Il Beato Clemente Vismara: “Fare felici gli infelici”

Il 16 giugno 2011 padre Clemente Vismara era beatificato in Piazza Duomo a Milano. Nel dicembre 2012 la Emi pubblicava “Fatto per andare lontano – Clemente Vismara (1897-1988), missionario e beato” (Prefazione di mons. Renato Corti), il romanzo d’avventure non inventate ma vere, di 478 pagine e 32 pagine di fotografie originali (Euro 18). Parecchi lettori hanno sperimentato che “chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine”. E’ la biografia di un missionario (“cacciatore di tigri e di anime”) che va a fondare la Chiesa presso popolazioni tribali che non avevano mai sentito parlare di Cristo, nella Birmania forestale del “Triangolo d’oro” (fra Thailandia, Laos e Cina), dove si produce circa la metà di tutte le droghe che poi arrivano in Occidente, fra contrabbandieri e guerriglieri ribelli al governo birmano.

Dopo questa biografia, fatta in gran parte con le sue lettere, nell’ottobre 2014 la Emi pubblicava un secondo libro che si poteva intitolare “La personalità e la spiritualità del Beato Clemente Vismara”. Invece è il volume “Fare felici gli infelici” (con la prefazione di Roberto Beretta) perché in varie sue lettere padre Clemente scrive che “questo è il motto di ogni missionario”. Il sottotitolo del libro ne spiega bene i contenuti: “Il segreto della vita lunga e vittoriosa di Clemente Vismara, missionario beato”, Il volume è uno studio approfondito sulle testimonianze che hanno dato le persone vissute con Clemente, al Processo canonico per la sua beatificazione (pagg. 300, Euro 16). E’ quasi un manuale di spiritualità missionaria, perché nella prima parte tratta, con esempi, delle virtù di Clemente: fede, speranza, carità, obbedienza, amore ai piccoli e ai poveri, purezza, povertà, gioia di vivere. Ma poi esamina i vari aspetti della sua vita missionaria: buon pastore e fondatore di comunità cristiane, la complessa personalità del Beato Clemente, un santo avventuroso, poetico e sognatore, unica passione: la missione alle genti.

Suor Chiara Amata Ruggiero, del Monastero Buon Gesù di Orvieto (Viterbo) , mi scrive una bella lettera: “La ringrazio dell’ultimo libro su padre Vismara che ci ha mandato: “Fare felici gli infelici”. Lei ci fa conoscere un missionario eccezionale in santità e nell’amore ai poveri, attraverso le fonti documentarie e le testimonianze di quelli che hanno avuto conoscenza diretta di lui. Non solo quest’ultimo libro, ma anche gli altri che riportavano gli scritti di Clemente, straordinario testimone di Cristo. Oggi la missione si concepisce e si esercita in modo diverso, ma non cambia la passione del dono di sé per Gesù Cristo, l’Unico che davvero ne vale la pena. Solo questo può innamorare un giovane, una giovane!Lo sapeva bene e lo viveva profondamente padre Clemente, se tanti, leggendo i suoi scritti e conoscendo la sua vita, hanno scelto di consacrare la propria vita al Signore”.

In una recensione su “Il Corriere del Sud”, Andrea Bartelloni scrive: “Il segreto della vita di Vismara è questo: per “Fare felici gli infelici”, il missionario deve dare tutto sé stesso perché solo questo convince i pagani.

Padre Gheddo, che ha al suo attivo molte biografie di santi e beati missionari, si è fatto una precisa idea del concetto di santità: il santo è un uomo felice, è un esempio di promozione umana che rende l’uomo più uomo e la donna più donna; la santità è alla portata di tutti, i santi sono la dimostrazione “che il Vangelo può essere vissuto in ogni situazione umana e in ogni tempo. “Fare felici gli infelici” è la storia del percorso spirituale che ha portato il beato Vismara verso la santità e l’autentica promozione umana e religiosa del suo popolo”.

Piero Gheddo

30 giugno 2015

 

I 119 anni di Cesano Boscone

La domenica 14 giugno 2015 l’Istituto della Sacra Famiglia di Cesano Boscone ha celebrato i suoi 119 anni. Nata nel 1896 dal parroco don Domenico Pogliani per accogliere “i poveri e i derelitti della campagna”, oggi è inglobata a nord-ovest nella città di Milano, una vasta cittadella con molto verde, che ospita circa 900 persone “diversamente abili”. Ma la Fondazione Sacra Famiglia si è estesa anche fuori Milano, in Lombardia, Piemonte e Liguria con 15 sedi, 1.900 posti letto, 1950 dipendenti, 840 volontari (dati del 2013). Oggi la Fondazione è alle prese con sfide sempre nuove ed esigenti , tecnicamente ed economicamente: è consolante vedere che custodisce bene la ricchezza della sua missione.

La Santa Messa solenne delle ore 10 è stata celebrata da mons. Paolo Martinelli, cappuccino e vescovo ausiliare di Milano per le persone consacrate, che ha parlato della Festa della Famiglia, com’è l’Istituto Sacra Famiglia: volersi bene, aiutarsi a vicenda, perdonarsi, camminare insieme. Questa la caratteristica fondamentale della cittadella cristiana, opera diocesana col sacerdote don Vincenzo Barbante presidente del Consiglio di amministrazione e con sacerdoti e fratelli Cappuccini per l’assistenza religiosa,

In tutte le S. Messe della domenica la splendida forza dello Spirito Santo si manifesta in questa comunità di “diversamente abili”. All’inizio la chiesa è al buio e quasi in silenzio, un’atmosfera che richiama la Chiesa nascente o perseguitata (alcuni gridano il loro saluto a Dio). La processione dei chierichetti (anch’essi adulti disabili) avanza con le candele, la Croce, il Vangelo e una torcia ondeggiante, lo Spirito Santo. Giunti all’altare, il Vangelo viene alzato e mostrato più volte in ogni lato, la torcia lo illumina nel buio e nel silenzio. Quando la fiaccola è sistemata accanto alla Croce, si accendono tutte e le luci e scoppia l’interminabile applauso. Gesù e lo Spirito Santo sono qui tra noi.

La Messa dura un’ora e mezzo, in rito ambrosiano, ma adattato per far esplodere la gioia dei partecipanti al rito. Un cappuccino guida i canti con la chitarra elettrica e il coro di giovani e ragazze volontari, che vengono anche da lontano per un mese o due di servizio. I sacerdoti concelebranti e i fedeli accompagnano le parole che cantano alzando insieme la mano e il dito destro verso l’alto per indicare Dio (un gesto che commuove chi lo pratica), allargano le braccia come segno di accoglienza, ondeggiano le mani verso l’alto come segno di festa, si piegano a destra e a sinistra come per fare la ola; nel dono della pace c’è un generale spostamento delle persone per salutate tutti quelli che conoscono e nel Padre Nostro tutti si tengono per mano in una gigantesca catena di fraternità, non solo tra i vicini di banco, ma fra tutti i presenti.

Il cappuccino rettore della Chiesa, padre Giuseppe, parlando a braccio e spiegando il Vangelo, provoca gli ascoltatori, suscitando battimani e cori di risposta; nella consacrazione, alza l’ Ostia e il calice e dice “Questo è il Signore Gesù” e tutti ripetono forte scandendo le parole: “Questo è il Signore Gesù”. L’Eucarestia è poi distribuita dai sacerdoti e dalle suore di quattro istituti (le Ancelle della Sacra Famiglia, le suore di Maria Bambina e altri due ordini)

E’ una Messa davvero partecipata, che entusiasma e commuove, come le processioni che si fanno per le vie, le piazze, i giardini della cittadella, con l’Eucarestia o la statua della Mamma del Cielo. Commovente vedere un’umanità sofferente che pregando e cantando, lo Spirito li rinfranca nella fede, nella speranza e nell’amore e aiuto vicendevole.

Io pensavo, ma guarda un po’: nella società, i “diversamente abili” (o handicappati, down) sono spesso mal visti, messi da parte e considerati una disgrazia in famiglia. Cesano Boscone è una cittadella in cui i disabili sono amati, curati, si sentono a casa loro, anche per strada si salutano tutti e acquistano la loro dignità di persone anche utili, perché ci sono numerosi laboratori e servizi alla comunità. Ebbene, nella Chiesa nascono continuamente nuovi istituti dedicati agli ultimi, ai più poveri in tutti i sensi. Sono tutte prove della Divinità e Risurrezione di Cristo! Senza la grazia di Dio, l’esempio di Cristo e la forza del fuoco d’amore accesa e sostenuta dallo Spirito Santo, queste istituzioni di amore e di attenzione agli ultimi non esisterebbero.

Piero Gheddo

16 giugno 2015

 

Francesco alle POM: non diventate una Ong

Il 5 giugno scorso Papa Francesco ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie (POM), ringraziandoli cordialmente per il servizio che rendono alla Chiesa nel “realizzare il mandato missionario di evangelizzare le genti fino agli estremi confini della terra”. L’annuncio del Vangelo è “la prima e costante preoccupazione della Chiesa”, “il suo impegno essenziale”, “la sua sfida maggiore, e la fonte del suo rinnovamento”.
Poi Francesco continua: “Davanti ad un compito così bello e importante, la fede e l’amore di Cristo hanno la capacità di spingerci ovunque per annunciare il Vangelo dell’amore, della fraternità e della giustizia. E questo si fa con la preghiera, con il coraggio evangelico e con la testimonianza delle beatitudini.
“Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una ONG, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. I soldi sono di aiuto ma possono diventare anche la rovina della Missione… Per favore, con tanti piani e programmi non togliete Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta”.  Parole brevi ma dure di Papa Francesco e il suo richiamo non riguarda solo le POM, ma anche tutta la cosiddetta “animazione missionaria”, i Centri missionari diocesani, gli Istituti missionari, le associazioni di laicato missionario.
Per capire bene la situazione attuale e le parole di Papa Francesco, occorre ricordare il beato padre Paolo Manna (1872-1952), che Giovanni XXIII definiva “Il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria” (nel Congresso missionario dei seminaristi, novembre 1960). Missionario in Birmania e poi direttore di “Le Missioni Cattoliche”, padre Manna ha dato una svolta all’animazione missionaria con la sua Unione Missionaria del Clero fondata nel 1916 e assunta da san Guido Maria Conforti, Vescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, che ha presentato l’associazione a Benedetto XV. Nel gennaio 1917 gli “Acta Apostolicae Sedis” pubblicano l’approvazione del Papa e i giornali ne danno notizia. Nasce così l’Unione missionaria del Clero (Conforti presidente e Manna segretario), che ha subito un ottimo successo in Italia e all’estero. Nel dicembre 1917 i soci erano 1.254, fra i quali Achille Ratti (Pio XI) e Angelo Roncalli (Giovanni XXIII); 4.035 nel 1919, 10.255 nel 1920 e 23.000 nel 1924.
Delle quattro Pontificie opere missionarie, tre delle quali nate nell’ottocento francese (Propagazione della Fede 1822, Sant’Infanzia 1843 e Clero Indigeno 1889), l’”Unione missionaria del Clero” (1916) è la più attuale. A quasi un secolo dalla sua fondazione, siamo ancora ben lontani dall’ideale di padre Manna, che la missione alle genti sia sentita come propria da tutte le persone consacrate e quindi da diocesi, parrocchie, seminari, ordini religiosi. Per questo l’Unione è stata così definita da Paolo VI nella Lettera apostolica “Graves et increscentes” (5 giugno 1966, nel 50° di fondazione): “La Pontificia Unione Missionaria ha un ruolo di primaria importanza fra le Opere Pontificie. Se è l’ultima in ordine di tempo, non è l’ultima per il suo valore spirituale. Essa dev’essere considerata come l’anima delle Pontificie Opere”.
Manna voleva un’associazione che trasmettesse ai sacerdoti l’entusiasmo per l’ideale missionario; animando il clero si sarebbe raggiunto tutto il popolo cristiano. In Birmania aveva sperimentato quanto fosse necessario il denaro per l’opera missionaria, ma sul rapporto fra “propaganda missionaria” e denaro scriveva in due articoli mentre stava iniziando l’Unione Missionaria del Clero:
“Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro. Se prendiamo in mano qualsiasi periodico missionario non vi troviamo che appelli per avere denaro; si escogitano mille industrie per tirar su soldi… Non diamo troppo valore al denaro come mezzo di apostolato… La cooperazione missionaria non è solo questione di denaro: è una questione squisitamente, sovranamente spirituale… è soprattutto questione di personale. La più urgente forma di cooperazione è di favorire le vocazioni all’apostolato, di dare operai alla Chiesa”.
Un altro suo articolo è un accorato invito alla preghiera: “Non tutti possono sempre mandare soccorsi di elemosine, tutti però possono pregare e tutti ne hanno il dovere. La preghiera per la conversione degli infedeli è anche più importante e necessaria dell’elemosina, in affare tanto spirituale e soprannaturale quale è quello della conversione delle anime… Preghiamo e invitiamo tutti i nostri parenti, conoscenti e dipendenti a pregare per questa santissima causa di Dio e della Chiesa”.

Nel 1934 “Il Pensiero missionario” pubblica uno studio di padre Manna intitolato: “La cooperazione cristiana alla conversione del mondo e l’Unione missionaria del clero”. E’ il testo fondamentale per comprendere il suo pensiero e la sua passione missionaria, Se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli; “Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un’opera sì soprannaturale e divina…”.
L’Unione missionaria del clero è nata sulla base di questa convinzione: la cooperazione dei fedeli alla missione della Chiesa è in rapporto alla fede e alla passione missionaria dei preti. Manna grida con forza: “Una diocesi, una parrocchia in cui si coltivino nelle anime queste divine idealità, non perderà mai la fede e avrà l’intelligenza di ogni opera buona… Teniamo come assioma indiscutibile – suffragato dalla prova dei fatti – che tutto quanto si fa per le missioni, prima di arrecar bene agli infedeli, cade in benedizioni sulle nostre cristianità; mentre al contrario, una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire… Il risveglio missionario in tutta la Chiesa è oggi più che mai urgente”.
Manna continua: “L’Unione non ha mantenuto il suo carattere originale di associazione altamente spirituale e apostolicamente educativa, quale deve essere secondo l’ispirazione che ne diede il Signore…Per parlare bene e utilmente delle missioni bisogna parlarne da apostoli, da uomini che amano molto Dio e le anime, come ne parlano i santi missionari. Il frutto vero, sostanziale che l’Unione missionaria trarrà dai suoi corsi di studi, dalle sue conferenze, sarà proporzionato allo spirito con cui tale propaganda sarà fatta. Parlerà lo Spirito di Dio? Si avranno infallibilmente frutti di vita. Parlerà lo spirito dell’uomo? Si avrà del fracasso, ma gli interessi che si vogliono favorire non progrediranno di un passo”.
Il beato Paolo Manna è convinto che “Bisogna spiritualizzare la propaganda…La missione è opera di fede e di grazia dello Spirito Santo, è la Pentecoste che si perpetua attraverso i tempi…L’Unione missionaria deve essere vivificata dallo stesso Spirito. Solo animata da Esso deve operare e produrre frutti di salute e di vita. Guai se nell’Unione missionaria si insinua lo spirito umano… Le missioni fanno appello al cuore dei fedeli e li spronano a pregare ed a sacrificarsi per esse, solo se sono presentate quale cosa del tutto divina… Nella nostra predicazione facciamo parlare l’amore che ha avuto Dio per il mondo, facciamo parlare il Sangue che Gesù Cristo ha sparso per le anime, facciamo parlare la miserevole condizione degli infedeli… sono le voci che il nostro popolo comprende meglio di ogni altro parlare…. “.

Piero Gheddo

10 giugno 2015

Il primo anno del Califfato islamico

Nel luglio 2014 nasceva in Irak l’Isis (Stato islamico di Siria e Irak) che ben presto si è definito Is (Stato islamico) con ambizioni di diffusione a livello mondiale, come infatti sta avvenendo. Nell’Occidente cristiano, specie nell’Unione Europea compresa la nostra Italia, si è letto la presenza dell’Is solo come la “guerra santa dell’islam contro i cristiani”. Ma c’è anche un’altra lettura più realistica: l’Is (o Califfato) è il tentativo disperato di portare i popoli islamici alla rinascita dalla decadenza attuale, ritornando alle radici dell’islam come vissuto da Maometto e dai primi Califfi (cioè successori di Maometto). Il sicuro fallimento di questo progetto sta portando a guerre intestine tra fazioni e popoli islamici, imponendo le uniche soluzioni logiche per salvare i valori dell’islam e permettere ai popoli islamici di entrare nel mondo moderno: leggere il Corano in modo critico, accettare la separazione fra islam e politica e la Carta dei diritti dell’uomo (e della donna) proclamata dall’Onu nel 1948, che i paesi a maggioranza islamica ancora non hanno accettato, ecc. L’Is è anzitutto un conflitto interno fra musulmani, non una guerra contro l’Occidente, anche se i cristiani ne sono le vittime.

Perché “sicuro fallimento” del Califfato? Anzitutto perché oggi nessun musulmano vorrebbe vivere in uno Stato islamico. L’Is si impone solo con la violenza e chi è costretto a viverci dentro, appena può scappa. Inoltre è visibile a tutti che non c’è alcun paese islamico, che possa rappresentare un modello di paese in cui si vorrebbe vivere. Il confronto fra paesi cristiani e paesi islamici è umiliante per questi ultimi: in politica, libertà, cultura, giustizia sociale, istruzione, rapporto uomo-donna, solidarietà con gli ultimi e i poveri, ecc. i cristiani hanno creato paesi molto più vivibili che non i paesi islamici. Anche nei paesi ricchissimi per il petrolio, la minoranza che ha in mano le ricchezze petrolifere non è interessata ad uno sviluppo umano integrale del suo popolo. Nel 2004 l’ho visto in Brunei, il Sultanato islamico nel Borneo (grande come la Liguria) dove il Pime ha lavorato nel 1856-1862 (poi Propaganda Fide ci ha mandati ad Hong Kong): spese pazze del Sultano e delle classi dirigenti e migliaia di lavoratori stranieri in gran parte anch’essi musulmani (indonesiani, bengalesi, malaysiani) che dicevano: “Qui siamo trattati quasi come schiavi e nei nostri paesi i poveri sono aiutati dai cristiani, non da questi ricchissimi musulmani”.

Il Bangladesh è un paese quasi totalmente islamico, con un popolo finora tollerante anche verso la piccola minoranza cristiana. Oggi non è più così. Padre Franco Cagnasso (già superiore generale del Pime, tornato in missione nel 2001) ha pubblicato su “Missionline” (20 marzo 2015) una breve testimonianza intitolata “Odio”, nella quale lamenta la continua lotta fratricida tra le varie fazioni politiche e religiose che rovinano l’economia e la stabilità politica del paese: “I commenti alla situazione politica del Bangladesh si fanno sempre più scoraggiati e laconici. Non si sa più che dire, e non si può neppur più ripetere che “così non si va avanti a lungo” perché ormai si va avanti da 2 mesi esatti (5 gennaio – 5 marzo) e non ci sono cenni che la faccenda si risolva. Fra le poche osservazioni che ho raccolto, ecco quella di un medico di Dhaka: “Apparentemente stiamo attraversando una delle molte, abituali fasi di crisi a cui il Bangladesh è abituato. Ma c’è qualcosa di diverso, questa volta la lotta è diventata più cattiva, si sta seminando odio a piene mani. Nei villaggi, ma anche in città, la lotta politica non distruggeva i rapporti umani, a volte anche di amicizia fra membri di partiti avversari. Ora però le bottiglie incendiarie che rovinano la gente vanno ben oltre le scazzottature cui eravamo abituati. Il tessuto sociale si sta sfilacciando, e chissà come si potrà ricostruire”.

L’odio religioso fra sunniti e sciiti porta alla ribalta le due potenze islamiche dell’Arabia Saudita e dell’Iran, sempre più coinvolte nella lotta fra le varie fazioni politiche e religiose da loro dipendenti. Così avviene in Yemen con l’intervento militare dell’Arabia Saudita e anche in Bahrein dove la rivolta degli sciiti è stata schiacciata dall’esercito Saudita, in Libano dove gli Hezbollah sono un braccio militare degli sciiti libanesi, in Siria fra alauiti e sunniti, in Irak dove gli sciiti sono più numerosi, ma i sunniti hanno sempre avuto il potere politico e adesso lo stanno perdendo, ecc. ,

Il 15 maggio scorso (vedi AsiaNews) il fondatore del Califfato Al Baghdadi ha dichiarato che l’islam “è una religione della guerra” ed ha chiesto a “ogni musulmano di ogni luogo di attuare la hijrah (emigrazione) verso lo Stato islamico o di combattere nel proprio Paese, ovunque esso sia” e di attuare la “guerra santa” (jihad) per passare da un islam di pace a uno di guerra, imitando Maometto e la sua Egira (nel 622 d.C.), perché “l’islam non è mai stato una religione della pace. L’islam è una religione della lotta”. L’Egira segna l’inizio dell’era islamica, quando Maometto, capo religioso, diventa capo militare, converte le tribù arabiche all’islam e inizia le guerre di conquista che estendono le terre e i popoli dell’islam portandolo al tempo del suo massimo splendore.

Di fronte a situazioni come queste, noi cristiani cosa possiamo fare? Tre cose:

1) Anzitutto escludere nei confronti dell’islam e dei musulmani ogni atteggiamento bellico; un conto è difendere un paese o un popolo da un ingiusto aggressore, un altro è pensare che le guerre dell’Occidente (come quelle in Irak, in Afghanistan, in Libia) possano risolvere il problema dell’islam salafita, cioè estremista. La guerra la vincerebbero sicuramente i musulmani, per il solo fatto che loro sono popoli giovani, noi siamo popoli vecchi!

2) Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha detto: “Mai come ora” si avverte la necessità del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. E’ il cosiddetto “dialogo della vita”, cioè l’incontro fraterno fra popoli islamici e cristiani, che ha come motivazione fondamentale non la politica o l’economia, ma la religione.

3) Per incontrare e dialogare con l’islam l’Europa deve capire che l’islam ci stimola a ritornare alle nostre radici cristiane, non solo, ma ad una vita cristiana, La nostra società, tutta tesa al progresso economico-scientifico-tecnico e all’avere sempre di più, è cieca di fronte ai fatti culturali e religiosi: tutto è ricondotto all’economia, alla scienza-tecnica e alla politica, della religione non si parla quasi mai! Oggi questi popoli profondamente religiosi sia pure in un modo condannabile (perché hanno un concetto di Dio opposto al nostro, che “Dio è Amore”) ci richiamano alla realtà. Ci vedono come popoli praticamente atei, popoli senz’anima da riportare a Dio anche con la violenza. Giovanni XXIII, il “Papa Buono” di Sotto il Monte, nell’enciclica “Mater et Magistra” (nn. 47 e 69) va alla radice della nostra crisi di civiltà con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”: “L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – scrive – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”. Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando al Parlamento europeo all’inizio degli anni 2000 ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori….Abbiamo creato una civiltà senz’anima, dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”.

Piero Gheddo

28 maggio 2015

Fame, la grande domanda

Questo Blog sulla fame nel mondo è stato pubblicato dal mensile di Avvenire “I luoghi dell’Infinito” del 5 maggio, dedicato all’EXPO 2015. L’ho ripreso come uno dei miei Blog perché penso interessi anche ai miei lettori. Piero Gheddo.

Perché 800 e più interessi milioni di uomini soffrono la fame? E’ la grande domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi in paesi extra-europei ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, capitale della regione dei Karimojon nel nord dell’Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità e quasi senza raccolto, li avevano portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci, fino a non aver quasi più aspetto di persone umane. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Ricordo indimenticabile, vista anche in India, Bangladesh, Somalia, Namibia, Mozambico, Burkina Faso…. Pregavo e mi chiedevo: Perché, o Signore?

Due le cause del sottosviluppo africano:.

1) L’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle elites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della Fao, nel 2008 affermava: “Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame”. Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou (capitale del Burkina Faso) l’arcivescovo card. Paul Zoungrana che diceva: “I soldi sono necessari, ma dati ad un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione”. Infatti, molti paesi africani hanno più del 50% di analfabeti, spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi, ecc. In Africa sono aumentati gli abitanti (oltre un miliardo), ma in proporzione non la produzione agricola. Europa e Stati Uniti producono troppo cibo di base e le leggi limitano la produzione, ma l’Africa nera produce troppo poco cibo. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione.

Da mezzo secolo visito le missioni, il ritornello che spesso sento ripetere da missionari e volontari italiani tra i contadini meno istruiti è questo: “Qui si produce troppo poco per mantenere un paese la cui popolazione aumenta rapidamente”. Il rapporto annuale della FAO del 2001 scriveva che l’Africa nera importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). Ecco la mia significativa esperienza: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro (in Sardegna di più perché c’è più sole), nell’agricoltura africana a sud del Sahara (escluso il Sud Africa e in passato lo Zimbabwe) 5 quintali! La differenza tra 80 e 5 è l’abisso che c’è tra ricchi e poveri del mondo. E la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua, di “progetti” fatti dall’Occidente, che i locali non hanno imparato a mantenere.

2) Le responsabilità dell’Occidente cristiano, storiche e attuali, sono certamente tante. Lo sviluppo dell’Europa viene da Gesù Cristo e dal Vangelo che hanno cambiato il cammino dell’uomo, con il precetto dell’amore al prossimo e del perdono e tanti valori nuovi: il monoteismo, la monogamia, tutti gli uomini creati ad immagine di Dio e la natura a servizio dell’uomo, i Dieci Comandamenti e la Beatitudini del Vangelo, la certezza che dopo la morte ci attende il giudizio di Dio e il Paradiso, ecc. Molti dicono che lo sviluppo viene invece dall’Illuminismo, ma l’ipotesi è ridicola. L’Europa era molto più avanti degli altri continenti già nel Medio Evo e poi nei secoli seguenti: i cristiani hanno colonizzato gli altri continenti e non viceversa. La colonizzazione ha aperto i popoli al mondo moderno, ma era fatta non per sviluppare i popoli, ma per arricchire l’Occidente.

La radice del sottosviluppo è storico-culturale-religiosa, prima che economica e tecnica. Nel Congresso di Berlino (1884-1885), le potenze europee si spartivano il continente nero. I popoli dell’Africa nera (senza lingue scritte), vivevano più o meno in un’epoca preistorica. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) abbiano potuto, in cento anni, cambiare radicalmente le loro culture e religioni e introdursi nel mondo moderno! Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente! Luci e ombre che conosciamo. Lo schiavismo, con decine di milioni di africani portati nelle Americhe per lavorare da schiavi; la scarsa istruzione data ai locali: quasi ovunque in Africa le scuole (specialmente superiori) erano quelle dei missionari cattolici e protestanti. Quasi tutti i capi politici dell’Africa nera che hanno ottenuto l’indipendenza venivano dalle scuole missionarie!

Ma anche dopo l’indipendenza negli anni sessanta, ancor oggi, l’Occidente continua a sfruttare quei popoli con un sistema economico ingiusto: prezzi delle materie prime che penalizzano le risorse dei poveri, corruzione delle classi dirigenti africane favorita dall’Occidente; la vendita di armi; il “land grabbing”, acquisto di terreni agricoli africani da parte dei paesi ricchi per produrre cibo che viene esportato; il disboscamento delle foreste africane, la rapina di oro, diamanti, metalli preziosi, ecc. Perché “rapina”? Perché privano l’Africa di queste ricchezze e poi i dollari, lo sanno tutti, vengono divorati dalla corruzione delle classi dirigenti. All’inizio del 2000, la Nigeria aveva un debito esterno di 92 miliardi di dollari, ma i depositi delle élites nigeriane nelle banche occidentali era di circa 130 miliardi!

L’Occidente materialista non capisce l’Africa, perchè ignora i fattori culturali, educativi, religiosi dei popoli, che danno all’uomo la sua identità, il senso di appartenenza, le motivazioni per vivere e agire. Non mi è possibile entrare nei particolari, ma chi vive e lavora in Africa (come i missionari che danno la vita per i loro popoli) ritengono che le cause storico-culturali- religiose sono fondamentali per spiegare il mancato o il troppo lento sviluppo dell’Africa nera. Ma la culture europea le ignora o le considera ininfluenti . C’è un abisso fra cosa pensiamo noi europei degli africani, delle loro culture e religioni, e le realtà dell’Africa.

3) Quali sono le nostre responsabilità attuali verso i fratelli africani? Cosa fare? Due punti:

a) La ferma convinzione che il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annunzio di Cristo e del Vangelo. Nella “Redemptoris Missio” di Giovanni Paolo II (1990, l’ultima enciclica missionaria) si legge (n. 59): “Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione”. Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. La santa Madre Teresa di Calcutta diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo”.

Nella “R.M.” si legge: “Il Vangelo è il primo contributo che la Chiesa può dare allo sviluppo dei popoli ….E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che non conoscono… il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (R.M. 58). Questa la realtà: fra i popoli arretrati: i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e meglio di altri. Il cristiano ha questo ideale: non essere egoista ma altruista, imitare Gesù Cristo e i missionari che danno la vita per gli altri. Padre Giuseppe Fumagalli del Pime, dal 1968 nella tribù dei Felupe in Guinea-Bissau, mi diceva: “Sono i cristiani che pensano al bene pubblico e non solo della propria famiglia e tribù: parlano di pace e portano la pace, tengono apèrte le strade in modo che la nostra auto-ambulanza possa andare in tutti i villaggi, combattono contro i capi-villaggio e gli anziani corrotti, danno l’esempio di famiglie monogamiche e di figli educati bene, accettano per primi le nuove tecniche dell’agricoltura,ecc.

b) Cosa posso fare per aiutare i poveri? Giovanni Paolo II risponde: “Contro la fame cambia la vita” (R.M. 59). Per essere fratello dei poveri, devo cambiare il mio “stile di vita”, secondo il comando di Gesù: “Il vostro superfluo datelo ai poveri” (Luc. 11,41). “Chi ha più ricevuto deve dare di più” diceva l’industriale Marcello Candia che ha venduto le sue fabbriche a Milano andando in Amazzonia a spendere la sua vita e i suoi capitali per i poveri.

Il cristiano deve testimoniare un “modello di sviluppo” alternativo. Cambiare la convinzione che sviluppo è uguale alla continua crescita economica e ricerca di un benessere più opulento, mentre è dare a tutti gli uomini il necessario alla vita. Ecco l’impegno politico del cristiano, convinto che Gesù e il suo Vangelo indicano l’ideale di una umanità nuova secondo le volontà di Dio e che la “Dottrina sociale della Chiesa” traduce al meglio cosa dicono il Vangelo e la Tradizione cristiana riguardo ai problemi dell’uomo. Però non bastano soldi e macchine, leggi e giustizia internazionale, ci vogliono persone, perché lo sviluppo è problema di educazione, di formazione delle mentalità, di evoluzione delle culture, di condivisione. Il nostro modello attuale è materialista, volto all’avere sempre di più, al migliorare il nostro livello di vita e di consumi. Impossibile, con questo ideale, essere fratelli dei poveri. Un giovane che crede in Cristo deve interrogarsi su cosa può fare nella vita. Se Dio ti chiama a dare tutto te stesso agli altri, specialmente ai più poveri e abbandonati, non dirgli di no: sappi che è bello fare il prete o la suora, perchè il Signore Gesù ti chiede sacrifici e rinunzie, ma ti dà il cento per uno di gioia e di realizzazione personale, già in questa vita e poi nella vita eterna in Paradiso.

Piero Gheddo

“L’Agenzia culturale” di Milano e la sua missione

Penso che molti ricordino il “Progetto culturale” che il Card. Camillo Ruini, allora Presidente della CEI, lanciò negli anni novanta, per sollecitare i cattolici ad essere più presenti nella comunicazione, nei mass media e nei circoli culturali che influenzano l’opinione pubblica in misura crescente. Negli ultimi tempi infatti si stanno moltiplicando i Siti internet  cattolici, di diocesi, parrocchie, centri culturali, associazioni, istituti religiosi e missionari, ecc. Il Pime, in Italia, ha 20-25 Siti internet, senza contare quelli dei singoli missionari e delle missioni! Ciascun Sito ha i suoi lettori ma, come abbiamo sperimentato con la stampa missionaria, è molto difficile coordinare e sintetizzare. Questo vale anche per i Circoli culturali cattolici, oggi molto numerosi, per dibattere e diffondere una lettura evangelica dei temi d’attualità.

L’idea di iniziare un Sito che ha per oggetto la ricerca e la diffusione di articoli, che possano costituire un orientamento e una guida nell’agire quotidiano, è venuta ad un gruppo di amici cattolici milanesi, presieduti dal notaio Angelo Giordano, nel 2003 si sono costituiti in associazione senza fini di lucro col  nome di “L’agenzia culturale” (www.lagenziaculturale.it  Mail: info@agenziaculturale.it ).  Prima è nata l’edizione cartacea dell’Agenzia, di recente l’edizione on line, ancora ai primi passi ma già merita una segnalazione per i suoi contenuti. Fin dall’inizio l’Agenzia pubblica il bollettino settimanale  (formato A4) “La Nostra Rassegna Stampa” , che consiste in tre parti:

-         le prime sei pagine riportano una decina di articoli dai quotidiani nazionali meritevoli di lettura da parte di un cattolico che voglia essere informato su temi religiosi, etici, sociali, culturali e d’attualità;

-         le due pagine centrali sono dedicate alle parole del Papa la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus;

-         le ultime sette pagine contengono uno studio de “La Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti (le cui bozze sono riviste e approvate dalla Santa Sede), che approfondisce i temi d’attualità interessanti per la Chiesa.

Ecco gli ultimi fascicoli: il 218 riporta il testo del padre Jorge Mario Bergoglio su “Il pluralismo teologico” (com’è possibile avere una fede unica e varie correnti teologiche?); il 219  presenta  “Il caso Malala, L’istruzione contro la violenza”, che illustra bene la situazione del Pakistan, con tanti bambini e bambine senza scuola e sfruttati per lavori pesanti. Il 10 dicembre 2014, una ragazza di 17 anni, Malala, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Condannata a morte dai talebani (che nel 1912 le hanno sparato in volto tre colpi) è riuscita a mandare a scuola tante bambine e ragazze, portando alla ribalta nel suo paese il diritto dei minori, e specialmente delle femmine, alla scuola; il n. 220 ha un interessante studio su “L’Isis e la tattica della spettacolarizzazione della violenza”; e il n. 221 (19 aprile 2015) è un testo, oggi di eccezionale interesse, su “La questione armena negli Archivi ecclesiastici”, partendo dai primi massacri sistematici degli armeni (1894-1896) e poi negli anni seguenti, fino  al 1915-1918 e anche dopo. Una documentazione impressionante con lettere di Papi e Nunzi apostolici, Patriarchi  e Vescovi cristiani, sacerdoti e semplici fedeli, in maggioranza testimoni oculari che raccontano crudeltà raccapriccianti. L’Autore del IV volume, il gesuita Georges-Henri Ruyssen, non parla mai di “genocidio”, riporta solo i testi dei documenti in modo imparziale (ci sono anche notizie di capi islamici che hanno salvato gli armeni a rischio della vita!). Al termine del volume si interroga su chi era il responsabile di questa mattanza organizzata e sistematica. Avanza diverse ipotesi e chiude scrivendo: “La cosa certa è che l’ampiezza della repressione tanto sproporzionata e l’entità dei massacri non erano mai state raggiunte nella storia moderna”.

Leggo da diversi anni la Rassegna Stampa che pubblica l’Agenzia culturale e trovo sempre materiale interessante, per le “buone notizie” che danno ottimismo e speranza (quante novità positive ci sono anche in Italia che spesso sfuggono) e per i testi che descrivono e giudicano i temi di attualità secondo la logica del Vangelo. La Rassegna Stampa è un vaccino intellettuale e spirituale. Ci lamentiamo per l’“inquinamento dell’aria”, pericolo di cui siamo ben  avvertiti, ma non teniamo presente l’”inquinamento dello spirito” che viene dalla congerie di “notizie negative” che ci intossicano. Ogni storia di persone o di paesi è una storia sacra, perché Dio è presente. L’importante, per me piccolo uomo, è vedere in profondità la storie umane, là dove Dio è presente.

Ecco, L’Agenzia culturale compie questa missione. Iscritta tra i Centri Culturali cattolici (che a Milano e dintorni sono 180), intende promuovere una più stretta collaborazione tra questi Centri, segnalando le loro attività nel proprio Sito, rivolgendosi anche a parrocchie, Centri missionari, scuole e case di cura a conduzione cattolica (che sono davvero tante), per diffondere una cultura volta a promuovere il bene comune, di cui il mondo d’oggi ha tanto bisogno.  L’Agenzia Culturale di Milano ha sede in Via Locatelli, 4 e il suo Sito, dal quale è scaricabile integralmente la Rassegna Stampa, è www.lagenziaculturale.it

Piero Gheddo

27 aprile 2015

 

Un missionario indiano nel Nord Camerun

Il Nord del Camerun è pesantemente infiltrato dai Boko Haram che arrivano dallo stato di Borno nel nord della Nigeria, dove è già vigente la legge coranica “sharia” e quasi ogni giorno ci sono scuole e villaggi cristiani vittime degli estremisti dell’islam. Il confine tra Camerun e Nigeria, lungo più di 2.000 km, passa in foreste e steppe senza alcuna barriera divisoria. I Boko Haram entrano facilmente e reclutano giovani musulmani disoccupati, mandando 250 dollari al mese alle loro famiglie (insegnanti e infermiere guadagnano circa 70-80 dollari); se poi questi giovani vogliono ritirarsi, tagliano la gola a loro e ai loro famigliari in Camerun; assaltano villaggi, fermano pullman di servizio statale facendo strage dei musulmani che non sanno leggere il Corano e degli uomini cristiani; portano in Nigeria le loro donne e i bambini come ostaggi. Le ambasciate occidentali hanno ordinato ai loro cittadini di ritirarsi dal Nord Camerun, diviso dal Sud, dove l’islam è poco presente, da 900 km di foreste.

Chi è rimasto nel Nord? Missionari e suore per assistere i loro cristiani. Il Nord Camerun ha circa 7 milioni di abitanti, 1,5 musulmani e 350.000 cristiani, ma la maggioranza della popolazione è ancora animista e diverse tribù tendono a convertirsi a Cristo. Siamo in una vera missione ad gentes. Se nel Nord non ci fosse personale religioso straniero, le quattro diocesi locali non potrebbero sopravvivere. Dal 1967 il Pime è presente nel Sud Camerun e nel Nord dal 1974, dove lavora in due diocesi (Maroua e Yagoua), soprattutto in due tribù, Ghizigà e Toupurì, con una dozzina di preti e fratelli, fra i quali il sacerdote indiano Xavier Ambati, che ha una storia interessante.

Nato nel 1968 a Nandigama in Andhra Pradesh da genitori che erano insegnanti in scuole luterane e ancor oggi Xavier parla con ammirazione della rigorosa formazione dei luterani. A 22 anni, quando già studiava all’Università, si è convertito alla Chiesa cattolica ed è stato ordinato sacerdote del Pime nel 2003. Da 11 anni è nel Nord Camerun, negli ultimi anni a contatto con l’islam estremista e i Boko Haram. All’inizio è stato a Mouturwa, parrocchia fondata e poi consegnata al vescovo locale. Padre Xavier è andato a Kousseri (città islamica, 100.000 abitanti) ai confini con Ciad e Nigeria, dove padre Giovanni Malvestio stava costruendo chiesa, scuola e varie opere parrocchiali per i pochi cristiani della città. Mentre era a Kousseri, da lunedì a venerdì Xavier andava a fondare la Chiesa a Wazà vicina all’omonimo Parco nazionale e a 7 km dalla Nigeria, sabato e domenica tornava a Kousseri per aiutare nella pastorale domenicale.

Padre Ambati nei villaggi animisti e musulmani

Intervistato a Milano, padre Xavier racconta: A Wazà un missionario francese aveva costruito una grande sala in muratura che serviva da chiesa e da luogo di riunione e scuola. Non avevo casa e dormivo su un materassino in chiesa. Portavo con me 5-6 giovani cristiani di Kousseri, incontravamo la gente, si parlava di Gesù Cristo e della Chiesa, si girava nei villaggi a cercare i cristiani, ma erano pochi. Ci facevamo conoscere come missione cattolica che doveva nascere a Wazà, lasciando immagini di Gesù e della Madonna nelle loro capanne. Chi era interessato al cristianesimo ci dava il suo nome e promettevamo di ritornare. Io parlavo francese, i giovani traducevano nella lingua locale. A volte celebravo la Messa con la cappella piena di gente ma le comunioni erano poche, oltre a quelle dei miei giovani. In sei-sette villaggi ho costruito la cappella in fango e paglia, come segno che volevano conoscere il cristianesimo. Nel 1913 i Boko Haram si sono infiltrati in Camerun dalla Nigeria, l’esercito camerunese è intervenuto e a Natale e Pasqua 2013 quando celebravo la Messa, i soldati che difendevano la chiesa erano trenta, la gente quasi tutta animista. In quelle regioni di frontiera fra cristianesimo e islam, se non prendiamo subito gli animisti, diventano musulmani. Nel mondo moderno, l’animismo non conta più niente, quindi bisogna scegliere: o diventare cristiani o essere costretti a diventare musulmani. Con i ragazzi cattolici che venivano con me, portavamo da Kousseri qualcosa da mangiare, ma in genere mangiavamo quello che avevano le famiglie dei villaggi. A volte io comperavo nei mercatini locali del miglio e mangiavamo polenta di miglio con qualche famiglia; e con la polenta qualche pesce secco e altri animali di foresta come i topi e qualche erba di foresta bollita. La gente mangiava quello e anche per noi, mattino, mezzogiorno e sera il nostro cibo era quello. Una vera penitenza ma anche i ragazzi con me la facevano volentieri.

Un “Campo di lavoro” per i giovani camerunesi

Il Natale 2012 è stata una delle feste più solenni che ho celebrato a Wazà, poco prima che arrivassero i cinesi. Per prepararci al Natale, ho organizzato, con l’aiuto di padre Giovanni Malvestìo e del sacerdote diocesano don David Menema (suo collaboratore a Kousserì), un “Campo di lavoro per giovani” di cinque giorni come si fa in Italia. In quella cittadina isolata vicina al Parco Nazionale, è stato un successo notevole, anche perché il Natale è sentito dai musulmani come una festa religiosa popolare di tutti.

La vigilia del Natale sono andato da Kousserì a Wazà con un seminarista e sei giovani cristiani, accolti bene dalle autorità civili, dai leader tradizionali e delle altre religioni. Dopo cena, abbiamo preparato la Messa del Natale, spiegando il significato della festa, insegnando alcuni canti e mostrando concretamente come si celebra la Messa del giorno dopo con musica, canti, candele, incenso e una processione alla quale partecipano tutti. Il giorno di Natale che era una domenica, abbiamo celebrato la Messa, alla presenza delle autorità di Wazà, molti giovani e gente del posto. Una cerimonia e una festa così solenne non l’avevano mai vista.

Dopo pranzo si è visitato un villaggio a 15 km dal centro chiamato Tagawa, con abitanti tupurì e massà. Hanno partecipato i giovani di Wazà e Kousserì e alcuni funzionari locali e abbiamo entusiasmato il villaggio con animazioni nella loro lingua e subito dopo parecchie famiglie hanno espresso il desiderio di diventare cristiane. Il leader locale dell’islam ha incoraggiato la gente a costruire una cappella per pregare assieme, cosa che poi abbiamo fatto! Il lunedi siamo andati a visitare altri due villaggi: Jiguina (15 km) con una sola famiglia cattolica e tutti gli altri musulmani; nel secondo, Madà (a 5 km), c’era una donna protestante. In ambedue i villaggi abbiamo presentato il Vangelo, insegnando il Padre Nostro. Il giorno dopo abbiamo visitato il villaggio di Bonderi con un programma simile, ma questo villaggio è composto di 50 famiglie di religione tradizionale e alcune famiglie cristiane di cui tre cattoliche e 1 protestante che desidera entrare nella famiglia cattolica. In questo villaggio c’era più tempo e abbiamo benedetto le capanne e visitato i malati e la gente ha espresso il desiderio di avere una presenza regolare del sacerdote. L’ultimo giorno abbiamo ancora celebrato la Messa a Wazà attirando molte persone e famiglie e poi abbiamo chiuso il Campo con la promessa di farne un altro per Pasqua.

Questi cinque giorni sono stati molto positivi, sia per l’entusiasmo dei giovani locali e di quelli che mi accompagnavano da Kousserì, sia perché si è dimostrata importante la presenza del seminarista della diocesi di Yagoua, mandatoci del suo vescovo, che durante tutto il tempo di permanenza ha guidato la preghiera della sera e il Rosario, facendo una piccola catechesi quotidiana ai giovani presenti. Proprio questi giovani locali hanno preparato la nostra venuta provvedendo al nostro vitto e alloggio nel miglior modo possibile, in quella situazione di grande povertà.

Boko Aram sequestra i cinesi al lavoro

Nei villaggi della futura parrocchia di Wazà il governo del Camerun costruisce una strada che parte da Kousseri e va verso il Sud, anche per determinare il confine con la Nigeria. Nel 2013 sono venuti i cinesi e costruivano la strada per il governo camerunese, da nord a sud, lunga più di 1.000 chilometri; la strada passa proprio vicino alla nostra cappella e sono vissuto per molti mesi con i cinesi, che erano divisi in gruppi lungo quel tracciato. Il gruppo che era a Wazà aveva macchine grosse per lavorare, camion, ruspe, caterpillar, scavatrici, ecc. I cinesi vivevano in da case prefabbricate portate dalla Cina, le montano e poi le smontano e se le portano via e producono la loro energia elettrica.

Nei primi mesi del 2014, dal Parco nazionale di Wazà un giorno sono spuntati all’improvviso circa 300 uomini di Boko Haram, armati e tutti incappucciati. Hanno circondato il campo cinese e hanno portato via una dozzina di capi, direttori e tecnici, ma non i lavoratori cinesi che sono carcerati, liberati in Cina per lavorare in luoghi pericolosi. I carcerati del nostro gruppo erano circa 70, facevano i lavori più difficili e assumevano anche lavoratori locali, ma gli africani vanno poco con loro perché debbono lavorare molto e sono pagati pochissimo. Ho sentito dire che in Cina fanno questa proposta ai carcerati, se vanno a lavorare all’estero per la Cina non so quanti anni, poi sono liberi.

A difendere i cinesi c’erano una trentina di militari camerunesi, qualcuno di loro ha sparato ma è stato ucciso, gli altri, vedendo quella legione di guerriglieri, sono scappati. I Boko Aram, mi hanno detto la gente di Wazà, erano un vero esercito, impossibile fermarli. Per fortuna sono venuti in un giorno in cui io ero a Kousseri con i giovani cristiani, altrimenti rapivano anche noi. Mi hanno detto che hanno portato i capi cinesi nello stato nigeriano di confine dove comandano loro e fino ad oggi so che non li hanno ancora liberati. Dopo questo fatto, il superiore del Pime in Camerun e poi anche il vescovo, mi hanno detto di venir via, troppo pericoloso!

Il vescovo mi manda a fondare una nuova parrocchia

Alcuni mesi dopo, il vescovo di Yagoua mi ha mandato a fondare una parrocchia a Wagà, a circa 120 km dalla Nigeria e ai confini col Ciad, anche questo un territorio infiltrato dai Boko Aram, che nel Nord Camerun è presente ormai ovunque. E anche qui dormo nella grande chiesa di fango e paglia. Sto iniziando a prendere contatto con i villaggi animisti dove trovo alcune famiglie cattoliche che mi ringraziano di essere venuto tra loro.

Sono già stato a Magà nei mesi scorsi con padre Giuseppe Parietti per vedere la situazione, ci siamo fermati qualche giorno e abbiamo girato alcuni villaggi. Mi sono fatto l’idea che è proprio una missione ad gentes, con numerosi animisti che vogliono diventare cristiani. A Magà c’è la situazione che si trova ovunque nel Nord del Camerun. La maggioranza degli abitanti (che appartengono a varie etnie o tribù) sono ancora animisti, Ciascun villaggetto o ciascuna famiglia va per conto suo e non ha alcun punto di riferimento per la vita moderna, nessun appoggio o protezione. Anche i giovani tribali, educati al culto degli spiriti del villaggio, della tribù o della famiglia, si trovano spaesati e isolati, mentre i cristiani e i musulmani hanno il Libro (Bibbia o Corano) e la Chiesa o la “umma”islamica. E’ inevitabile, come avviene in tutto il Nord Camerun, che si impone la scelta di una religione adatta al tempo moderni.

All’inizio di settembre ritorno in Camerun e vado a Magà per iniziare la parrocchia. Dovrebbero esserci alcune centinaia di cristiani dispersi in vari villaggi, ma senza il prete residente da molti anni: non so ancora quanti sono rimasti. Ci sono anche tre suore africane che hanno iniziato una scuola primaria in muratura, costruita dalle suore canadesi. Nella loro casa le suore hanno un cappellina, ma troppo piccola per la parrocchia. Tanti anni fa c’era un missionario francese che veniva a Magà una volta al mese, aveva battezzato molti e usava quel capannone di paglia che oggi è vacillante e col tetto sforato in più parti. Dev’essere riparato, anche perché iodormo in chiesa. Per mangiare non ho nessuno, il padre canadese mangiava con le suore canadesi, ma io mangerò da solo. All’inizio mi porteranno qualcosa i cristiani del villaggio, poi cercherò qualcuno che possa farmi da mangiare, ma ci penserò quando sono sul posto. Di fame credo che non muoio e un missionario anziano mi ha detto che, all’inizio di una missione bisogna sopportare un po’ di penitenze, perché alle fondamenta di una Chiesa c’è la Croce di Gesù Cristo.

Piego Gheddo

17 aprile 2015

 

 

Auguri di Buona Pasqua anche a chi non crede

La Pasqua è la Festa che ricorda la Risurrezione di Cristo dal sepolcro, dopo tre giorni dalla sua morte in Croce. Chi ha il dono della fede ci crede e proprio la Risurrezione di Cristo è la dimostrazione storica della sua divinità. Che Cristo sia risorto non è una pia credenza, ma un fatto storico confermato da tanti testimoni, molto più di altri fatti del passato dei quali esistono scarse testimonianze.

Per noi che abbiamo avuto da Dio il dono della Fede, La Pasqua porta alla nostra vita la serenità dello spirito, la gioia di vivere, la pace del cuore. Se noi viviamo con Cristo, cari amici, non possiamo essere tristi o pessimisti, senza speranza. Soffriamo certo per le molte croci della nostra vita, ma Gesù è la nostra forza, la nostra speranza.

Un’antica espressione popolare dice: “Sono contento come una Pasqua”. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, perché ci ha liberati dal peccato e dalla morte, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi di uomini e donne peccatori, ma con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, ama tutti e ciascuno più di quanto noi amiamo noi stessi!

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di Diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

Ma per i molti che non credono, anche tra i nostri parenti e amici, la Pasqua è solo una festa più meno come le altre, si fa vacanza anche il giorno dopo, si fanno e si ricevono gli auguri di Buona Pasqua, si mangiano le uova di cioccolato e le colombe di pasta dolce, ma il perché di questa Festa che è il fondamento del cristianesimo, rimane per loro un mistero e non se ne curano. Dobbiamo anzitutto pregare per loro, fare qualche sacrificio, sopportare le nostre sofferenze, affinchè lo Spirito Santo tocchi il loro cuore.

Qualche anno fa sono stato per un anno in contatto per posta elettronica con un personaggio che abita a Roma (non ci siamo mai visti né telefonati), dichiaratamente agnostico e ferocemente contro la Chiesa cattolica. Tutto è nato da una sua lunga lettera che, prendendo spunto da un mio articolo su un importante giornale laico, accusava la Chiesa di molti dei mali di cui soffre la nostra Italia. Una lettera ben scritta e ragionata e io ho risposto. Anche lui ha risposto a me e siamo andati avanti per un anno o poco più con due-tre lettere per ciascuno al mese. Lui insisteva sulle colpe e i delitti di Papi e altri uomini di Chiesa, ad esempio all’inizio per Papa Francesco ha espresso qualche sua simpatia, durata poco. Poi ha incominciato a dire che non aveva condannato i militari al potere e rileggeva la sua vita tutta in senso negativo.

Allora ho capito che, con un uomo così informato e credo anche retto, era inutile discutere sulla religione e la Chiesa. Ho cominciato a mandargli i miei Blog (quasi tutti positivi) e altri articoli sui missionari conosciuti nei miei viaggi di visita ai vari continenti. Allora si è addolcito e quando verso Natale mi ha scritto che sua moglie era stata ricoverata in ospedale per una grave malattia, gli ho risposto che pregavo per lei e che Dio è buono e Padre di tutte le creature umane, spero che faccia la grazia della guarigione. Allora mi ha risposto in tono commosso che mi ringraziava e sperava anche lui che la mia preghiera avesse un effetto positivo. Poco dopo è finita la nostra corrispondenza, perché quel caro amico mi ha risposto dicendo che era occupato a curare la moglie e ormai era inutile continuare a scriverci.

Quali auguri di Buona Pasqua possono toccare il cuore a chi non crede? Tutti nella vita abbiamo le nostre sofferenze, le nostre croci, fisiche, psicologiche, affettive, economiche. Penso agli ammalati, agli anziani specialmente se soli, ai disoccupati, ai carcerati e anche a persone giovani che hanno avuto qualche disavventura e attraversano un momento di crisi. Il modo migliore di augurare loro Buona Pasqua è di volergli bene, interessarsi dei loro mali e dire che preghiamo per loro, Gesù Risorto li aiuti a ritrovare la serenità e la gioia di vivere.

Dobbiamo vincere in noi quello che è uno degli effetti della secolarizzazione: in pubblico non si parla di sentimenti religiosi, la fede è una cosa personale, intima e la privacy richiede che non si manifesti la propria fede in pubblico (com’è proibito alle annunziatrici dei telegiornali mettere un crocifissino al collo!). Nel 1973 ho accompagnato con un Carmelitano che conosceva i barboni del Parco del Castello a Milano, Madre Teresa che voleva parlare con uno di loro. Un vecchietto era coricato su una panchina avvolto in una coperta. Il Carmelitano lo chiama e quello si alza. Noi gli avremmo detto: “Come sta?” o qualcosa di simile. Madre Teresa gli dice: “God loves you!”, Dio ti ama, e quel vecchietto si è commosso e ha raccontato un po’ la sua vita, spiegando che aveva tre figli e l’avevano abbandonato. Poi ha concluso dicendo: “Solo Dio mi vuole bene, mi ama!”.

Piero Gheddo

3 aprile 2015

 

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio

Il 13 marzo 2015, secondo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, Francesco ha compiuto un gesto coraggioso e sorprendente: ha indetto l’”Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), “affinchè la Chiesa – ha detto – possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa e i fedeli in senso pastorale, missionario, con atti, gesti e parole caratterizzati dalla misericordia e condivisione verso i lontani, i non credenti, i più poveri in tutti i sensi. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella sua seconda enciclica “Dives in misericordia” (Dio è ricco di misericordia) e Papa Benedetto nell’ enciclica “Deus Caritas est” (Dio è Amore).

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli conosce bene l’Occidente cristiano e sa che ben più del 50% dei battezzati non vengono in chiesa, conducono vite lontane da Cristo e capisce che questo rifiuto della misericordia e del perdono di Dio ha imbarbarito le nostre società (oggi espressione massima è il “gender”), i nostri popoli ancora nominalmente cristiani. Ma Francesco crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione della Chiesa” ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa. Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù in queste ferite… Il Signore ha voglia di salvarci. Io ci credo. Questa è la nostra missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

Tutto il suo pontificato è impostato per riconvertire l’Occidente cristiano a Cristo, come indispensabile passo per annunziare Cristo a tutti gli uomini. Tant’è vero che ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne” come dev’essere anche la nostra. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e noi dobbiamo sapere che l’Anno della Misericordia è anzitutto indetto per riportare i nostri popoli cristiani a Cristo, cioè ciascuno di noi all’amore e imitazione di Gesù Cristo.

Nell’Anno Santo della Misericordia, Francesco riprende i concetti e le espressioni che ha ripetuto tante volte in questi ultimi due anni: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia.

Misericordia significa perdono, riconoscere le nostre debolezze e colpe e convertire la nostra vita a Cristo. Ecco il n. 10 della “Evangelii Gaudium”. rivolto a tutti noi che crediamo: “10. La proposta è vivere ad un livello superiore: la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo ”.

Francesco è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Anche le brevi omelie di Santa Marta sono orientate, giorno per giorno, ad indicare i passi per convertirsi a Gesù e ad una vita secondo il suo Vangelo. Così ha detto per i problemi della famiglia e durante il Sinodo beatificherà diverse famiglie del nostro tempo che si sono santificate pur in situazioni molto difficili.

Temo che questo appello della personale conversione a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto dall’opinione pubblica. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se Francesco è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita..

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; è se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Piero Gheddo

26 marzo 2015

 

Papa Francesco: “Gli anziani sono una ricchezza”

Nell’udienza generale del 4 marzo scorso, Papa Francesco ha parlato a lungo degli anziani e ha detto: “Gli anziani sono una ricchezza. Una civiltà si giudica dal come tratta gli anziani… andrà avanti se saprà rispettare la saggezza degli anziani. Una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, porta con sé il virus della morte”. Io ormai appartengo alla “terza o quarta età” e ho anche la fortuna di poter scrivere,.. Lasciatemi dire tre esperienze della mia vita.

A Tronzano vercellese, una domenica del marzo 1929, mentre a mezzogiorno rintoccavano le campane dell’Angelus, la maestra Rosa Franzi, moglie del geometra Giovanni Gheddo, dava alla luce il suo primogenito, Piero. Non è una notizia da internet, ma la comunico per condividere con gli amici lettori i sentimenti di un uomo che, sentendosi ancora giovane, compie 86 anni ritenendosi fortunato. Per tre motivi:

1) perché mamma e papà, e poi tutta la nostra “grande famiglia”, mi hanno trasmesso la fede e con i loro esempi lo spirito e la vita cristiana; ho poi scoperto il valore salvifico della fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità: la fede cambia il cuore, cambia la vita, comunica la gioia di vivere, anche nelle situazioni più difficili e dolorose; insomma, se la fede è autentica e porta all’imitazione di Gesù, diventa davvero il motore della vita umana. Perché Gesù Cristo è l’uomo nuovo secondo la volontà di Dio, che realizza tutte le aspirazioni umane e dell’umanità.

Nel 1985 sono stato la prima volta in Giappone e mi è capitato di visitare la sede centrale della “Soka Gakkai”, una setta derivata dal buddismo che pare abbia un buon seguito anche in Italia, con l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, il suo segretario e il mio confratello padre Pino Cazzaniga, allora in Giappone da circa vent’anni. La maestosa e imponente sede centrale della “Soka Gakkai” (che significa “Società creatrice di valori”), espressione del buddismo moderno, è una specie di Vaticano molto esteso con palazzi, giardini, case di abitazione, strutture per lo studio, la riflessione, gli incontri di massa. Tutto ricco e moderno, direi impressionante. I due dirigenti che accolgono e accompagnano il cardinale spiegano cosa è la Soka Gakkai ed esprimono concetti in gran parte condivisibili. Ma al termine della visita il card. Martini ci diceva: “Il buddismo è interessante come tutto il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità. Tutti i popoli cercano Dio e anche i giapponesi, come gli altri popoli, faranno scelte come noi occidentali: saranno atei o cristiani”. Noi che abbiamo ricevuto la fede in Gesù Cristo, la nostra vita ha uno scopo preciso,. impegnamoci a mantenerla con la preghiera e l’aiuto di Dio, perché è l’unica e vera ricchezza che abbiamo.

2) Mi ritengo un uomo fortunato perché, quando i miei genitori si sono sposati nel 1928, hanno pregato per avere tanti figli (papà diceva che ne volevano 12) e che almeno un figlio si facesse prete e una figlia suora; che poi non è venuta perchè mamma Rosetta, dopo tre figli maschi (Piero, Francesco e Mario), è morta nel 1934 di polmonite e di parto: con i due gemellini di cinque mesi che in un paese, a quel tempo, non potevano essere salvati. Dio mi ha chiamato fin da bambino e lo ricordo bene. Quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa farò da grande rispondevo deciso: il prete! Gli adulti si stupivano, ma non ho mai avuto altra aspirazione nella vita e ne ringrazio Dio e i genitori. Oggi, a 86 anni e 62 di sacerdozio, posso dire che è bello fare il prete e quando mi capita dico ai ragazzi, ai giovani: se Dio ti chiama, non dirgli di no. Devi rinunziare a te stesso e darti tutto a lui. E ne ricevi in cambio la vita eterna e cento volte tanto tutto quello che hai lasciato per seguire il Signore.

Perché è bello fare il prete? Perché sei nella condizione migliore per innamorarti di Gesù. Non hai più problemi di carriera, di soldi, diciamo anche di salute e di età che avanza: il prete non va mai in pensione, si sente sempre utile a tanti che cercano Dio. La fede non è solo intellettuale, è passione, innamoramento per Gesù Cristo e la Chiesa, per le persone che incontri alle quali porti la maggior ricchezza che abbiamo: la fede! Quanti santi preti ho incontrato nella mia vita,che mi hanno aiutato a superare le mie passioni, le mie crisi e le mie sofferenze, perché quando sbagli e cadi nel peccato, il Signore ti fa sentire la sofferenza di essere lontano da Dio e ti perdona!

Un esempio. Una delle peggiori crisi della mia vita è stata quando, nel 1994, dopo 40 anni di giornalismo missionario a Milano, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi ha chiamato a Roma per scrivere la storia del Pime, che nel 2000 compiva 150 anni dalla fondazione. Cioè abbandonare Milano (le riviste, i viaggi, la rubrica di spiegare il Vangelo in Tv che avevo in Rai Uno, ecc.) per andare a chiudermi in un Archivio a Roma! La richiesta del superiore, anche ai miei amici giornalisti, pareva un assurdo e ho avuto la forte tentazione di rispondere di no. Mi svegliavo di notte, mi son venuti un po’ di capelli bianchi e mi sono confidato col mio confessore, che mi ha detto deciso: “Ai superiori bisogna obbedire sempre”. Poco dopo sono andato in Birmania, invitato dal vescovo mons. Abramo Than che voleva iniziare la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara e ho scoperto che anche lui aveva avuto una forte crisi per lo stesso motivo: nel 1955, dopo 32 anni di missione a Monglin, dove partendo da zero aveva fondato una cittadella cristiana e decine di villaggi di battezzati, il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, gli chiedeva di andare a Mong Ping, per ricostruire una missione partendo ancora quasi da zero. In una lettera al fratello esprimeva tutta la sua sofferenza e scriveva: “Però debbo obbedire, perchè capisco che se faccio di testa mia, sbaglio”. Questo mi ha convinto e ho poi sperimentato che iniziare un lavoro nuovo a 65 anni è stata la mia fortuna, sono ringiovanito!

3) Mi ritengo un uomo fortunato per un terzo motivo. Durante l’ultima guerra mondiale (1940-1945), facevo le cinque classi del ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. Attraverso le riviste missionarie (e le lettere di padre Vismara), ho scoperto le missioni. Dio mi ha chiamato a portare il Vangelo di Gesù a tutti i popoli della terra. Nel settembre 1945 sono venuto al Pime di Milano e ordinato sacerdote nel 1953 dal Beato Card. Ildefonso Schuster.. Ho poi visitato poco meno di 100 paesi nel Sud del mondo, incrociando guerre, terremoti, pericoli di vita (in Vietnam, Angola, Uganda, Somalia, Ruanda); ho sofferto la fame e la sete, dormito in capanne africane e indiane, con i topi che mi saltavano sulla brandina; ho passato una notte da solo in foresta, chiuso nell’auto e circondato da animali feroci che si strusciavano contro quel mostro di ferro, immobile perché le ruote della pesante Bentley erano affondate nella sabbia e il mio taxista africano era corso in un villaggio vicino, ritornando però il mattino dopo con una decina di uomini.

La mia vita è stata un’avventura che ho vissuto con passione, tante rinunzie ma anche soddisfazioni perché ho visto dove e come nasce la Chiesa, con le meraviglie dello Spirito Santo come negli Atti degli Apostoli. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Sono pienamente d’accordo con don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” (così Giovanni XXIII), che ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

16 marzo 2015