Chi è per te Gesù Cristo?

Sta iniziando la Quaresima, che specialmente in quest’Anno dedicato al Giubileo della Misericordia, significa che “dobbiamo tutti convertirci a Cristo”, come ha detto Papa Francesco. E allora ciascuno deve chiedersi: Chi è per te Gesù Cristo?  Interrogativo fondamentale per un paese di battezzati come l’Italia. Io risponderei così: Ho avuto da Dio il dono di un’autentica formazione cristiana, essendo nato in una famiglia di profonda fede e vita evangelica. La fede è nata in me come la lingua italiana, me l’hanno trasmessa i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, che fin da bambini piccoli ci facevano pregare assieme in famiglia con varie preghiere e il Rosario serale, ci portavano in chiesa e a socializzare e aiutare le famiglie povere. Mamma Rosetta morì nel 1934 quando avevo cinque anni e papà Giovanni andò in guerra nel 1940 e morì in Russia nel 1942. Mi ha allevato ed educato la nonna Anna che diceva sempre: “Tu stai con Gesù e Gesù starà con te”, che è il ritornello della mia vita. Quand’ero bambino e lei mi raccontava la storia di Gesù e di Maria, la sua e mia Madre celeste, io piangevo. Se nel nostro paese di Tronzano vercellese, c’era qualche scandalo o disgrazia, la nonna chiamava noi tre ragazzini accanto a sè, ci faceva pregare e poi diceva: “Cosa farebbe Gesù in questa circostanza? Cosa direbbe la Madonna?”. Nonna Neta (Anna) era semi-analfabeta (I elementare e poi al lavoro), ma aveva educato i suoi dieci figli, poi noi tre nipoti, con l’intelligenza della fede e del cuore. Citava spesso frasi del Vangelo imparate a memoria.

Sono diventato sacerdote missionario, ho avuto santi sacerdoti che mi hanno guidato, mi sono laureato in teologia missionaria, ma i genitori e la nonna Anna mi hanno educato alla fede. Rosetta e Giovanni, ancor oggi sono ricordati come santi nel mio paese, quando si sono sposati nel 1928 hanno pregato perchè almeno uno dei loro figli o figlie consacrasse la sua vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. Il Signore ha scelto me e di questo sono ancora grato a mamma e papà, perchè la mia vita è stata piena di gioia pur nelle prove, tentazioni, sofferenze e intenso lavoro, che sono il retaggio comune degli uomini.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. E’ tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l’unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei affetti e pensieri. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia vita e in questi anni che Dio mi concede di vivere vorrei diventare sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei Vangeli.

Chiedo al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa che ho celebrato il 29 giugno 1953 nel mio paese di Tronzano vercellese; di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata. Mi chiedo se l’annunzio che faccio di Cristo con la vita, gli scritti e la parola, è ancora un messaggio di gioia, di quella gioia che gli angeli comunicavano ai pastori nella “notte santa”: “Oggi nella città di Davide è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore” (Luca, 2, 10-11).

All’inizio degli anni Duemila ho tenuto una conversazione ad Arezzo dal titolo: “Gesù, pietra d’inciampo”. La missione della Chiesa diventa sempre più difficile perché Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: “Scandalo per gli ebrei e follia per i pagani” diceva San Paolo (1 Cor. 1, 23). La crisi mondo cristiano é una crisi di fede in Cristo, unico Salvatore dell’uomo, dell’umanità. Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli idoli: denaro, sesso, carriera, potere, gloria, superstizioni, “religione fai da te”, maghi, oroscopi, ecc. Il sociologo Franco Garelli conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia “la religione è forte ma la fede vacilla”.

Negli anni 1992-1994 ho parlato tutti i sabati sera alla Tv di Rai-Uno, spiegando il Vangelo domenicale, con un ottimo indice di ascolto (parlavo dalle 19,30 alle19,45, poco prima del telegiornale). Un amico giornalista della RAI-Uno mi ha detto: “Tu parli spesso della salvezza in Cristo, ma c’è un abisso fra l’ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l’unico che può salvare l’umanità dall’egoismo, dall’odio, dalle guerre. Ma non c’è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa, per voler bene al prossimo. Per cui, se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all’onestà e all’amore, mi sta bene, cerco di fare anch’io così. Ma se la Chiesa, a nome suo, mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell’amore come ispirazione per la nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede”. Gli ho risposto dandogli una citazione di don Primo Mazzolari, che in un suo libretto sul sacerdozio ha scritto: “La mia missione di prete è di amare e vivere in Gesù Cristo, testimoniarlo e portarlo agli uomini. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui. Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito”.

Nel nostro tempo l’identità cristiana è molto debole. Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui il cristianesimo sembrava ridotto ad una morale. I “valori evangelici” sono apprezzati da tutti (amore, pace, giustizia, solidarietà), ma la fede e l’imitazione di Cristo molto meno. Si prende il messaggio e non il messaggero: l’annunzio che solo Cristo salva l’uomo è considerato “integrismo”.

La salvezza in Cristo è stata secolarizzata. Il cristianesimo é spesso ridotto ad una specie di “religione dell’umanità” (come volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società filantropica e di riferimento morale. Oggi la Chiesa è vista bene da molti, come strumento di pace sociale, come richiamo all’etica, come assistenza ai poveri, ai marginali, ai drogati, ai popoli del “terzo mondo”. La Chiesa pilastro della società, non perché predica Gesù unico Salvatore dell’uomo, ma perché pone rimedio, con i suoi preti, suore, volontari, istituzioni caritative ed educative, ai disastri delle “strutture di peccato” nelle quali siamo tutti immersi. Insomma, si riduce il cristianesimo ad un sistema morale e consolatorio dell’uomo alienato dal capitalismo e dal materialismo, passando da Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell’uomo, ai “valori morali” che sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il “discorso dei valori”, che ha senso solo se centrato sulla persona di Cristo.

In Cina, visitando nel 1980 il seminario della diocesi di Sheqi, ho incontrato una ventina di giovani e uomini che studiavano da sacerdoti, senza libri (infatti ci chiedevano libri sacri e il Concilio Vaticano II in cinese), senza biblioteca, quasi senza insegnanti. Due soli sacerdoti dirigevano il seminario: il vescovo stesso e il parroco della cattedrale, factotum della diocesi. Ho chiesto al vescovo (vent’anni di carcere) come è possibile formarli alle scienze sacre e mi ha risposto: “Noi qui preghiamo molto e formiamo uomini innamorati di Cristo e forse prossimi martiri per la fede”.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. Ecco la domanda da porre a chi si dice cristiano. La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dall’esistenza quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. Giovanni Paolo II è stato chiaro: la missione è comunicazione di un’esperienza, per cui “il vero missionario é il santo” (“Redemptoris Missio”, 90). “Chi vive veramente il Vangelo vale di più, per la missione alle genti e la nuova evangelizzazione, di tutti i piani pastorali e i documenti e i comitati, perché il Santo è il Vangelo vissuto oggi”, come diceva e ripeteva al Consiglio pastorale diocesano il Card. Carlo Maria Martini.

Dobbiamo essere innamorati di Gesù! San Paolo diceva di essere stato “afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12) : “Mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. E aggiungeva: “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo” (Filippesi, 3, 7-8). Nelle lettere di San Paolo ricorre 164 volte l’espressione: “In Christo”, cioè la vita in Cristo. Concludo: A chi lo cerca davvero, Cristo si fa trovare. E quando l’hai trovato non lo lasci più, perché è bello stare con Lui.

Piero Gheddo

La missione alle genti a Fang (Thailandia) 2015

Il primo Blog dell’Anno 2016 comunica ai lettori una buone notizia. La missione alle genti continua, nuove popolazioni conoscono Gesù Cristo, sentono il gioioso stupore di amarlo, entrano nella Chiesa e si impegnano per farlo conoscere. Il racconto di padre Gianni Zimbaldi, mio coscritto del 1929, missionario prima in Birmania (1957-1966) e poi nel Nord Thailandia (dal 1972 ad oggi), semplice e denso di fatti, convince più di tanti ragionamenti. Spesso si sente dire che la missione alle genti è finita, è compito delle Chiese locali. Ebbene, non è così. La missione alle genti continua, non solo in Africa, ma in diversi paesi dell’Asia e Oceania anche con missionari stranieri (a volte con varie limitazioni), almeno come sperimentiamo noi del Pime in Bangladesh, India, Birmania, Hong Kong, Cina,Thailandia, Cambogia, Filippine, Giappone, Papua Nuova Guinea; ma anche in altri paesi asiatici. Buona lettura di questo gioioso lampo di luce dagli Atti degli Apostoli attuali, là dove la Chiesa nasce adesso. Piero Gheddo.
Caro padre Piero,
gli auguri per l’Anno nuovo 2016 mi offrono l’occasione per inviarti buone notizie del distretto missionario di Fang nel Nord Thailandia, da me fondato nel 1972 partendo da zero. Ora c’è il nuovo parroco, il milanese padre Marco Ribolini, 42 anni, in Thailandia dal 2004 e anche un vice-parroco nero, che viene dal Brasile, padre Lorenzo Braz de Oliveira, in Thilandia da quattro anni, incaricato di seguire i bambini/e nell’ostello di Fang. Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti nella diocesi di Chiang Mai, i cristiani battezzati non arrivavano a 20.000. Ora sono più di 60.000 e ci sono 20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina.
Il vescovo non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose che vogliono lavorare nella diocesi, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la divisione con la fondazione di un nuovo distretto a Ban Theut Thai. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano.
Come tutti gli anni, anche quest’anno nel distretto ci sono un centinaio di adulti che si preparano a ricevere il battesimo. Sono catecumeni che vivono in villaggi cattolici da alcuni anni, frequentano le funzioni religiose e chiedono di essere ammessi ai sacramenti. Li segue un catechista e quando sono pronti si battezzano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti.
La missione ha due ostelli a Fang e a Ban Theut Thai (100 chilometri lontano da Fang) quest’anno abbiamo 170 ragazzi/e, che sono il futuro della comunità cristiana. Nell’ostello di Fang c’è padre Lorenzo de Oliveira e ci sono suore che lavorano, ma sono indiane e pachistane; a Ban Theut Thai (dove ci sarà il nuovo distretto missionario) non ci sono padri né suore. Diversi ex-alunni/e di questi ostelli ora sono capovillaggio, guidano il servizio religioso festivo nella cappella e si dimostrano responsabili nelle famiglie che si sono formate. La gente capisce l’importanza di una educazione civile e cristiana e mandano  i loro figli all’ostello, anche se questo richiede un sacrificio economico. Fra tanti bambini/e e ragazzini/e nella missione di Fang non ci si annoia mai e la vita scorre tra qualche contrattempo, ma anche con momenti piacevoli che vengono dalla voglia di vivere e dai sorrisi di questi bambini/e.
Lo scorso aprile, in un villaggio A kha è stata  benedetta una nuova cappella di legno rialzata, in modo che sotto c’è uno spazio libero da usare  per i raduni della gente. In un altro villaggio A kha in  giugno ho benedetto e celebrato la prima S. Messa in una nuova cappella, costruita in muratura e  nella quale possono sedersi comodamente più di 130 persone. Queste cappelle stabili sono volute dalla gente che, secondo le loro possibilità, si tassa per contribuire alle spese. Nei miei 43 anni a Fang il Signore mi ha aiutato a costruire cappelle stabili (in legno o in muratura) in 32 villaggi. L’esperienza mi insegna che le cappelle stabili rafforzano la fede dei cristiani, che sono orgogliosi di avere un luogo decente dove radunarsi per le funzioni religiose, per le istruzioni catechetiche o per altri incontri.
La settimana scorsa, da vari villaggi 48 uomini (catechisti responsabili del servizio liturgico nei villaggi) sono venuti per un incontro di due giorni. Sono il braccio destro del missionario: dirigono la preghiera festiva nelle cappelle e, quando ci sono ammalati, vanno a pregare nelle case. Essi mantengono viva la fede nei villaggi che il sacerdote può visitare soltanto ogni due, tre mesi.
Il 9 dicembre, in un villaggio A kha abbiamo festeggiato solennemente una ragazza A kha che ha fatto la sua professione religiosa. E’ la prima Suora di etnia A kha della Thailandia che dona la sua vita per servire il Signore. Per la festa sono intervenuti centinaia di cristiani per ringraziare il Signore per il dono fatto alla tribu’ A kha chiamando al suo servizio una della propria gente. Lo scorso giugno il vescovo di Chiang Mai aveva consacrato il primo sacerdote della Thailandia di etnia A kha. Questi eventi sono motivo di gioia per noi missionari perche’ la parola del Signore si radica fra queste popolazioni e, gradualmente, saranno in grado di continuare il ministero religioso da soli, senza l’aiuto di personale proveniente dall’estero.
L’aspetto più consolante delle conversioni di adulti è che questi nuovi battezzati (neofiti) entrano nella Chiesa con un grande amore a Gesù Cristo e il fuoco dello Spirito Santo nel cuore. Spontaneamente parlano di Gesù e trasmettono la fede in Cristo con l’esempio e il racconto di quanto è bello amare Gesù: se lo cerchi si fa trovare e se lo trovi, non lo lasci mai più, perché è bello rimanere con Lui.
Due mesi fa viene a trovarmi un capoillaggio pagano e mi dice: “Padre, tre famiglie cristiane dalla Birmania sono venute ad abitare nel nostro villaggio, non si uniscono alle nostre pratiche pagane, ma la domenica si radunano in una casa per la preghiera. La loro vita nel villaggio è un esempio per noi, e anche noi abbiamo deciso di farci cristiani. Per questo ti chiedo un catechista, perche’ anche noi possiamo conoscere l’insegnamento di Gesu”.
Un giovane orfano che avevo preso alla missione quand’era ragazzo, un giorno viene a dirmi che voleva tornare con la famiglia che si era formato al suo villaggio tra i suoi parenti ancora pagani. Io cercavo di dissuaderlo dicendogli che il villaggio è lontano, i parenti sono pagani e non sanno nulla di Gesu: “Se vai a vivere in un ambiente pagano, diventate pagani anche tu e i tuoi cari”. Ma lui ha voluto tornare. Un anno dopo tre uomini si presentano alla missione e mi dicono: “Quel ragazzo che tu hai educato nella missione è tornato fra noi con la sua famiglia e i suoi figli. Quel giovane parente è di esempio a tutti noi, è amico di tutti, sa perdonare le offese e quando ci sono ammalati o gente in difficoltà lui si impegna ad aiutarli. Nella sua casetta ha messo un’immagine sacra davanti alla quale prega con la sua famiglia e nelle conversazioni ci parla spesso di Gesù e dei cristiani. Abbiamo capito che l’insegnamento di Gesù ci aiuta ad essere buoni, per questo vogliamo diventare cristiani come lui, e ti chiediamo di inviare un catechista a vivere con noi”.
Giovanni Zimbaldi

Francesco chiede ai giovani di diventare missionari

Nell’udienza generale dedicata al suo viaggio in Africa (2 dicembre), Papa Francesco ha ricordato l’incontro con una suora italiana a Bangui, di 81 anni con una bambina che la chiamava “nonna”. La suora infermiera e ostetrica è in Africa da quando aveva 24 anni. Francesco si commuove e dice: “E come questa suora, ci sono tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello vedere questo”.

Sempre parlando a braccio, aggiunge: “Io mi rivolgo ai giovani: se tu pensi a cosa vuoi fare della tua vita, questo è il momento di chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”.

In Uganda, nel ricordo dei Martiri ugandesi e di Paolo VI, il Papa dice: «Sarete miei testimoni» (At 1,8)…Avrete la forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari”. Tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo.

L’appello del Papa per le vocazioni missionarie va ripreso. I missionari italiani fra i non cristiani e in America Latina (preti, fratelli, suore, volontari laici) sono ancora più di 10.000, ma rapidamente diminuiscono; li ho trovati nei paesi più difficili, come Somalia, Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Libia, Namibia, Ruanda, Burundi, Congo, Papua Nuova Guinea, Birmania, Pakistan, ecc. I vescovi locali lamentano la loro diminuzione e chiedono giovani rinforzi.

Com’è la vita missionaria? Ecco la mia personale esperienza. Quand’ero ancora nelle elementari, Gesù mi ha chiamato a seguirlo e io gli ho detto di sì. Mi fidavo di Gesù e oggi, a 86 anni e dopo 63 di sacerdozio e di missione, posso dire che ho avuto una vita serena, con tante fatiche, percoli, persecuzioni e sofferenze, ma una vita piena di entusiasmo e di gioia e non cesso di ringraziare Gesù che mi ha chiamato..

Felice perché? Perché il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti i popoli e tutti gli uomini hanno bisogno. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola vita. Io sono vissuto e continuo a vivere con uno scopo forte e ben preciso: essere innamorato di Gesù e farlo conoscere e amare. So che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”.

Nelle mie visite alle missioni, ho incontrato tanti missionari felici di spendere la vita per far conoscere e amare Il Signore Gesù.
Ecco in breve il beato ClementeVismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, che è l’icona della missione alle genti del secolo scorso. Sono andato a trovarlo in Birmania nel 1983, quando aveva 86 anni e mi parlava del futuro suo e della sua missione. Raccontava che aveva deciso di farsi missionario dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare: “Sono vissuto tre anni sempre in trincea e ho visto tante di quelle carneficine, distruzioni, odio e violenze gratuite che mi sono convinto: solo per Dio vale la pena di spendere la vita. E mi son fatto missionario”.

Anche i giovani d’oggi sono in una situazione simile: la società italiana si sta autodistruggendo per la corruzione e le immoralità e ha perso le sue radici e la sua identità cristiana. Così è assediata da un islam giovane e guerriero che vuole convertirci a Dio e alla legge islamica (sharia) e ci minaccia da vicino.

Anche oggi solo per Dio vale la pena di spendere la vita. Il giovane cattolico deve chiedere al Signore Gesù: “Cosa debbo fare della mia vita?”. E se Gesù ti chiama, non dirgli di no. Ti ha promesso il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna in Paradiso. Fidati di Lui.

Ho scritto la biografia del Beato Clemente (“Fatto per andare lontano”, Emi 2013). E’ un romanzo d’avventure, non inventate come quelle di Emilio Salgari e di tanti altri, ma tutte vere e autentiche, come hanno confermato più di cento testimoni della sua vita al Processo canonico di beatificazione.

Avventure umane affascinanti, non pochi lettori di “Fatto per andare lontano” mi hanno detto che chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine, anche per la curiosità di vedere come si svolge e va a finire la vita di questo sergente maggiore della prima guerra mondiale, che diventa “cacciatore di tigri e di anime”, vive e lavora per 65 anni fra un popolo tribale che sta uscendo dalla preistoria, in un ambiente forestale popolato da animali selvatici e da milioni di insetti, abitando per sei anni in un capannone di fango e paglia (quando pioveva doveva aprire l’ombrello sul suo giaciglio), molte notti passate all’addiaccio in foresta (col fuoco acceso per tener lontani gli animali selvatici), abituato a mangiare come i locali (riso con peperoncino, pesciolini di torrente, erbe e radici tritate e bollite), prigionia e dittature persecutorie, briganti di strada e contrabbandieri d’oppio (nel “Triangolo d’oro” dove si produce il 40% dell’oppio mondiale), febbre nera fulminante e lebbra… Ma la gioia nel cuore era grande e Gesù aiutava a superare tutte le dfficoltà.

Clemente visitava i villaggi pagani e prendeva bambini e bambine da portare in missione dove le suore li allevavano e li facevano studiare, con l’aiuto di vedove cacciate dai villaggi. Clemente si innamorava dei poveri, dei piccoli, dei diseredati, dei nullatenenti. Li portava tutti in missione, li faceva lavorare secondo le possibilità di ciascuno e dava loro una dignità nuova: mantenersi col proprio0 lavoro. Così è nata la Chiesa locale e Clemente ha fondato cinque nuove parrocchie partendo da zero, con decine di migliaia di cristiani e tutte le strutture necessarie, persino un ospedale tenuto dalle suore di Maria Bambina.

E’ morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato” dicevano i confratelli; la gente lo chiamava “il prete che sorride sempre” e al funerale una marea di popolo, anche buddisti e musulmani, piangevano la sua morte; e al processo diocesano per la beatificazione parecchi hanno fatto giornate di cammino per venire a Kengtung a dare la propria testimonianza.

Il motto del beato è “Fare felici gli infelici”, che è anche il titolo del volume sulla personalità e la spiritualità di Clemente (EMI, 2014). La sua è una spiritualità schietta e semplice ma fortissima, basata su una verità nata dall’esperienza vissuta del Vangelo: “La vita è bella solo se la si dona”. Una vita tutta spesa per “fare felici gli infelici”.
Questo libro è dedicato ai giovani,
soprattutto quelli alla ricerca di un ideale per spendere bene la vita.

Buon Natale di Gesù a tutti dal vostro

Piero Gheddo

3. «Io manderei in Paradiso anche i peccatori»

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la Misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli sa che l’Occidente cristiano si è allontanato dalla Chiesa e dalla vita cristiana e questo ha imbarbarito le nostre società e i nostri popoli ancora nominalmente cristiani (espressione massima di questa barbarie è la teoria del “gender”). E’ stato mandato dallo Spirito per riportarci tutti a Dio e a Cristo, accettando la misericordia e il perdono di Dio.

Francesco è un Papa missionario (ha un’esperienza pastorale come nelle missioni), ma parla poco della missione alle genti. Lui ha una visione globale dell’umanità ed è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Ha affidato l’organizzazione dell’Anno della Misericordia di Dio al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che riguarda appunto i paesi e i popoli cristiani. Insomma, tutto il Pontificato di Francesco è impostato per riportare i cristiani a ritrovare le radici biblico-evangeliche della nostra civiltà, orientando la cultura e l’educazione di conseguenza. Come diceva Tony Blair in un discorso al Parlamento dell’Unione Europea all’inizio degli anni 2000: “L’Europa può superare le sue crisi solo ritornando al Vangelo, che ha fatto grande la nostra civiltà”.

Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee, Francesco ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare C missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne”. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e crede davvero che l’Anno della Misericordia di Dio può iniziare un graduale ritorno dell’Europa, dell’Italia a Cristo. Crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione”, ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa.

Parlo con un parroco d Vicenza che mi dice: “Tutti o quasi tutti ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione personale non ha ancora scosso e morsicato la carne viva dei nostri fedeli. Noi siamo i puri, andiamo in chiesa, la conversione riguarda i peccatori”.

Temo che questo appello di convertirci personalmente a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto proprio da non pochi di noi, preti e cristiani “praticanti”. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se egli è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita.

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; e se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Lo spirito missionario dell’Anno della Misericordia è espresso bene in questo articolo del beato Clemente Vismara, che viveva visitando i suoi tribali nei loro poveri villaggi: per 65 anni con gli ultimi della terra (“la Chiesa in uscita”). Portava nella sua persona “l’odore delle pecore” (come vuole Papa Francesco) e aveva una visione paterna delle miserie umane e un cuore grande come il mondo. Clemente descrive un suo parrocchiano pagano (“un miserabile oppiomane”) e conclude in modo imprevisto,com’è imprevista la Misericordia di DIO, che arriva fin dove noi non possiamo nemmeno immaginare. Buona lettura, lasciamoci portare dall’onda calda di un missionario, scrittore da antologia letteraria, che viveva con gli ultimi della terra (su “Vogliamoci bene” marzo 1976).

UN MISERABILE OPPIOMANE

Tre mesi fa circa è morto e nello stesso giorno venne sepolto un uomo. E’ morto solo, come un cane nel bosco…. Scopo della sua vita, unico suo ideale era l’aver da fumare oppio; ottenuto quello si sdraiava sul suo duro giaciglio e dormiva. Tutto il resto passava in seconda linea; fossero la sua brava e buona moglie, i suoi tre figli piccplini. Un perfetto e miserabile oppiomane.

Da tutta la sua gente di tribù Ikò era ritenuto un invasato dagli spiriti cattivi; noi diremmo un indemoniato. La sua presenza nei villaggi faceva morire la gente. Nessun villaggio pagano osava dargli ospitalità; nessuno lo voleva, lo poteva ricevere. Ch’io sappia dovette cambiar villaggio cinque volte ed ogni volta gli fu bruciata la capanna.

Era ormai persuaso del suo infelice destino, non gli rimaneva altro che abitare tutto solo, con la famiglia nel bosco. Viveva alla giornata. I soldi, che più o meno onestamente poteva avere, li consumava in oppio; che fosse padre di famiglia e dovesse provvedere alla moglie ed ai figli, manco ci pensava. Alla moglie, che aveva 29 anni, sembrava che il sistema del marito fosse normale: “Lui è mio marito – diceva – tutto quello che ho è suo. Se ha voglia di fumare e non ha soldi – poveretto – perché non prendere i soldi che ho?”. Dei quattro o cinque figli che ebbe ne rimanevano tre, tutti maschi, otto, quattro e due anni. “I figli – diceva – li ha fatti la moglie e lei se li mantenga”.

Respinto da tutti i villaggi, sperò di risolvere il suo problema economico rifugiandosi dal prete (cioè dal padre Clemente, n.d.r)., che nei primi giorni lo aiutò a vivere. Ma i soldi andavano a finire nel botteghino dell’oppio. Era irrimediabile. “Vorrei non fumare, ma se non fumo muoio” – diceva al prete che lo consigliava si smettere.

In questo tempo avvenne pure che la moglie di Lophì desse alla luce un altro figlio. Solo la suora entrava nella sua capanna e vedendo la miseria della famiglia, regalò alla donna una scatola di latte condensato che costava kiats 9. Uscita la suora dalla capanna Lophì, presa la scatola, l’andò a vendere a kiats 5. In una seconda visita la suora regalò alla partoriente – non aveva nulla da mangiare – una gallina; il marito era uscito di casa. Cotta la gallina ai ferri, la donna coi tre figlioli mangiò mezza gallina e l’altra metà la ripose per consumarla il giorno seguente. Tornato il marito, manco a dirlo, si mangiò tutto solo la seconda metà.

Voi lo mandereste all’inferno un marito simile?

Io no, ma forse, dopo oltre mezzo secolo di servizio nel bosco, ho perso il senso, come dire, della…civiltà; non mi pare però di essere selvatico. Chi ha insegnato a vivere al povero Lophì? Quale istruzione ebbe? Quali beni, quali comodi ebbe in vita sua? Lophì è nato ed è morto, e resta detto tutto. Star male di qua e peggio nell’aldilà, ci par giusto? E via… siamo un po’ buoni, un po’ di felicità concediamola a tutti.

Attualmente, qui da noi non c’è pace: una guerriglia veramente debilitante; provare per credere! I rossi comunisti vogliono impossessarsi del nostro paese. Vogliono venir qui a mangiare il nostro riso. Perbacco! Non ne abbiamo a sufficienza per noi; un anno si un anno no soffriamo la fame, come possiamo regalarne a loro? I soldati birmani ci difendono, combattono per noi. Noi non abbiamo nessun mezzo di difesa, abbiamo solo le gambe per scappare. Giustamente i birmani vogliono che noi almeno li aiutiamo nel trasporto delle vettovaglie e delle munizioni. Per turno, ogni villaggio, su richiesta, per il trasporto in prima linea. La regione è montagnosa. I comunisti stanno solo sui monti, danno continua noia a quelli del piano facendo incursioni e minando le strade. Fanno delle vittime inutilmente e chi più ci rimette sono i poveri: chi ha mezzi si cerca un sostituto che vada in sua vece e paga salato. Ho sentito dire fino a kiats 400 per volta! Naturalmente, per Lophì questa era una buona occasione: con un viaggio di un giorno o due avrebbe avuto soldi per fumare un mese senza tanto lavorare. Il lavoro non gli era mai andato a genio, il pesante lavoro dei campi era tutto a carico della moglie. Nel ritorno da questo servizio di trasporto Lophì inciampò in una mina messa dai rossi nel mezzo della strada; ne riportò una larga ferita alla gamba sinistra, riuscì a tornare alla sua capanna, ma non essendoci medici o gente pratica di feriti non riuscì a fermare il sangue e dopo alcuni giorni morì dissanguato. Così mi raccontò la moglie.

Morto, lei lo avvolse nella coperta, la sola che aveva; legato con viticchi, come un salame e nello stesso giorno sepolto nel bosco poco lontano dalla sua capanna. Quando si dice che Lophì è nato e morto, è detto tutto e nessuno piangerà, manco la moglie.

I motivi per cui io lo lascerei entrare in Paradiso, sono almeno due:

1°) Lophì è morto per causa di servizio, ossia di dovere. Se i soldati birmani restassero senza munizioni avremmo i comunisti in casa e ci porterebbero via il nostro riso. Senza mangiare si muore. Noi abbiamo una bella Chiesa ove pregare e preghiamo tre volte al giorno, come mangiamo tre volte al giorno. Se questi comunisti scendessero dai monti, convertirebbero la nostra Chiesa in magazzino.

2°) Priva del marito la moglie, che si chiama Budô, chiese aiuto alla sua vecchia madre pagana, che abita in un villaggio poco lontano. La madre fece costruire per la figlia e prole una piccola capanna, ma i seniori del villaggio che conoscevano e ritenevano Lophì indemoniato, data poi la sua tragica fine, che stimavano una vendetta degli spiriti, pensarono che gli spiriti erano entrati nel corpo della moglie di Lophì, quindi non permisero che la povera donna entrasse nel loro villaggio.

Conclusione: se Lophì non moriva per causa di servizio, la moglie vivrebbe ancora nel bosco sola coi tre figli, non avrebbe altro che patir la fame, non sarebbe ricorsa al missionario, il cui ufficio è appunto quello di rendere felici gli infelici ed aprire il Paradiso ai pagani. Il primo figlio di otto anni è con me e va a scuola. Gli altri due piccolini stanno in convento con le suore. Han finito di patire poveretti, ma questi due hanno patito troppo. Fa loro male il ventre e piangono; speriamo si possano riavere. Il primo lavoro delle suore fu di fare un bel bagno con acqua calda ai due bambini; poi trovare per loro un vestito adatto e infine farli sedere a mangiare riso caldo con condimento.

La morte del solo Lophì ha donato la vita a quattro creature del buon Dio e chi ha salvato altri, salva se stesso. Anche lo stesso missionario per salvare se stesso deve salvare gli altri. Vi pare che il mio ragionamento corra bene? E via… siamo un po’ buoni, il nostro cuore non è un cuore da pagani: tutti desideriamo un po’ di felicità, se non di qua almeno nell’al di la.

Vivendo da oltre mezzo secolo coi più poveri, forse ho perso il senso della giustizia, forse io sono troppo ottimista. Io manderei in Paradiso anche i peccatori. Basterebbe che tentassero di compiere una piccola buona azione per entrare nel Regno di Dio. Ma dicevano gli antichi: dura lex, sed lex.

Orribil furono li peccati miei
ma la bontà infinita ha sì gran braccia
che prende chi si rivolge a lei.

Clemente Vismara

Perché l’Anno Santo della Misericordia di Dio?

(Il Blog sulla Misericordia di Dio è diviso in tre parti: due sono quelle pubblicate oggi, la terza conclusiva fra alcuni giorni)

Papa Francesco ha così sintetizzato lo scopo dell’Anno Santo della Misericordia di Dio (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016): “affinchè la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa in senso pastorale, missionario, con la Misericordia di Dio e la condivisione verso i lontani, i più poveri in tutti i sensi.

1 – Siamo tutti peccatori bisognosi di misericordia

Bisogna partire dalla convinzione che abbiamo tutti bisogno del perdono di Dio. Il Venerabile dott. Marcello Candia a chi gli diceva che era un santo rispondeva: “Chi ha avuto molto deve dare molto. Io ho ricevuto tantissimo da Dio e dai miei genitori. Se ho ricevuto cento e rendo ottanta, rendo meno di chi ha ricevuto dieci e rende nove”. Il confessore di Madre Tersa, un gesuita, ha detto che la Madre aveva una certa paura della morte, perché diceva: “Dio mi ha dato tanto e io ho corrisposto così poco!”.

Papa Francesco al giornalista che gli chiedeva:”Cosa pensa di un omosessuale?” rispondeva: “Chi sono io per giudicare il mio prossimo?” («Non giudicate e non sarete giudicati», diceva Gesù). E quando un altro gli ha chiesto: “Lei chi è?”, ha risposto: “Io sono un peccatore”. Bella risposta! Il Papa stesso si riconosce di essere un peccatore davanti a Dio.

In questo nostro tempo tempestoso, in cui sembra che il male prevalga sul bene in Italia e nel mondo, Francesco vuol estirpare questo modo di vedere: la Chiesa, comunità dei buoni, deve chiudersi in difesa della verità e del piccolo gruppo degli eletti. Il Papa dice e ripete un principio della pastorale missionaria: “la Chiesa in uscita”, i preti e gli operatori pastorali che portano la Parola di Dio ai non credenti e non cristiani, condividono e soffrono i loro problemi e sofferenze, aiutandoli, testimoniando la vita secondo il Vangelo. Questo era lo stile di Gesù e dei suoi Apostoli e discepoli.

Nei suoi 65 anni di missione in Birmania, il beato padre Clemente Vismara (icona della missione Ad gentes nel nostro tempo) ha fondato cinque parrocchie con decine di migliaia di cristiani partendo da zero. All’inizio scriveva: “Se voglio vedere un altro cristiano nel raggio di 130 km. /(la distanza tra la sua missione e il prefetto apostolico) debbo guardarmi nello specchio”. Lui visitava continuamente i villaggi pagani ed educava i catechisti e i cristiani a fare lo stesso. Ecco cosa scriveva al suo grande amico e benefattore Pietro Migone (25 luglio 1961): non si considerava certo un giusto, un santo fra i peccatori:

“A volte, quando celebro la Messa penso che mi è necessario essere un peccatore. La Messa è tutta infarcita di “Domine, non sum dignus” (Signore non sono degno), “Mea culpa” (Mia colpa), “Ne in aeternum irascaris nobis” (Non arrabbiarti con noi in etermo), “Si iniquitates (plurale) observaveris Domine, quis sustinebis?” (Se tu guardi ai nostri peccati, Signore, chi potrà sostenere il tuo giudizio?), ecc. S’io fossi un’anima candida direi bugie. Alle parole bisogna dare il valore che hanno, e di questo parere, credo sia anche il Signore….”.

Le ideologie atee che nel Novecento hanno prodotto decine di milioni di morti (senza liberare nessynoopolo!), comunismo e nazismo, proclamavano tutto il contrario delle Beatitudini di Gesù. Lenin scriveva nel suo “Cosa fare?” che le masse dei poveri hanno un’arma formidabile contro i ricchi: l’odio, bisogna odiare con tutte le nostre forze coloro che ci opprimono perché l’odio aumenterà la nostra forza nel combattere per la giustizia.

Friedrich Nietzsche nel suo “L’Anticristo” scriveva: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande perversione, l’unico marchio di abominio dell’umanità”. Nel suo libro “Così parlò Zarathustra”, ha stilato una specie di contro-vangelo al Discorso sulla Montagna di Gesù.”L’uomo – si legge – potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando i concetti del bene, del male e del peccato”.

Disprezzava la misericordia, i deboli, gli handicappati, le razze indegne della vita., Sognava un mondo dominato dai Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini “inferiori, mediocri e comuni”, per cui “lo Stato è in favore dell’individuo più forte (l’uomo eletto che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura”. Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Piero Gheddo

2. Il Dio dei cristiani perdona

Nella storia dell’umanità il vero rivoluzionario è Gesù Cristo; ha rivelato il volto di Dio, Creatore e Padre di tutti gli uomini, che perdona i loro peccati.”Dio è Amore” scrive San Giovanni e Gesù ha numerose espressioni sulla misericordia di Dio e sul nostro dovere di perdonare le offese: “Siate misericordiosi e otterrete misericordia… Perdonate non sette volte, ma settanta volte sette… Le sono perdonati i suoi molti peccati…Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno…”.

Nei due anni e mezzo del suo pontificato Francesco ha ripetuto tante volte questi concetti: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”.

Dio Padre misericordioso è uno dei tanti valori della Rivoluzione

dell’Amore portata da Gesù nella storia dell’umanità, indispensabili per lo sviluppo anche psicologico della persona umana e il progresso della società (si pensi al valore del perdono per la pace!). In altre culture e religioni, la vendetta è sacra. Nel 1986 in Giappone i missionari mi dicevano che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio!

Il padre Luigi Soletta del Pime era parroco a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddhista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono migliaia di statuette del Buddha, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta. “L’aborto, mi dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della bontà e del perdono, a volte sono oppressi da un senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo trent’anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più abituali che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Io dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

Il beato Clemente Vismara (1897-1988) è vissuto 65 anni tra popoli animisti e buddisti e dava giudizi molto negativi di quelle due culture religioni. E’ stato il Concilio Vaticano II (1962-1965) che ha cambiato la visione della Chiesa sulle religioni, Vismara scriveva (su Crociata missionaria dicembre 1953):

“Che il paganesimo renda l’uomo pigro e di conseguenza povero è un fatto indiscutibile. Venite e vedrete. Io parlo qui del mio paese, di quel che constato io; forse in altri paesi anche i pagani saranno benestanti, ma ci credo poco. Sembrerebbe che la religione debba influire solo sullo spirito, in pratica anche nello sviluppo materiale ha il suo peso e come!”. In una lettera a Pietro Migone (14 novembre 1963) scrive: “Dicano pure che il buddismo è una buona religione, da rispettare, ecc. ecc. Io son persuasissimo, ricevano pure miliardi e miliardi dall’America o Europa, ma se non cambian fede saremo sempre agli stessi passi. Noi qui siam poveri o meglio miserabili, perché lo vogliamo essere. Certo è tramontata l’epoca del colonialismo – ed è un bene – ma se fossero rimasti soli si sarebbero migliorati? Si poteva pretendere dai colonizzatori che facessero la vita ed il sistema dei missionari? Cristianesimo ed incivilimento son sinonimi e di qui non si scappa. Il progresso rimane e rimarrà sempre, dall’anno 1 al 1963 (quando nacque Gesù), incardinato nello spirito e non ci son miliardi che tengano”.

In una lettera a Pietro Migone (31 agosto 1949) si legge: ”La gente qui è povera proprio perché vuol rimanere povera, o meglio miserabile. Coi miserabili la nostra religione non può attaccare o se attacca, attacca in malo modo od anche fittizio. Sono profondamente persuaso che prima dobbiamo insegnare loro a vivere corporalmente, poi il legno di croce. E per insegnare bisogna darne l’esempio. Io lavoro per questo e voglio che mi vedano anche i pagani”.

Il beato Clemente Vismara, nel suo stile dietto e scherzoso, scrive all’amico Pietro Migone (12 aprile 1960): “Stamane ho celebrato la S. Messa per te… Noi in fondo siamo buona gente, ci manca solo la coerenza…. “Ne in aeternum irascabis nobis” (Non arrabbiarti con noi in eterno). Che Dio si arrabbi un po’ con noi, gli do ragione, ma sempre sempre non sta bene.

“Coraggio, caro Pierino, non essere mai pessimista. Il peccato di Giuda non era poi così grosso come si dice. Per 30 franchi ha venduto il Signore, ebbene tutti i moralisti assicurano che la somma di 30 lire non è materia grave con i tempi che corrono, il vero suo male fu quello di credere che il buon Gesù non sarebbe stato capace di perdonargli. A Pietro che l’aveva fatta più grossa con uno sguardo gli perdonò subito, senza manco dargli la penitenza”.

Piero Gheddo

La preghiera per Francesco

“Non dimenticatevi di pregare per me!”. Fin dall’inizio (eletto il 13 marzo 2013) Papa Francesco ha ripetuto questo appello al popolo cristiano. Il Papa, che viene dalla fine del mondo, aveva ben chiara la riforma della Chiesa in senso missionario da realizzare con l’aiuto dello Spirito Santo, come già aveva tentato di fare nella sua diocesi di Buenos Aires. Proprio per questo è stato eletto e forse immaginava che prima o poi avrebbe dovuto combattere contro chi, non comprendendo il valore della sua riforma o sentendosi toccato sul vivo, si sarebbe opposto creando confusione e scandalo nel popolo di Dio. Non è importante sapere chi sono coloro che si oppongono, ma capire che queste resistenze all’opera di Papa Francesco sono sulle prime pagine dei mass media, oscurando il senso autentico della sua riforma: indicare a quelli che credono in Cristo la conversione personale e strutturale delle istituzioni ecclesiali al suo modello divino. La missione universale della Chiesa (ecco il “Papa missionario”) parte proprio da questa conversione dei credenti a Cristo, per proporre a tutti gli uomini l’unica via alla salvezza, quella che Francesco ha indicato a Firenze il 10 novembre scorso alla Chiesa italiana: umiltà, disinteresse, Beatitudini e l’annunzio di Cristo che nel mondo attuale diventa un dialogo con tutti, confermato dalla nostra testimonianza.

Incontro un parroco di Vicenza che mi dice: “Tutti o quasi tutti ammirano e applaudono Papa Francesco, ma il suo appello alla conversione non riesce ancora a mordere sulla carne viva delle nostre comunità di credenti e i recenti fatti peggiorano la situazione, distraendo l’attenzione da quanto Francesco chiede a tutti e a ciascuno di noi”.

La preghiera per il Papa è tradizionale nella Chiesa cattolica. Pregare per le persone che hanno incarichi gravosi, come il Papa, è un dovere per ogni battezzato, è la prima carità, la più grande di tutte. La preghiera è la forza dell’uomo e la debolezza di Dio, specialmente se è per un altro, che vale più di quella per i propri bisogni. Francesco, mendicando le nostre preghiere, ci insegna che lui per primo non fa nulla senza Dio, e ci dimostra che per tutti è necessario affidarsi a Dio. Inoltre, dice spesso che nel cammino per la riforma della Chiesa non si fermerà e chiede di pregare per lui non tanto ai confratelli vescovi e sacerdoti, ma al popolo cristiano.

Stiamo attraversando un periodo buio, un tunnel nel quale scoppiano bubboni e scandali, i fedeli che non sono veramente tali si allontanano perché confondono una parte con il tutto della Chiesa.

Oggi è necessaria una preghiera corale di diocesi, parrocchie, famiglie, associazioni e istituzioni cristiane, con una particolare supplica a Maria per sostenere Papa Francesco. Ma non dimentichiamo che la Chiesa siamo tutti noi, ognuno di noi è Chiesa e quindi dobbiamo essere saldi e forti. Insomma, bisogna ridare importanza alla preghiera personale, familiare, delle comunità ecclesiali piccole e grandi. I laici sono la forza dei sacerdoti malati, della Chiesa malata.

Come convincere a pregare per il Papa? Con l’esempio. Quando sono ammalato prego e chiedo preghiere e se amo un ammalato prego per lui. Ora la Chiesa è ammalata e chi la ama deve pregare perché l’arma più potente contro il male è la preghiera. Per dimostrare Amore alla Chiesa ferita e al Papa occorre pregare per chi sbaglia perché lo Spirito Santo possa ispirare il suo ravvedimento. L’appello alla preghiera per il Papa è questo: se lo amiamo non basta applaudirlo, dobbiamo pregare per lui. Dargli un segno vivo della nostra fedeltà.

Negli anni trenta, nel mio paese natale di Tronzano vercellese era successo questo: due famiglie in lite, un giovane ne aveva accoltellato un altro pur senza ucciderlo. Arrivano da Vercelli i Carabinieri, arresti, carcere, tribunale. Il parroco don Giovanni Ravetti (poi monsignore e parroco nella vicina cittadina di Santhià) aveva convocato i fedeli per un Rosario e una S. Messa per quelle due famiglie. Mio padre Giovanni, presidente dell’Azione Cattolica giovani, andò dal parroco dicendogli: “La preghiera non basta, ci vuole il digiuno”. E’ la testimonianza raccontatami da mons. Ravetti dopo la morte del servo di Dio Giovanni Gheddo. Ravetti aggiungeva che anche molti non credenti e chi non veniva quasi mai in Chiesa si erano uniti alla preghiera e al digiuno per quelle due famiglie. Sentivano fortemente l’appartenenza alla comunità di Tronzano.

Oggi il popolo di Dio deve ricompattarsi come ai tempi delle persecuzioni. Siamo perseguitati non solo nei paesi lontani, ma anche nel cuore della cristianità. E ci si deve tenere per mano, stretti, e poi rivolgerci a Dio per chiedere aiuto. Francesco ha bisogno di abbracci e di carezze, le preghiere e il digiuno sono abbracci e carezze per l’anima.

Piero Gheddo, missionario del Pime, Milano

 

Augusto Gianola, cercava Dio nelle foreste e tra i popoli dell’Amazzonia

Ricorre quest’anno il 25° anniversario della morte di padre Augusto Gianola nel 1990. Aveva 60 anni, 27 dei quali in Amazzonia brasiliana. Credo sia il personaggio più affascinante, il più provocatorio e avvincente nei 165 anni di storia del Pime. Dal 5 al 21 novembre sarà ricordato a Lecco: una Mostra fotografica in ambiente comunale (Piazza Diaz) dal titolo “La più bella delle avventure”, cioè la missione alle genti, a cura di Gerolamo Fazzini (testi) e di Mariangela Tentori (grafica). Il Catalogo della Mostra è di 130 pagine, con due prefazioni, del card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano e del superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca. E poi incontri di missionari con i giovani delle scuole superiori di Lecco, conferenze culturali, celebrazioni liturgiche. Il card. Scola sarà presente a Lecco il sabato 14 novembre alle ore

11 per la S. Messa di suffragio per Augusto Gianola e la visita alla Mostra fotografica.

Chi era padre Augusto Gianola? Anzitutto un uomo eccezionale. Alto circa 1,85, atletico, muscoloso con una forza fisica fuori del normale, un volto e un sorriso da attore cinematografico. Fin da ragazzo era un appassionato scalatore di montagne e sognava di andare missionario in Birmania, dove ci sono monti inesplorati da scalare. Invece i superiori del Pime, l’hanno mandato in Amazzonia, una terra che più piatta non si può immaginare. Solo fiume e foresta, foresta e fiume.

Augusto svolge la sua missione viaggiando in barca per visitare le famiglie disperse, unire queste famiglie e creare delle comunità. Prima fonda le comunità lungo il fiume, poi tenta di spostarle verso la foresta, per coltivare la terra. Un’impresa difficile: i caboclos e gli indios sono sempre vissuti di quanto dà il fiume, la foresta l’hanno vista come un nemico, mentre rappresenta il luogo della loro stabilità. P. Gianola fonda una scuola agricola ad Urucarà (diocesi di Parintins fondata dai missionari del Pime) e varie comunità di caboclos nella foresta, per indicare che il futuro sta nelle terre alte dell’Amazzonia, nell’agricoltura. Lotta contro i fasenderos, contro i politici e i commercianti, contro la burocrazia statale per proteggere le sue comunità agricole. 25 anni dopo la sua morte, suo nipote Samuele è tornato nelle comunità da lui fondate e ha scritto un bel testo sulle opere che rimangono dello zio Augusto.

Ma il senso della sua missione non era di natura politica o sociale. Augusto amava l’uomo e aiutava i poveri nella loro crescita umana, ma per portarli a Dio. La grandezza di p. Gianola, in un tempo come il nostro, in cui la Chiesa rischia di apparire un’agenzia di assistenza sociale, sta qui: aveva il senso fortissimo di cosa significa essere missionario: portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. “Gli uomini hanno bisogno di Dio”, ripeteva spesso. E lui per trasmettere l’amore di Dio pregava molto, si mortificava, andava mesi in foresta per cercare Dio, per innamorarsi di Dio. Si sentiva indegno di essere sacerdote e diceva: come faccio a portare Dio agli altri uomini se io lo amo così poco?

Scrive nel suo diario (pag. 263) : “ Cercare Dio e trovarlo o non trovarlo è questione di cuore, l’intelligenza non lo trova. Il cuore deve appassionarsi nella ricerca, se no, non trova niente.”.

Padre Augusto Gianola ha congiunto nella sua vita, con grande sincerità e spirito di sacrificio, le due frontiere estreme del cristianesimo: la missione alle genti partendo dagli ultimi e la contemplazione del volto di Dio; l’evangelizzazione e promozione umana del popolo caboclo con la ricerca di Dio e della santità. Il ricordo di chi l’ha conosciuto spesso è troppo condizionato dagli aspetti avventurosi e stravaganti della sua vita; anche chi ha letto la sua biografia ricorda volentieri le tante avventure e gli episodi singolari, anticonformisti e bizzarri della sua personalità, mentre dimentica o sottovaluta quello che era l’orientamento fondamentale di tutto il suo essere: l’amore a Dio e al prossimo, spinti fino ad eccessi che indicavano l’esuberanza di vitalità che Augusto sentiva e che non poteva ridurre nei limiti dei percorsi sperimentati della via ascetica e mistica cristiana.

Quando ho scritto la sua biografia, diversi confratelli mi dicevano: “Lascia perdere, era un missionario fuori da ogni regola”. Allora ho chiesto il parere di mons. Aristide Pirovano, che era stato vescovo di Macapà in Amazzonia e poi superiore generale del Pime per 12 anni. Mi risponde: “Sì, scrivila perché Augusto era un uomo sincero e di sicura fede. Può fare del bene. Ma non presentarlo come un missionario tipico del Pime, perché di Gianola ne basta uno. Due sarebbero troppi!”. La biografia di padre Augusto (“Dio viene sul fiume”, EMI 1994, pagg. 331) ha avuto un successo editoriale insperato, cinque edizioni per complessive 30.000 copie. Ma quello che più mi ha stupito è l’ondata di lettere e telefonate di consenso ricevute, segno evidente che padre Augusto ha toccato il cuore dei lettori e che la sua “avventura missionaria”, scritta a partire dalle sue lettere e dal suo diario, fa del bene.

Augusto è davvero un personaggio interessante e, diciamo, giovanile. Era di natura sua un contestatore. Sognava sempre qualcosa di diverso, ma, a differenza dei falsi rivoluzionari laicizzati del Sessantotto, tutta la sua vita era orientata a Dio. In lui la fede era forte e sicura, ma era uno spirito libero, insofferente di formalismi e burocrazie. Leggendo le sue lettere mi veniva in mente lo slogan dei primi missionari del Pime: “Mandateci al martirio, ma non in fila”.

Ho incontrato padre Augusto in Amazzonia e nel febbraio 1996 sono andato al Mocambo, nei luoghi e nelle comumità da lui fondate; in Italia ho avuto due incontri significativi con lui (1980 e 1985), entrambe le volte sono rimasto perplesso. Come direttore di “Mondo e Missione”, che lui leggeva e apprezzava, gli ho chiesto di poter pubblicare qualcosa sulla sua esperienza. La prima volta non voleva, la seconda volta l’avevo intervistato a lungo, poi erano passati due anni prima che permettesse di pubblicare il servizio speciale “Mission ‘87” su Mondo e Missione (maggio 1987). Enzo Biagi, dopo aver letto quella sua lunghissima intervista, mi ha telefonato dicendomi che voleva andare in Amazzonia a conoscere quel personaggio. C’è poi andato nell’ottobre 1989, con l’aiuto del Pime di Manaos. Ne è venuta fuori la trasmissione in prima serata su Rai Uno con l’intervista televisiva di Enzo Biagi (la video-cassetta della San Paolo) che ha fatto conoscere padre Augusto ad una vastissima cerchia di telespettatori. Biagi ha poi scritto la prefazione alla biografia “Dio viene sul fiume”.

Mi aveva sconcertato il motivo per cui Augusto rifiutava di farsi intervistare. Continuava a ripetere di essere indegno, peccatore, l’ultimo dei missionari, di non aver nulla di positivo da raccontare! Una umiltà sincera ma esagerata, drammatizzata. Eppure in quelle conversazioni lo ammiravo perché parlava di amore di Dio, di santità, di volersi spendere tutto per i suoi caboclos. A Roma, una sera d’estate del 1980 siamo andati a piedi sul Gianicolo e davanti a un bel gelato Augusto mi chiede: “Ma insomma, Piero, tu cerchi Dio? Tu aspiri alla santità? Che immagine ti fai di Dio? Quali sono i tuoi rapporti con Gesù e con la Madonna?”. Discorsi non abituali anche tra presti e missionari. Avevamo discusso a lungo su questa “ricerca di Dio”, gli dicevo che non dobbiamo pretendere di conoscere Dio più di quello che lui stesso ci fa conoscere e sperimentare. Quando preghiamo e rimaniamo fedeli nella Chiesa, osserviamo la legge di Dio e ci doniamo agli altri, dobbiamo vivere serenamente. Ma lui concludeva con quelle domande provocatorie.

Nei tre anni finali della sua vita al Paratucú, padre Gianola si immerge sempre più totalmente nell’isolamento, nella preghiera e nella contemplazione, nella tensione verso la santità, nelle mortificazioni e nei digiuni. In alcune lettere paragona il suo stato alla “pazzia dei Santi”, consacrati ad una sola meta: “I santi erano pazzi – scrive ai nipoti nel dicembre 1987 – con una sola idea in testa e una volontà fissa in quell’idea. S. Francesco era un pazzo, ma anche S. Paolo, lo stesso Gesù, con un’idea ed un amore totale a quell’idea. Come vorrei essere davvero pazzo, ragazzi, pazzo per il Signore, mio Padre, mio Re, mio Pastore, mio amico. Allora sarei santo. Invece, purtroppo, sono intorbidito nelle mie stupide idee e non riesco a correre».

Due i sentimenti di fondo in questa estrema ricerca di Dio: la coscienza della propria piccolezza, insufficienza, debolezza; e la certezza di aver pregato e cercato Dio con tutte le forze, raggiungendo la serenità di averlo trovato, nei ristretti limiti della natura umana. La “tormentata ricerca di santità» della vita di padre Augusto (sottotitolo della sua biografia) diventa, al termine della vita, una “serena e gioiosa certezza di aver trovato Dio”. Su tutto domina il sentimento profondo della fede, l’atmosfera di fede in cui Augusto è sempre vissuto, nonostante i suoi sbagli, stranezze, contraddizioni.

Bella la lettera in cui si dichiara il cagnolino di Dio! “Ho letto “Fuoco in Castiglia” e l’ho goduto. Perbacco, ma quella S. Teresa d’Avila è troppo alta per me, mi ha fatto invidia… mi sono sentito uno straccio e comunque se lei è un’aquila io sono un cagnolino, ma sempre del buon Dio. Mi basta avere una cuccia fuori del Paradiso. Gesù è il mio Pastore e quando mai si è visto un pastore senza un cane?” (lettera alla sorella Annamaria, Carmelitana del Monastero di Sassuolo, Natale 1987).

padre Piero Gheddo,
Missionario del Pime, Milano

Perseguitati perché cristiani

Prefazione al libro di Rodolfo Casadei «Perseguitati perché cristiani» edito dalla Mimep

Quando mi capita di parlare con parenti e amici dei miei sessanta e più anni di giornalismo missionario, ricordo sempre che dalla scuola di “Mondo e Missione (che ho diretto per 35 anni) sono usciti giornalisti di ui vado fiero. Tra questi l’amico Rodolfo Casadei, inviato speciale del settimanale “Tempi” (e relativo quotidiano on line), è proprio nella linea e nei metodi del mio giornalismo missionario. Andare sul posto a vedere, intervistare la gente comune, i vescovi e i preti locali, dormire nelle loro case o capanne, mangiare cosa mangiano loro, rischiare (con prudenza) anche la vita, per trasmettere la realtà delle situazioni, spesso molto diversa da quanto emerge nella pubblicistica italiana e occidentale. Perché un conto è trasmettere un servizio dall’Iraq, fermandosi più o meno nella capitale o in altre città sicure e un altro è andare nei posti dove l’Isis avanza, come ha fatto Rodolfo, per incontrare i cristiani che fuggono o attendono pregando il giorno prossimo del loro martirio.

I servizi di Rodolfo in questo libro portano il marchio dell’autenticità, il fremito del pericolo imminente, soprattutto la fermezza della fede e la speranza nell’aiuto di Dio di quei nostri fratelli e sorelle nella fede in Cristo. Il martirio è un concetto e una realtà difficili da presentare in Italia. Perché il sangue e la persecuzione sono indispensabili alla missione di Cristo? Perché, come dice la lettera agli Ebrei (9, 22), «senza effusione di sangue non vi può essere redenzione»: si tratta della «via della croce», «scandalo per i giudei e follia per i pagani», come scrive san Paolo (1 Cor. 1, 23).  La salvezza viene dalla Croce di Gesù e dalla sua Resurrezione. Un mistero che è ostico anche per noi, cristiani moderni, abituati a pensare che si possa risolvere tutto con leggi giuste, con il metodo democratico, col dialogo e andando d’accordo con tutti ad ogni costo. Il mondo moderno, democratico, tollerante, dialogante, crede di poter sconfiggere il peccato con le leggi giuste, il dialogo, la tecnica, la politica… No, il peccato, e il demonio che ne è l’ispiratore, si vincono con la preghiera, la grazia di Dio e il martirio, la Croce.

Come scrive Casadei nell’Introduzione, i cristiani perseguitati e martiri di oggi sono corredentori dell’umanità. Salgono consapevolmente sulla Croce con Cristo, partecipano alla sua Passione. Com’è scritto nella Lettera ai Romani, senza partecipazione alla Passione di Cristo non c’è resurrezione: «eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria» (Rom. 8, 17) Questa partecipazione avviene per amore di Cristo. Nel 1980 sono andato in Cina per la seconda volta (la prima era stata nel 1973, durante la Rivoluzione culturale, non ho incontrato nessun cristiano). Ho visitato il seminario diocesano di She-qui nel sud del paese, dove si trovavano una ventina di studenti di teologia e due soli sacerdoti molto anziani come educatori. Avevano fatto 57 anni di carcere e di lavoro forzato in due. Il rettore mi diceva: «Padre, ci mandi libri, non abbiamo testi di teologia, né commenti alla Scrittura, né i documenti della Chiesa e del Concilio…». Sono rimasto sorpreso, e gli ho chiesto: «Come fate a formare dei preti, senza sussidi di studio, senza biblioteca?». Mi ha risposto: «Noi formiamo dei martiri per la fede, e a questo scopo basta un grande amore per Cristo».

Nel corso della mia vita di missionario ho visitato  circa 80 paesi extraeuropei, ho conosciuto giovani e antiche Chiese, e posso rendere la mia testimonianza: nei momenti di persecuzione si palesa l’intervento dello Spirito Santo. Le persone fanno cose di cui normalmente non sono capaci. Posso testimoniare la forza dello Spirito Santo: l’uomo viene trasformato da questa forza che gli dà la capacità del martirio.

Si chiede Casadei, nella sua Introduzione, come mai oggi la Chiesa e la nostra società facciano tanta fatica a trovare un posto ai martiri cristiani nella coscienza che hanno di se stesse. La risposta è che il martirio imbarazza tutti perché l’uomo vuole sfuggire al dolore, alla sofferenza, e la fedeltà e la testimonianza tante volte costano. Così anche noi cristiani vorremmo non avere problemi con nessuno, ed essere lasciati in pace a vivere il nostro cristianesimo come un insieme di abitudini e di relazioni sociali.

Va poi detto che raccontare la persecuzione che i cristiani oggi patiscono in tante parti del mondo per mano di credenti di altre religioni non significa affatto alimentare conflitti di religione. Come si vede nelle pagine che seguono, lo Spirito soffia dove vuole e ci sono anche molti musulmani uomini di buona volontà che hanno preso le difese dei cristiani, come quelli che hanno cercato di impedire ai Fratelli Musulmani di bruciare le chiese in Egitto, o quelli che in Nigeria collaborano con l’arcivescovo di Jos per la prevenzione delle violenze e per la pacificazione fra le comunità, o i musulmani curdi che combattono per riconquistare i villaggi cristiani e yazidi in Iraq occupati dagli estremisti dell’Isis. Questi fatti ci ricordano che, come ha detto tante volte san Giovanni Paolo II, il “dialogo della vita” fra i cristiani e gli altri credenti ha la precedenza sul “dialogo teologico”, che può essere frainteso come un tentativo strisciante di proselitismo.

Infine, io credo che la lezione più grande che ci viene dalla testimonianza dei cristiani perseguitati e martiri oggi è quella di tornare a concepirci come cristiani impegnati nel primo annuncio qui dove viviamo. Mi spiego. Lo Spirito Santo manifesta massimamente la sua azione in due situazioni: quando una Chiesa è perseguitata e quando il Vangelo viene annunciato per la prima volta. L’Occidente è sempre più secolarizzato e scristianizzato.

Il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha detto recentemente ai membri del Consiglio pastorale diocesano: “Diciamo sempre che i nostri concittadini italiani diventano, anno dopo anno, sempre meno cristiani. Sono convinto che abbiamo ancora un po’ di anni prima che dobbiamo dire che diventano sempre più pagani”. Se noi annunzieremo Cristo, con la parola e con la vita, nello stesso modo in cui lo hanno annunziato i missionari che sono all’origine delle giovani Chiese (come il Beato Clemente Vismara, 65 anni in Birmania!) cioè nella forma del primo annuncio, anche noi faremo in noi la stessa esperienza di azione dello Spirito Santo,  che stanno facendo i martiri cristiani in Iraq, in Cina, in Africa e in tanti altri luoghi del mondo dove viene innalzata la Croce di Cristo.

      La domanda che oggi tutti i battezzati, io per primo, dobbiamo farci è questa: cosa conta il Vangelo nella mia vita? Sono veramente innamorato di Cristo oppure la fede in me è stanca abitudine? Il Vangelo è un’esperienza globale, totalizzante: Gesù deve diventare non solo una pia aspirazione e una consolazione psicologica nei momenti difficili, ma il modello divino-umano a cui mi ispiro e da cui traggo forza e coraggio per vivere da cristiano, nonostante le mie debolezze e i miei peccati.

“La fede si rafforza donandola!” scrive San Giovanni Paolo II nell’enciclica “Redemptoris Missio” Nella società italiana non è in crisi lo spirito religioso.  Appena si sparge la voce che c’è un’apparizione o un “miracolo”, la gente accorre in massa. Tutti sentono il bisogno dell’Assoluto. E’ in crisi, invece, la fede in Cristo unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità.

Un missionario mio confratello, reduce dalla Papua Nuova Guinea, il bergamasco padre Lino Pedercini, mi dice: “La più grande sofferenza di noi missionari, quando torniamo in Italia per vacanza, è di toccare con mano che la fede, che noi andiamo ad annunziare ai popoli, diminuisce fra il nostro popolo. Il dio denaro ha sostituito il Dio di Gesù Cristo. I danni morali di questo abbandono della fede si vedono ovunque, nelle famiglie, nella società, nello stato. Torno in Papua, ma vorrei gridare a tutti che quando perdiamo la fede in Cristo, la vita non ha più senso”.

L’esempio dei martiri ci chiama oggi alla missione della Chiesa. I popoli hanno bisogno di Cristo.  Noi tutti battezzati dobbiamo chiederci cosa Dio vuole da noi, che tipo di collaborazione alla missione della Chiesa possiamo dare, con sacrificio e sofferenza.

Parlo ai giovani che mi leggono: chiedetevi cosa Dio vuole da voi. Mettetevi davanti al Signore, ricordando i martiri perseguitati di cui leggete in questo volume di Rodolfo Casadei, e dite: “Signore, cosa vuoi che io faccia? Come posso impiegare bene la mia vita per Te e per il Vangelo? Io sono disposto a darti tutto me stesso. Prendi la mia vita, se questo serve alla missione della Chiesa e all’avvento del Regno di Dio nel mondo”. Se il Signore vi chiama ad una vita consacrata alla missione,non ditegli di no, perché la vita spesa per Gesù Cristo, con le inevitabili  rinunzie e sofferenze, è la più bella e consolante che si possa immaginare. L’ha detto Gesù ed è vero: “Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà” (Mc, 10, 28-31).

Padre Piergo Gheddo
Missionario del Pime, Milano

Rodolfo Casadei – Perseguitati perchè cristiani, Reportage dalle terre occupate dall’Isis – Prefazione di Piero Gheddo – Mimep, Pessano con Bornago (Mi), 2015, pagg.241, + 28 pagg. di reportage fotografico dai paesi visitati, Iraq, Siria, Egitto, Nigeria.

È bello essere figlio di santi genitori

Ieri è cominciato il Sinodo sulla Famiglia, invito gli amici lettori a pregare per questa importante celebrazione della Chiesa cattolica. Desidero solo raccontare la mia esperienza di essere nato da santi genitori (il giudizio spetta naturalmente alla Chiesa), che ha reso serena e anche gioiosa la vita mia e dei miei fratelli. In noi bambini la fede è entrata naturalmente come la lingua italiana, Rosetta e Giovanni erano davvero autentici credenti e imitatori di Gesù Cristo. Uno dei più bei ricordi che ho di loro è quando alla sera dopo cena (pranzo alle 12 e cena alle 19, come molti in Tronzano a quel tempo) si diceva assieme il Rosario seduti attorno al tavolo della cucina e noi bambini eravamo aiutati da mamma e papà a recitare l’Ave Maria, a tenere le mani giunte. E poco dopo ci portavano a letto. Nella camera matrimoniale c’era un bel quadro di Maria col piccolo Gesù in braccio, ci inginocchiavamo tutti davanti a quel quadro e recitavamo assieme le preghiere della sera.
Rosetta e Giovanni si erano sposati per amore, volevano dodici figli (uno più della nonna Anna!) anche se vivevano in una situazione economica precaria. Si fidavano della Provvidenza di Dio! Il loro amore era saldo come una roccia perché fondato su Dio. Erano “sposi per sempre”. Giovanni ha perso Rosetta a 34 anni (lei ne aveva 32) e le è rimasto fedele, anche se a Tronzano, dove era un personaggio stimatissimo anche come presidente dell’Azione cattolica dei giovani, aveva tante occasioni di risposarsi. Ma diceva: “Ho voluto tanto bene a Rosetta, che non potrei più voler bene così ad un’altra donna”.

Il 26 ottobre 1934 mamma Rosetta muore di polmonite e di parto con due gemelli di sette mesi (morti anche loro con lei), papà Giovanni e noi tre bambini ci siamo uniti alla famiglia della nonna Anna e della zia Adelaide, sorella maggiore di papà e direttrice didattica delle scuole di Tronzano. Papà era un geometra e durante il giorno lavorava molto visitando in bicicletta le cascine e i paesi vicini, ma al mattino si svegliava alle cinque, per portarci alla Messa prima in parrocchia, che era alle sei. Ricordo che papà era in coro dietro all’altare, io servivo la Messa ed ero incaricato, se lui non veniva quando il sacerdote distribuiva la Comunione, di andare a dirgli di venire e qualche volta papà dormiva!
Caro papà, lavoravi tutto il giorno e alla sera stavi alzato fino alle 22-23 per fare i conti e disegnare i tuoi lavori. Ma al mattino montavi la sveglia per non perdere la Messa, pur di portarci i tuoi bambini! Sono questi gli esempi che rimangono vivi nella nostra memoria di figli e ci educano ancora alla fede e alla vita cristiana.
La vita cristiana dei nostri genitori li apriva al prossimo. La mamma, maestra elementare, da ragazza si dedicava gratuitamente ai bambini nell’asilo e nella scuola elementare e alla sera faceva scuola agli analfabeti adulti. Educava noi bambini a distribuire metà dei doni di Gesù Bambino ai ragazzini che abitavano vicini a noi e non avevano parenti benestanti, come il papà e le sorelle di mamma Rosetta. La nostra casa era aperta ai poveri, a volte invitati a pranzo.
Papà Giovanni era chiamato “il paciere”, perché quando c’era un contrasto tra famiglie chiamavano lui che sapeva parlare di pace e di perdono ed era convincente. Non aveva nessun incarico ufficiale, ma metteva d’accordo famiglie divise facendole pregare e risolvendo i loro problemi nelle eredità di case e terreni. Era chiamato anche “il geometra dei poveri”, perché faceva gratis o per poco le sue prestazioni per i poveri e per l’asilo delle suore.
Mamma Rosetta e papà Giovanni ci hanno trasmesso una grande fiducia in Dio, nel suo amore e Provvidenza. Ricordo bene che papà ripeteva spesso a noi tre ragazzini: “Dovete volervi bene e andare sempre d’accordo”. Espressioni che  ripetevano spesso: “La cosa più importante è fare la volontà di Dio” (mamma Rosetta), “Siamo sempre nelle mani di Dio” (Giovanni). Sul letto di morte, al marito che le diceva: “Se guarisci, faremo in altra maniera perché tutti questi figli ti hanno indebolita”, Rosetta ripeteva diverse volte: “Giovanni, faremo sempre la volontà di Dio”.
Certo papà ha sofferto moltissimo per la morte prematura della mamma (il loro matrimonio è durato solo sei anni, 1928-1934),  ma aveva un carattere che educava anche senza parlare. Era sempre sereno, gioioso, aperto agli altri, sapeva giocare con noi ragazzini e alla sera dopocena, finito il Rosario in famiglia, ci chiedeva, uno per uno, come avevamo passato la giornata, la scuola, l‘oratorio, gli amici frequentati. Nelle lettere dall’Urss, non è mai triste o scoraggiato, ma pieno della speranza di poter tornare a casa, in quelle situazioni tragiche, a 20-30 sotto zero e le bombe nemiche. Ma lui scriveva che era un freddo secco e si sopportava bene! Non avrebbe dovuto andare in guerra perché vedovo e padre di tre figli minorenni, ma l’hanno mandato in prima linea in Russia perché non si era mai iscritto al Partito Fascista, non partecipava alle manifestazioni patriottiche e aiutava i perseguitati del regime trovando loro un lavoro. Chiude la sua vita con un gesto che ricorda quello di San Massimiliano Kolbe ad Auschwitz: rimane tra i feriti intrasportabili mandando a casa il suo sottotenente più giovane. Offre la sua vita per lui, poi diventato sindaco democristiano di Vercelli due volte!

Rosetta e Giovanni dimostrano che si può vivere il Vangelo in una vita come quella di tutti, ma vissuta in modo straordinario. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati alla santità, cioè all’imitazione di Cristo nella normale vita quotidiana. “Questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” scriveva San Paolo ai Tessalonicesi (1Ts, 4, 3). Non voglio delineare la biografia di mamma e papà in queste due paginette, ma papà, che è vissuto con noi a Tronzano fino al 1940 quando è andato in guerra, ci ha dato esempi di mortificazione perché diceva: “Bisogna mortificarsi nelle cose lecite per poter resistere in quelle illecite”. Non fumava, non beveva vino (se non qualche volta nei brindisi dei pranzi), non giocava al Lotto o d’azzardo (vizio comune anche a quei tempi!); e ci ricordava le virtù e le mortificazioni (fioretti) di mamma Rosetta.
L’Arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, comunicandomi la sua decisione di iniziare la causa di canonizzazione (avvenuta il 18 febbraio 2006 a Tronzano vercellese), mi ha detto (testo registrato): «La Causa di beatificazione dei tuoi genitori mi interessa molto e la metto nelle mani di Dio. Io stesso ho avuto un papà straordinario e considero tuo papà del tutto esemplare, perché rappresenta una schiera di uomini dell’Azione cattolica. Anche mio papà aveva fatto la guerra. E mi fa piacere che le figure di tuo padre e di tua madre vengano additate come modello in un tempo come il nostro in cui manchiamo di modelli, un tempo di «aurea mediocrità». Anch’io sono dell’avviso che la chiamata di tutti alla santità dev’essere documentata con esempi concreti. Ricordiamo e onoriamo i tuoi genitori per ricordarne tanti, tantissimi altri». Ringrazio il Signore di essere il figlio primogenito di Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo e raccomando a tutti gli amici lettori di pregare per questa causa di beatificazione, che la Chiesa crede utile come esempio di Vangelo vissuto da una normale coppia di sposi.

                                               Padre Piero Gheddo,
missionario del Pime (Pontificio Istituto Missioni Estere), Milano.