastore” (Mt. 9, 35-38). Clemente era come il Buon Pastore. Vedeva il prossimo con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passione. Era disposto a tutto per di “fare felici gli infelici”, dava tutta la sua vita alle pecorelle sperdute di quell’angolo di Birmania: quei tribali primitivi, analfabeti, pagani, pieni di passioni e di peccati, li vedeva come creature di Dio, che Dio amava come ama tutti gli uomini e le donne.
Noi che siamo ammiratori e devoti di padre Clemente, noi che siamo fieri di averlo portato alla beatificazione, noi che lo preghiamo per ottenere grazie; noi siamo provocati da questo suo programma di vita; noi preti per primi, ma poi tutti voi cari agratesi. Papa Francesco lo dice spesso: “Voglio una Chiesa tutta missionaria” e ha spiegato più volte che il battesimo è il seme della missione.
Di fronte alla decadenza della fede nella nostra Italia, non possiamo più soltanto lamentarci e scandalizzarci dei numerosi scandali che nascono nel nostro popolo cristiano da duemila anni! Lamentarci della scarsità di sacerdoti. Nella “Evangelii Gaudium” il Papa scrive (n.107): “In molti luoghi scarseggiano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Spesso questo è dovuto all’assenza nella comunità di un fervore apostolico contagioso, per cui esse non entusiasmano e non suscitano attrattiva. Dove c’è vita, fervore, voglia di portare Cristo agli altri, sorgono vocazioni genuine alla vita consacrata”.

Il nostro beato Clemente suscitava molte vocazioni sacerdotali e religiose perché aveva il fuoco dello Spirito, l’entusiasmo di essere prete e missionario. Ci lamentiamo dei giovani, ma è sbagliato. I giovani hanno immense possibilità di bene, sognano grandi ideali; ma se noi adulti trasmettiamo loro solo l’ideale della carriera e dei soldi, gli esempi del nostro egoismo, le vocazioni non nascono. Ho intervistato Clemente in Birmania nel 1983, aveva 86 anni. Gli ho chiesto che messaggio dava ai giovani d’oggi. Risposta: “Dite al Signore che vi chiami a seguirlo. Sarebbe la grazia più grande che potrebbe farvi nella vostra vita. E se vi chiama, non ditegli di no. Non ci pentiremo mai di aver detto di sì al Signore”.

Piero Gheddo

Se la missione alle genti scompare dall’orizzonte

Per noi missionari ad gentes e per la Chiesa italiana non è una buona notizia, I superiori degli istituti missionari italiani hanno deciso la chiusura della rivista semestrale “Ad Gentes”, fondata nel 1997, l’unica in lingua italiana che espressamente tratta della missio ad gentes, oltre a quelle dei singoli istituti missionari. Perché chiude? A quanto è dato sapere, i motivi sono due:

1)    Gli abbonati sono pochissimi, le copie stampate quasi tutte inviate in omaggio o in cambio a biblioteche, università, seminari, ecc.; e quindi gli istituti aderenti devono coprire il passivo economico;

2)    la missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia, parrocchie diocesi, seminari e il popolo di Dio; i mass media ne parlano sempre meno, eccetto quando ci sono casi di martirio o di persecuzione che riguardano missionari italiani.

Parlando col padre Dino Doimo, missionario del Pime ad Hong Kong dal 1959, mi dice: “Torno in missione col cuore amareggiato, perché vedo che l’ambiente italiano non è più favorevole per le missioni e noi missionari. Tutti dicono che la missione è qui in Italia. La conversione a Cristo del continente CINA interessa parenti e amici e pochi altri”. Dal 1958 gli istituti missionari italiani, attraverso la Pontificia unione missionaria del clero, mandano i loro animatori missionari nei seminari diocesani, minori e maggiori. Ciascuno è incaricato dei seminari di una regione da visitare nel corso dell’anno, così visita tutti i seminari italiani, che ricevono ogni anno un animatore diverso. Adesso, mi dice un giovane animatore, “si sta chiudendo questo periodo perchè è difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno.

Tutto questo segnala quanto ormai tutti sanno, che la Chiesa italiana, con la crisi di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, si chiude in se stessa e gli istituti missionari sono intesi soprattutto per il contributo che le loro case, chiese e sacerdoti danno in aiuto alle comunità parrocchiali con scarso clero. Mi chiedo se gli istituti missionari, come il mio Pime e tanti altri, religiosi o di clero secolare, si interrogano sulla decadenza e la svalutazione del nostro carisma specifico, il primo annunzio ai non cristiani, che sono ancora circa l’80% dell’umanità. E ricordo che il nostro carisma di missionari ad gentes è stato ampiamente confermato dal Vaticano II e dal magistero ecclesiastico seguente fino ad oggi. Dato che da 61 anni sono sacerdote missionario in Italia (prete dal 1953), mi permetto di indicare i due errori fondamentali che un po’ tutti abbiamo compiuto, senza alcun spirito polemico, ma per aiutare a riflettere.

1) Dopo la Fidei Donum (1957) e il Vaticano II (1962-1965) si è incominciato a dire che tutta la Chiesa è missionaria e gli istituti missionari non hanno più senso; ma sia l’Ad Gentes (n. 6) che la Redemptoris Missio (nn. 33-34) affermano con chiarezza che la missione alle genti  non va confusa con l’attività pastorale che si rivolge ai battezzati e quindi che “questi istituti restano assolutamente necessari” (AG, 27); e nella R.M. (66) si legge: “La vocazione speciale dei missionari ad gentes e ad vitam conserva tutta la sua validità… Al riguardo, s’impone una approfondita riflessione, anzitutto per i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono essere indotti a non capire più il senso della loro vocazione, a non saper più che cosa precisamente la Chiesa si attenda da loro”.

Questa riflessione forse è mancata e anche gli istituti missionari rischiano di non credere più nel loro carisma originario, mentre le giovani Chiese del mondo non cristiano hanno assoluto bisogno di loro anche oggi, lo dicono tutti  vescovi. Lo stesso è avvenuto per le Pontificie Opere Missionarie. Fin che erano pontificie e non dipendenti dai vescovi italiani, svolgevano il loro compito primario: ricordare la missione alle genti, universale, aiutarla con preghiere, vocazioni, aiuti materiali. Da quando sono opere diocesane, la missione alle genti è diventata il gemellaggio di una diocesi italiana con una delle missioni. Si è chiuso l’orizzonte, i missionari sono quelli della diocesi, quasi sempre in America Latina e in Africa. Adesso, con la crisi delle diocesi italiane, è facile immaginare cosa succede.

2) Il secondo sbaglio fondamentale è stato di politicizzare la missione alle genti ed è una vita che condanno (inutilmente) questa tendenza suicida degli istituti missionari, che ha cambiato la nostra immagine nell’opinione pubblica italiana. Fino al Concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani , dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per  portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’Amore e del Perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi,  catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per esaudire il Testamento di Gesù quando sale al Cielo.

Ma oggi, ditemi voi: chi manifesta entusiasmo per la vocazione missionaria e dove è finito l’appello per le vocazioni missionarie ad gentes? Oggi facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno. Infatti gli istituti missionari non hanno quasi più vocazioni italiane. Non lamentiamoci perché si chiude la rivista ad Gentes. Nel quadro di tutto quel che ho detto, ha un suo logico significato. Nel volume “Missione senza se e senza ma” (Emi 2013, pagg 250) c’è il capitolo “La crisi dell’ideale missionario” in cui spiego ampiamente tutto questo.

Piero Gheddo

Maria Regina degli Apostoli

Il sabato vigilia di Pentecoste, si celebra la Festa di Maria Regina degli Apostoli, riconosciuta come Festa della Chiesa universale e inserita nel Messale da Pio XII nel 1955, dove si legge che tre istituti avevano fatto questa richiesta: la Società dell’Apostolato cattolico (i Pallottini e le loro suore) di San Vincenzo Pallotti (+1881), il Pontificio istituto missioni estere (e le loro Missionarie dell’Immacolata) fondato dal Servo di Dio mons Angelo Ramazzotti (+1861) e la Società di San Paolo Apostolo (Paolini e Paoline) fondata dal Servo di Dio don Giacomo Alberione (+1971). Nella chiesa di S. Francesco Saverio in via Monterosa a Milano, incaricato di celebrare la S. Messa, ho tenuto questa meditazione, anzitutto per preti e suore, ma anche per i molti laici presenti.

Gli Atti degli Apostoli raccontano la Pentecoste, lo Spirito Santo scende su Maria e gli Apostoli radunati nel Cenacolo in preghiera, dando loro fede, forza e coraggio per iniziare l’opera della Chiesa. Gli Apostoli escono dal Cenacolo, parlano diverse lingue, vanno in tutto il mondo annunziando e testimoniando la salvezza in Cristo. Lo Spirito Santo è il protagonista della missione della Chiesa, di cui noi siamo i continuatori in diretta discendenza dagli Apostoli.

Cosa ci fa Maria in questa comunità di uomini e di sacerdoti? Perché Maria è venerata Regina degli Apostoli? Maria è stata la prima missionaria, ha generato il Figlio di Dio e salvatore degli uomini, Cristo Gesù. I nostri Fondatori, infiammati di passione apostolica e di zelo missionario, intuirono il ruolo preminente che Maria ebbe nella prima comunità di Apostoli e quanta importanza avesse la sua presenza nell’evento pentecostale. E hanno messo questa Festa di Maria Regina degli Apostoli delle nostre Costituzioni.

Vediamo allora cosa ci insegna Maria Regina degli Apostoli, come e perché la preghiera a lei puo’ ispirare e aiutare la nostra vita missionaria. Tre punti:

1) Maria è la prima fra tutte le creature perchè è la Madre di Dio, è la donna creata da Dio per essere il ponte fra la Trinità e l’umanità. Dobbiamo essere devoti alla Madonna per questa sua adesione al piano di Dio. Poteva dire di no, ha detto di sì, ha obbedito a Dio. Lei ha realizzato il piano che Dio aveva fatto per lei. E’ commovente pensare che nell’Annunciazione l’angelo porta a questa ragazzetta di 15-16 anni la volontà di Dio e la Madonna, dopo aver capito bene cosa Dio voleva da lei, dice: “Sia fatta la sua volontà”. Ha obbedito alla volontà di Dio e ha realizzato la sua missione sulla terra.

Tutti noi, cari fratelli e sorelle, siamo stati creati da Dio e Dio ama tutti allo stesso modo. Ci ha chiamati a seguirlo e noi abbiamo risposto di sì, ci siamo consacrati alla missione della Chiesa e dello Spirito Santo, che nella nostra vita realizza il piano di Dio. Il nostro problema è di chiederci se nella nostra vita e anche oggi noi realizziamo il piano di Dio, che ci è indicato dalla Chiesa e dai nostri superiori, oppure se facciamo di testa nostra Se obbediamo, il Signore realizza in noi la sua missione, che è la miglior affermazione del nostro “io”, della nostra persona. Mentre; se facciamo di testa nostra, andiamo incontro a concenti delusioni. Tutti noi, a qualunque età e in qualsiasi situazione, abbiamo una missione da compiere! La Madonna ci insegni e ci guidi in questo cammino.

Nelle nostre congregazioni, troviamo facilmente esempi che ci convincono di questo. Il beato Clemente Vismara (1897-1988), dopo 33 anni di missione a Monglin in Birmania, dove all’inizio non c’era nessun cristiano, aveva creato una cittadella cristiana con circa 400 abitanti e una parrocchia con 10.000 battezzati e fondato due altre parrocchie, che erano l’ammirazione di tutti i missionari.

A 60 anni, quando pensava di poter vivere una vita tranquilla, il vescovo va a trovarlo e gli propone di andare a Mong Ping a iniziare quasi da zero una nuova missione, distante 230 chilometri da Monglin. Vismara dice al vescovo: “Tu sei il vescovo e tu comandi.Se mi comandi di andare, io ci vado perché se faccio di testa mia certamente sbaglio”. Ci vuole una grande umiltà per dire “Se faccio di testa mia sbaglio”! Così Clemente crea anche a Mong Ping una nuova parrocchia modello, fondandone anche una nuova, Tongtà. Ha una seconda giovinezza e muore a 91 anni, “senza mai essere invecchiato”!

2) Maria era innamorata di Gesù, viveva di Gesù, sapeva che quel bambino che portava in grembo e che allattava e custodiva nella sua crescita, era Dio, il Figlio di Dio. In tutta la sua vita era intimamente unita a Gesù.

Anche noi in tutte le nostre opere apostoliche e missionarie, abbiamo questo compito primario: amare Gesù, vivere di Gesù per portare Gesù agli uomini. Il nostro superiore generale mons. Aristide Pirovano (1915-1997), in un discorso ai partenti per le missioni (10 settembre 1966) diceva: “In missione voi andate per predicare Cristo crocifisso e risorto. Cristo, non voi stessi. E questo vi darà la suprema sicurezza e quindi la gioia perenne in mezzo a tutte e difficoltà… Se andate a portare Cristo, la vostra missione sarà divina. Ma bisogna portare Cristo e non noi stessi e neppure il nostro modo di vivere, di pensare e agire”.

Quante riflessioni possiamo fare per la nostra vita! Il nostro primo imperativo è essere innamorati di Gesù, in modo che possiamo imitarlo e testimoniarlo con la nostra vita, come faceva la Madonna. Lasciatemi ricordare il Servo di Dio dott. Marcello Candia (1916-1983), che aveva cambiato il lebbrosario di Marituba in Amazzonia, era “La porta dell’inferno” ed è diventato: “La città della gioia”. 14 anni dopo la sua morte, nel 1997, sono ritornato a Marituba e ho intervistato il presidente dei 2000 lebbrosi, Adalucio, lebbroso anche lui. Ho chiesto: “Ma perchè ricordate e pregate tanto Marcello Candia, tanti anni dopo la sua morte?”. Risposta: “Lui ci ha dato molti aiuti, ma lo ricordiamo soprattutto perché quando era in mezzo a noi ci portava Gesù, in lui noi vedevamo Gesù. Era sempre paziente, umile, sapeva ascoltare, sopportava tutto, era generoso con tutti!”. Chissà se diranno lo stesso nei luoghi in cui abbiamo lavorato e lavoriamo. Ecco perché Maria è la nostra Regina!

3) L’ultimo insegnamento viene dalla scena di Maria e Giovanni ai piedi della Croce in cui Gesù stava morendo. Gesù dice a Maria: “Donna, ecco tuo figlio!”. E rivolto a Giovanni dice: “Ecco tua Madre”. Il Vangelo continua: “E da quel momento la prese con sè”. Care sorelle e cari fratelli, questo è il momento decisivo della mia vita, come della vita di tutti voi. Ho avuto anch’io una mamma datami da Gesù, la mia mamma! Che mi vuol bene, mi segue e m protegge da quando ero piccolo! Capite perché debbo essere devoto della Madonna?

Maria è madre mia e di tutti gli uomini. Dove Gesù non è ancora conosciuto, Maria prepara la strada al Signore. Maria e la Chiesa hanno una missione in comune nella storia della salvezza. Maria, Madre di Dio è associata anche lei alla missione di portare Cristo a tutti gli uomini.

Nelle nostre giornate di lavoro spesso travolgenti, con tante preoccupazioni arrabbiature, sofferenze, dimentichiamo facilmente che portiamo Gesù nel nostro cuore e che abbiamo sempre la missione di comunicarlo agli uomini. E allora ci arrabbiamo, ci rattristiamo, ci preoccupiamo troppo per noi stessi e dimentichiamo il prossimo, dimentichiamo che la via a Cristo e a Dio e la Via della Croce! E che tutte le nostre sofferenze hanno significato se unite a quelle di Gesù in Croce.

Maria SS. ci aiuti a mantenere viva l’attenzione, la coscienza che io porto Gesù agli uomini e che la Madonna mi sta già preparando la strada. In Corea i protestanti sono chiamati “evangelici”, il cattolicesimo è “La religione della mamma”, perché la mamma è quella che attira gli uomini e li porta a Dio; in molte chiese sulla strada, davanti alla porta d’entrata c’è una statua di Maria con le braccia aperte, che indica di entrare in chiesa da Gesù. Nella nostra vita quotidiana, abbiamo bisogno di aere una precisa e profonda coscienza che non siamo mai soli, la Mamma del Cielo è sempre cin noi, a volte di porta in braccio per darci sicurezza e serenità in mezzo a tante fatiche e difficoltà.

Termino con un’immagine che mi è rimasta impressa nella memoria e ricordo spesso quando sono in difficoltà o tentato di scoraggiarmi. In Vietnam, nel gennaio 1968, stavo scendendo da Pleiku sulle montagne del Vietnam verso Saigon, seduto sul cassone di un camion, carico di gente che scappava dalla guerra. Davanti a me una giovane mamma vietnamita col suo bambino di un anno al massimo, seduta su una panca. Il camion procedeva lento tra balzi e scossoni, passavamo accanto a villaggi incendiati, si sentivano sparatorie e scoppi di bombe, sulla strada parecchi gridavano perché caricassimo anche loro.

Il bambino piangeva e la mamma ha tentato di calmarlo allattandolo e mettendo nella sua boccuccia un ciuccio. Ma inutilmente. Allora ha coperto il suo volto con un asciugamano e poi lo cullava, e cantava una nenia. Dopo un po’ il bambino non piangeva più, dormiva. Quel piccolo cucciolo di uomo non sapeva niente, non capiva niente, non vedeva i pericoli mortali che attraversavamo. Era nelle braccia della mamma, di fidava di lei e dormiva tranquillo.

Così Maria, Regina degli Apostoli e anche la nostra Madre e dobbiamo coltivare questa immagine commovente. Quando sono nelle braccia ddla Mamma del Cielo, non devo temere nulla, devo solo rimanere fra le sue braccia e pregarla, poi mi affido a Lei e al Figlio suo Gesù.

Piero Gheddo

 

 

L’Expo 2015 a Milano: “Cosa nutre la vita?”

Negli ultimi mesi, almeno a Milano, è venuta alla ribalta l’EXPO 2015, l’avvenimento (1 maggio – 31 ottobre 2015) che porterà a Milano e in Italia circa 20 milioni di turisti stranieri e che dovrebbe segnare la ripresa economico-sociale del nostro paese. Mi pare che, con le molte preoccupazioni e sofferenze che sono il nostro pane quotidiano, l’opinione pubblica diffusa non si è ancora resa conto dell’importanza unica dell’Expo, che ha come tema “Nutrire il Pianeta, energia per la vita”. Se ne parla poco, l’attenzione è più attenta agli scandali di tangenti e appalti, che non all’impegno che l’Expo richiede a tutta l’Italia e in particolare a Milano e alla Lombardia. Nei circa 100 ettari in zona Rho-Pero alla periferia occidentale di Milano (non distante dal Pime di Via Monterosa e Via Mosè Bianchi) si lavora giorno e notte in tre o quattro turni continuativi. Milano e l’Italia non possono fallire questo appuntamento; ma non è altrettanto facile interessare e appassionare i milanesi e gli italiani sulle tematiche che sono alla base dell’Expo 2015, fondamentali per il futuro dell’umanità.

 

Il tradizionale “Discorso alla Città” che gli arcivescovi di Milano tengono ogni anno alla vigilia della Festa di Sant’Ambrogio, il 6 dicembre dell’anno scorso 2013 l’arcivescovo e cardinale Angelo Scola l’ha tenuto sul tema “Cosa nutre la vita?”, la cui edizione integrale è stata pubblicata dal Centro Ambrosiano, in un volumetto di 94 pagine. Una lettura interessante e profonda dell’Expo, perché le parole del titolo: alimentazione, energia, pianeta e vita hanno al centro una quinta parola: l’uomo. Tutto si riferisce all’uomo, alla vita dell’uomo, tutto è creato per l’uomo e all’uomo è affidato compito di usare i beni della Creazione, evitando i due estremi: l’ecocentrismo (la natura prima dell’uomo) e la distruzione del creato.

Occorre rileggere le prime pagine della Bibbia, il racconto della Creazione e i racconti del Libro della Genesi, scrive l’arcivescovo, per rendersi conto che Dio ha creato un mondo “imperfetto”, che richiede la responsabilità dell’uomo per portarlo a compimento. E allora Angelo Scola si chiede: “Cosa nutre la vita dell’uomo?”. Non solo il cibo naturalmente e la Chiesa propone la sua risposta a quella domanda col Padiglione della Santa Sede “Non di solo pane”, che rimanda a Dio Creatore e Padre, senza il quale la vita dell’uomo non ha senso.

Il volumetto “Cosa nutre la vita?” dà dell’EXPO una lettura laica, puntualizzando i molti temi che il titolo richiama, sempre avendo l’uomo al centro di tutto: il mito della tecnocrazia, la tragedia della fame, gli aiuti alimentari, la “sovranità alimentare”, le “piante geneticamente modificate”, i mercati e la finanza; e invita all’urgenza educativa, nelle scuole, sui mass media e in tutti gli altri enti e associazioni educativi (Chiesa compresa), su “La responsabilità di quanto ci è stato consegnato” (la custodia del creato) e “La comunione fra le generazioni”: “Tutto quello che riceviamo porta l’impronta dell’altro (dell’Altro), è a disposizione della generazione presente che, con le sue scelte quotidiane, lascerà alle generazioni future un mondo trasformato. Le motivazioni si trovano qui più potenti. Il denaro è un mezzo necessario, ma il vero intraprendere è mosso da queste più cogenti ragioni. Senza il desiderio di bellezza e di senso, infatti, il denaro è sterile o addirittura controproducente”.

Il card. Scola è filosofo e teologo e sviluppando questo concetto afferma: “Non si potrà pertanto, rispondere alla domanda “Cosa nutre la vita?” in modo efficace senza assumere in prima persona il compito di educare ad una rinnovata concezione dell’essere uomini”. Non è possibile ridurre in poche battute un volumetto di quasi 100 pagine, che dalla metà alla fine sviluppa appunto questa traccia: “educare ad una rinnovata concezione dell’essere uomini”, attraverso la trattazione di questi temi: Uno sguardo nuovo sull’uomo – Nuovi stili di vita – Un nuovo umanesimo – La cultura dell’incontro – Le risorse di Milano – Milano in Europa.

Scola sintetizza quasi il suo pensiero quando scrive: “Senza ripensare l’uomo, senza riproporsi la questione della grammatica dell’umano, l’unico sapere e saper fare di cui l’uomo contemporaneo si sente certo è quello tecnico-scientifico. A livello della gestione su grande scala questo significa primato dell’economico-finanziario… In esso i criteri del potere tecnico condizionano tutti gli altri (politici, sociali, etici, culturali, religiosi) privandoli della risorsa prima e indispensabile di un soggetto umano capace di mettere in discussione anzitutto se stesso”.

L’arcivescovo riafferma che “l’Expo 2015 è un’occasione privilegiata per trovare nuove sinergie tra capacità, risorse, progetti per una società civile come quella lombarda, che patisce una frustrante sproporzione tra le sue grandi potenzialità e le sue effettive possibilità”. E tale frustrazione non dipende da situazioni e condizioni strutturali e istituzionali esterne, ma da “una difficoltà intrinseca all’epoca che stiamo vivendo, in cui né l’energia spirituale e morale per unificare l’esistenza, né la capacità ideale e affettiva di progettare il futuro sono beni facilmente reperibili”. E richiama l’ultimo dopoguerra, quando c’erano nel nostro popolo grandi energie, speranze e operosità, che hanno risollevato Milano e l’Italia dalle macerie, accogliendo le comunità di immigrati “che collaborano sempre più a dare volto ai milanesi del futuro”. Ma allora nei milanesi c’erano “grandi capacità di lavoro e di solidarietà” e “una fedele appartenenza alle proprie radici”. Ecco, oggi, i valori del “dialogo sul bene comune” e “la costruzione di una società che valorizzi le realtà intermedie e le loro libertà”.

Per concludere il card. Scola scrive: “La Chiesa pensa umilmente di custodire da secoli i tratti essenziali di una grammatica dell’umano, non per sua capacità e merito, ma per l’evento di quella suprema rivelazione dell’uomo che è Gesù Cristo… Per questo la Chiesa porta in sé una permanente risorsa di rinnovamento e di ricomposizione dell’unità dell’uomo in tutte le culture e in tutte le circostanze storiche…Appare qui, nella giusta luce, l’apporto che anche oggi le religioni possono dare alla vita buona, che genera pratiche virtuose, all’interno di una società plurale come la nostra. Ciò mostra l’inadeguatezza di una concezione e di una pratica della laicità che pretendono di neutralizzare le religioni”. Ho letto e meditato con gusto e con gaudio il volumetto del nostro arcivescovo. Manca esattamente un anno all’apertura dell’EXPO 2015. I soggetti ed enti educativi milanesi, lombardi e italiani, sono ancora in tempo per trasmettere e concretizzare i valori di “Cosa nutre la vita?” al popolo italiano.

Piero Gheddo

 

 

Il divorzio 40 anni dopo

Quarant’anni fa, il 22 maggio 1974, il referendum abrogativo della legge sul divorzio approvata dal Parlamento nel dicembre 1970 (proposta dal socialista Loris Fortuna e dal liberale Antonio Baslini), venne approvato solo dal 40,7% dei votanti; il 59,3% aveva bocciato il referendum. Quel voto ha segnato l’agonia lenta ma costante del matrimonio e della famiglia tradizionali in Italia. Ricordo benissimo la compagna contro il divorzio a cui anch’io, per quel poco che contavo, mi sono impegnato, avendo sperimentato la bellezza e gioia di una famiglia unita e soprattutto, leggendo e meditando i testi di Paolo VI e dei vescovi italiani, mi rendevo conto che, col divorzio diventato legge di stato, iniziava il dissolvimento della famiglia e quindi della società italiana.

Ancora una volta si è avverato il detto dei latini “Lex creat mores”, la legge crea il costume. Oggi, 40 anni dopo, possiamo vederlo con chiarezza. Le famiglie regolari sono minoritarie, diminuiscono i matrimoni religiosi e civili, diminuiscono in modo drammatico i bambini. aumentano le libere convivenze e un numero sempre maggiore di giovani non si pongono più la meta di unire la propria vita ad una donna o a un uomo, per creare una famiglia stabile; rimandano la scelta decisiva e a 40 anni si ritrovano “singoli”. Trionfa “il sesso libero” invocato dai sessantottini, e nel Parlamento italiano sono in cammino le leggi del matrimonio fra i gay, le adozioni di bambini da parte di sposi o conviventi gay, le inseminazioni artificiali, l‘utero in affitto, il “divorzio breve” che risolve tutto in sei mesi, l’omofobia, ecc.

Le conseguenze sono tutte negative: si formano meno famiglie, nascono pochi bambini, e soprattutto i genitori precari danno vita a persone che portano dentro il tarlo della precarietà. Una giovane insegnante di scuola elementare qui a Milano mi dice che dopo pochi mesi di scuola già si possono individuare almeno alcuni dei bambini che non hanno genitori stabili, i cui genitori non sono uniti, bisticciano; l’insegnante non si può dire: “Obbedite ai vostri genitori” perché qualche bambino risponde: “Io due papà e mamma, a chi obbedisco?”. L’Italia manca di bambini (noi italiani diminuiamo di più di 100.000 unità all’anno!) e un certo numero dei giovani che ci sono, secondo Riccardo Gatti di una Asl milanese, “il 24% di ragazzi abusa di alcool e droghe” (Avvenire, 25 maggio 2014). Invece di andare all’oratorio, oggi molti giovani vanno in discoteca e certamente la loro formazione umana e morale non ci guadagna.

Il divorzio non è un problema dei cattolici. Lo diceva con forza il giurista prof. Gabrio Lombardi, laico non credente che presiedeva il “Comitato nazionale per il referendum sul divorzio”. Leggo in un suo ritaglio stampa di quel tempo questa profezia: “Se gli italiani approvano la legge sul divorzio, distruggono la famiglia tradizionale e la stessa società italiana, poichè la società si fonda sulla famiglia prima che sullo stato”. Aveva ragione, e con lui il Papa, i vescovi italiani e numerosi deputati Dc, compreso il segretario del Partito, on.le Amintore Fanfani, che si spese generosamente nella campagna contro il divorzio. “Ma il fronte cattolico si presentò diviso di fronte al divorzio – scrive lo storico Gianpaolo Romanato dell’Università di Padova (Avvenire, 25 maggio) – ma non bisogna dimenticare che era già diviso da prima, si era spaccato nell’immediato postconcilio”.

So bene che il problema è complesso. “E’un problema di diritti e di libertà, dicevano i divorzisti. L’amore dura fin che dura, se due sposi non si amano più è meglio che si separino e si sposino di nuovo”. Il Sessantotto ha lanciato il tema dei “diritti”, tutto era diritto, ma di “doveri” non si parlava e non si parla quasi più. Papa Francesco ha detto recentemente: “Ogni bambino ha il diritto di avere un papà e una mamma”. Ma questo diritto non si ricorda mai, non esiste più. Come al solito prevale il diritto (o il capriccio, l’egoismo) dei più forti. Il sessantotto ha imposto alcune delle tante ideologie di cui ancora soffriamo: il relativismo, l’individualismo e si perde il senso della vita. Se non esiste più una verità assoluta non esistono più valori assoluti, quindi nulla per cui valga la pena di spendere la vita. Il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato un articolo intitolato: “Quella legge che cambiò l’Italia” (25 maggio 2014). Non so cosa ne pensano i lettori, per me l’ha cambiata in modo estremamente negativo.

Piero Gheddo