Con Francesco la missione rinnova la Chiesa

Perché portare Cristo in Asia, Africa, Oceania e America Latina, quando lo perdiamo qui in Italia? E’ la domanda che molti si fanno, alla quale non basta rispondere che ogni uomo ha diritto di conoscere il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, unico Salvatore dell’umanità; e che ancor oggi noi cristiani siamo 2 miliardi sui sette di tutto il genere umano. L’irrompere di Papa Francesco a capo della Chiesa cattolica, con le sconcertanti novità del suo Pontificato, rivela un’altra risposta: la missione rinnova la Chiesa. E questo non solo oggi con la “missione alle genti” specialmente in Asia e Africa, ma fin dall’inizio della Chiesa. Gli Apostoli non sono rimasti a Gerusalemme e nel mondo ebraico, ma proprio annunziando Cristo e fondando la Chiesa negli altri popoli (Gesù salendo al Cielo diceva: “Andate in tutto il mondo, annunziate il Vangelo ad ogni creatura”), hanno rinnovato la Chiesa dandole quel respiro e quella consistenza universale che ancor oggi sono lo stimolo del suo rinnovamento e l’immagine della sua giovinezza.

Nell’intervista a padre Antonio Spadaro,

Papa Francesco ha detto: la Chiesa respira con i due polmoni delle Chiese giovani e antiche. Le prime, “sviluppano una sintesi di fede, cultura e vita in divenire e quindi diversa da quella sviluppata dalle Chiese più antiche”. Però ambedue “costruiscono il futuro, le prime con la loro forza e le altre con la loro saggezza. Ci sono dei rischi, ma il futuro si costruisce insieme”. Francesco è il primo Papa che viene dalle giovani Chiese, dalle missioni dove nasce la Chiesa. Non si capisce e non si è in sintonia con il suo pontificato, se non si entra in quest’ottica. Finora le giovani Chiese avevano avuto scarsa voce nella gestione della Chiesa e della pastorale, oggi diventano, per così dire, protagoniste. Il pontificato di Francesco va proprio in questa direzione, infatti parla e scrive spesso (nella “Evangelii Gaudium” ad esempio) di una Chiesa tutta missionaria, di pastorale missionaria, di andare verso le periferie, verso gli ultimi, che la Chiesa è la casa di tutti, ecc.

Le giovani Chiese cosa possono insegnare a noi, ricchi di spiritualità, teologia, diritto, riti liturgici, esperienze pastorali? Il discorso è complesso, ma in estrema sintesi, secondo la mia piccola esperienza e seguendo giorno per giorno cosa dice e fa Papa Francesco, si possono indicare tre punti:

1) Nelle missioni si annunzia Cristo e il cristianesimo è in sostanza la salvezza in Cristo Gesù, che ha rivelato la grande verità: Dio è Amore e ha salvato gli uomini morendo in Croce. La predicazione, la catechesi, la formazione cristiana sono fondate su questa visione dinamica della vita cristiana: rispondere all’amore di Cristo, che è morto per me in Croce. Francesco ha detto a Spadaro: “L’annunzio missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona di più, che fa ardere il cuore come ai discepoli di Emmaus… Una bella omelia, una vera omelia deve cominciare con il primo annunzio, con l’annunzio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annunzio”. E’ un ritorno agli Atti degli Apostoli e alla “pastorale missionaria”. Nella nostra vita, predicazione e istruzione religiosa, trasmettiamo l’amore a Cristo? Siamo entusiasti della nostra vocazione sacerdotale, cristiana e missionaria? Se non siamo innamorati ed entusiasti di vivere con Cristo, come facciamo a trasmettere tutto questo ad altri?

2) Una Chiesa aperta a tutti e i pastori “con l’odore delle pecore”, che vivono e condividono con la gente comune, specie i più poveri e gli ultimi. Una Chiesa non ferma e chiusa nelle certezze di aver già le risposte a tutti i problemi dell’uomo, ma disposta a camminare con il popolo, per comprendere sempre meglio, con l’assistenza dello Spirito Santo, cosa Gesù ci ha insegnato e cosa vuole da noi oggi (Giov 14, 26; 16, 12-13). Francesco dice (G.S. n. 25): “Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una semplice amministrazione. In tutte le regioni della terra mettiamoci in “stato permanente di missione” (n.25).

3) Tutti i battezzati sono missionari. Nella Gaudium et Spes si legge: “In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare (n. 119). In virtù del Battesimo, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni… Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù” (n. 120). E’ un altro grande insegnamento delle giovani Chiese. In Corea mi dicevano: “Nella nostra Chiesa non si concepisce un laico passivo. Fin dal catecumenato, chi entra nella Chiesa deve impegnarsi in opere di Vangelo, di carità, di missione, in gruppi e movimenti che fanno capo alla parrocchia”.

Dopo il Concilio di Trento c’era stato un terremoto per il rinnovamento durato più d’un secolo. Papa Francesco viene 50 anni dopo il Vaticano II (1962-1965), che già i Pontefici prima di lui stavano applicando, sempre partendo dalle Chiese antiche. Oggi c’è il Papa che parte dalle missioni e dalle giovani Chiese. Merita ascolto, amore, preghiera, attenzione e soprattutto che camminiamo tutti con lui, sotto la guida dello Spirito Santo.

Piero Gheddo

 

La gioia di portare Cristo al mondo

Il Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domenica 19 ottobre 2014 incomincia così: “Cari fratelli e sorelle, oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo. Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria: la Chiesa è nata “in uscita”. E termina così: “La Giornata Missionaria Mondiale è anche un momento per ravvivare il desiderio e il dovere morale della partecipazione gioiosa alla missione ad gentes. Il personale contributo economico è il segno di un’oblazione di se stessi, prima al Signore e poi ai fratelli, perché la propria offerta materiale diventi strumento di evangelizzazione di un’umanità che si costruisce sull’amore”.

Parole chiare: la G.M.M. si celebra per evangelizzare “i moltissimi che non conoscono Gesù Cristo”. Eppure nell’opuscolo ufficiale edito a Roma sulla G.M.M. 2014 leggo: “Periferie cuore della Missione. Con questo slogan vogliamo vivere quest’anno l’Ottobre Missionario e la Giornata M. M.”; ma cosa si intende per periferie? Nell’opuscolo si legge che il Papa parla spesso delle periferie e “Lui stesso non poteva che richiamare tutta la Chiesa a raggiungere le “periferie esistenziali”, i dimenticati, esclusi, stranieri, umanità insomma ai margini della nostra vita (ma possiamo considerarci “noi” centro?)… Andare/uscire verso gli ultimi (poveri e peccatori) per i cristiani non vuol dire solo andare verso i fratelli e le sorelle, ma scoprire che Dio è già qui… Se le periferie sono il luogo dove si converte la Chiesa, andare verso le periferie (e abitarvi da poveri in mezzo ai poveri) significa far risuonare l’annunzio del Regno che libera dall’attaccamento disordinato nei confronti delle ricchezze”.

Certo non sono queste poche righe che scandalizzano, ma la mentalità del redattore, che riflette il modo comune di intendere oggi la missione alle genti: non una missione verticale che porta gli uomini a Cristo e a Dio, ma una missione orizzontale orientata ai poveri (nei quali “Dio è già presente”), per liberare gli uomini non da ogni peccato (anzitutto personale e poi sociale), ma dalla cupidigia di denaro e delle ricchezze materiali! In altre parole, si passa da una missione di natura religiosa ad una missione di natura sociale-economica-politica.

I più poveri del mondo, secondo Papa Francesco e la tradizione cristiana sono quelli che non conoscono Cristo. Madre Teresa diceva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù”. La grande Santa è l’unica persona straniera alla quale il governo indiano ha voluto fare il funerale di Stato. Non si può dire che non vivesse povera tra i poveri, aiutandoli in ogni modo possibile, ma il suo punto di riferimento e la meta da raggiungere in tutto quelche era e faceva era sempre Cristo e il suo Vangelo, era “l’ansia di evangelizzare” che la portava fra gli ultimi.

Nel discorso alle Pontificie opere missionarie (9 maggio 2014) Francesco afferma: “Anche nella nostra epoca la missio ad gentes è la forza trainante di questo dinamismo fondamentale della Chiesa. L’ansia di evangelizzare ai “confini”, testimoniata da missionari santi e generosi, aiuta tutte le comunità a realizzare una pastorale estroversa ed efficace, un rinnovamento delle strutture e delle opere. L’azione missionaria è paradigma di ogni opera della Chiesa (cfr Evangelii gaudium, 15)”.

Questo però non è un problema organizzativo, tecnico o economico, ma di fede. Per credere nella “missione alle genti” è necessario conoscere e sperimentare “la gioia di portare Cristo al mondo”, come scrive Papa Francesco nella Lettera apostolica “Evangelii Gaudium” (del 24 novembre 2013), che inizia così: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui, sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni” E poi continua: Una gioia che si rinnova e si comunica…”.

L’Ottobre missionario e la G.M.M. offrono a tutte gli enti che operano per le “missione alle genti” (Pontificie opere missionarie, Centri missionari diocesani, Istituti, stampa e animazione missionaria, associazioni e gruppi missionari), l’occasione per monitorare se quanto fanno e scrivono è su questa linea oppure (vedi il Blog del 5 ottobre) non stiamo seguendo l’onda culturale che porta la missione ad essere (e sembrare) una Ong umanitaria mentre lo scopo fondamentale è annunziare e testimoniare la salvezza in Cristo; e nel nostro mondo secolarizzato va sempre dichiarato.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, quando in Brasile ricevette il Premio de “L’uomo più buono del Brasile” (lui diceva: “Vorrei tanto che fosse vero!”), lo accompagnai alla sede della Rai-TV in Corso Sempione a Milano dov’era stato invitato. Dopo un breve documentario in cui si vedeva Marcello con i lebbrosi di Marituba e due Missionarie dell’Immacolata che aveva portato nel lebbrosario, l’intervistatore dice: “Ecco a voi Marcello Candia, l’uomo più buono del Brasile perché è innamorato dei lebbrosi e vive con loro….”. Marcello dice: “Grazie, ma vorrei precisare che sono andato tra i lebbrosi perché sono innamorato di Gesù Cristo e perché ho visto Gesù in ciascuno di essi. Allora mi sono innamorato anche dei lebbrosi, che a prima vista rifiutavo e mi mettevano angoscia e paura”.

Piero Gheddo

Chiude “Popoli”, la rivista missionaria dei Gesuiti

All’inizio del mese missionario di ottobre, un comunicato stampa del Centro San Fedele di Milano informa che la rivista missionaria mensile dei Gesuiti “Popoli” chiude nel dicembre prossimo. La rivista è nata nel 1915 col titolo “Le missioni della Compagnia di Gesù”, nel 1970 ha assunto il titolo di “Popoli e Missione”, negli anni ottanta “Popoli”, che chiude alla soglia dei cento anni. Ma allora, i gesuiti non hanno più missionari? Per carità, sono forse l’ordine religioso con il maggior numero di missionari “ad gentes”. Ma in Italia questo è un tema che interessa sempre meno e questo è il gravissimo problema dell’ottobre missionario, per noi missionari ma anche per tutta la Chiesa italiana.

Dopo la chiusura della rivista “Ad Gentes” degli Istituti missionari (Vedi il Blog del 15 giugno 2014) anche questa è una triste notizia per l’animazione missionaria ad gentes nella Chiesa italiana, come tante altre simili, ad esempio il crollo vertiginoso delle vocazioni ad gentes (e ad vitam) degli istituti missionari italiani. In questo anno scolastico, nel seminario teologico del Pime di Monza abbiamo una cinquantina di teologi e filosofi, dei quali solo quattro italiani! E dobbiamo ringraziare la Provvidenza di Dio perchè il Pime, fondato da mons. Angelo Ramazzotti nel 1850 come “Seminario lombardo per le missioni estere” e da Pio XI nel 1926 come Pime (unendolo ad un altro simile Seminario fondato a Roma nel 1872), è diventato internazionale, altrimenti dovremmo chiudere la nostra teologia missionaria, affiliata con l’Università Urbaniana di Roma per il corso accademico di teologia che si chiude con il diploma di Baccalaureato, riconosciuto anche dallo stato italiano.

La “missione alle genti” significa annunziare e testimoniare Cristo ai popoli non cristiani (5 miliardi sui 7 dell’umanità) e il danno peggiore di questa decadenza dello spirito e della missione ad gentes sta nel dato di fatto che la Chiesa italiana, presa nel suo assieme, sta percorrendo il cammino opposto a quello che dichiarano i testi del Concilio Vaticano II, dei Papi e della stessa CEI (Conferenza episcopale italiana): si proclama una cosa e se ne fa un’altra. E questo avviene nella Chiesa di Cristo, che vuol essere autentica, trasparente, efficace immagine di Cristo Salvatore.

Ma nel Vangelo di San Marco (16, 14-15) si legge: “Gesù apparve agli undici discepoli mentre erano a tavola. Li rimproverò perché avevano avuto poca fede e si ostinavano a non credere a quelli che l’avevano visto risuscitato. E disse loro: “Andate in tutto il mondo e portate il Vangelo a tutti gli uomini. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”. E noi potremmo dire: “Ma Gesù, tu rimproveri i tuoi Apostoli di non credere alla tua Risurrezione e poi subito dopo li mandi a predicare la Buona Notizia in tutto il modo! Ma com’è possibile? Se non credono che tu sei risorto, che razza di messaggio portano al mondo?”.

Ha risposto Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Missio” (N. 2): “La fede si rafforza donandola!”, e spiega perché; e poi richiama la grande verità di fede: “Lo Spirito Santo protagonista della Missione” (Capitolo III). E fa venire in mente la famosa scenetta de “La Croix” che pubblicai in “Mondo e Missione” negli anni settanta, dove si vede Gesù che sale al Cielo mentre detta il suo testamento agli Apostoli, in cerchio davanti a Lui: “Andate in tutto il mondo,,,,”. Ma uno sussurra all’altro: “Ma noi, non siamo incardinati nella diocesi di Gerusalemme?”.

Quando Papa Francesco, e tutti i Papi e tutti i vescovi prima di lui, continuano a martellare lo slogan: “Per salvare l’uomo e l’umanità dobbiamo ritornare a Cristo!”, penso che nessuno aggiunga nella sua mente e nel suo cuore: “Eccetto quando ci dice di andare in tutto il mondo a portare il Vangelo a tutti gli uomini”.

Chi segue il mio Blog “Armagheddo”, sa che a volte è volutamente provocatorio, come anche questa volta. Non voglio assolutamente accusare nessuno, ma solo riproporre con forza il problema: qual è lo scopo dell’animazione e della stampa missionaria ad gentes dei Centri missionari diocesani, degli Istituti missionari, delle Pontificie opere missionarie e della stampa e animazione missionaria? Presentare le testimonianze dei missionari che nelle periferie dell’umanità annunziano Cristo, battezzano i popoli convertendoli a Cristo e formando le prime comunità cristiane; oppure abbiamo cominciato noi a politicizzare la missione alle genti, riducendo la Chiesa in missione ad una Ong mondiale che si interessa dei poveri e dei marginali, delle ingiustizie e violenze contro gli ultimi di ogni società, spesso senza alcun aggancio esplicito a Gesù Cristo? Non invento nulla, potrei raccontare decine e decine di esempi, perché l’onda culturale è questa e non è facile fare e proporre e realizzare qualcosa di diverso, si rischia di passare per conservatori, tradizionalisti, reperti archeologi da rottamare.

Ma la Chiesa, lo dice spesso Papa Francesco, non è una Ong di carattere sociale-politico-economico-sindacale, ma la comunità dei seguaci di Cristo, che deve andare in tutto il mondo annunziando la Buona Notizia del Vangelo. E quando, noi missionari diamo un’immagine diversa di noi stessi al mondo, perdiamo la nostra unica identità e diventiamo inefficienti, inefficaci, non leggono più le nostre riviste, i giovani non ci seguono più, non donano più la vita e hanno ragione. Donare la vita per che cosa? Per promuovere l’acqua pubblica o protestare contro il debito estero dei paesi africani o contro la produzione di armi? I giovani danno la vita solo se noi siamo innamorati di Cristo e capaci di innamorarli di Gesù Cristo, nient’altro. Nell’ottobre missionario e della Giornata Missionaria Mondiale è permesso riproporre con forza questo problema, perchè se ne discuta e si giunga, con l’aiuto di Dio, ad una decisiva correzione di rotta.

Piero Gheddo

L’Anticristo è già tra noi

L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista, esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.

Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .

E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.

Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.

Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo” è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.

Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.

Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura, mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.

Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!

Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, democratico, istruito, laico, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.

 

Piero Gheddo

 

La Chiesa chiede dialogo e fraternità coi musulmani

In Italia siamo (quasi) tutti convinti che “il vero nemico dell’umanità è il terrorismo islamico”, ha scritto mons. Bruno Forte il 31 agosto scorso (su “Il Sole 24 Ore”), lanciando un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, oggi “Il Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Haram e altri locali, che continuano a soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”. E Forte spiega che questo giudizio viene anche dal fatto che Il Califfato dice di agire “in nome di Dio”, la peggior bestemmia che si possa immaginare. Ma aggiunge che tutto questo “non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani” (vedi il mio Blog del 5 settembre 2014).

Parlo di questo con un missionario cattolico che vive in un paese islamico del Medio Oriente. Si dice d’accordo con quanto ha scritto mons. Forte, però teme che il tragico e travolgente prevalere di queste violenze disumane, facciano dimenticare ai cristiani d’Italia e d’Europa che la Chiesa ha scelto, come rapporto con i popoli islamici il dialogo, l’accoglienza, la solidarietà verso i bisognosi. La Chiesa denunzia e condanna fortemente l’estremismo e il terrorismo di radice islamica, ma vede anche queste situazioni con gli occhi di Dio, non con i nostri occhi pieni di passioni.

E mi parla dei frequenti e fraterni incontri che ha con tre rappresentanti dell’islam nella sua città, che condannano tutti decisamente il terrorismo islamico, in privato con lui, ma non in pubblico. A questi amici ha posto questa domanda: “L’umanità potrà essere una sola famiglia?”e nell’incontro del mese seguente hanno risposto.

Il primo che risponde è molto fedele al Corano, ma come lo interpreta lui. Mi dice per esempio: “Ormai siamo amici, ma non potrei darti la mano, perché sei un cristiano, un miscredente. E poi, poveretto, non potrai salvarti! Dio vuole solo credenti nell’Islam. Gli altri sono esclusi dalla convivenza umana. L’umanità non potrà mai essere una sola famiglia, lo proibisce il Corano!”.

Il secondo, o meglio la seconda, è una donna e un po’ più aperta ad accettare il dialogo con appartenenti ad altre culture e religioni. Spesso racconta le difficoltà della convivenza anche all’interno del suo ambiente musulmano e della sua stessa famiglia. In realtà lei nota un moltiplicarsi di posizioni sempre più differenziate all’interno degli stessi musulmani, uno spirito e uno sguardo di giudizio, quasi di controllo sulla fedeltà degli altri alle tradizioni e pratiche di preghiera, ramadan, elemosina e doni cultuali, portamento del velo, ecc. Questo è dovuto a un certo indottrinamento da parte di persone venute da altri paesi. Il missionario aggiunge: “Infatti io vedo crescere il razzismo nei confronti di persone di colore diverso e di religione diversa, un crescendo di secolarismo e di comportamenti di ipocrisia anche in persone semplici, che non sono mai state così.

La signora risponde decisamente: “Oggi è impossibile che l’umanità diventi una sola famiglia, non siamo uniti nemmeno noi musulmani e temo che ci divideremo sempre più, vedendo dove porta un certo modo radicale ed estremista di vivere l’islam!”.

Il terzo è un professore che negli incontri mantiene il ruolo di ascolto rispettoso e spesso concilia e avvicina le posizioni divergenti. Legge molto e ama informarsi ed estendere le sue conoscenze. La sua risposta è questa: “La cosa va studiata. Anche all’interno dell’Islam, ci sono persone che si impegnano alla convivenza rispettosa con i non musulmani, atteggiamento che suscita divisioni fra noi. Non mi, sento di prevedere il futuro, che comunque è sempre nelle mani di Allah”.

“Le tre risposte – conclude il missionario – mostrano che all’interno del mondo musulmano le divergenze possono aiutare a una riflessione più profonda sull’islam, alla rilettura dello stesso Corano e all’ascolto rispettoso delle altre esperienze religiose. E capisco meglio il mio servizio di accompagnamento nell’ascolto reciproco, nella riflessione e nello scambio di esperienze e di valori”.

Il missionario, vivendo in paese islamico, leggendo anche la stampa locale e frequentando molti musulmani, anche persone autorevoli in campo religioso-culturale, è convinto che il terrorismo islamico è certamente contro l’Occidente cristiano (“ma voi siete sempre meno cristiani!” mi dice), ma è ancora più convinto che la battaglia finale sarà tra musulmani violenti e intolleranti, e musulmani veramente amanti della pace e della convivenza tra popoli di diversa religione e cultura. La soluzione del terrorismo islamico non verrà quindi, secondo lui, dalla guerra dell’Occidente contro l’islam e dal rifiuto dei musulmani come tali, ma dal dialogo e dall’appoggio e sostegno delle iniziative che nascono nell’islam, contrarie alla “guerra per Dio”. Un conto è “fermare l’ingiusto aggressore”, un altro è dimenticare che l’islam è una grande e nobile religione (è un discorso che va approfondito) e condannare tutti i musulmani come nemici dell’Occidente. Questa mentalità, se si diffonde anche fra noi cristiani, porta inevitabilmente alla guerra totale, mondiale, che non avrà né vinti né vincitori.

Piero Gheddo

Due buone notizie da Buccinasco

La sera di giovedì 18 settembre ho parlato del Beato Clemente Vismara nella grande e bella chiesa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa a Buccinasco, all’estrema periferia vicina al Parco Sud di Milano. Col parroco don Maurizio Braga e don Silvano Bonfanti, siamo andati a cena dalla famiglia di Davide e Marta, quella con otto bambini fra i 12 anni (la prima Benedetta) e l’ultima di quattro mesi (Carolina), sulla quale ho già scritto un Blog (il 5 luglio 2014). Una cenetta leggera e rallegrata dalla vita normale di queste sette bambine con un solo fratellino di due anni (Riccardo), che danno gioia e speranza al vederle come si aiutano a vicenda, giocano e bisticciano, dan da mangiare ai più piccoli, fanno i capricci e i genitori o gli anziani amici marito e moglie dello stesso palazzo le prendono in braccio e tante altre scenette che ricordano la nostra infanzia. Davide dice che deve ancora finire di pagare il mutuo per l’acquisto di quest’alloggio di più di 100 mq, al settimo piano di una casa popolare costruita pochi anni fa, però aggiunge che la Provvidenza e la solidarietà di tante famiglie li ha sempre aiutati e li aiuta ancora (lui è giornalista della Regione, lei insegnante è andata in pensione dopo la quarta bambina).

E poi un’altra bella notizia che allarga il cuore: a Buccinasco sono molti i giovani sposi che hanno tanti figli. Inizialmente l‘esempio l’hanno dato alcune coppie di C.L., ma adesso molti coniugi cristiani incominciano a fidarsi della Provvidenza e della gioia che i bambini portano in una famiglia con numerosi figli e che questi piccoli crescono molto meglio che nelle famiglie con un solo bambino. Venerdì mattino è venuta al Pime di Milano una giovane signora, Serena Varamo, a prendere altri libri di Vismara per la parrocchia, che venderanno domenica. Lei ha quattro figli e ha confermato la bella notizia che a Buccinasco sono molte le famiglie con tanti figli.

Don Maurizio mi dice che nel 2013 le due parrocchie di Buccinasco hanno celebrato 180 battesimi di bambini per complessivi 25.000 abitanti. Uno “scoop” giornalistico per l’Italia che è in crisi perché ci sono troppo pochi bambini. Secondo dati dell’Istat pubblicati dai giornali il 26 giugno 2014, “nel 2013 c’è stato un crollo delle nascite: 514.000 per più di 60 milioni di abitanti. Il numero medio di figli per donna in età fertile è sceso da 2,41 nel 2012 a 2,39 nel 2013”. Che l’Italia sia in crisi anche per produrre sempre meno bambini lo sanno tutti, ma pare un tabù per la stampa alla ricerca di segnali di speranza per il nostri amato paese.

Dopo questo bagno gioioso in una famiglia numerosa, eccoci in parrocchia dove stava terminando la Messa per i missionari e dove è esposta la Mostra fotografica del Beato Clemente Vismara (1997-1988) presa dalla parrocchia di Agrate Brianza. Dopo la S. Messa per i missionari della missione alle genti, ho presentato ad un’assemblea di circa 300 fedeli il Beato Clemente, missionario in Birmania per 65 anni, che ha fondato la Chiesa fra popolazioni tribali della diocesi di Kengtung, di cui Vismara è stato uno dei fondatori. La sua devozione si è diffusa spontaneamente in vari paesi del mondo, anche dove il Pime non è presente (Polonia, Francia, Romania, Germania, Svizzera. E’invocato come santo della carità, protettore dei bambini, uomo della Provvidenza. Ma gli amici lettori del mio Blog già lo conoscono e scriverò ancora di lui.

Una “buona notizia” è il canto in poesia che un cantautore italo-rumeno ha composto ed eseguito ieri sera prima del mio intervento. Fabio Constantinescu è figlio di un militare rumeno che dopo l’ultima guerra, liberato dal campo di concentramento di Mauthausen è venuto in Italia, ha sposato una milanese e Fabio è nato nel 1961. Sposato con due figli ha un negozio in centro a Milano e frequenta la parrocchia di don Maurizio, ha una forte tendenza alla poesia e alla musica e prepara canti per le feste parrocchiali. Leggendo “Fatto per andare lontano”, ha preparato le parole di questo canto; i fedeli avevano in mano il foglio con le parole e Fabio cantava suonando la chitarra con una bella ed espressiva voce questa poesia, che ha commosso tutti, preparando l’atmosfera alla mia conferenza. Fabio è disposto ad andare a cantare gratis dove si celebrano altre serate del beato Clemente Vismara.

Piero Gheddo

Ecco il testo dei due canti:

Il Beato Clemente testimone della forza di Dio

I missionari sono stelle comete
che portan la luce in luoghi sperduti

si lasciano indietro la loro vita

e con coraggio affrontano l’ignoto di un nuovo viaggio

Disposti a tutto, persino a morire

per donare all’uomo la loro immensa ricchezza

la grandezza, l’altezza e la civiltà

del Vangelo portato dal Figlio di Dio

e Clemente, lacero e affaticato

per sentieri impervi, tra uomini ostili

tende le mani, offre un sorriso,

e aiuto e riso e cure per tutti i mali

e coltiva bambini come teneri arbusti

che diventeranno alti e robusti

e che renderanno frutti dai rami

che saranno mangiati e sazieremo anime nuove.

Nel semibuio Clemente sorride

con gli occhi che brillano e scrive per noi

e con la sua vita si fa testimone

della forza di Dio, si fa luce ed esempio

si ferma ed esce un pò acciaccato

a guardare le stelle … e si fa una “pipata”


Lo sguardo di Dio


L’ho visto negli occhi pieni di paura di un soldato morente

negli occhi di fiducia di un orfano bambino

negli occhi pieni di delirio di un fumatore di oppio

negli occhi velati e tristi di una vedova birmana

e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio.


l’ho visto negli occhi pieni di speranza di un umile credente
nei riflessi di luce tra le ombre di ogni mio fratello

negli occhi pieni di di dolcezza di una suora sgangherata

l’ho visto anche nei miei occhi…


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio


e non potevo fare a meno di sorridere
per la bellezza della vita e del creato

per l’immensa profondità dell’anima

per l’immensa profondità del cielo


e non potevo fare a meno di aiutare
di costruire con fatica e di pregare

perchè in quegli occhi profondi io ho visto la sguardo di Dio

perchè in quegli occhi profondi io ho visto lo sguardo di Dio

Fabio Constantinescu

Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Come Boko Haram si diffonde in Camerun

Ecco come un osservatore straniero, che vive da anni nel Nord del Camerun,  ha spiegato alle autorità del paese in che modo Boko Haram si diffonde fra i giovani camerunesi del Nord. Esempio significativo di quanto sono importanti, anzi decisivi, i ricchissimi paesi ed emirati del Golf (per il petrolio), che finanziano in tutto il mondo l’estremismo islamico, conosciuto con varie sigle e associazioni- Piero Gheddo

In Italia non si capisce perchè così tanti giovani si uniscono ai guerriglieri e terroristi islamici. Nel Nord Camerun, con una buona minoranza islamica e una maggioranza animista e cristiana, fino a due-tre anni fa non abbiamo mai avuto l’islam estremista e violento, già presente nelle vicina Nigeria. Quando anche da noi ci sono state azioni di terrorismo e di violenza, eravamo convinti che fossero dei fanatici nigeriani, scontenti per la situazione del loro paese, che venivano in Camerun per racimolare i riscatti di fruttuosi sequestri di occidentali. Non è così. Oggi è chiaro a tutti, sono in maggioranza giovani camerunesi del Nord che si uniscono al movimento di Boko Haram, che non è un esercito con un’unica gerarchia, ma è formato da diversi gruppi, i quali, pur riferendosi ad una visione estremista dell’Islam, hanno una totale autonomia decisionale ed organizzativa. Per questo le azioni terroristiche sono diverse l’una dall’altra anche all’interno della Nigeria o al confine con il Camerun.

Ci siamo accorti che i gruppi di Boko Haram (che sono tanti) si adeguano alle disposizioni restrittive dei Governi di Camerun, Nigeria e Ciad, dopo il recente incontro consultivo di Parigi. Prima novità: non sono più solo gli occidentali ad essere nel mirino degli islamisti, ma le personalità locali, influenti nella politica o nell’economia.  Prova ne è l’assalto a Kolofata, nella provincia di Mayo Sava, alla casa del Vice Primo Ministro Amadou Ali, e il rapimento di sua moglie Agnese, una cristiana originaria del Sud del Camerun, ancor oggi trattenuta in ostaggio dai terroristi; e questo ha fatto molto scalpore in tutto il paese, perché gli assalitori si sono presentati in pieno giorno, con pickup normalmente utilizzati dalle forze dell’ordine, indossando le divise dell’esercito camerunese. Seconda novità: l’opinione pubblica camerunese si è accorta che il terrorismo di Boko Haram non è nigeriano, ma è costituito e sostenuto da giovani del Camerun e ben radicato nel tessuto sociale del paese. Per molti è comodo ritenere che sia collocato soprattutto nelle regioni settentrionali del Nord ed Estremo Nord, ma il timore dell’amministrazione pubblica è che sia ormai esteso, anche se in forma latente, in tutto il paese, fino alla capitale Yaoundé.

Infine, la terza novità fa ancora più paura alle Autorità e all’opinione pubblica camerunese: le notizie sul reclutamento in atto di giovani delle regioni settentrionali per la guerra santa dell’Islam. Dalle informazioni ufficiose che circolano a livello delle autorità civili e militari, sembra che più di 500 giovani siano già “partiti” dalla regione dell’estremo nord, e altri 200 dalla regione degli altopiani dell’Adamawa, per raggiungere Boko Aram. Tra l’altro, alcuni di questi giovani si sono anche fatti vivi per telefono con la propria famiglia, motivando la loro partenza col desiderio di aderire ad un Islam più radicale e potente. Se da una parte questo significa che il bacino di raccolta è l’ambiente giovanile musulmano, dall’altra c’è da interrogarsi su quanto durerà ancora realmente la coabitazione pacifica tra diverse etnie e religioni. I cristiani cominciano a temere una guerra santa che li perseguiti, fino a scacciarli dai loro villaggi. Lo spettro della situazione medio orientale e dell’Africa sub-sahariana incombe su questa regione che è sempre stata un esempio di convivenza e collaborazione tra diverse etnie e religioni.

Una delle basi ideologiche di Boko Haram, è il rifiuto di tutto quanto non è conforme alla legge coranica, interpretata in senso molto radicale, fino a pretendere di creare degli Stati, o Sultanati, di soli credenti della vera ed unica fede islamica. Questa visione estremista può certamente far presa su giovani che sono scontenti della gestione attuale dei beni pubblici, dove la corruzione e il clientelismo creano privilegi per poche persone, e lasciano la gran parte della popolazione, soprattutto giovanile, senza prospettive di lavoro e di miglioramento reale di vita. La mancanza di prospettive, spinge molti giovani ad avvicinarsi a chi propone una rivoluzione in nome della “fede nel vero Islam”, accompagnata da una reale proposta di impegno, per il quale si ottiene anche una ricompensa monetaria non indifferente. La somma mensile di 180.000 Franchi locali, pari a 300 Euro, corrisponde al salario di un Direttore di scuola, o ad un Funzionario governativo con una buona carriera alle spalle. Se si pensa che un muratore guadagna, quando è ben remunerato, circa 60.000 Franchi, cioè 1/3 di quanto offerto da Boko Haram, si può ben capire l’attrattiva di una proposta economica di questo genere. Per sfamare la propria famiglia, che verrà protetta dall’organizzazione islamica, si può fare questo ed altro. La sola condizione è che non si torna più indietro. Chi ci ripensa viene letteralmente sgozzato come esempio per tutti. Inoltre, c’è la motivazione psicologica di poter maneggiare delle armi, cioè di gestire una parte del potere che finora i giovani erano obbligati solo a subire da parte di poliziotti o gendarmi. Con un’arma in pugno ci si illude di poter contrastare gli “oppressori occidentali”, e di poter cambiare la propria prospettiva di vita, tanto più se è sostenuta da una ideologia religiosa che promette la salvezza eterna.

   PieroGheddo

Radicalismo islamico: il vero nemico dell’umanità

Con questo titolo “Il vero nemico dell’umanità”, domenica 31 agosto mons. Bruno Forte, nella prima pagina de “Il Sole 24 ore” ha lanciato un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, che questa volta si presenta col nome di “Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Aram e tanti altri locali, che continuano a vivere e soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo e noi italiani non ne abbiamo ancora preso vera coscienza. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”.

Mons. Forte scrive: “Minimizzare la gravità della situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà. La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani”. L’arcivescovo di Chieti-Vasto richiama le parole di Papa Francesco con i giornalisti, sull’aereo da Seul a Roma: “Ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale promosso dall’Onu”. Il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai jihadisti, constatando: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”.

Poi ha spiegato i caratteri assolutamente disumani delle ideologie fondamentaliste, “partendo da un’affermazione di Gesù quando rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà (Mt 23,23). Queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti”.

Ho parlato dell’articolo di Forte con due missionari del Pime, uno nel Nord Camerun (ai confini con la Nigeria) e l’altro a Zamboanga nell’isola di Mindanao nelle Filippine, cioè in luoghi direttamente minacciati da questo “vero nemico dell’uomo”. Uno mi ha detto: “Sono cose che noi diciamo almeno da dieci anni” e l’altro: “Ho fatto un po’ di vacanza e di cure e adesso ritorno a casa (ha detto davvero così perchè quello è ormai il suo popolo), ma mi pare che per voi italiani questo non avete coscienza di questo islam radicale che minaccia tutti”. In Italia c’è qualche difficoltà a chiamare con il loro nome i massacri sistematici che avvengono nei territori controllati dal Califfato.

Il card. Kurt Koch, parlando del Califfato e del terrorismo islamico, ha scritto sull’Osservatore Romano: “Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per questo non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro, semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”. Con il termine Olocausto si indica il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista di tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni. L’Olocausto, in quanto genocidio degli ebrei e identificato con il termine Shoah (“catastrofe”, “distruzione”), fu lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, fra i 5 e i 6 milioni di ogni sesso ed età. Nell’informare, denunziare e protestare per i massacri compiuti dai criminali del Califfato vestiti di nero e incappucciati si usano termini meno tragici e decisivi, per una condanna senza se e senza ma.

Ma il problema non sono le parole e anche le firme di condanna fatte da rappresentanti dell’islam in Italia. Loro fanno quel che possono, sapendo bene che se vanno oltre rischiano la vita. Il problema, al nostro livello di cristiani che considerano i musulmani in Italia fratelli e sorelle da aiutare, è il “dialogo”, parola magica che la Chiesa post-conciliare ha accolto e praticato in ogni paese; anche in Italia, la maggioranza delle diocesi e parrocchie hanno i loro gruppi di dialogo con i fedeli dell’islam. E’ una buona premessa, accompagnata dall’aiuto concreto per le loro necessità, per una vicendevole comprensione e integrazione. Il vero problema è di capire bene che il dialogo senza la verità e il coraggio di dire la verità, non è più un dialogo, ma un compromesso e una connivenza.

Perché dico questo? Perché siamo tutti convinti che la guerra contro l’estremismo islamico violento peggiora le situazioni e che il radicalismo danneggia anzitutto i popoli stessi che credono nel Corano. Le prime vittime sono loro. Se i circa trenta paesi a maggioranza islamica non si sviluppano è perché sono bloccati da questa ideologia disumana, che usa violenza anzitutto contro i musulmani stessi, toglie loro la libertà di ragionare e di decidere, tiene le donne in posizione di perenne inferiorità e usa le immense ricchezze del petrolio non a favore dei popoli stessi, ma per continuare a diffondersi e blindare le catene di una schiavitù di cui non si vede la fine. Mons. Bruno Forte si augura, come rimedio, “una presa di posizione interreligiosa, più che mai necessaria, di denunzia ferma e senza appello all’integralismo fondamentalista”. Ottimo, ma tutto questo bisogna portarlo alla base, con un autentico dialogo fra cristiani e musulmani, che possa essere utile ad ambedue i popoli e alla comune ricerca di pacifica convivenza fondata sulla verità, la giustizia e l’amore, cioè l’aiuto, la solidarietà.

Piero Gheddo

 

Papa Francesco: l’aborto è omicidio

Rileggendo e meditando in estate l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, La Gioia del Vangelo pubblicata da Papa Francesco il 24 novembre 2013, Festa di Cristo Re, ho “scoperto” due numeri sull’aborto, che sono nello stile di questa lettera pastorale (non Enciclica dottrinale), facile da leggere e comprensibile a tutti. Nel dare orientamenti pastorali alla Chiesa, Francesco rivela tutto se stesso, racconta quasi la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo. E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera.

I due numeri sull’aborto mi hanno colpito perché il Papa argentino-italiano usa parole pesanti come pietre che non ho mai letto in altri documenti ecclesiali, tutti di condanna dell’aborto. Su Francesco fioriscono tante interpretazioni e letture, ciascuno lo tira dalla sua parte. Non si è ancora capito che lui è davvero un Papa missionario, che viene dalle missioni, e nella pastorale usa uno stile abituale nelle missioni, è libero, aperto, popolare, flessibile, amico di tutti, ma profondamente attaccato alla Verità del Vangelo e della Tradizione cristiana. Soprattutto parla a braccio, dice quel che pensa, può anche sbagliare qualche parola o atteggiamento, ma si è dichiarato “figlio della Chiesa”, scrive e parla col cuore, trasparente e parla chiaro. Per questo “La gioia del Vangelo” è proprio il programma del suo pontificato. Ecco i due punti sull’aborto, senza commenti. Sta parlando degli ultimi, nelle “periferie dell’umanità”, che il cristiano deve amare e difendere:

213. Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, «ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo » (cita Giovanni Paolo II, Cristifideles laici, 30 dicembre 1988, n. 37).

214. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?

Piero Gheddo