Il segreto della vita cristiana: la preghiera

Nella lunga intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Giorgio Mario Bergoglio, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Il Papa non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio; alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

L’abitudine alla preghiera non viene, per Papa Francesco, da una vita cristiana impostata bene fin dall’inizio, ma da un ritorno a Cristo quando aveva vent’anni: operato al polmone destro, glie ne asportarono una parte. Nato in una famiglia cristiana, nell’adolescenza aveva abbandonato la preghiera e la frequenza alla chiesa. Ma durante la lunga e dolorosa permanenza in ospedale, con l’aiuto di una suora ritorna a Cristo e decide di farsi prete e poi gesuita. La sua preghiera è il frutto di un graduale ritorno ad un’autentica vita cristiana e oggi abbiamo Papa Francesco.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, di informazioni, preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e il mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti.

Cos’è la preghiera e perché pregare? E’ mettersi in comunicazione intima, personale, affettuosa con Dio; è parlare, amare, ringraziare, chiedere perdono, rispondere a Dio. Tutti gli uomini pregano, tutte le religioni hanno le loro formule, riti e metodi, ma pregano un Dio che non conoscono. Noi cristiani abbiamo ricevuto la rivelazione di Gesù Cristo che Dio è Amore, sappiamo che la preghiera dev’essere un’esperienza personale di parlare con Dio, metterci in trasparenza davanti a Dio e riconoscere la sua grandezza infinita, la sua bontà e misericordia, ringraziare per i doni che ci ha fatto e poi, la nostra miseria, piccolezza, debolezza; e raccontare a Dio le nostre gioie e sofferenze, come fa il bambino con il papà e la mamma, chiedendo quelle grazie di cui sentiamo la necessità.

Dio mi ama e vuole il mio bene. La preghiera è dirgli di farmi conoscere la sua volontà e darmi la forza e l’umiltà di fare quanto lui vuole da me, perchè fare la volontà di Dio è il miglior modo di vivere. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato perché pregare vuol dire sperimentare e anche commuoversi per la misericordia e il perdono di Dio. Quando si sperimenta in concreto l’amore di Dio e con Dio, che viene da una vita impostata sull’imitazione di Cristo, allora si sente davvero di avere “una marcia in più” anche di fronte alle più gravi difficoltà e prove che la vita ci riserva. San Giovanni della Croce dice che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio.

Il Venerabile (presto Beato) dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata da suo padre, ma era anche impegnato in opere di carità ai poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti in quello che chiamava: “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “”Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Ho chiesto ad Adalucio perchè gli ospiti della colonia di Marituba considerano Marcello Candia un santo. “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Piero Gheddo

Come Boko Haram si diffonde in Camerun

Ecco come un osservatore straniero, che vive da anni nel Nord del Camerun,  ha spiegato alle autorità del paese in che modo Boko Haram si diffonde fra i giovani camerunesi del Nord. Esempio significativo di quanto sono importanti, anzi decisivi, i ricchissimi paesi ed emirati del Golf (per il petrolio), che finanziano in tutto il mondo l’estremismo islamico, conosciuto con varie sigle e associazioni- Piero Gheddo

In Italia non si capisce perchè così tanti giovani si uniscono ai guerriglieri e terroristi islamici. Nel Nord Camerun, con una buona minoranza islamica e una maggioranza animista e cristiana, fino a due-tre anni fa non abbiamo mai avuto l’islam estremista e violento, già presente nelle vicina Nigeria. Quando anche da noi ci sono state azioni di terrorismo e di violenza, eravamo convinti che fossero dei fanatici nigeriani, scontenti per la situazione del loro paese, che venivano in Camerun per racimolare i riscatti di fruttuosi sequestri di occidentali. Non è così. Oggi è chiaro a tutti, sono in maggioranza giovani camerunesi del Nord che si uniscono al movimento di Boko Haram, che non è un esercito con un’unica gerarchia, ma è formato da diversi gruppi, i quali, pur riferendosi ad una visione estremista dell’Islam, hanno una totale autonomia decisionale ed organizzativa. Per questo le azioni terroristiche sono diverse l’una dall’altra anche all’interno della Nigeria o al confine con il Camerun.

Ci siamo accorti che i gruppi di Boko Haram (che sono tanti) si adeguano alle disposizioni restrittive dei Governi di Camerun, Nigeria e Ciad, dopo il recente incontro consultivo di Parigi. Prima novità: non sono più solo gli occidentali ad essere nel mirino degli islamisti, ma le personalità locali, influenti nella politica o nell’economia.  Prova ne è l’assalto a Kolofata, nella provincia di Mayo Sava, alla casa del Vice Primo Ministro Amadou Ali, e il rapimento di sua moglie Agnese, una cristiana originaria del Sud del Camerun, ancor oggi trattenuta in ostaggio dai terroristi; e questo ha fatto molto scalpore in tutto il paese, perché gli assalitori si sono presentati in pieno giorno, con pickup normalmente utilizzati dalle forze dell’ordine, indossando le divise dell’esercito camerunese. Seconda novità: l’opinione pubblica camerunese si è accorta che il terrorismo di Boko Haram non è nigeriano, ma è costituito e sostenuto da giovani del Camerun e ben radicato nel tessuto sociale del paese. Per molti è comodo ritenere che sia collocato soprattutto nelle regioni settentrionali del Nord ed Estremo Nord, ma il timore dell’amministrazione pubblica è che sia ormai esteso, anche se in forma latente, in tutto il paese, fino alla capitale Yaoundé.

Infine, la terza novità fa ancora più paura alle Autorità e all’opinione pubblica camerunese: le notizie sul reclutamento in atto di giovani delle regioni settentrionali per la guerra santa dell’Islam. Dalle informazioni ufficiose che circolano a livello delle autorità civili e militari, sembra che più di 500 giovani siano già “partiti” dalla regione dell’estremo nord, e altri 200 dalla regione degli altopiani dell’Adamawa, per raggiungere Boko Aram. Tra l’altro, alcuni di questi giovani si sono anche fatti vivi per telefono con la propria famiglia, motivando la loro partenza col desiderio di aderire ad un Islam più radicale e potente. Se da una parte questo significa che il bacino di raccolta è l’ambiente giovanile musulmano, dall’altra c’è da interrogarsi su quanto durerà ancora realmente la coabitazione pacifica tra diverse etnie e religioni. I cristiani cominciano a temere una guerra santa che li perseguiti, fino a scacciarli dai loro villaggi. Lo spettro della situazione medio orientale e dell’Africa sub-sahariana incombe su questa regione che è sempre stata un esempio di convivenza e collaborazione tra diverse etnie e religioni.

Una delle basi ideologiche di Boko Haram, è il rifiuto di tutto quanto non è conforme alla legge coranica, interpretata in senso molto radicale, fino a pretendere di creare degli Stati, o Sultanati, di soli credenti della vera ed unica fede islamica. Questa visione estremista può certamente far presa su giovani che sono scontenti della gestione attuale dei beni pubblici, dove la corruzione e il clientelismo creano privilegi per poche persone, e lasciano la gran parte della popolazione, soprattutto giovanile, senza prospettive di lavoro e di miglioramento reale di vita. La mancanza di prospettive, spinge molti giovani ad avvicinarsi a chi propone una rivoluzione in nome della “fede nel vero Islam”, accompagnata da una reale proposta di impegno, per il quale si ottiene anche una ricompensa monetaria non indifferente. La somma mensile di 180.000 Franchi locali, pari a 300 Euro, corrisponde al salario di un Direttore di scuola, o ad un Funzionario governativo con una buona carriera alle spalle. Se si pensa che un muratore guadagna, quando è ben remunerato, circa 60.000 Franchi, cioè 1/3 di quanto offerto da Boko Haram, si può ben capire l’attrattiva di una proposta economica di questo genere. Per sfamare la propria famiglia, che verrà protetta dall’organizzazione islamica, si può fare questo ed altro. La sola condizione è che non si torna più indietro. Chi ci ripensa viene letteralmente sgozzato come esempio per tutti. Inoltre, c’è la motivazione psicologica di poter maneggiare delle armi, cioè di gestire una parte del potere che finora i giovani erano obbligati solo a subire da parte di poliziotti o gendarmi. Con un’arma in pugno ci si illude di poter contrastare gli “oppressori occidentali”, e di poter cambiare la propria prospettiva di vita, tanto più se è sostenuta da una ideologia religiosa che promette la salvezza eterna.

   PieroGheddo

Radicalismo islamico: il vero nemico dell’umanità

Con questo titolo “Il vero nemico dell’umanità”, domenica 31 agosto mons. Bruno Forte, nella prima pagina de “Il Sole 24 ore” ha lanciato un forte grido d’allarme sul diffondersi dell’estremismo islamico, che questa volta si presenta col nome di “Califfato”. Prima c’erano i Fratelli musulmani, i Talebani, Al Quaida, Boko Aram e tanti altri locali, che continuano a vivere e soffiare sul fuoco. La sostanza è sempre la stessa: c’è un nemico mortale dell’uomo (anzi, “il vero nemico”) che si aggira per il mondo e noi italiani non ne abbiamo ancora preso vera coscienza. Non è solo anti-cristiano e anti-occidentale, ma contro l’umanità intera, contro gli stessi musulmani, pur ispirandosi all’islam “puro e duro” e alla storia islamica: è l’estremismo radicale, il terrorismo, la “guerra santa”.

Mons. Forte scrive: “Minimizzare la gravità della situazione sarebbe da irresponsabili. Ridurre i problemi a semplici conflitti locali non ha fondamento nella realtà. La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani”. L’arcivescovo di Chieti-Vasto richiama le parole di Papa Francesco con i giornalisti, sull’aereo da Seul a Roma: “Ha parlato della situazione irachena e della necessità di fermare l’aggressore ingiusto con un impegno multilaterale promosso dall’Onu”. Il Pontefice ha denunciato la “crudeltà inaudita” dei mezzi bellici non convenzionali e della tortura, impiegati dai jihadisti, constatando: “Siamo nella Terza guerra mondiale, ma a pezzi”.

Poi ha spiegato i caratteri assolutamente disumani delle ideologie fondamentaliste, “partendo da un’affermazione di Gesù quando rimprovera l’ipocrisia degli scribi e dei farisei che si ferma all’esteriorità, trasgredendo le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà (Mt 23,23). Queste le tre idee chiave che il fondamentalismo snatura, fino a rovesciarle nel loro contrario, idee su cui occorre convergere per opporre alla barbarie e alla violenza cieca un impegno autentico al servizio della pace per tutti”.

Ho parlato dell’articolo di Forte con due missionari del Pime, uno nel Nord Camerun (ai confini con la Nigeria) e l’altro a Zamboanga nell’isola di Mindanao nelle Filippine, cioè in luoghi direttamente minacciati da questo “vero nemico dell’uomo”. Uno mi ha detto: “Sono cose che noi diciamo almeno da dieci anni” e l’altro: “Ho fatto un po’ di vacanza e di cure e adesso ritorno a casa (ha detto davvero così perchè quello è ormai il suo popolo), ma mi pare che per voi italiani questo non avete coscienza di questo islam radicale che minaccia tutti”. In Italia c’è qualche difficoltà a chiamare con il loro nome i massacri sistematici che avvengono nei territori controllati dal Califfato.

Il card. Kurt Koch, parlando del Califfato e del terrorismo islamico, ha scritto sull’Osservatore Romano: “Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per questo non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro, semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria”. Con il termine Olocausto si indica il genocidio perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e, per estensione, lo sterminio nazista di tutte le categorie ritenute “indesiderabili”, che causò circa 15 milioni di morti in pochi anni. L’Olocausto, in quanto genocidio degli ebrei e identificato con il termine Shoah (“catastrofe”, “distruzione”), fu lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, fra i 5 e i 6 milioni di ogni sesso ed età. Nell’informare, denunziare e protestare per i massacri compiuti dai criminali del Califfato vestiti di nero e incappucciati si usano termini meno tragici e decisivi, per una condanna senza se e senza ma.

Ma il problema non sono le parole e anche le firme di condanna fatte da rappresentanti dell’islam in Italia. Loro fanno quel che possono, sapendo bene che se vanno oltre rischiano la vita. Il problema, al nostro livello di cristiani che considerano i musulmani in Italia fratelli e sorelle da aiutare, è il “dialogo”, parola magica che la Chiesa post-conciliare ha accolto e praticato in ogni paese; anche in Italia, la maggioranza delle diocesi e parrocchie hanno i loro gruppi di dialogo con i fedeli dell’islam. E’ una buona premessa, accompagnata dall’aiuto concreto per le loro necessità, per una vicendevole comprensione e integrazione. Il vero problema è di capire bene che il dialogo senza la verità e il coraggio di dire la verità, non è più un dialogo, ma un compromesso e una connivenza.

Perché dico questo? Perché siamo tutti convinti che la guerra contro l’estremismo islamico violento peggiora le situazioni e che il radicalismo danneggia anzitutto i popoli stessi che credono nel Corano. Le prime vittime sono loro. Se i circa trenta paesi a maggioranza islamica non si sviluppano è perché sono bloccati da questa ideologia disumana, che usa violenza anzitutto contro i musulmani stessi, toglie loro la libertà di ragionare e di decidere, tiene le donne in posizione di perenne inferiorità e usa le immense ricchezze del petrolio non a favore dei popoli stessi, ma per continuare a diffondersi e blindare le catene di una schiavitù di cui non si vede la fine. Mons. Bruno Forte si augura, come rimedio, “una presa di posizione interreligiosa, più che mai necessaria, di denunzia ferma e senza appello all’integralismo fondamentalista”. Ottimo, ma tutto questo bisogna portarlo alla base, con un autentico dialogo fra cristiani e musulmani, che possa essere utile ad ambedue i popoli e alla comune ricerca di pacifica convivenza fondata sulla verità, la giustizia e l’amore, cioè l’aiuto, la solidarietà.

Piero Gheddo

 

Papa Francesco: l’aborto è omicidio

Rileggendo e meditando in estate l’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”, La Gioia del Vangelo pubblicata da Papa Francesco il 24 novembre 2013, Festa di Cristo Re, ho “scoperto” due numeri sull’aborto, che sono nello stile di questa lettera pastorale (non Enciclica dottrinale), facile da leggere e comprensibile a tutti. Nel dare orientamenti pastorali alla Chiesa, Francesco rivela tutto se stesso, racconta quasi la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo. E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera.

I due numeri sull’aborto mi hanno colpito perché il Papa argentino-italiano usa parole pesanti come pietre che non ho mai letto in altri documenti ecclesiali, tutti di condanna dell’aborto. Su Francesco fioriscono tante interpretazioni e letture, ciascuno lo tira dalla sua parte. Non si è ancora capito che lui è davvero un Papa missionario, che viene dalle missioni, e nella pastorale usa uno stile abituale nelle missioni, è libero, aperto, popolare, flessibile, amico di tutti, ma profondamente attaccato alla Verità del Vangelo e della Tradizione cristiana. Soprattutto parla a braccio, dice quel che pensa, può anche sbagliare qualche parola o atteggiamento, ma si è dichiarato “figlio della Chiesa”, scrive e parla col cuore, trasparente e parla chiaro. Per questo “La gioia del Vangelo” è proprio il programma del suo pontificato. Ecco i due punti sull’aborto, senza commenti. Sta parlando degli ultimi, nelle “periferie dell’umanità”, che il cristiano deve amare e difendere:

213. Tra questi deboli, di cui la Chiesa vuole prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, ai quali oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in sé stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno. La sola ragione è sufficiente per riconoscere il valore inviolabile di ogni vita umana, ma se la guardiamo anche a partire dalla fede, «ogni violazione della dignità personale dell’essere umano grida vendetta al cospetto di Dio e si configura come offesa al Creatore dell’uomo » (cita Giovanni Paolo II, Cristifideles laici, 30 dicembre 1988, n. 37).

214. Proprio perché è una questione che ha a che fare con la coerenza interna del nostro messaggio sul valore della persona umana, non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a “modernizzazioni”. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana. Però è anche vero che abbiamo fatto poco per accompagnare adeguatamente le donne che si trovano in situazioni molto dure, dove l’aborto si presenta loro come una rapida soluzione alle loro profonde angustie, particolarmente quando la vita che cresce in loro è sorta come conseguenza di una violenza o in un contesto di estrema povertà. Chi può non capire tali situazioni così dolorose?

Piero Gheddo

L’islam deve riformarsi dall’interno

Le atrocità del “Califfato islamico” in Iraq e Siria hanno scosso l’Occidente, che nella sua crisi politico-economica e religioso-morale diventa sempre più indifferente a quanto succede in paesi a noi vicini e alle migliaia di profughi disperati (circa 100.000 dall’inizio dell’anno) che la nostra Italia accoglie. Da quando il nascente Isis (Califfato islamico del Levante e dell’Oriente) conquista in Siria e Iraq una vasta base territoriale, affermandosi con violenze orrende e demoniache contro chi non si converte all’islam sunnita, costringendo Stati Uniti e alcuni paesi europei ad intervenire, pare che l’opinione pubblica occidentale prenda coscienza di quanto odio animi quei fantasmi da incubo che sventolano una bandiera nera; odio non solo anti-cristiano, ma contro l’Occidente e il nostro modo di vivere, che vedono come nemico mortale dell’islam, perché distrugge i fondamenti della religione coranica: sviluppo economico-liberale e benessere, democrazia e diritti dell’uomo e della donna, scienze e tecniche, alfabetizzazione universale, libertà di stampa e di costumi, ecc.

La civiltà islamica è fondata sull’obbedienza a Dio (naturalmente il Dio dell’islam), quella occidentale sull’uomo che si costruisce il futuro con la sua ragione, la sua libertà, i suoi diritti. La nostra civiltà, che ha profonde radici cristiane, crede di poter fare a meno di Dio. Islam vuol dire dipendenza da Dio, l’Occidente significa per quei popoli sviluppo umano senza Dio: laicismo, ateismo pratico, “morale laica” (cioè, la “morale fai da te”?, il primato assoluto della coscienza individuale che ignora Dio e Gesù Cristo, ecc.

Se questa analisi molto sommaria è esatta o almeno plausibile, ci indica anche come affrontare le minacce dell’islam radicale all’Occidente ed essere fratelli dei popoli islamici, in grande maggioranza contrari alle violenze del Califfato, che però si stanno diffondendo non solo nel Medio Oriente,ma in Nigeria, Repubblica centro-africana, Mali, Libia, Sudan, Mauritania, e minaccia i governi dell’Egitto e dell’Algeria).

La storia recente ci dimostra alcune cose:

1) la guerra non risolve nulla, anzi peggiora la situazione (vedi le due guerre in Iraq); chi si augura una nuova Crociata e una nuova Lepanto non tiene conto del miliardo e 300 milioni di islamici, che se attaccati ritornano uniti contro l’Occidente;

2) la riforma dell’islam verrà dalla formazione dei popoli islamici attraverso la scuola e la libertà di ricerca storico-critica delle fonti islamiche, per contestualizzare il Corano e Maometto al mondo moderno, come avviene nella Chiesa attraverso i Concili e il succedersi dei 265 Papi che la guidano;

3) L’Occidente può aiutare questo processo di maturazione con l’aiuto ai profughi e ai perseguitati, il dialogo con i musulmani “moderati” e i musulmani in Occidente, il rispetto della verità nel descrivere le atrocità dei guerriglieri e terroristi islamici, denunziando la radice coranica e storica dell’islam, come lo sterminio degli ebrei è attribuito all’ideologia razzista dei nazisti. Il dialogo senza il rispetto della verità storica diventa una finzione ipocrita che non serve e non convince nessuno.

4) Soprattutto, se l’Occidente vuol dialogare e affrontare la sfida dell’islam, deve ritornare Cristo. La civiltà che abbiamo fondato noi cristiani, oggi non accontenta nessuno, nemmeno i nostri popoli che l’hanno iniziata. E’una civiltà senz’anima, senza speranza, senza bambini e senza gioia, di cui sono segno i troppi fallimenti di una società senza Dio. Non si è ancora capito che i Dieci Comandamenti e il Vangelo sono gli orientamenti che Dio ha dato, a noi uomini da lui creati, per vivere una vita che porti alla serenità,, alla fraternità e solidarietà, all’autentico sviluppo, alla giustizia e alla pace (vedi la sintesi nella “Populorum Progressio”). Se l’Occidente non ricupera le sue “radici cristiane” e le mette a fondamento della sua vita e della sua cultura, rimane solo la guerra e l’autodistruzione dei nostri popoli.

Piero Gheddo

La gioia di portare Cristo al mondo

Nei miei giorni di vacanza al mare, nella casa dei Fatebenefratelli a Varazze (Savona), mi sono riletto, meditato e pregato con calma l’Esortazione apostolica di Papa Francesco, “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo). Non è una Enciclica, documento solenne e dottrinale, ma una “Esortazione apostolica”, una semplice “lettera” di natura pastorale che rivela l’animo del Papa italo-argentino (pubblicata il 24 novembre 2013, festa di Cristo Re). E’ un testo che bisogna conoscere per entrare in sintonia con Francesco, con l’uomo e il suo programma, poterlo capire e accompagnare con la nostra vita e la nostra preghiera. Tra l’altro si legge bene perché è molto concreto e comprensibile da tutti. Francesco parla col cuore e si sente che racconta la sua esperienza di cristiano, di prete e di vescovo.

La Lettera incomincia con queste parole (n. 1): “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia”. E aggiunge che l’Esortazione apostolica è indirizzata ai fedeli cristiani “per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice della Chiesa nei prossimi anni”. Ci provoca rendendoci protagonisti del suo piano di annunziare e testimoniare Cristo agli uomini.

La gioia è la caratteristica del cristiano che vive in comunione con Cristo. Se la nostra vita cristiana è autentica deve essere gioiosa, perché il Vangelo – scrive Francesco (n.5) – “invita con insistenza alla gioia” e porta alcuni esempi. Nella visita a Santa Elisabetta, Maria dice: “Il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore” (Luc 1,17); Gesù promette ai suoi discepoli: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15,19) e garantisce: “E nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Giov. 16,22). Gli Atti degli Apostoli confermano che nella prima comunità cristiana, pur in mezzo alla persecuzione e al martirio, “vi fu grande gioia” (At 13,52); i discepoli “prendevano cibo con letizia” (At 2,46); e persino il carceriere che assiste alla liberazione miracolosa di Pietro, appena battezzato “era pieno di gioia insieme ai suoi familiari per aver creduto in Dio (At 16,34)”.

La parola “gioia” è forse la più importante nella Evangelii Gaudium, che la cita 59 volte! Perchè Francesco apre la sua lettera parlando della gioia di vivere e amare Gesù Cristo? Perché il peccato, qualsiasi peccato, porta tristezza, pessimismo, depressione e conduce alla morte. Gesù Cristo, che morendo in Croce e risorgendo, ci ha liberati dai nostri peccati, ci dà la gioia di vivere. Ecco la grande verità che sperimentiamo nella nostra vita: quando sono in pace con Dio e con il prossimo sono felice e contento, quando ho peccato sono triste, preoccupato, scontroso e scontento.

L’atmosfera dominante nella nostra Italia e nell’Europa cristiana è il pessimismo, il lamento, la mancanza di speranza: quando dall’orizzonte di una persona, di una famiglia, di un paese si toglie il sole di Dio, l’uomo rimane da solo e vede solo buio nel suo futuro. L’11 agosto scorso è morto negli Stati Uniti il grande attore e comico americano, Robin Williams (1951-2014), che si è impiccato nella sua spaziosa e lussuosa residenza. Chi lo conosceva bene ha detto di lui: “Era famoso e pieno di soldi, capace di far ridere tutti gli spettatori dei suoi films e teatri, ma nella sua vita non c’era la luce, nel suo futuro vedeva solo buio”. Noi lo ricordiamo con simpatia e preghiamo per lui, l’ho citato solo come esempio e quasi simbolo della nostra mondo, che ha perso di vista il senso vero della vita: quello che dà gioia, perchè riconosce che siamo stati creati da Dio, dipendiamo e siamo amati e salvati da Gesù Cristo.

Ecco perché una vita serena e gioiosa, vissuta nell’amore di Cristo, è la base di partenza per la missione evangelizzatrice della Chiesa nel nostro mondo benestante, democratico, istruito, che tende al pessimismo e al nichilismo. Papa Francesco si rivolge specialmente agli operatori pastorali: “Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale. Recuperiamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime. Possa il mondo del nostro tempo ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo » (n. 10).

E aggiunge: “Invito ogni cristiano,in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Cristo, cercarlo ogni giorno senza sosta” (n. 3). Solo in questo “incontro con l’amore di Dio che diventa felice amicizia”, noi ci liberiamo dal nostro egoismo e diventiamo pienamente umani. E aggiunge: “Qui sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice” (n. 8).

Piero Gheddo

Marcello Candia, l’industriale per i poveri

L’8 luglio 2014, la Congregazione dei Santi ha promulgato il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio dott. Marcello Candia, missionario laico in Amazzonia brasiliana dal 1965 al 1983, dove ha speso la sua vita di volontario fra i poveri e i lebbrosi e tutte le sue sostanze. Marcello Candia (1916-1983), figlio di un industriale milanese, nato a Portici (Napoli), eredita dal padre la fabbrica di acido carbonico la dirige per 18 anni con successo, fondando tre nuovi stabilimenti. Ma Dio lo chiamava ad essere “l’industriale della carità”. Fin da giovane studente (tre lauree in chimica, biologia e farmacologia), divideva il suo tempo fra l’industria paterna e le opere di carità nella sua Milano: il “Villaggio della madre e del fanciullo”, l’assistenza ai profughi dai campi di concentramento tedeschi, un dispensario medico gratuito per i poveri, l’aiuto ai baraccati delle periferie milanesi (dove da adolescente mamma Luigia portava i cinque figli alla domenica pomeriggio), il “Collegio degli studenti d’Oltremare” voluto dal Card. Montini.

Non si era sposato per fare opere di bene e sentiva profondamente anche la chiamata alle missioni. Fonda la scuola di medicina per missionari (all”Università di Milano) e sostiene i primi organismi di laicato missionario in Italia. Nel 1949 incontra mons. Aristide Pirovano, missionario del Pime e fondatore della diocesi di Macapà alle foci del Rio delle Amazzoni, che lo invita ad andare con lui per fondare un ospedale per i poveri. Marcello va in Amazzonia e si appassiona di quel popolo, ma solo nel 1964, a 49 anni, riesce a vendere la sua fiorente industria e va a Macapà con i missionari del Pime, donandosi totalmente a quella missione. La sua vita, nei 19 anni di Amazzonia (muore nel 1983 di cancro al fegato, è tutta una corsa contro il tempo per realizzare e finanziare molte opere di bene: l’ospedale di Macapà, allora il più grande e moderno dell’Amazzonia brasiliana, il rifacimento del lebbrosario di Marituba (con 2000 lebbrosi), nella foresta presso Belem, centri sociali e casette per i poveri, scuola per infermiere, aiuti a tutte le missioni del Brasile povero che ricorrevano a lui.

All’inizio, in Amazzonia aveva più d’un miliardo di lire (del 1964), spende tutto e incominciano ad arrivargli le offerte dei suoi ex-dipendenti, di molti amici e di tanti altri che venivano a conoscenza della sua avventura. Marcello mandava foto e lettere e tornava un mese l’anno in Italia per rispondere a inviti di conferenze e interviste. Avendo venduto anche la sua casa a Milano, in Italia era ospite del Pime, che gli organizzava gli incontri e le interviste a giornali, radio e televisioni.
Dove sta la grandezza di questo “santo” del nostro tempo, modello per i laici missionari? Nella sua profonda vita di fede e di pietà e nella sua carità. Si definiva “un semplice battezzato”: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale; un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare, che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”. Era il santo della carità, il santo della Croce e il santo della gioia. In quel tempo di dittatura in Brasile, i militari sospettavano di questo riccone che va a spendere i suoi soldi in una regione ai confini del Paese e vive poveramente. Lo sorvegliavano, ostacolavano, umiliavano e lui sopportava con pazienza. Il governatore militare di Macapà dice al vescovo mons. Giuseppe Maritano: “”Mi spieghi lei questo mistero. Vedo che il dottor Candia s’interessa solo dell’ospedale e spende tutto quel che ha per i poveri.. Però, quando gli parlo mi sembra una persona normale”. Mons. Maritano ha testimoniato: “Voleva che l’ospedale fosse per i poveri, perchè questo era l’unico scopo per il quale l’aveva costruito. Diceva: ‘Se c’è un malato povero e uno ricco, prima ospitiamo il povero e poi, se c’è posto, il ricco, che può rivolgersi all’ospedale governativo. Io voglio un ospedale missionario per i poveri e quindi dev’essere per forza passivo. Se è in attivo vuol dire che non è più missionario e per i poveri’. Marcello pagava tutte le spese e i passivi”.

Il mistero della sua vita sta tutto nella sua preghiera. Pregava molto, una preghiera semplice e continua, aveva sempre il pensiero rivolto a Dio e ha portato in Brasile le Carmelitane di Firenze, costruendo due loro conventi, perché diceva: “La preghiera è il carburante delle opere di bene”.
Ho accompagnato Marcello nella visita a diversi lebbrosi. Si inginocchiava vicino al letto, baciava quei malati e mi diceva: “In ogni malato c’è Gesù”. Faceva una vita di grandi rinunzie e sofferenze, anche per visitare le sue opere in tutti il Brasile dei poveri (quando è morto finanziava 14 opere da lui fondate). In Brasile ha avuto cinque infarti e un’operazione al cuore, non avrebbe dovuto tornare in Amazzonia, ma lui è stato fedele alla chiamata di Dio.

Nel 1975 il presidente del Brasile dà a Marcello Candia l’onorificenza più importante del paese “Cruzeiro do Sul” e il più importante settimanale illustrato brasiliano, “Manchete” di Rio de Janeiro, gli dedicò un articolo intitolato: “L’uomo più buono del Brasile”, che incominciava con queste parole: “Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975″.

Nel 1982, un anno prima di morire, Marcello ha istituito la Fondazione Candia per continuare a mantenere le opere da lui fondate; oggi la Fondazione finanzia più opere di quante ne ha lasciate Marcello. Indirizzo: Fondazione dott. Marcello Candia – Via P. Colletta, 21, 20135 Milano, tel. 02.546.37.89. Chiedere DVD e filmati, immaginette e il bollettino “Lettera agli Amici di Marcello Candia”.
Per conoscere Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei lebbrosi”, la biografia che è un romanzo d’avventure e le sue “Lettere dall’Amazzonia”, una lettura appassionante e commovente. Chiedere questi libri a P. Piero Gheddo, Pime, Via Monterosa,81 – 20149 Milano – Tel. 02.43.82.04.18.

Domani 16 luglio vado in vacanza al mare e ritorno a Milano il 4 agosto. Auguro buona estate nel Signore a tutti i miei amici lettori e per i Blog ci vediamo dopo il 15 agosto. Grazie.

Piero Gheddo

Parlare di Dio riscaldando il cuore

Lo dico spesso perché ne sono convinto. La “Evangelii Gaudium” (La gioia del Vangelo) di Papa Francesco è un documento straordinario che specialmente i vescovi e i preti non possono non leggere e meditare. Non è una solenne enciclica, ma una popolare “Lettera apostolica”, perché è il programma del suo pontificato. Per mettersi in sintonia col Papa argentino bisogna leggere e confrontarsi con questo piccolo libretto. Mi hanno colpito queste insolite parole: “Molti sono i reclami in relazione alle omelie domenicali e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo”.
Dopo 61 anni di sacerdozio, ho capito che uno dei momenti più importanti, ma anche più contestati del nostro ministero sacerdotale è proprio l’omelia domenicale e anche il breve commento al Vangelo quotidiano, come fa Francesco a Santa Marta. Basta pensare ai circa 15 milioni di fedeli che ogni domenica ascoltano le nostre prediche! Chi mai in Italia ha la possibilità di parlare tutte le settimane a tanti milioni di ascoltatori? Eppure, dice Francesco, “si sentono lamenti… e non possiamo chiudere le orecchie”! Lui stesso indica la soluzione con il suo modo di parlare. Penso che abbia suscitato tanta simpatia e commozione, anche per i contenuti del suo dire, ma anzitutto perchè parla a braccio, in tono familiare, si riferisce alla gente che ha davanti, la provoca personalmente. Ha un testo da leggere, lui lo legge, ma poi si ferma, fa una battuta e va avanti per conto suo, parla in modo che tutti capiscono e lo ascoltano volentieri. Non fa una lezione, ma parla a me, a ciascuno di noi.
Francesco usa un linguaggio spontaneo e dell’immagine, che si riferisce al vissuto, ha un modo di esprimersi comprensibile a tutti per la sua carica emotiva , usa espressioni che toccano il cuore: “Dio è misericordioso, perdona sempre”, “non abbiate paura della tenerezza, ne abbiamo bisogno”, “le lacrime sono un dono di Dio, non temete di piangere, lasciatevi commuovere”, “Parlate il linguaggio evangelico dei bambini, non quello ipocrita dei corrotti”.
A me il giornalismo ha dato molto. Quando studiavo nel seminario teologico del Pime a Milano (1949-1953), una materia di studio si chiamava omiletica, la scienza sacra che spiega come fare l’omelia. L’insegnante ci diceva che bisogna studiare l’esegesi dei testi biblici da commentare, approfondirne il significato teologico, trovare belle citazioni dei Padri della Chiesa e dei Papi, ambientare il fatto evangelico nella cultura ebraica di quel tempo. Tutto bene ma non spiegava l’elemento fondamentale di una predica: come attirare e mantenere l’attenzione del popolo di Dio che ascolta!
Nella Gaudium et Spes Francesco scrive (n. 156): “ Alcuni credono di poter essere buoni predicatori perché sanno quello che devono dire, però trascurano il come, il modo concreto di sviluppare una predicazione. Si arrabbiano quando gli altri non li ascoltano o non li apprezzano, ma forse non si sono impegnati a cercare il modo adeguato di presentare il messaggio”.
Indro Montanelli diceva a noi giornalisti suoi collaboratori: “All’uomo interessa l’uomo”; non i ragionamenti, le filosofie o teologie, ma l’uomo concreto, cioè la notizia, il fatto, l’esempio, l’esperienza. Il giornalismo mi ha insegnato che la cosa fondamentale per chi scrive è di conquistare l’attenzione di chi legge. “Se non ti leggono – diceva Montanelli – è inutile che tu scrivi!”. Lui conosceva tutte le tecniche e le malizie per farsi leggere. Lo stesso succede per chi predica: se non ti capiscono o non ti ascoltano, è inutile che tu parli! Papa Francesco è ascoltato volentieri perché racconta spesso i buoni esempi di cui è stato testimone, cita sua nonna ed episodi di quand’era arcivescovo di Buenos Aires. Nel nostro ministero noi preti abbiamo una quantità infinita di esperienze positive ed interessanti. Perché le raccontiamo così poco? E’ difficile che la gente non presti attenzione se un prete dice: “Una volta è venuto a trovarmi….”. All’uomo interessa l’uomo!

“Altra caratteristica, si legge nella Evangelii Gaudium (n. 159), è il linguaggio positivo. Non dire tanto quello che non si deve fare ma piuttosto proponi quello che possiamo fare meglio. In ogni caso, se indichi qualcosa di negativo, cerca sempre di mostrare anche un valore positivo che attragga, per non fermarsi alla lagnanza, al lamento, alla critica o al rimorso. Inoltre, una predicazione positiva offre sempre speranza, orienta verso il futuro, non ci lascia prigionieri del negativo”.
In passato, la predica funzionava, per la sensibilità di quel tempo. Alla domenica, sul pulpito andava in scena il predicatore-fustigatore, che tuonava contro la malvagità dei tempi, contro i peccatori che provocavano l’ira di Dio e minacciava l’inferno per quelli che morivano in peccato mortale. Noi ragazzi ne eravamo atterriti, annichiliti. Settant’anni dopo, noi preti ci siamo molto addolciti, ma ancora prevale spesso il tono oratorio, declamatorio di chi insegna qualcosa, non il tono familiare di quando parliamo ad amici. A volte diamo l’impressione di recitare una lezione imparata a memoria. Le parole passano sopra la teste senza entrare nella vita, arrivano alle orecchie senza toccare il cuore. Siamo maestri, ma non testimoni. La gente ascolta ma non si convince e non cambia in conseguenza la propria vita, che è lo scopo finale di tutte le omelie. Alcuni anni fa ho incontrato ad Assisi, il padre Pietro Sonoda, superiore dei francescani conventuali giapponesi, che aveva studiato in Italia e parla bene la nostra lingua. Mi diceva: “Qualche volta in Italia, anche alla televisione, mi capita di sentire le prediche. Se noi facessimo quelle prediche, non ci ascolterebbe nessuno. Il giapponese è pratico, pragmatico e vuol sentire qualcosa che gli dia coraggio e gioia, nella fede e vita cristiana”.

Spesso Papa Francesco suscita commozione parlando della misericordia e della tenerezza di Dio. A mezzogiorno del Natale 2013 parlando dal balcone della Basilica di San Pietro ha detto, scandendo le parole per lasciare alla gente il tempo di entrare nell’onda di commozione che gli viene dal profondo: “Fermiamoci davanti al Bambino Gesù nel Presepio, pensiamo al Figlio di Dio che si è fatto uomo in quella stalla di Betlemme, lasciamo che la commozione invada il nostro cuore e la nostra persona e diventi tenerezza per quel piccolo Bambino appena nato, che porta al mondo la pace, l’amore, la gioia. Non abbiamo paura di questa tenerezza, ne abbiamo bisogno!”.
Caro Papa Francesco, sono scene che tu ripeti spesso, perché ti vengono spontanee, sono il frutto della tua vita di sacerdote abituato a meditare ed a commuoverti quando pensi alla bontà e misericordia di Dio Padre, di Gesù e della Madonna. E quando parli non nascondi questa commozione, ma la comunichi a chi ti ascolta, trasmettendo la gioia della Fede! Questo il segreto delle tue omelie, che ti rendono familiare, popolare, molti pensano: parla proprio a me! Tu parli al cuore di ciascun fedele, di quelle sterminate folle che ti ascoltano anche per radio e televisione. Trasmetti non la dottrina, ma la vita, la tua vita di uomo e spirituale e dai a noi preti un grande esempio. Dobbiamo vivere la gioia e la tenerezza della vita cristiana e trasmetterla. Padre Santo, grazie!

Fare molti figli è possibile anche oggi

In questo “Anno della famiglia”, il quotidiano cattolico Avvenire si sta impegnando a denunziare, con dati e riflessioni, la crisi della famiglia in Italia, che porta all’”agonia del matrimonio” e al “suicidio della società italiana”. Quarant’anni fa (1974) il popolo italiano approvò nel referendum la legge sul Divorzio e il tema è tornato d’attualità. Lamentiamo tutti la crisi dell’Italia, economica, politica, morale, ma ben pochi, fuori della stampa cattolica, affermano che una delle radici di questa crisi sta proprio nella Legge sul Divorzio e poi in quella sull’Aborto, approvata dal referendum (1981). In poche parole,

- l’Italia manca di bambini: ogni anno le morti degli italiani superano di circa 120.000 unità le nascite, proprio il numero (più o meno) degli aborti annuali; e l’anno scorso, per la prima volta, sono calate le nascite tra gli stranieri residenti in Italia:

- la società italiana è una società “liquida”, precaria, instabile, molti giovani sono senza precisi punti di riferimento. Come si può negare che la responsabilità della Legge sul divorzio sia una delle principali cause del pessimismo e della mancanza di speranza che affligge il popolo italiano?

Mi rendo conto che questi problemi sono molto più complessi delle mie affermazioni sommarie. Ma leggo con tristezza l’arrivo di altre leggi che affosseranno ancor più la famiglia naturale riconosciuta dalla Costituzione: divorzio breve, simil-matrimonio fra persone gay, inseminazione artificiale ed eterologa, ecc.

Lasciatemi dire che ho sperimentato la bellezza, la forza e la tenerezza di una vera famiglia cristiana, nella quale i genitori Rosetta e Giovanni (avviati alla santità riconosciuta dalla Chiesa) sono stati e sono la luce, i modelli, l’ispirazione per noi loro figli e oggi lo sono per tanti altri, attraverso il bollettino che pubblica l’arcidiocesi di Vercelli. Nel paese di Tronzano (Vercelli), eravamo una famiglia di condizione economica medio-bassa, durante la guerra si faceva la fame, la mamma era morta di parto con due gemelli nel 1934, il papà disperso nella guerra di Russia, ma l’unità e la solidarietà della nostra grande famiglia ci dava la gioia e la speranza per vivere con serenità la nostra adolescenza.

La “buona notizia” che voglio dare, quasi sempre ignorata dai media “laici”, è che tutto questo è possibile anche oggi. In una cittadina in provincia di Milano, nel maggio scorso è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide e Marta nati nel 1977 e 1978, laureati e sposati nel 2002, che hanno deciso fin dall’inizio di prendere tutti i figli che Dio mandava. Eccoli: Benedetta (11 anni), Giuditta (10 anni), Maria Chiara (8), Maddalena (7), Myriam (4), Cecilia (3), Riccardo (2) e Carolina di quasi due mesi. Credetemi, anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove. Ma allora, è ancora possibile, per vivere il Vangelo, andare contro corrente e avere molti figli fidandosi della Provvidenza!

Com’è possibile? Hanno genitori ricchissimi? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai loro genitori, però appartengono a un movimento (C.L.) e sono aiutati dai loro amici (vestiti e scarpe, giocattoli, interventi per il trasloco, ecc.); aiuti dati anche, a volte, dalle famiglie che conoscono e ammirano questa coppia. E poi hanno risparmiato ed educato i figli ad una vita austera però piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato le bambine, fin da piccole, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni poco dopo la laurea, io ho lavorato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo sul suo stipendio che è normale, più gli straordinari che fa. I nostri genitori qualche volta ci aiutano ma sono pensionati normali. Tre anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 75 metri quadri ed è nato Riccardo. Adesso siamo in un sottotetto abitabile grande più del doppio di un nuovo palazzo, che abbiamo acquistato pagando un mutuo (ne abbiamo per vent’anni). Questa è l’unica volta che i nostri genitori ci hanno davvero aiutati. Le bambine vivono in stanze con letti a castello, Riccardo in una cameretta da solo e Carolina dorme nella carrozzina in sala e quando sarà più grande vedremo. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni e Carolina è nata bene prematura di un mese ma adesso cresce bene.

Debbo dire che le nostre bambine sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro e a volte giocano, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Sono bambine del tutto normali, ma imparano a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa lavorano, lavano, imparano a stirare, a preparare la tavola, ecc. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e vediamo di accontentarle.

Ma qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ha dieci figli più grandicelli dei nostri (e un figlio in affido) e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei loro coetanei. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi.

Piero Gheddo

Festa di San Pietro, il primo Papa

San Pietro, l’Apostolo che Gesù ha scelto come suo successore nel dirigere la comunità dei suoi discepoli. Quali sono le qualità umane di Pietro, che hanno convinto Gesù a farne il primo Papa? Pietro era a capo di una compagnia di pescatori, un uomo autentico, onesto e trasparente, aveva leadership, bontà naturale, prudenza e coraggio, esperienza di vita.

1) La caratteristica fondamentale della sua vita è l’amore appassionato a Cristo e la fede in Lui.
Significativa la triplice domanda di Gesù: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. E la sua risposta: “Signore, tu sai tutto. Tu sai quanto ti amo!”. Non era una fede intellettuale, nutrita di studi, ma un amore totale alla persona di Cristo.
“E voi, chi dite che io sia?”. Pietro è stato il primo a dare la risposta giusta: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Il cristianesimo è sostanzialmente la fede e l’amore appassionato a Gesù Cristo, che vuol dire imitarlo e farlo conoscere.
“Volete andarvene anche voi?”. Pietro risponde: “Da chi andremo Signore?Tu solo hai parole di vita eterna”.

La fede e l’amore a Cristo lasciano però a Pietro tutti i suoi limiti e peccati. Si fa dire dal Maestro: “Via da me, o Satana! Tu ragioni come gli uomini, non pensi come Dio”. La notte del Venerdì Santo tradisce Gesù: “Non lo conosco”. E quando Gesù è in agonia appeso in Croce, Pietro non si fa vedere, fugge lontano. Tutto questo avrebbe dovuto scoraggiare Pietro, renderlo pessimista, allontanarlo da Cristo.
Invece, da uomo vero, era umile e riconosce il suo peccato, piange amaramente, crede dell’amore a Cristo che lo purifica, lo redime, lo rinnova. La coscienza del suo peccato non diminuisce anzi aumenta il suo amore appassionato a Cristo. Se mi sento triste per il mio peccato è perchè non sono umile. “Dio perdona sempre, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere eperdono”
Ecco l’esempio più toccante di Pietro. Lo scoprirsi uomo e peccatore (“Allontanati da me – dice a Gesù – che sono un uomo peccatore”) non lo abbatte, sa che l’amore a Cristo vince tutto e riprende il cammino con nuova lena.
Gesù ama le persone autentiche e Pietro lo era. Ritorna sui suoi passi e nel Cenacolo è con Maria e gli altri Apostoli a ricevere lo Spirito Santo. Poi è pieno di coraggio e al Sinedrio, che gli proibiva di parlare ancora di Cristo risponde: “Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini”. Lancia la sfida ed è disposto a ricevere una buona dose di frustate, a farsi incarcerare e poi, alla fine della vita a morire crocifisso come il suo Maestro, addirittura con la testa in basso.

2) Pietro è il primo Papa e rappresenta l’interminabile successione dei 265 Papi che ci tengono uniti a Cristo. Gesù ha lasciato un messaggio da trasmettere nei secoli e ha creato la comunità dei credenti, la Chiesa, con un capo, il Papa. Un uomo come tutti gli altri, debole e peccatore, ma che ha l’assistenza dello Spirito Santo, per conservare la fede e trasmetterla attraverso i vescovi e i sacerdoti nei secoli dei secoli.
Gesù dà a Pietro le chiavi del Regno (Mat 16, 18-19), l’incarico di confermare i suoi fratelli nella fede (Lc 22, 32), la missione di pascere il gregge di Cristo (Gv 21, 15-19). E poi, prima di salire al Cielo ha promesso lo Spirito Santo: “Ho ancora molte cose da divi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità egli vi guiderà alla verità tutta intera e vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 7-15).

In duemila anni la Chiesa cattolica, con l’assistenza dello Spirito Santo, è cambiata molte volte, ma sempre nella fedeltà al Vangelo. Il Papa continua a guidare la Chiesa e specialmente negli ultimi tempi ha acquistato una forza di persuasione e di commozione che non ha nessun’altra autorità mondiale.
Quant’è bella la nostra fede! Nella confusione di idee proposte del nostro tempo abbiamo con noi il Vicario di Cristo, il rappresentante di Gesù sulla terra. Non è da solo, ma agisce in comunione con i circa 4.500 vescovi della Chiesa cattolica e ha l’assistenza dello Spirito Santo.
Mons. Aristide Pirovano (1915-1997), fondatore della diocesi di Macapà in Amazzonia brasiliana (1946-1965) e superiore generale del Pime (1965-1977), in tempi di relativismo e divisioni nella Chiesa, parlando e scrivendo ai missionari si riferiva spesso al Papa e diceva: “La mia linea è quella di stare sempre col Papa”. Ai partenti per le missioni diceva (22 settembre 1968):
“Cari confratelli, solo nel Papa e col Papa si realizza quell’unità con Cristo, per la quale Gesù pregò nel Cenacolo: “Ti prego, Padre per quelli che crederanno in me: perché tutti siano una cosa sola. Come tu, Padre, sei in me e io te, siano anch’essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-23)”. Così anche noi potremo essere uniti nella Chiesa di Cristo e nel nostro Istituto”.

3) Oggi il Signore ci ha mandato un Papa che sta mettendo le basi per portare la Chiesa sempre più vicina a Cristo e sempre più a servizio del Popolo di Dio. Giovanni XXIII aveva convocato il Concilio Vaticano II, Papa Francesco sta consultando i vescovi e le comunità cristiane per indicare com’è la conversione della Chiesa, cioè di noi tutti, partendo dai vescovi, sacerdoti e persone consacrate.
Francesco è il primo Papa che viene dalle missioni e porta nelle nostre Chiese antiche l’entusiasmo della fede e la collaborazione all’azione evangelizzatrice della Chiesa, che lo Spirito ha suscitato nelle giovani comunità fondate dai missionari.
Non è facile capire e seguire questo Papa, il metodo migliore è leggere e meditare pregando la sua Lettera apostolica. “Evangelii Gaudium” (la Gioia del Vangelo), scritta come Francesco parla, a braccio, e quindi facilmente comprensibile e molto leggibile, concreta, pratica, provocatoria. Dobbiamo capire, amare il Papa, pregare per lui e chiedere allo Spirito Santo di accendere anche in noi il “fuoco della Pentecoste” che può infiammare il mondo e portare i popoli nel gregge di Cristo e l’umanità in un cammino verso il Regno di Dio.

Piero Gheddo