In Vietnam ho capito l’amore di Dio

Siamo in Avvento, nell’attesa del Bambino Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore. Per prepararci al Natale, dobbiamo chiederci che idea mi faccio Dio, dell’amore di Dio. Sono stato allevato dalla mamma di mio padre Anna e dalla sorella maggiore Adelaide, maestra elementare, tutte e due molto religiose. Quand’ero un bambino, la nonna diceva spesso: “Non si muove foglia che Dio non voglia”. Ero curioso, mi mettevo davanti al piccolo alberello che avevamo in cortile e pensavo: ”Ma Dio come fa ad essere in tutte queste foglie?”. Pochi anni dopo, quando studiavo teologia, ho scoperto che Gesù ha detto: “Non abbiate paura, Dio conosce anche il numero dei vostri capelli” (Mat. 19, 30). E poi ancora: “Voi sarete odiati da tutti per causa mia, ma neppure un capello cadrà dal vostro capo” (Luc, 21, 18). Dio è sempre infinitamente più grande di quanto noi possiamo comprendere o immaginare. Noi sappiamo solo che “Dio è Amore” (1 Giov, 4, 16). Possiamo entrare nel fantastico, affascinante e gioioso mistero di Dio, solo amandolo e amando il nostro prossimo come noi stessi, così come il Signore Gesù ha amato noi.

Nel Catechismo di San Pio X (1905), fatto a domanda e risposta, si leggono queste affermazioni che inquadrano bene la nostra fede:

“Dio é l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra.
“Dio é potenza, sapienza e bontà infinita.
“Dio é in cielo, in terra e in ogni luogo:
“Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri.

“Dio è in ogni luogo…Dio conosce tutto, anche i nostri pensieri”.

Noi viviamo immersi in Dio. Qualsiasi cosa noi facciamo o pensiamo, Dio ci vede e penetra anche nelle intenzioni più profonde del nostro cuore. Egli è “bontà infinita” e, come ci ha insegnato Gesù, è “il Padre nostro che sta nei cieli”. Noi siamo sempre nelle braccia di Dio, come un bambino vive nelle braccia di sua madre. E Dio ci ama molto più di nostra madre, perché è “sapienza e bontà infinita”. Ecco il volto di Dio che Gesù ci ha presentato con la sua stessa vita. Racconto un’altra parabola, capitata a me, che ricorda il volto di Dio.

Nel 1973 ero nel Vietnam del sud durante la guerra. Scendevo dai monti verso la pianura, da Pleiku a Qui Nhon, su un camion militare, assieme a numerosi vietnamiti. Una giornata intera di viaggio, su strade dissestate, in un paese in guerra: abbiamo attraversato zone dove si combatteva, villaggi bruciati e bombardati, mitragliamenti, profughi che scappavano a piedi e con ogni mezzo. Tutto questo è un’immagine del mondo in cui viviamo anche oggi!

Io e gli altri profughi eravamo seduti su delle panche nel cassone scoperto del camion. Di fronte a me una giovane mamma vietnamita teneva in braccio il suo bambino che aveva pochi mesi. Lo cullava, lo allattava, lo coccolava. Ad un certo punto, passando vicino ad un villaggio in fiamme dove molti gridavano, il bambino, sentendo quel trambusto, si è messo a piangere, avvertiva anche lui il pericolo. La mamma ha steso su di lui un lembo del suo scialle ed ha continuato a cullarlo. Dopo un po’ il bambino dormiva placidamente. Attorno a noi crollava il mondo e lui dormiva: non sentiva niente, non sapeva nulla, era l’unico che non aveva paura. Si fidava dell’amore e delle braccia di sua madre.

Ecco, quando penso a Dio mi vengono in mente quella dolce mammina vietnamita e il suo bambino. Se noi viviamo questa materna e paterna immagine di Dio, non possiamo più essere pessimisti, scontenti, scoraggiati, timorosi di chissà cosa. Qualunque cosa mi capiti, io sono sempre nelle braccia del Padre! I miei genitori, che sono servi di Dio, avviati alla beatificazione, ripetevano spesso: mamma Rosetta diceva: “Dobbiamo sempre fare la volontà di Dio”; e papà Giovanni: “Siamo sempre nelle mani di Dio”.

I popoli non cristiani, che non conoscono la Rivelazione di Cristo, immaginano Dio come un personaggio misterioso, inconoscibile, lontanissimo dalla nostra piccola Terra, che è dominata da spiriti buoni e cattivi. Questi vanno propiziati con offerte, sacrifici di animali, secondo i responsi di indovini, stregoni, interrogando i morti e gli oroscopi, ecc. Papa Francesco ha detto: “Chi consulta gli oroscopi non è più cristiano, non crede nella Divina Provvidenza”. In Italia, al mattino tutte le televisioni trasmettono e commentano non il Vangelo, ma gli oroscopi per una decina di minuti. Ma il popolo italiano, battezzato nella Chiesa cattolica per circa il 90%, sta ridiventando pagano? Che idea mi faccio di Dio?

 

Un invito ai miei amici e lettori

La Direzione Generale del Pime ha avuto, mesi fa, l’idea di farmi raccontare la mia vita di missionario-giornalista e ha incaricato l’amico Gerolamo Fazzini di aiutarmi in questo progetto. All’inizio l’ho rifiutato (mi pareva un’auto-esaltazione), poi ho dovuto accettarlo. L’ha pubblicato la Emi (di cui sono stato uno dei fondatori nel 1955!) e, grazie a Dio, sta andando bene.

Dalle mail e telefonate che ricevo, capisco che “fa del bene”; e un importante amico vercellese mi scrive: ”Fa del bene soprattutto alle persone lontane dalla fede, perché tu non fai prediche, ma racconti fatti, sei interessante e ti fai leggere fino alla fine. La tua vita trasmette la fede e l’amore a Dio e al prossimo”. Sono lettere che mi confortano. Il volume “Piero Gheddo con Gerolamo Fazzini-, inviato speciale ai confini della fede” raggiunge lo scopo per cui è nato.

Cari amici e lettori, vi invito mercoledì prossimo 30 novembre, alle ore 21 al Centro missionario Pime in Via Mosè Bianchi, 94 (parcheggio interno). Cinque amici e personaggi presentano il volume (220 pagine, Euro 14, con 16 pagg. di inserto fotografico). Non so cosa racconteranno di me, certamente aneddoti e situazioni della mia missione, che non ho messo nel volume.

Ma prego e spero che la mia vita avventurosa testimoni il valore di un Istituto missionario a Milano e nella nostra Italia dove prevale il pessimismo. Quale valore? I missionari del Pime hanno fondato la Chiesa in una trentina di paesi e in una cinquantina di diocesi in quattro continenti. Papa Francesco ha detto più volte che “le giovani Chiese danno speranza alla Chiesa universale”. E Gesù, mandando agli Apostoli e i discepoli d annunziare il Vangelo nel mondo pagano ha detto: “Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo”.
Noi siamo piccoli, siamo poveri, il mondo secolarizzato in cui viviamo non capisce e non apprezza la nostra missione. Non importa, il Pime vive la speranza e l’ottimismo fondati sull’incrollabile roccia della fede in Gesù Cristo.

Vi invito alla serata del Centro missionario. Tornerete a casa con una fede più robusta e la gioia nel cuore. Tra l’altro, il volume è un buon regalo natalizio a chi è lontano dalla fede. Vostro padre Piero Gheddo.

 

L’UNICA NOTIZIA CHE CONTA

Presentazione del volume autobiografico di padre Piero Gheddo

“Inviato speciale ai confini della fede” (Emi)

30 novembre 2016 ore 21

Centro missionario Pime – Milano

Saluti del Superiore generale del Pime, padre Ferruccio Brambillasca

Intervengono:

Marco Tarquinio, direttore di Avvenire

Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews

Marina Corradi, giornalista e scrittrice

Giorgio Torelli, già inviato del Giornale

Moderatore: Gerolamo Fazzini, consulente per la comunicazione del Pime

Centro missionario Pime – Milano
Via Mosé Bianchi 94
MM 1 e 5 – (fermata Amendola e Lotto)

Il beato Paolo Manna, precursore del Vaticano II e anche Dottore della Chiesa?

Nel 2016 sono cent’anni che il Beato padre Paolo Manna (1872-1952) fondò l’Unione missionaria del clero e dei religiosi, oggi Opera pontificia.
Il 28 ottobre a Roma si è celebrato il “Giubileo della Missione” e padre Ciro Biondi, segretario nazionale della Pum e responsabile di Missio-Consacrati, ha presentato questa proposta su padre Manna al presidente di Missio e della Commissione per l’Evangelizzazione della Cei, mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo e al segretario generale della Cei, Mons. Nunzio Galantino.
Per noi del Pime il beato p. Paolo Manna, superiore generale (1924-1934), è il personaggio che rappresenta bene lo spirito del nostro Istituto che non è un Ordine religioso, ma una Comunità di Vita Apostolica per la “Missio ad gentes”. Questa la radice della Pum (Pontificia unione missionaria) che nei suoi cent’anni di vita vuole rinnovarsi secondo lo spirito del Fondatore. Anche la Missione alle genti, ancora ai primi passi rispetto alle sterminate popolazioni dell’Asia (il 62% dell’umanità col 6-7% di cristiani) che ancora ignorano Gesù Cristo Salvatore, può avere il suo Dottore della Chiesa, profeta e precursore del Comcilio Vaticano II.

Ecco cosa hanno detto di lui:

“Il Beato Paolo Manna fu un autentico precursore delle intuizioni e delle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II”. Così, quando lo proclamava Beato il 4 novembre 2001 Giovanni Paolo II, che nel settembre 1990 si recò nel Cimitero dei missionari nel giardino della casa del Pime a Ducenta (Caserta) e si fermò a pregare davanti alle tombe di padre Manna e del suo discepolo e primo biografo padre G. B. Tragella. Il Papa di Sotto il Monte, Giovanni XXIII che lo conosceva bene, lo definiva “Il Cristoforo Colombo della nuova cooperazione missionaria”. Paolo VI l’ha giudicato “uno dei più efficaci promotori dell’universalismo missionario nel secolo XX“. Padre Drehmanns, studioso di storia missionaria e superiore generale degli OMI, ha scritto: “Padre Manna è all’origine e alla guida di tutto il movimento missionario del ‘900”. Il famoso teologo gesuita Henri De Lubac ha scritto durante il Vaticano II: “Padre Manna è l’espressione più completa di una missione condivisa” (da tutta la Chiesa, non più solo dei missionari e dei religiosi). Il cardinale Celso Costantini, Prefetto di Propaganda Fide), l’ha definito: «Un uomo pericoloso, come si diceva in qualche seminario dopo la diffusione di Operarii autem pauci! …un seccatore! Santo ma seccatore… un temerario… Comunque e sempre un missionario scomodo” (perché le sue intuizioni sulla universale missione della Chiesa davano fastidio).

Quali sono le intuizioni e le iniziative profetiche di Manna, che l’hanno reso il protagonista del movimento missionario nel ‘900? Non è facile rispondere a questa domanda. Per scrivere la sua Biografia sono stato giorno e notte nelle due grandi sale dell’Archivio di p. Manna, nella casa del Pime a Ducenta (Caserta), curato dal p. Ferdinando Germani, autore dei cinque grossi volumi della sua monumentale biografia. Il mio libro (Paolo Manna, fondatore dell’Unione missionaria del Clero, Emi, 2001, pagg. 400, 18 Euro) è stato scritto per la sua beatificazione nel 2001. Ecco in estrema sintesi chi era padre Manna:

La santità e la profezia di Paolo Manna

Paolo Manna nasce nel 1872 ad Avellino da una famiglia molto religiosa con diversi sacerdoti e suore. I suoi genitori, Vincenzo e Lorenza Ruggiero, hanno avuto sei figli, due sacerdoti, uno medico e prof. universitario. La mamma muore quando il piccolo Paolo aveva due anni e mezzo, diventa un adolescente irrequieto e viene educato dagli zii paterni.. Compie a Roma gli studi per diventare sacerdote e dopo aver letto Le Missioni Cattoliche, nel 1891 entra nel Pime ed è ordinato sacerdote nel 1895. Parte per la Birmania orientale, ma non resiste a quel clima molto umido e caldo-freddo. Si ammala di tubercolosi come altri della sua famiglia. Nel 1905 ritorna in Italia e si dichiara “un missionario fallito”. Pellegrino a Lourdes, non chiede alla Madonna di guarire, ma di innamorarsi di Gesù e donare tutta la sua vita alla diffusione del Regno di Dio.

Nel 1909 Manna è nominato direttore di “Le Missioni Cattoliche” che allora era settimanale (oggi “Mondo e Missione”) e manifesta subito la sua straordinaria passione missionaria, Sfogliando i fascicoli di quegli anni, la differenza tra prima e dopo Manna si vede subito. Pur senza abbandonare le caratteristiche che l’avevano resa famosa (relazioni da tutte le missioni, studi storici e antropologici, attualità missionaria da tutto il mondo, le religioni non cristiane, relazioni di viaggi tra popoli lontani, ecc.) “Le Missioni Cattoliche” diventa una fucina di proposte e provocazioni. Gli editoriali trasmettono entusiasmo per l’ideale missionario! Quasi in ogni fascicolo, Manna trova gli spunti per promuovere libri missionari, opuscoli popolari, calendari, strenne, cartoline; appelli per le vocazioni missionarie, esortazioni a pregare per i missionari, ecc.; inventa e inizia le “zelatrici missionarie” in diocesi e parrocchie per promuovere in Italia le Opere della Propagazione della Fede e della Santa Infanzia (che erano ancora in Francia),
“Le Missioni Cattoliche” ha trovato un’anima. All’inizio del ‘900, quando le riviste missionarie erano bollettini di istituti e ordini religiosi, la “rivoluzione profetica” di p. Manna è questa: il problema missionario riguarda non solo i missionari ma tutta la Chiesa ed esige una soluzione globale: il coinvolgimento di tutti i battezzati, vescovi, sacerdoti e fedeli, diocesi e parrocchie, congregazioni religiose e associazioni laicali. E’ una novità profetica nella vita della Chiesa: non più le missioni affidate ai missionari e ai religiosi, ma opera di tutto il Popolo di Dio, di tutta la Chiesa: “La conversione degli infedeli è il problema dei problemi” – “Tutti i fedeli per tutti gli infedeli”

Nel 1909 padre Manna pubblica “Operarii autem pauci” (Gli operai sono pochi) e manda il libro a Pio X, che risponde con una lettera scritta a mano:

“Al carissimo figlio padre Paolo Manna, missionario apostolico, colle più sincere congratulazioni pel bel lavoro ‘sulla vocazione alle Missioni Estere’ e col voto che molti rispondano generosamente alla voce del Signore ùe li chiamasse a questo apostolato. In segno di gratitudine e di particolare affetto, impartiamo l’Apostolica Benedizione. Dal Vaticano, 12 maggio 1909. Pius Papa X”.

Un fatto eccezionale che aumentò, se possibile, la carica di spirito missionario dell’Autore. Ma il libro venne proibito in molti seminari diocesani, perché infiammava i giovani nell’amore a Gesù Cristo, invitandoli a donare la vita per il Regno di Dio. Nel 1916 Paolo Manna fonda l’Unione missionaria del clero e nel 1919 la rivista “Italia Missionaria” per le vocazioni missionarie; istituisce i “circoli missionari” nei seminari diocesani, da cui vengono numerose vocazioni per le missioni. Nel 1942 scrive “I fratelli separati e noi”, che scuote la Chiesa italiana e, nonostante il tempo di guerra, fa discutere anche i vescovi e i sacerdoti. Il Beato Paolo Manna è sempre espressivo nei suoi scritti. Questo è il primo libro appassionato e provocatorio, che chiede con forza l’unità dei cristiani per la missione universale: “Non si può annunziare un Cristo diviso”.

Nel 1950, due anni prima della morte, scrive “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo – Per la soluzione del problema missionario”, da cui ha chiaramente origine l’enciclica di Pio XII “Fidei Donum” (1957), che apre la via delle missioni al clero diocesano. Manna afferma che tutti i vescovi e i sacerdoti sono responsabili della missione tra i non cristiani; non si può affidare l’annunzio di Cristo solo ad ordini religiosi e istituti missionari: “Mobilitiamo, organizziamo tutta la Chiesa in ordine alle missioni; rendiamo l’apostolato per la diffusione del Vangelo dovere di tutti quanti credono in Cristo”. Il volume propone che sorgano “seminari missionari in tutte le province ecclesiastiche”, per inviare in missione sacerdoti diocesani e laici (nel 1960 sorge a Verona il Ceial, per inviare sacerdoti e laici ai vescovi che li chiedono in America Latina).

L’Unione missionaria del clero, fondata nel 1916 con l’aiuto decisivo di San. Guido Maria Conforti, arcivescovo di Parma e Fondatore dei missionari Saveriani, aveva lo scopo di infiammare i sacerdoti dell’amore di Cristo e poi “accendere in tutto il popolo cristiano una grande fiamma di apostolico zelo per la conversione del mondo”. E più avanti, in un lungo e forte articolo del 1934 su “Il Pensiero missionario”, padre Manna si lamentava perché nell’Unione missionaria si stava travisando lo spirito degli inizi, riducendo l’associazione ad uno strumento volto ad impressionare, a commuovere per far denaro: “L’opera di Dio non si muove con questi mezzi”. L’Umdc in pochi anni si diffonde in tutto il mondo: nel 1919 aveva in Italia 4.035 iscritti (fra i quali i futuri Pio XI e Giovanni XXIII), nel 1920 10.255, nel 1923 16.000 sacerdoti (poi l’Unione è stata estesa anche ai religiosi e religiose). Manna era convinto che tutto nella Chiesa dipende dal clero: “La soluzione del problema missionario – scriveva – sta nel clero: se i preti sono missionari, il popolo cristiano lo sarà egualmente; se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli… Lo spirito missionario è anzitutto una grande passione per Gesù Cristo e la sua Chiesa”. Questo, nell’Italia d’oggi, significa la proiezione verso i non credenti e non praticanti italiani, Cioè, la “Chiesa in uscita” di Papa Francesco. Come il Beato Paolo concepiva l’Unione missionaria del clero è un tema che va approfondito, perché più che mai attuale.

Nel 1924 Manna è eletto superiore generale del PIME, fino al 1934; dal 1943 fino alla morte nel 1952 superiore regionale nel Sud Italia, regione che lui stesso aveva fondato col “Seminario meridionale per le Missioni Estere” a Ducenta (Caserta). Muore a Napoli dopo un’operazione chirurgica il 15 settembre 1952. Ha dato il meglio di sé nell’animazione missionaria: insisteva sulle vocazioni missionarie, la preghiera per le missioni, l’impegno personale di ogni cristiano. Ecco la profezia del Beato padre Paolo Manna. Da Superiore generale del Pime (1924-1934) ha scritto 23 lunghe “Lettere ai missionari”, poi pubblicate nel volume “Virtù Apostoliche” (IV edizione Emi 1997, pagg. 460), che è stato definito “un vero trattato di spiritualità della missione, maturato nell’esperienza sul campo, un classico della letteratura missionaria dei tempi moderni”. A quindici anni dalla beatificazione, il beato Manna è più che mai attuale. Nelle sue “Virtù apostoliche” egli afferma: “Il missionario non è niente se non impersona Gesù Cristo… Solo il missionario che copia fedelmente Gesù Cristo in se stesso… può riprodurne l’immagine nelle anime degli altri” (Lettera 6). L’enciclica Redemptoris Misssio di Giovanni Paolo II (1990) ha ripreso quasi alla lettera quel che scriveva p. Manna: “L’universale vocazione alla santità è strettamente collegata all’universale chiamata alla missione: ogni fedele è chiamato alla santità e alla missione” (“Redemptoris Missio”, n. 90). Ancora la R.M. n. 84 (dove cita p. Manna nella Nota N. 169): “La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo”.

Nel 1927 padre Manna parte per un lungo viaggio nelle missioni: in quasi due anni visita una dozzina di paesi d’Asia, Oceania e nord America, rimanendo impressionato di come le missioni erano, a quel tempo, quasi isolate dalla vita dei popoli; si accontentavano di curare i poveri e i marginali, ma non avevano alcun influsso sulle classi colte e le politiche nazionali. Scrive un pro-memoria provocatorio per Propaganda Fide, “Osservazioni sul metodo moderno di evangelizzazione” (commentato da Giuseppe Butturini, Emi 1997); chiede cambiamenti rivoluzionari nel “metodo di evangelizzazione”: rifiutare l’occidentalismo, liberarsi dalla protezione interessata delle potenze occidentali, educare i sacerdoti locali secondo programmi diversi da quelli usati in Occidente; abolire il latino e il celibato per favorire una maggior partecipazione degli indigeni al sacerdozio nelle missioni , consacrando i migliori catechisti dove mancano assolutamente sacerdoti; eliminare ogni compromesso con il denaro e ogni fiducia nella potenza dei mezzi materiali. Manna non era per nulla un contestatore o un ribelle, anzi afferma che le sue proposte non hanno valore assoluto e che partendo dalle stesse premesse si può giungere a conclusioni opposte alle sue: però lancia il grido d’allarme. La sua passione per la conversione del mondo infedele e la salvezza delle anime non gli permetteva di tacere: “Salus animarum suprema lex!” scriveva: la salvezza delle anime è la prima legge!

Perché Dottore della Chiesa?

La proposta di attribuire il titolo di Dottore della Chiesa al Beato P. Manna è venuta da p. Ferdinando Germani con un lungo studio del 2010 e una tesi universitaria di Giovanni Zerbi. Ed è giustificata dal fatto che dal secolo XVI ad oggi la Chiesa ha attribuito questo titolo ai santi che si erano distinti per la SANTITA’ della vita, l’ORTODOSSIA nella fede e soprattutto per la loro SCIENZA eminente nelle opere sacre, testimoniata dai libri e dall’impatto positivo che le loro iniziative hanno avuto nel cammino storico della Chiesa. La proposta di p. Germani è interessante e plausibile, ma il titolo di “Dottore della Chiesa” è attribuito dal Papa solo ai Santi canonizzati. E noi speriamo e preghiamo che ciò avvenga al più presto per il Beato padre Paolo Manna.

Comunque, non c’è alcun dubbio che la rivoluzione della missione universale portata dal Concilio Vaticano II nella Chiesa è stata preparata dal crescere travolgente, per 40 anni (1920 – 1960), delle missioni cattoliche e dalla nascita di centinaia di nuove giovani Chiese, che oggi, dice Papa Francesco, sono la speranza della Chiesa universale (Discorso alle Pontificie Opere Missionarie del 5 giugno 2015). Di tutto questo Manna è stato il profeta e precursore, sia come “missionario alle genti” che come “ecumenista”.

Tra le Sante vergini Dottori della Chiesa ricordo Caterina da Siena (1347-1380), dichiarata tale nel 1939 da Pio XII. 40 anni dopo, nel 1979, celebrando l’anniversario, l’arcivescovo di Siena, mons. Mario Ismaele Castellano, scriveva: “I Dottori della Chiesa non appartengono ad una Università o Accademia, ma fanno parte unicamente della Chiesa la quale, sola, li riconosce tali e ad essi è grata perché il loro insegnamento la arricchisce di sapienza e l’aiuta nella missione di salvezza”. Quello che mons. Castellano scriveva di S. Caterina si può benissimo attribuire anche al Beato Manna. Egli non aveva titoli accademici, era però un sacerdote ricco di sapienza apostolica e, pochi mesi prima della morte (15-9-1952), pubblicò la seconda edizione di “Le nostre Chiese e la propagazione del Vangelo”. In copertina spiccava la sintesi del suo progetto, che coinvolgeva il Corpo mistico della Chiesa per la salvezza del mondo: “Tutta la Chiesa per tutto il mondo”.

 

L’unica notizia che conta

Le ultime settimane mi hanno impegnato con il libro sulla mia vita: “Piero Gheddo, inviato speciale ai confiini  estremi della fede”, Prefazione di Andrea Tornielli,  EMI 2016, pagg. 224 + 16 pagg. di foto – Euro 14. Mi permetto di usare  una delle migliori recensioni del volume. Non la pubblico per vanità, ma perché dalle molte lettere che ricevo, capisco che fa del bene, sparge semi di Vangelo nei lettori. Ne ringrazio il Signore Gesù. E ringrazio pure l’amico Pietro Piccinini per questo straordinario articolo. Piero Gheddo.

librogheddo

 

L’unica notizia che conta

ottobre 8, 2016 – Pietro Piccinini,vice-diretore del settimanale Tempi

Viaggi, avventure, drammi e intuizioni di padre Piero Gheddo, missionario-cronista del Pime, sessantatré anni da “inviato speciale ai confini della fede”.

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola

È bene precisare, come fa Gerolamo Fazzini nell’introduzione, che questo libro non è stato scritto per «esaltare o, peggio, mitizzare» padre Piero Gheddo. Ma quello che è giusto è giusto, perciò: grande padre Gheddo. Inviato speciale ai confini della fede sarebbe di per sé l’autobiografia del più importante giornalista italiano vivente, visto che questo missionario del Pime si è girato ottanta paesi extraeuropei, ha scritto letteralmente migliaia di articoli per alcune tra le più importanti testate cattoliche e laiche del nostro paese, ha firmato a occhio e croce un centinaio di libri, molti dei quali tradotti in più lingue, è stato testimone diretto, “in prima linea” come si dice, di molte delle enormi tragedie che hanno sconvolto l’ultimo mezzo secolo, dalla guerra in Vietnam all’apartheid in Sudafrica, dal genocidio in Cambogia a quello in Ruanda, dalla rivoluzione comunista di Cuba alle dittature militari in Sudamerica, solo per citarne alcune.

E perché, invece, un cronista del genere non è venerato come un guru del quarto potere? Perché fondamentalmente padre Gheddo ha trascorso sessanta e passa anni di missione a inseguire una sola notizia. L’unica che valesse la pena di essere inseguita. Quella che sfugge regolarmente a tutti i colleghi. La notizia: Gesù Cristo. Il Suo impatto sulle persone, sui popoli, sulla storia. È andato a cercarlo sotto le bombe e tra gli affamati. È andato a pescarlo in mezzo alla foresta amazzonica, fin dentro alla capanna sperduta di un missionario quasi eremita.

È un pioniere, padre Gheddo. Da tempo ha intuito verità e osservato fenomeni di cui nemmeno oggi “la civiltà” sembra ancora rendersi conto, ha scritto cose che a noi serviranno molti anni per arrivare solo ad ammettere. Già negli anni Cinquanta, per esempio, avvertiva che l’Africa si stava ribellando a “mamma” Europa, e che si sarebbe salvata, letteralmente, solo convertendosi. Perché se c’è una cosa di cui Gheddo può dire di avere le prove, è che il progresso dell’uomo inizia grazie all’incontro con Cristo, non all’elemosina dei ricchi. Il cronista del Pime lo ha visto succedere mille volte sotto i suoi occhi, nel libro ci sono decine di episodi. Le persone «sentono la diversità fra vivere con Cristo e vivere senza Cristo. Questo li rende entusiasti e pronti a fare grandi sacrifici per servire la Chiesa», gli ha detto una volta un missionario nel Borneo.

Commovente la storia del «villaggio paria» di Beddipally, India, anno 1964. Per padre Gheddo era «il mio primo e forse unico “Battesimo di massa”: 190 catecumeni da battezzare fra grandi e piccini (62 li ho battezzati io)». Recatosi là con altri due missionari e quattro suore, trovò il «povero villaggio di capanne di paglia e di fango» tutto quanto «in festa, i paria raggianti di gioia: danze, canti, pifferi, flauti, tamburelli, festoni di carta colorata alle porte e alle finestre». Peccato che «i non cristiani dei villaggi vicini, gente di casta e proprietari terrieri», non vedessero di buon occhio il “balzo in avanti” dei diseredati, e il giorno dopo, all’alba, «armati di bastoni hanno picchiato tutti, uomini, donne, vecchi, bambini; poi hanno distrutto numerose capanne e sporcato i muri della cappella-sala comunitaria». I missionari si offrirono di denunciare l’accaduto alla giustizia, ma si sentirono rispondere così: «Padre, noi non vogliamo vendetta. Tu ci hai detto che il Battesimo è il più grande dono di Dio e che la Croce è il segno di chi segue Cristo. Ecco, noi vogliamo soffrire qualcosa in silenzio per ringraziare Dio del Battesimo. Non andare dal giudice, aiutaci e ricostruiremo tutto noi, ma senza chiedere punizione per i nostri persecutori. Non ci hai detto tu che dobbiamo perdonare le offese ricevute, come ha fatto Gesù?».

Scandalo, censura, false accuse

In un mondo che si crede progredito e invece è sempre più inselvatichito, la notizia di Cristo servirebbe più del pane. Quante volte lo ha ripetuto padre Gheddo, anche su Tempi, pieno di dolore quando invece tanti missionari preferiscono dedicarsi all’acqua pubblica. «A dispetto di molti drammi nel mondo, divento sempre più ottimista per il futuro», dice. «Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della “buona novella” e soffro per l’indifferenza di troppi cristiani di fronte al problema primario: portare l’annunzio di salvezza a tutti gli uomini. Ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è sempre più l’unica via di salvezza per tutti».

Ha dato fastidio padre Gheddo? Certo che lo ha dato. Innanzitutto agli stessi cattolici. Come quando, nel 1972, pubblicò su Mondo e Missione il celebre servizio “A scuola dalle giovani Chiese”. «Le molte lettere ricevute – ricorda il sacerdote – esprimevano in maggioranza sconcerto e anche scandalo per quel titolo e i contenuti dello studio: pareva impossibile che noi, dopo duemila anni di cristianesimo, dovessimo andare a scuola da giovani cristiani senza alcuna esperienza di fede, di vita cristiana, di teologia, di esegesi biblica. Credo che oggi siamo un po’ tutti convinti che le giovani Chiese possono insegnarci molto. Non perché i battezzati delle missioni siano migliori cristiani di noi. Forse sono più peccatori di noi; ma è altrettanto certo che a noi manca l’entusiasmo della fede e lo spirito missionario che loro hanno. Cosa potrebbero insegnarci? Anzitutto questo: bisogna ripartire dall’annunzio di Cristo, in modo semplice, elementare, esperienziale, molto concreto».

Padre Gheddo scandalizza perché racconta quel che vede. Senza arzigogoli, scrive pane al pane. Ha il coraggio di riconoscere i frutti insperati prodotti dalla teologia della liberazione in America latina perché ne è stato testimone sul campo, pur non smettendo mai di ricordare i danni prodotti da chi ha ridotto la fede cattolica alla continuazione della lotta di classe con altri mezzi. Ha contribuito a “sdoganare” nella Chiesa Hélder Câmara, il “vescovo delle favelas” di Olinda e Recife, Brasile. Durante il Concilio Vaticano II padre Gheddo, «impressionato» dalla potenza di quella personalità, ottenne con lui un’intervista per l’Osservatore Romano, che però finì censurata, essendo all’epoca il prelato brasiliano in odore di marxismo. Oggi Gheddo, che nel frattempo quella intervista l’ha pubblicata in un libro, parla con nonchalance della censura subìta e spiega: sono sempre stato convinto che Camara fosse «strumentalizzato dalle sinistre marxiste» interessate a metterlo contro la Chiesa, quando invece era un vero «uomo di Dio». Attualmente è in corso per lui una causa di beatificazione.

Ma Gheddo ha dato fastidio soprattutto a tanti colleghi giornalisti e intellettuali, ostinato com’è nel raccontare quel che vede invece di quel che “deve”. Svelò la menzogna genocida dei khmer rossi in Cambogia, voce quasi unica in un’Italia di piombo dove «non solo non si poteva credere ai crimini comunisti, ma non li si poteva nemmeno raccontare». Tra l’altro si beccò per questo gli attacchi di Tiziano Terzani e l’accusa di essere pagato dalla Cia da parte dell’Unità. Considerato fino ad allora un progressista, divenne «reazionario» e «fascista». Forse perché il suo interesse esclusivo per la verità gli ha levato anche ogni indugio ad ammettere gli errori. Nel libro riconosce di essersi lasciato mezzo abbagliare dalla rivoluzione culturale in Cina, per poi scoprire il vero volto del regime maoista. Anche a Cuba nel 1970 fu costretto dai fatti a rivedere un giudizio quasi positivo sulla revolución castrista. Ovviamente per questo subì «insulti e minacce», ricorda, «ma a me basta sapere che dico la verità di quel che ho visto».

«Noi preghiamo, gli altri zitti»

Negli stessi anni, comprese prima degli altri che razza di regime stavano instaurando i vietcong. Mentre nelle piazze italiane riecheggiavano i salaci inni sessantottini a Ho Chi Minh, padre Gheddo riusciva a inoltrarsi «vestito da prete» in zone del Vietnam che i cronisti occidentali, dagli alberghi di Saigon, nemmeno si sognavano di raggiungere. Nelle missioni cattoliche il sacerdote del Pime sentiva fischiare proiettili e schegge di bombe sulla testa, e scopriva che «nessuno voleva essere “liberato” dai vietcong».

La prima autobiografia di padre Gheddo è un grande libro di avventure. «La mia missione è stata e ancora è un giornalismo appassionato e militante», scrive lui. 87 anni di età, 63 di sacerdozio desiderato fin da bambino, una vocazione alla missione «infiammata» dai racconti di padre Clemente Vismara pubblicati su Italia Missionaria, e anche un po’ da Sandokan, padre Gheddo è uno che nel 1959 sale su un aereo «carico di turisti italiani» diretto a Milano da Londra, e nel mezzo di una tempesta, mentre a bordo è in corso una scena di panico apocalittico, quasi strappa di mano alla hostess il microfono e grida: «Sono un sacerdote missionario, ho anch’io paura come voi e forse più di voi. Il comandante ci assicura che l’aereo è sicuro, ma forse ci dà maggior sicurezza sapere che siamo tutti nelle mani di Dio. Chi vuole pregare, preghi con me, gli altri facciano silenzio: “Padre nostro che sei nei cieli…”».

Da don Luigi Giussani dice di avere imparato il concetto che «se la fede in Cristo non crea, oltre che un “uomo nuovo” in noi, una “cultura nuova” e un “mondo nuovo”, non conta nulla». Il fondatore di Cl, ricorda Gheddo, «metteva con forza, noi ragazzi e giovani preti, di fronte alla bellezza e alla forza della fede, ma anche alla responsabilità di aver ricevuto da Dio questo dono di cui tutti hanno bisogno. (…) Non avevo mai sentito una testimonianza così appassionata di quello che significa il mio essere cristiano e prete».

L’incontro con Madre Teresa

A Madre Teresa dedica un intero capitolo. Se l’opera della piccola suora albanese in favore degli ultimi fra gli ultimi è diventata così famosa, in parte è merito di padre Gheddo, che era entrato al Pime sognando di essere destinato proprio all’India. È stato uno dei primi giornalisti in assoluto a incontrare a Calcutta le Missionarie della Carità. Scrive: «Talvolta per dialogare con le religioni si tende a mettere in ombra la persona di Cristo, uomo-Dio morto in Croce per salvare l’umanità, perché Cristo “fa difficoltà”. Si preferisce parlare di “valori” del Vangelo (pace, perdono, dignità di ogni uomo, giustizia, solidarietà). Si predica il messaggio tacendo del messaggero, si parla del Regno ignorando il Re. Tutto questo rischia di ridurre l’evangelizzazione a un’attività sociale e caritativa. Madre Teresa va controcorrente. La sua vita e quella delle suore testimoniano la fede in Cristo contemplato nell’Eucaristia, amato come un fratello in ciascuno dei poveri. A chi le chiedeva il senso del suo impegno per i poveri diceva: “Noi non siamo assistenti sociali, noi ci muoviamo per Cristo che sulla Croce dice: ‘Ho sete!’. La missione quindi, prima di essere opere di bene da fare, è partecipare alla “sete” di Gesù e rendere presente il suo amore per ogni uomo”. Questo ritorno all’essenziale della missione attira molto i giovani. Madre Teresa dimostra che c’è una straordinaria convergenza e consonanza fra Cristo e il senso dell’umano, al di là di ogni razza, lingua, età, religione e cultura. Ogni uomo, conoscendo Madre Teresa, capisce e sente che in lei c’è tutto quello a cui lui aspira, capisce che lì c’è Dio. E ogni uomo, anche quelli che si dichiarano atei (e non lo sono), aspira a conoscere Dio».

Ora che ha una certa età, il più grande giornalista italiano è costretto a rinuciare ai suoi viaggi. Scrive ancora, ma la sua missione adesso non è più girare il mondo, è darci dentro con la preghiera. Ha scritto a Tempi qualche giorno fa: «Capisco che il buon Dio mi vuole ancora un po’ attivo, dato che posso pregare, soffrire (“La sofferenza è la forma più alta della preghiera”, diceva il venerabile Marcello Candia), scrivere e parlare». Invia regolarmente a questo giornale suoi contributi e testimonianze raccolte dai colleghi del Pime sparsi nel mondo. Ogni volta si impara una cosa nuova. Ogni volta è una notizia. Anzi, la notizia. Grande padre Gheddo.

Come ho conosciuto Marcello Candia

Nel 2016 sono cent’anni dalla nascita del missionario laico che Papa Francesco ha proclamato Venerabile. La Fondazione dott. Marcello Candia ha festeggiato la ricorrenza con un concerto alla Scala: il maestro Chailly ha diretto il Requiem di Verdi. Ecco il mio ricordo di  come ho conosciuto e amato l’industriale italiano che ha speso tutta la vita e i suoi beni per gli “ultimi” dell’Amazzonia brasiliana.

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Marcello Candia (1916-1983)

Ringrazio Dio della grande grazia che mi ha fatto di conoscere bene il Venerabile dottor Marcello Candia, ed aver poi scritto la sua biografia dopo la morte (31 agosto 1983), per incarico della famiglia e della Fondazione Candia, che ne continua il ricordo e l’opera di carità.

Marcello era un uomo di vita evangelica fin da giovane. Un suo consulente, il professor Siro Lombardini, in un’intervista per la causa di canonizzazione di Marcello mi diceva: «Aveva un fiuto straordinario per i soldi, tutto quello che toccava diventava oro!». Poteva rimanere a Milano, gestendo l’industria chimica ereditata dal padre. Invece, ha venduto tutte le sue proprietà ed è partito come missionario laico per l’Amazzonia, dove ha vissuto solo 18 anni, dando tutto quel che aveva e tutto se stesso per i più poveri ed umili.
Partì per Macapà nel 1965, a 49 anni, quando il Pime, allora, non mandava in Amazzonia missionari sopra i 35 anni per le difficoltà di ambientarsi in un clima equatoriale costantemente caldo umido e l’estrema miseria dei caboclos e indios.

Sono andato a visitarlo nell’estate 1966. Viveva in una stanzetta nella residenza (in costruzione) del vescovo, monsignor Beppe Maritano, con scatole, borse e baule personali portati dall’Italia ancora nel corridoio, da aprire e sistemare. A Milano ero stato a cena da lui tre volte: viveva in un grande e ricco appartamento, con diverse persone di servizio. In Amazzonia non aveva acqua corrente in stanza, i servizi e la doccia erano in fondo al cortile, e sul muro c’era un rubinetto al quale doveva riempire una brocca d’acqua per lavarsi e farsi la barba. Il pane non c’era tutti i giorni, la carne si vedeva poche volte, perché non c’erano frigoriferi, il formaggio (di cui era goloso) a Macapà non esisteva, il cibo base era: riso (quando c’era) e la mandioca bollita (che ha il gusto della segatura).

Mi faceva pena. Gli chiesi se si stava adattando alla vita di missione. Mi disse: «Quando mi viene la nostalgia della mia casa a Milano, penso a tutte le miserie che vedo ogni giorno fra i lebbrosi e i poveri di Macapà e mi ripeto: chi ha molto ricevuto deve dare molto. Io ho ricevuto moltissimo, incomincio a rendere qualcosa a questi poveri che mi circondano e dovrò dare tutto».
Marcello, innamorato di Gesù Cristo, vedeva nei poveri e nei lebbrosi l’immagine di Cristo: si inginocchiava di fianco a loro, li baciava, amava stare con le persone più umili.

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1. L’ospedale e il ciclone

Un giorno del 1966 lo accompagno a visitare alcuni ammalati di lebbra di Macapà che sono ancora nelle loro capanne (in seguito li porterà nel lebbrosario di Marituba). C’è una vecchietta già sfigurata dalla lebbra, accudita dalla figlia in una capanna dove il fetore di carne marcia e di pus toglie il respiro. Dopo pochi minuti devo uscire all’aperto. Marcello si inginocchia accanto al letto dell’anziana signora, le parla e prega con lei.
Quando esce, gli dico che l’ammiro per quel gesto così spontaneo ed eroico. Risponde: «Vedi, se con l’aiuto di Dio non mi sforzassi di vedere Gesù in tutti i poveri che incontro, ritornerei subito in Italia. Pregando chiedo sempre questa grazia. Non è facile vivere qui, ma questa è la via che il Signore mi ha indicato e la percorro con la gioia che mi viene da Dio».

Candia era il santo della carità cristiana, ma a me è apparso subito, fin da quella prima visita, come il santo della Croce. Stava costruendo il più grande ospedale dell’Amazzonia (a quei tempi), una costruzione monumentale e maestosa. In una cittadina di 25.000 abitanti com’era Macapà nel 1965 (oggi sono 600.000!), in buona parte ancora formata da capanne di fango e paglia o casupole di legno (anche la casa dei missionari del Pime era di legno), con 20-25 case in muratura a uno o due piani. L’ospedale di Candia a due piani (in cemento armato) misurava 120 metri di lunghezza sulla pubblica via e 97 metri di profondità.

Quando arriva a Macapà nel giugno 1965, il giorno dopo è già al lavoro per l’ospedale, la cui costruzione l’aveva iniziata monsignor Pirovano tre anni prima. Non poteva studiare e conoscere il portoghese, ma era di esempio a tutti per le virtù che esercitava in modo esemplare: umiltà, spirito di sacrificio, pazienza, fedeltà alle preghiere e soprattutto la convinzione e l’entusiasmo che metteva in ogni sua azione. Lavorava veramente per Dio e non per se stesso. Quando l’ho visitato nel 1966, si era già affermato come un sant’uomo e, a parte le critiche per l’ospedale, lo ammiravano, ne erano edificati. Marcello, fin dall’inizio, aiutava nella costruzione di chiese, sosteneva il giornale e la radio cattolica e altri progetti dei missionari. Aveva molto di suo, ma si accorse subito che, in Amazzonia, le spese erano molto superiori del previsto.

Nel dicembre 1966, Marcello ritornò a Milano e iniziò la sua “campagna invernale” per l’animazione missionaria. Noi che gli eravamo vicini, parlavamo del “Ciclone Candia” in arrivo, ci preparavamo ad accettarlo, come si accetta un fenomeno naturale – un ciclone, appunto -, contro cui non c’è rimedio. Il cataclisma, però, era di natura benefica. Ma quando Marcello era in arrivo bisognava tenersi liberi per accompagnarlo in una continua girandola di incontri – che il Centro missionario Pime gli procurava (cioè il direttore, padre Giacomo Girardi) – in parrocchie e scuole, seminari e centri culturali, interviste con giornalisti, in radio e Tv, volantini e opuscoli da preparare, articoli da scrivere. Marcello finanziava questo lavoro con generose offerte per la stampa e il Centro Pime.

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2. «Piero, ricordati, la fede non basta mai!»

E poi, diciamo la verità, piaceva e faceva bene, a noi giovani missionari del Pime, portare in giro un “santo”, presentarlo, sentirlo parlare, vedere la commozione che suscitava nella gente. Una volta l’ho portato a Rai Uno. Il giornalista che lo intervistava, presentandolo, dice:

«Lei è innamorato dei poveri e dei lebbrosi, ci racconti di quando è andato nel lebbrosario di Marituba».
«Scusi», risponde Marcello, «io non sono innamorato dei lebbrosi. Sono innamorato di Gesù Cristo, che mi aiuta a vedere in ogni lebbroso e in ogni povero Gesù in Croce. Questo spiega tutta la mia vita».

Il suo spirito di sacrificio era esemplare. Dopo il 1973, quando è venuto ad abitare nella nostra comunità di missionari (nel secondo Centro missionario di via Mosè Bianchi a Milano), ci imbarazzava mica male con i suoi ritmi di lavoro e di preghiera. Lavorava dalle 12 alle14 ore al giorno, tutti i giorni. Dormiva pochissimo, eppure era sempre sorridente con tutti. Non l’abbiamo mai visto prendersi una giornata di riposo, alla sera non vedeva il telegiornale, andava subito in stanza per fare una telefonata urgente (aveva una sua linea telefonica e le sue telefonate erano tutte “urgenti”!). Le sue giornate erano travolgenti.
Un pomeriggio d’inverno, con neve e gelo, dovevo portarlo a Piacenza per un incontro, e saremmo tornati dopo mezzanotte. Entra in auto premendosi le due mani contro il petto per il mal di cuore. Gli dico: «Marcello, non puoi venire col mal di cuore. Stai a casa, vado io e parlo per te, ci vediamo domani». Niente da fare, vuol venire lui. In genere recitavamo il Rosario, ma quella sera non si sente bene e dice: «Ripeto la giaculatoria che mi ha insegnato mia mamma: “Signore, aumenta la mia fede”». Io gli rispondo: «Marcello, tu di fede ne hai tanta, hai venduto tutto e spendi tutto per i poveri. A Milano non hai più una tua casa…». E lui, sempre tenendosi le mani premute sul petto replica: «Piero, ricordati, la fede non basta mai!».
Aveva tanta fede. Una volta gli chiedo: «Non pensi che tu moltiplichi le tue opere e come farai poi a mantenerle?». Lui risponde: «Non mi pongo questo problema. Io lavoro per il Signore, quindi ci pensa lui».

Marcello si definiva «un semplice battezzato»: non apparteneva ad alcuna associazione o movimento ecclesiale. Aveva preso sul serio il suo Battesimo. Era un uomo libero, con una spiritualità profonda ma elementare (pur essendo tre volte laureato), che s’è santificato con le preghiere del “Manuale del buon cristiano”: recitava tutti i giorni a memoria “Le Preghiere per la buona morte” e altre. Gli bastava poco per mettersi in contatto con Dio, con Gesù e lo Spirito Santo, con la Madonna di cui era devotissimo. Quando si immergeva nella preghiera non voleva essere disturbato, erano i suoi tempi, dai quali traeva la forza di andare avanti in una vita frenetica per moltiplicare le opere di bene.

Il primo viaggio a Macapà è del 1950 (poi a Milano lo chiamano “il dottor Macapà”) e per 15 anni si prepara per andare con Pirovano e realizzare l’ospedale, programmato e poi iniziato dal vescovo Pirovano. Ma, quando lui arriva in Amazzonia nel giugno 1965, Pirovano è da tre mesi superiore generale del Pime e il vescovo Maritano (un sant’uomo anche lui, che gli voleva bene davvero), arriva a Macapà sei mesi dopo Marcello. Lui rimane solo ad affrontare un mondo che gli rimane estraneo, lo ostacola, come le autorità militari, in quel tempo di dittatura militare (iniziata nel 1964), che sospettavano avesse un secondo fine: lo sorvegliavano, lo umiliavano, non gli davano i permessi necessari, eccetera.

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Eppure, la santità di Marcello si impone in pochi anni in Italia e in Brasile. Negli anni riceve molti premi e riconoscimenti dal nostro Paese. Nel 1980 Giorgio Torelli pubblica Da ricco che era, di cui sono state vendute 120.000 copie in pochi anni (circa 50.000 diffuse dal Centro missionario Pime di Milano), Marcello Candia diventa «il missionario italiano più conosciuto e più amato». Non solo, Torelli crea il mito di “Marcello il leggendario”. Il suo libro penetra nelle case come un amico, parla al cuore della gente, entusiasma, interroga, mette in crisi, suscita rimorsi o rimpianti, dà a tutti il senso della bontà e della grandezza di Dio. Il personaggio “leggendario” è creato, Marcello ha lasciato una traccia profonda di cristianesimo vissuto ed ha ricevuto con gioia una quantità di offerte, donazioni, lasciti, eredità.

Da quel lancio iniziale, la Fondazione Candia ha dichiarato più volte che, anche dopo la sua morte, il vero miracolo di Marcello è che gli aiuti ricevuti dai suoi amici e devoti hanno continuato ad aumentare. Tanto che, dalle 14 opere nel Brasile dei poveri che Candia aveva lasciato, la Fondazione ne ha iniziate altre ed è giunta a finanziarne una trentina.

In Brasile Candia diventa ben presto una personalità conosciuta e stimata a livello nazionale, pur vivendo in un angolo sperduto dell’Amazzonia. Nel 1971 il Presidente del Brasile, generale Garrastazu Medici, conferisce a Marcello il “Cruzeiro do Sul” (Croce del sud), la massima onorificenza nazionale data ai benemeriti della nazione e per la prima volta ad uno straniero. Nel 1975, il più importante settimanale illustrato brasiliano, Manchete, gli dedica un lungo servizio intitolato “L’uomo più buono del Brasile”, con questa motivazione: «Il nostro Paese è terra di conquista per finanzieri e industriali italiani. Molti vengono da noi ad impegnare i loro capitali allo scopo di guadagnarne altri. Marcello Candia, ricco industriale milanese, vive in Amazzonia da dieci anni, vi ha speso tutte le sue sostanze, con uno scopo ben diverso: per aiutare gli indios, i caboclos, i lebbrosi, i poveri. L’abbiamo eletto l’uomo più buono del Brasile per l’anno 1975».

Sono ritornato per la quinta volta in Amazzonia nel gennaio-marzo 1996. Rivedo il lebbrosario di Marituba, l’ospedale e le altre opere costruite e finanziate da Candia a Macapá e Belem, parlo con tante persone. Gli incontri più belli sono quelli di Marituba, dove i lebbrosi che hanno conosciuto Candia, tredici anni dopo la sua scomparsa (là dove la vita dura molto meno che in Italia), non sono più molti. Ma il ricordo di lui si tramanda dall’uno all’altro, Marcello è diventato una figura mitica anche per i ragazzi delle scuole. Il lebbroso Adalucio, di grande saggezza umana e cristiana, più volte eletto capo dei lebbrosi di Marituba, mi dice: «Marcello non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti».

Chiedo ad Adalucio perché lui e gli altri lebbrosi considerano Candia un santo e lo pregano per ottenere grazie. Risponde: «Perché faceva tutto per amore di Dio. Non aveva nulla per sé, non cercava nulla per sé, ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, i lebbrosi. Era eroico nella sua donazione al prossimo. Lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la vita fra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più dev’essere buono Dio!».

3. La causa di canonizzazione

L’eredità più bella e intramontabile che Marcello ha lasciato non sono le opere, pur ottime e provvidenziali, ma il ricordo della sua santità e gli esempi della sua vita eroica per servire i più poveri. La Chiesa lo studia per proporlo, a un miliardo e più di cattolici e poi al mondo intero, come modello di cristiano che ha vissuto il Vangelo in modo integrale, per servire i poveri, gli ultimi. E chiede da Dio un “segno” straordinario che confermi la santità di Marcello, cioè il cosiddetto “miracolo”, in genere una guarigione da grave malattia, inspiegabile alla scienza medica. Occorre quindi che i devoti di Marcello Candia non si accontentino di ammirarlo e di aiutare le sue opere, ma si propongano di imitarlo nelle sue virtù e lo preghino per ottenere grazie per sua intercessione.

Il 12 gennaio 1991 (otto anni dopo la sua morte), il cardinale Carlo Maria Martini istituisce il tribunale diocesano per l’inizio della sua Causa di canonizzazione (ne ero il Postulatore) e afferma: «È un modello di laico impegnato, coraggioso, capace di prendere sul serio la parola di Gesù, che ha messo la sua professionalità a servizio degli ultimi. È dunque per noi un testimone straordinario, un cristiano esemplare, un modello nel nome del quale vorremmo avviarci verso il terzo millennio per incominciarlo con speranza». L’8 febbraio 1994, chiudendo il processo diocesano, dirà: «La Chiesa ambrosiana esprime ufficialmente il desiderio di poter un giorno annoverare tra i suoi santi e beati questo suo figlio».

Il lungo cammino della causa di canonizzazione termina l’8 luglio 2014, quando la Congregazione dei Santi promulga il decreto sul riconoscimento delle virtù eroiche del Servo di Dio dottor Marcello Candia, che diventa Venerabile. Manca solo un “miracolo”, riconosciuto come tale, per la beatificazione. Questo è il tempo delle preghiere per chiedere grazie per sua intercessione. Marcello è sepolto nella sua chiesa parrocchiale dei Santi Angeli custodi in via Colletta a Milano, in un semplice ma solenne mausoleo, per iniziativa della Fondazione dott. Marcello Candia, che ha sede nei locali della parrocchia.

Quando Marcello Candia, a Dio piacendo, verrà elevato alla gloria degli altari, sarà un santo tipico del nostro tempo: industriale di successo, ha dimostrato che anche un ricco può diventare un santo, usando i  capitale e le tecniche manageriali non per servire i propri interessi, ma per il prossimo più povero e abbandonato. La biografia di Marcello Candia: P. Gheddo, “Marcello dei Lebbrosi ”, Prefazione di Giorgio Torelli, De Agostini Novara, 5° edizione 1994, pagg. 328 + 32 pagg. di fotografie, Euro 20. Il Card. Carlo Maria Martini ha scritto: “Suggerisco la lettura di Marcello dei Lebbrosi. Emergerà non solo la commovente storia della sua santità, ma anche la geniale intraprendenza con cui la carità ha animato la vita sociale milanese”. Il volume, purtroppo, è praticamente esaurito.

 

Missionario-giornalista agli estremi confini della fede

In questi giorni è nelle librerie:  “Piero Gheddo, inviato speciale agli estremi confini della fede” (Prefazione di Andrea Tornielli, EMI, 2016 con inserto fotografico a colori, euro 14,00). È il libro  voluto dalla Direzione generale del Pime e ho obbedito con qualche resistenza, ma oggi mi accorgo che è un buon strumento di evangelizzazione. L’ho scritto con l’aiuto dell’amico giornalista di “Credere” e “Avvenire”, Gerolamo Fazzini.

Quando rileggo i miei 87 anni, non solo ringrazio il Signore Gesù di avermi chiamato a seguirlo fin dalla più giovane età, ma mi stupisco di quante innumerevoli grazie mi ha fatto, ad esempio di entrare nel Pime, quando tutto si opponeva a questo, come ho scritto nel primo Capitolo. Eppure il Pime era ed è proprio l’Istituto adatto per me e per valorizzare i doni che Dio mi ha dato. Ho 87 anni, ma il buon Dio mi mantiene lucidi la testa (la fede) e il cuore (il fuoco della passione per la missione alle genti) e mi dà anche tanta voglia di vivere. Posso ancora pregare, soffrire (la sofferenza, portata con Gesù, è la forma più alta della preghiera), scrivere e parlare.

Quand’ero giovane sacerdote (ordinato dal beato card. Schuster il 28 giugno 1953) dovevo partire per l’India, ma i superiori decisero diversamente. Così, la mia missione è stata e ancora è un giornalismo appassionato e militante. Migliaia gli articoli scritti per testate cattoliche e laiche; un centinaio i libri pubblicati (il primo è del 1956, quando nasceva l’EMI), moltissime conferenze e presenze a Radio Maria e in Radio e Televisioni. Ringrazio il Signore che dal 2001 il fondatore e direttore degli “Amici di Lazzaro” di Torino, Paolo Botti, mi fa gratis il mio sito internet (www.gheddopiero.it ),  dove si trovano gran parte dei miei scritti, l’elenco dei libri, i viaggi, le foto, le notizie sulla Causa di beatificazione dei miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni Gheddo. Senza il materiale raccolto da questo sito, il racconto della mia vita sarebbe stato impossibile.

Nei miei viaggi di visita alle giovani Chiese missionarie sono stato in circa 80 Paesi extra-europei,  spesso testimone in prima linea delle più terribili e tragiche pagine del Novecento, di cui scrivo in questo libro: la Rivoluzione culturale in Cina, la guerra in Vietnam e i profughi di Vietnam e Cambogia, l’apartheid in Sudafrica, le dittature militari in Sudamerica, la guerra civile in Angola, Mozambico e Sri Lanka, il genocidio in Ruanda, la guerra tribale in Uganda, la distruzione della Somalia, la fine del Cile socialista di Allende, l’eterna dittatura della Cuba di Fidel Castro, ecc.

Ma la mia missione era ed è un’altra. Partivo per visitare i missionari e le giovani Chiese e spesso mi dicevo: «Piero, tu stai vivendo gli Atti degli Apostoli». Ho scoperto che il Vangelo produce sempre frutti buoni e lo Spirito Santo, là dove nasce la Chiesa, soffia dove e come Lui vuole. Ho riscoperto un mio “Servizio speciale” di “Mondo e Missione” del 1972 intitolato “Imparare dalle giovani Chiese”, a quel tempo molto contestato e discusso. Pareva impossibile e anche assurdo che noi, cattolici da duemila anni e ricchi di tesori di studi biblici e teologici e di migliaia di Santi e Padri della Chiesa, dovessimo imparare qualcosa da quei cari e poveri “cristianucci” appena nati alla fede. Oggi, Papa Francesco viene da una “Chiesa missionaria” in tutti i sensi, poiché gran parte dei popoli latino-americani hanno avuto la prima evangelizzazione dai missionari europei e nord-americani dopo il 1900 e specialmente dopo il 1946. Così noi comprendiamo molto meglio che dobbiamo imparare dalle giovani Chiese missionarie, dove lo Spirito ispira e realizza un cammino di riforma che ringiovanisce la Chiesa.

Questo dimostro con tantissimi esempi, che ho visto e studiato in India, Corea del Sud, Borneo, Bangladesh, Myanmar (Birmania), Thailandia, Guinea Bisssau, Congo Kinshasa, Mozambico e altri paesi d’Asia, Africa. America Latina e Oceania. Dedico anche parecchie pagine alla “Teologia della Liberazione”, che negli anni Settanta e Ottanta ho combattuto perché spesso adottava l’ispirazione e l’azione marxista-rivoluzionaria per trasformare il mondo secondo giustizia. Ma racconto nel libro, sempre con esempi molto concreti, come questa Teologia, con l’azione dello Spirito, ha anche prodotto e produce buoni frutti.

Noi vediamo la storia dei popoli e la nostra storia personale con i nostri occhi umani, che ci portano al pessimismo. Dobbiamo vederla con gli occhi di Dio, cioè con la fede, che è fiducia nella Divina Provvidenza. Nei Paesi non cristiani, i credenti i Cristo sono spesso i perseguitati, gli incompresi, i disprezzati dal mondo. Ma Gesù ha detto: «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo». Infatti le giovani Chiese cooperano alla salvezza della nostra Italia e alla riforma della Chiesa che lo Spirito Santo sta facendo con Papa Francesco.

Più passano gli anni e più divento ottimista per il futuro. Sono crollate o stanno crollando le ideologie atee (soprattutto nazismo, comunismo e maoismo) e visitando i Paesi non cristiani ho visto e racconto questa realtà. Vedo gli sterminati popoli che devono ancora ricevere l’annunzio della Buona Novella, ma vedo anche con chiarezza che Gesù Cristo col suo Vangelo è  sempre più l’unica via di salvezza per tutti. Non nego affatto gli enormi problemi che ci turbano, ma noi non comprendiamo nulla della storia umana, vediamo tanti fatti, siamo sempre informati su tutto, ma non sappiamo giudicarli con il metro dell’eternità, cioè con il metro di Dio.

L’ho spiegato nel Capitolo del libro sulla rinascita della Chiesa in Cina, dopo Mao che pensava di averla distrutta. Non è stato così! La fede autentica ci dice che la storia dell’umanità, come la nostra piccola storia personale e quella millenaria della Chiesa, sono nelle mani di Dio. La mia esperienza di missionario-giornalista racconta questo. Ecco perché sono ottimista: perché mi fido di Dio, ho fiducia nella Provvidenza e vedo che la realtà dei fatti conferma quanto credo per fede.

Senza bambini l’Italia non ha futuro

Il 22 settembre prossimo in Italia si celebra il “Fertility Day” (Il Giorno della Fertilità), lanciato dal Ministero della Salute per sensibilizzare donne e uomini che dopo i 35 anni c’è un drastico calo delle capacità riproduttive. Le coppie rischiano di perdere la possibilità di avere un figlio, pur desiderandolo. Ottima l’iniziativa del ministro Beatrice Lorenzin, che ha suscitato interesse e dibattiti. E’ venuto alla ribalta il tema che sembrava un tabù: in Italia nascono sempre meno bambini. Al recente Meeting di Rimini, il demografo Gian Carlo Blangiardo, dell’Università Milano-Bicocca, ha presentato questi dati dell’Istat: nel primo trimestre del 2016, rispetto al primo trimestre del 2015 (il quinto anno consecutivo di diminuzione delle nascite), i nati sono ancora diminuiti del 3%  e i morti sono anch’essi diminuiti dell’11%. Questa “la strana demografia italiana”, siamo sempre più un paese di vecchi e di pensionati. Nel 2008 i nati per donna in Italia erano in media 1,47; nel 2015 1,35. Ogni anno noi italiani diminuiamo di circa 100-120.000 unità. Per fortuna abbiamo circa 5 milioni di stranieri legali che ancora hanno molti bambini.

Senza bambini, l’Italia non ha futuro. E’ vero, il governo italiano non ha mai fatto politiche familiari per sostenere le giovani coppie ad avere dei figli (le ha fatte il governo Berlusconi col ministro della salute Giovanardi). C’è un grosso problema economico. Eppure, anche in questa situazione ho conosciuto famiglie cristiane con più di 4 figli e genitori non anziani e non ricchi.

Anna e Nicola Celora (questa la situazione del 2012) abitano a Meda (Milano), insegnanti in scuole medie superiori, si sono sposati nel 1993 e hanno avuto nove figli: Gabriella (nata nel 1994), Veronica (1996), Marco (1999,in Cielo), Carolina (2000), Tecla (2002), Stefano (2003), Matilde (2006), Davide (2007) e Benedetto (2011, anche lui in Cielo). La signora Anna racconta: “Siamo persone comuni, ma educati alla vita cristiana dai nostri genitori e vissuta in parrocchia e in Comunione e Liberazione. Ai tempi dell’Università è nato il nostro amore e dopo due anni di insegnamento precario ci siamo sposati senza fare troppi calcoli, con il poco che avevamo (il viaggio di nozze fatto con l’auto dei genitori). A nove mesi dal matrimonio è nata la prima figlia, poi tutti gli altri. Prediamo i figli che Dio ci manda, pregando e fidando nella Provvidenza, che non ci è mai mancata. Abbiamo cambiato casa due volte, scegliendo appartamenti per una famiglia in continua espansione, anche questo con l’aiuto misterioso ma reale della Provvidenza. Cerchiamo di offrire ai figli la possibilità di fare esperienza della vita cristiana: preghiera, condivisione dei bisogni, vita di comunione con gli amici, poca televisione e tanti libri. Grazie a Dio i nostri figli crescono senza pretese, grati di quello che offriamo loro, che non si riduce solo ai beni materiali. Per i più piccoli si impegnano anche i più grandicelli, si aiutano a vicenda in grande allegria: l’atmosfera della nostra famiglia è di gioia e di ottimismo nella vita. Con due soli stipendi, facciamo una vita spartana, il necessario non manca ma non c’è molto di superfluo, anche i bambini capiscono questo e vengono educati al risparmio, al sacrificio; dormono in letti a castello, i più piccoli crescendo riprendono i vestitini dei più grandi, ecc. Per i primi figli è dura, poi molti aiutano.

I coniugi Susanna e Michele Rizza della parrocchia di Niguarda (Milano), impiegati al catasto di Milano (situazione del 2010), hanno avuto sette figli e 21 nipoti, ma altri sono ancora in arrivo. La signora mi dice: “Quando ho avuto i figli uno dopo l’altro, le amiche mi dicevano: “Poverina!”, nessuna diceva: “Che bello!”. Adesso tutte dicono: “Siete stati fortunati! I molti figli vi hanno mantenuti giovani”. Certo abbiamo fatto una vita austera, ma i figli si educano molto meglio se sono tanti e si abituano a fare a meno di tante cose”.

E’ vero che bisogna insistere affinché lo Stato assista le famiglie numerose (esiste un’Associazione delle famiglie numerose con 4 o più figli!), ma i coniugi cristiani che si fidano della Provvidenza, pregano assieme e prendono i figli che Dio manda. Vivono meglio di altre famiglie e danno una forte testimonianza di vita cristiana. Il 9 maggio 2014, a Buccinasco (Mi) è nata Carolina Maria, l’ottava figlia di Davide Bertani e Marta Ciacci, nati nel 1977 e nel 1978, laureati nel 2001 e sposati nel 2002, che hanno fin dall’inizio deciso di prendere tutti i figli che Dio manda. Eccoli: Benedetta (2003), Giuditta (2004), Maria Chiara (2006), Maddalena (2007), Miriam (2010), Cecilia (2011), Riccardo (2012) e Carolina di quasi due mesi. Anche solo vedere la foto di questi genitori con le 7 bambine e un maschietto allarga il cuore e commuove.

Com’è possibile? Ho parlato con la signora Elisabetta, mamma di Marta. Dice: “Non hanno avuto veri aiuti economici da nessuno, eccetto dai genitori che hanno dato loro una mano per l’acquisto della casa. E poi hanno imparato a usare bene i soldi ed educato i figli ad una vita senza il superfluo verso cui il mondo e il consumismo sfrenato di oggi spingono. Una vita che però è piena di gioia, di affetti e di amore vicendevole. Pregando, si sono fidati di Dio, si sono sacrificati loro e hanno abituato i bambini, fin da piccoli, alle rinunzie e ad una vita di famiglia cristiana che sa andare contro corrente rispetto alle mode mondane. Da anni fanno parte del movimento di Comunione e Liberazione all’interno del quale hanno costruito una rete di amicizie che è un vero sostegno quotidiano”.

La signora Marta mi dice: “Ci siamo sposati a 24 anni, esattamente un anno dopo la laurea. Io ho insegnato sei anni poi ho smesso quando ho avuto la quarta bambina. Mio marito è giornalista e viviamo del suo stipendio. Quattro anni fa eravamo già in sette in un appartamento di 100 metri quadri quando sono rimasta incinta di Cecilia. Stringendo la cinghia e con un altro mutuo (ne abbiamo ancora per vent’anni), siamo riusciti a cambiare casa. Ora abbiamo 4 camere da letto, una cucina bella grande dove possiamo mangiare tutti insieme e una sala accogliente. Per il parto di Carolina ho avuto tante difficoltà e temevo di perderla. Abbiamo fatto una novena a Rosetta e Giovanni Gheddo e Carolina è nata bene, con un mese di anticipo, ma sta crescendo bene. Le nostre figlie sono più autonome di altre della stessa età, hanno imparato presto a cavarsela da sole. I capricci li fanno anche loro (quando piangono tutte insieme vorrei scappare) a volte, bisticciano e se le suonano di santa ragione. Hanno imparato a fare a meno del superfluo, ad aiutare gli altri e poi in casa ci danno una mano con le piccole cose: rifanno il letto, preparano la tavola, buttano l’immondizia e aiutano le più piccoline a lavarsi e prepararsi. Le più grandi a volte vogliono qualcosa di particolare e, se possibile cerchiamo di accontentarle. Le cose nuove si comprano soprattutto con i saldi. Non ci riteniamo affatto diversi dagli altri. Qui attorno ci sono altre famiglie che hanno tanti bambini. Una ne ha dieci (e uno in affido) più grandicelli dei nostri e anche i loro sono molto più vivaci e maturi dei coetanei”. Il parroco di Buccinasco, don Maurizio Braga, mi dice: “Buccinasco è una città giovane. Hanno incominciato le famiglie di CL a fare tanti figli, adesso anche altre, a poco a poco, imitano il loro esempio”.

Il marito e papà Davide mi dice: “I vicini di casa ci aiutano in tanti modi, per  portare le bambine alla scuola statale, vengono volentieri da noi qualche ora per darci una mano. Le mie figlie danno spazio alla loro creatività, creano piccoli oggetti (orecchini, collanine, braccialetti). Benedetta è un pesciolino e a settembre inizierà a fare nuoto a livello agonistico. Giuditta è vicecampionessa regionale di ginnastica artistica e Maddalena lo è a livello provinciale. Stanno trasformando anche casa nostra nella loro palestra… Miriam e Cecilia al momento si accontentano di giocare con libretti, bambole e passeggini, ma già promettono bene anche loro. L’entusiasmo delle sorelle le sta già travolgendo. In questa famiglia praticamente tutta al femminile vogliamo che Riccardo abbia il suo spazio. Il papà lo farebbe giocare sempre a calcio….Siamo una famiglia normalissima. Forse di diverso abbiamo una grande fede e un profondo amore l’uno per l’altro. E soprattutto sappiamo molto bene che noi siamo strumento della volontà di Dio. Il modo migliore per educare i figli è farne più di uno o due, almeno tre o quattro. Nella nostra famiglia, lo dicono tutti, c’è la gioia che è educativa del carattere. Abbiamo sempre pregato assieme. Se non si cerca la comunione con Dio, non è possibile affrontare la vita e rimanere sereni e pieni di speranza, nelle grandi difficoltà e sofferenze d’oggi”.

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I miei incontri con Madre Teresa

Giovanni Paolo II l’ha definita “l’icona della missione nel XXI secolo”, che si svolgerà in Asia. L’ho incontrata diverse volte, una piccola donna di aspetto insignificante, ma con un carisma straordinario, da meritarsi il Premio Nobel per la pace nel 1979 e l’unica persona straniera ad avere un solenne funerale di Stato in India.

Il primo incontro con la Madre nel 1964, quando sono andato in India con Paolo VI e poi visito i missionari del Pime col padre Augusto Colombo che mi porta ad incontrare brevemente la Madre a Calcutta. Siamo, alla Nirmal Hriday, la Casa dei Puri di Cuore, dove riksciò e carrette scaricano la spazzatura umana trovata sui marciapiedi di Calcutta. Quei poveri morenti, uomini, donne, anziani, sono accolti in alcuni grandi stanzoni e curati con amore. Per la prima volta dormono al coperto, mangiano tre volte al giorno, ricevono cure mediche e medicine. La Madre dice: “Su cento diseredati che accogliamo, in media ne sopravvivono trenta, perchè li portano qui già agli estremi liniti della sopravvivenza”. Poi ci accompagna nella vicina “Shishu Bhavan”, il “Paradiso dei bambini”, orfani, figli di ragazze madri abbandonati. Una delle suore della Carità mi dice: ”Volevo formare una mia famiglia, ma adesso ringrazio la Madre che mi ha mandata qui. Sono così contenta di fare la mamma di questi bambini!”. Uscendo dalle due istituzioni di Madre Teresa sono commosso, penso e prego: ”Qui c’è Dio!”.

Con padre Colombo andiamo al vicino tempio della dea Kalì, la dea della distruzione, dove si fanno sacrifici di animali offerti dai fedeli della dea. Il sangue sprizza dalle gole degli animali sacrificati, i fedeli bruciano incenso e pregano con fervore, Pochi giorni prima, a Bombay, Paolo VI aveva detto che le religioni dell’India sono, nei piani di Dio e nel Concilio Vaticano II, una preparazione all’Arca dell’Alleanza con il Dio di Abramo, il Padre della fede, e poi con l’annunzio di Cristo. Io ci credo, penso e prego: “Anche qui c’è Dio!”.

Il secondo incontro con Madre Teresa è quando, il sabato 10 ottobre 1973, si svolge a Milano la prima “Veglia Missionaria” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale. In quegli anni del “Sessantotto”, il sabato sera la città era bloccata da bande di contestatori urlanti, che volevano un mondo nuovo e incominciavano a distruggere quello che già c’era. Quel sabato, 8.000 giovani, con la suora di Calcutta in testa, sfilano cantando e pregando per le vie del centro storico di Milano e si riuniscono in Piazza Duomo per ascoltare Madre Teresa e ricevere la benedizione del Card. Giovanni Colombo. La prima “Veglia missionaria”, organizzata dal Centro missionario Pime per la diocesi di Milano e le Pontificie opere missionarie, si è poi diffusa in tutta Italia. Due giorni prima, la Madre era giunta a Milano dall’India con una giovane suora, ospitate dalle Missionarie dell’Immacolata (le suore del Pime). Ho accompagnato con altri la Madre dall’Arcivescovo di Milano. Il Card. Colombo la riceve nel suo studio. Quando entra, lui si alza e le va incontro con le braccia allargate. Espansivo com’era, le dice: “Madre Teresa, grazie di essere venuta, lei porta la luce nella mia diocesi, la sua presenza farà tanto bene…”. La Madre ascolta in silenzio poi dice: “Eminenza, preghiamo molto, per essere strumenti adeguati nelle mani di Dio”.

Il più importante avvenimento a cui ha partecipato la Madre in Italia è stata “La Festa della Vita” il sabato 23 aprile 1977 nello Stadio San Siro a Milano, strapieno e con migliaia di persone rimaste fuori, alla presenza di tutti i vescovi lombardi. Una grande mobilitazione delle dieci diocesi di Lombardia fortemente voluta dal card. Giovanni Colombo, la più imponente manifestazione pubblica dei cattolici italiani contro la legge sull’aborto. La “Festa della Vita” ebbe grande risalto anche nei giornali laici. Pareva impossibile che i cattolici, già mortificati dal referendum contro il divorzio (1974) e dalla crescita travolgente di una cultura laicista, marxista e anticlericale, potessero avere il coraggio di apparire in pubblico con una tale massa di credenti. La vecchia suora, le ciabatte di pezza ai piedi e la borsa a mano di stoffa ruvida con i manici di legno, aveva un carisma enorme, per cui anche quando diceva, scandendo le parole una per una, le frasi più comuni, come ad esempio “Belong to Christ” (Appartieni a Cristo”), “God loves you”, . «Jesus Christ is the Messia, the Saviour» («Gesù Cristo è il Messia, il Salvatore»). Nella lunga pausa che poi faceva prima di dire altro, nello Stadio si sarebbe sentita volare una mosca. Avevano detto a Madre Teresa che in Italia c’era il problema politico della legge sull’aborto e quindi bisognava essere prudenti, non insistere troppo per non fare politica. La Madre dice solo poche parole: “Io due cose debbo dire e le dirò: primo, la vita è il più grande dono che Dio fa all’uomo, di cui dobbiamo ringraziarlo ogni giorno e siamo tenuti a spendere bene questo dono; secondo: l’aborto è un omicidio”.

Nei giorni in cui è rimasta a Milano, Madre Teresa ha avuto alcune lunghe interviste con le Missionarie dell’Immacolata. Ero vicino a lei per registrare e a volte tradurre. Da questi incontri è uscito il libro “Il Popolo della vita – Madre Teresa a Milano. A cura di Piero Gheddo e Giacomo Girardi” (Emi 1977). Le suore del Pime dicevano che Madre Teresa mangiava pochissimo, dormiva per terra su un tappeto e una coperta, tutte le sere faceva un’ora di adorazione. Poi era molto amabile, amava scherzare, ma aveva un ideale molto forte nella mente e nel cuore: la missione a cui Dio l’aveva chiamata. Quando la Madre visita il Centro missionario Pime di Milano, il nostro istituto lo conosceva già bene. Ma vede la targa di “Comunione e Liberazione” (ospitata nel Centro) e chiede: “Liberazione da che cosa?”. “Dal peccato” le risponde pronto il missionario che l’accompagna. “Allora va bene” commenta la Madre, “questa è l’unica liberazione che conta”.

Nel novembre 1977 in India, lo stato di Andhra Pradesh (dove il Pime ha fondato sette diocesi) è devastato da uno spaventoso maremoto: un’onda anomala alta 10-12 metri è penetrata sulla terra ferma per 3-4 chilometri di profondità su un fronte di 90 km di costa, portando morte e distruzioni. Si parlava di oltre 100 mila  morti. Sono volato da Milano per portare i primi aiuti raccolti in una quindicina di giorni da Avvenire e dall’Eco di Bergamo (35 mila dollari) e visito la regione colpita col padre Ennio Premoli del Pime, direttore Caritas della diocesi di Vijayawada. Ho ancora ricordi da incubo: un autobus su una grande pianta, una grossa pozzanghera con cadaveri di uomini, donne, bambini, assieme a molti bufali… Per bruciare i cadaveri liberano i carcerati: l’esercito si rifiuta di intervenire per questo compito.

Madre Teresa è sul posto con le sue suore per portare aiuti e organizzare i soccorsi. Decine di migliaia di profughi hanno perso tutto. In un incontro in Prefettura a Vijayawada, la Madre propone e fa accettare da tutti, di accogliere i profughi in templi indù, chiese cristiane, scuole, sedi di seminari e noviziati, ecc. Penso: «Ha un carisma enorme», ma è anche l’aiuto straordinario dello Spirito Santo. E poi mi stupisce la sua vitalità: ho vent’anni meno di lei, eppure alla sera sono distrutto, mentre lei fa ancora un’ora di adorazione seduta su un cuscino per terra alla moda indiana!

Quando parlava diceva poche parole, ma andava dritta allo scopo. “God loves you” (Dio ti ama) dice al vecchietto che dorme su una panchina del parco del Castello a Milano e quello si commuove e dice: “Ha ragione, solo Dio mi vuole bene. Ho tre figli che non si interessano del loro padre, ma Dio non mi abbandona”. “God bless you” (Dio ti benedica) diceva a tutti quelli che la incontravano. Anche negli incontri informali, la Madre finiva sempre dicendo: “Be holy”, sii santo. Anche a me l’ha detto diverse volte.

Sono andato diverse volte in India. Madre Teresa era estranea ai dibattiti sulle nuove teologie; non ha blandito la cultura indiana; non ha cercato i mass media, era molto parca nel rispondere ai giornalisti; non ha parlato del dialogo interreligioso. Poteva sembrare che vivesse fuori del nostro tempo. Invece la sua testimonianza di amore a Dio e all’uomo l’ha resa gradita a tutti: ha inculturato il Vangelo In India, ha stabilito ponti di dialogo con indù e musulmani, ha annunziato Cristo e battezzato numerosi poveri e bambini senza suscitare opposizioni; è riuscita a entrare in paesi comunisti come Cuba e la Cambogia, che perseguitavano la Chiesa e i cristiani.

Non si capisce nulla di Madre Teresa fuori di una logica di fede. La sua vita è tutta basata sulla fede e sull’amore a Dio e all’uomo. Lei ha congiunto in modo indissolubile l’amore a Dio e l’amore all’uomo. L’uno non sta senza l’altro. Tutti ammirano Madre Teresa, ma pochi comprendono che il motore della sua vita era l’amore e la preghiera a Cristo, che vedeva ogni giorno nei lebbrosi, nei poveri, negli ammalati. La santa di Calcutta è un modello per l’Occidente ricco, democratico, evoluto, dove però manca l’amore perché trionfa il denaro e l’egoismo. Stiamo diventando praticamente atei. Non è possibile essere fratelli dei poveri che premono alle nostre frontiere, come i migranti di questi tempi, se non torniamo a Dio e a Gesù Cristo.

Grazie e “miracoli” per intercessione del “Fabbro di Dio”

Si è svolta ad Introbio in Valsassina (8-15 agosto) la Mostra “Felice di nome e di fatto”, dedicata al Servo di Dio fratel Felice Tantardini, missionario laico del Pime, morto nel 1991 all’età di 93 anni. Marco Sampietro, uno dei promotori dell’iniziativa, dice: “Siamo contenti perché in tanti sono passati e si sono dimostrati colpiti da questa figura». I promotori – il gruppo missionario locale e la parrocchia, guidata dal lecchese don Marco Mauri – ce l’hanno messa tutta per valorizzare fratel Felice: attraverso suoi oggetti (per la maggior parte donati da lui a parenti, benefattori, amici e conoscenti), nonché attraverso i suoi scritti autografi e un Dvd con fotografie e interviste, la Mostra ha presentato efficacemente la vicenda umana e spirituale di un piccolo-grande missionario, una figura attualissima e dai chiari tratti di santità, tant’è che è in corso il suo processo di beatificazione.  Così Gerolamo Fazzini su Il Giornale di Lecco.

Ho conservato diverse grazie e anche veri miracoli di Felice riferiti da padre Angelo Tin, che era il Postulatore della sua Causa di Beatificazione in Birmania, io ero il Postulatore a Roma. Gli scrivevo spesso e l’aiutavo anche finanziariamente. A partire del 1993, quando si è incominciato a preparare il materiale per la Causa di Clemente Vismara, ho mandato una lettera a tutti i confratelli ancora presenti nell’arcidiocesi di Taunggyi  (mons. Gobbato, Noè, Clarini, Mattarucco, Galbusera, Fasoli, Di Meo e non ricordo se anche altri),  alcuni dei quali mi risposero che bisognava fare la Causa di Felice, più santo di Clemente, che aveva certi difetti, come ho specificato nel volume “Fare felici gli infelici”, sulla sua personalità e santità.

Era il momento di iniziare anche la Causa di Felice, che tutti volevano, primo l’arcivescovo di Taunggyi mons. Matthias U Shwe, i nostri confratelli, ecc. C’era il desiderio, la volonta di iniziare, ma non la decisione precisa di fare i primi passi e mettere in moto la macchina. Nel 1995 padre Angelo Tin mi manda un opuscolo, con la Prefazione di mons. Matthias U Shwe, al fondo del quale c’erano numerose grazie e supposti miracoli attribuiti all’intercessione di fratel Felice, tutti senza data, ma di pochi anni dopo la sua morte. Ne avevo scelto e tradotto alcuni. C’erano anche belle foto di Felice nei suoi ultimi giorni e dopo la sua morte, ma stampate malissimo. L’opuscolo in inglese e in birmano è intitolato “Br. Oo Maung Than Chaung” (Br. sta per Brother, Fratello, il resto è il nome in birmano di Fratel Felice). Ha 56 pagine, con una breve biografia di Felice scritta da padre Ziello (non l’ho tradotta perchè dice cose che già si sanno). Credo sia a Roma nell’Archivio generale del Pime. Il 2° agosto 1998 padre Mattarucco mi scriveva: “….Personalmente penso che la Causa di beatificazione di Felice non si potrà nemmeno iniziare…..Tutti lo stimano un santo…..Ma qui, con tutti i problemi e l’attuale situazione, com’è possibile avviare una Causa di canonizzazione?…. Io lo invoco e lo faccio invocare e ottengo grazie”.

La Causa di beatificazione di fratel Felice inizia quando l’arcivescovo di Taunggyi, il superiore generale del Pime padre Franco Cagnasso e il parroco di Introbio, don Cesare Luraghi, si accordano. L’Arcidiocesi di Taunggyi è proprietaria e promotrice della Causa, il Pime è Attore della stessa (assumendone le spese), Introbio assicura preghiere e diffonde la devozione del Fabbro di Dio. Il 22 maggio 2000 la Congregazione dei Santi ha dato il parere favorevole all’inizio del Processo diocesano. La macchina si è messa in moto. Sono stato Postulatore fino al 2009, quando ho compiuto gli 80 anni e ho dovuto dare le dimissioni da Postulatore. Mi ha sostituto la dott.sa Francesca Consolini. Oggi occorre pregare molto e chiedere grazie per intercessione del nostro indimenticabile Fabbro di Dio. Ecco alcuni casi di grazie e supposti miracoli:

Maumg Aung Sein è un mio nipote che studia nel catechistato di Pekhong. Nel 1992 egli si ammala gravemente e viene portato all’ospedale di Loikaw. Dottore e infermiere fanno del loro meglio per curarlo, ma dopo un mese peggiora. Il dottore mi dice chiaramente che non ci sono speranze. Io gli portai un pezzetto della veste di Fratel Felice, raccomandandogli di pregarlo per la guarigione. Senza speranza da parte del dottore, ritornai a Pekhong aspettando notizie dall’ospedale. Siccome non ricevevo notizie di sorta, ritornai all’ospedale di Loikaw per vederlo, ma non era più in ospedale. Dopo una settimana andai al suo villaggio, Hwason Kuntha, per sapere qualcosa di lui. Con mia grande sorpresa, lo incontro che torna dal bagno. “Mi sento meglio, padre”. E da quel giorno il ragazzo sta sempre bene. Io sono certo che fu fratel Felice a guarirlo. Egli continuò i suoi studi ed ora è catechista. – Padre Angelo Tin.

Nel villaggio di Yanson, vicino a Pekhong. Un ragazzo che faceva il facchino tornò a casa seriamente ammalato.  La gente del villaggio vennero a chiamarmi perchè lo vedessi. Il ragazzo giaceva su un lettuccio, incapace di dire una parola. Pensai che non vi fosse nulla da fare e gli diedi l’Olio degli Infermi e lo raccomandai al Fratel Felice, mettendo un pezzetto della veste di Felice sulla testa del malato. Ritornai a casa e aspettavo notizie del malato. Passano uno, due giorni, e nessuna notizia. Chiedo notizie alla sua gente e m dicono che il ragazzo è guarito ed è andato  a lavorre sulle montagne. Questa pure, credo, è una grazia per intercessione di Felice. – Padre Angelo Tin

Da quando arrivai a Mong Ping, non potevo dormire e così per parecchie notti. Avevo paura di perdere la ragione- Ho chiesto a padre Angelo Tin una reliquia di fratel Felice, la misi sotto il mio cuscino e lo pregai di intercedere per me. Da allra dormo regolarmente e molto bene, senza paura alcuna. Fu certamente un aiuto di fratel Felice. Una suora di Mong Ping, diocesi di Kengtung.

Nel nostro orfanotrofio di Mong Nai vi era una bambina di due mesi. Era affetta di asma e problemi di cuore. La portammo in ospedale, ma il dottore ci disse che la bimba era troppo piccola per poterla curare cin iniezioni, l’unico rimedio. “Non si può far nulla” ripetè l’infermiera. Andai alla ricerca di una medaglia da metterle al collo, ma non ne trovai. Trovai però un pezzo di stoffa degli indumenti di Felice, lo tagliai e lo misi al collo della bimba- Il giorno seguente la piccola stava meglio e dopo pochi giorni era completamente guarita. Io penso che fu guarita per intercessione di fratel Felice. Una suora della missione di Mong Nai.

Francesco aveva un anno quando fu colpito da una forma grave di diarrea. Lo riempimmo di medicinali ma senza effetto e le condizioni del bimbo peggioravano sempre più. Una notte si era tanto aggravato che pensammo fosse alla fine- Chiamammo il sacerdote perché lo benedicesse, perchè noi non potevamo fare più nulla. Ad un tratto mi ricordai della reliquia di fratel Felice e misi un pezzetto di quella stoffa al collo del bimbo. Dopo un’ora il bimbo apre gli occhi e si guarda in giro. Era molto sudato ma sorrideva. E da quel momento fu guarito. Una suora della missione di Mong Nai.

Un abitante di Lo U Kunthà era da tempo ammalato, incapace di alzarsi da letto. Nel 1993, nella festa di Nostra Signora di Geroblao a Pekhong, la moglie venne da padre Tin e chiese una reliquia di fratel Felice. Il padre disse alla donna di far sì che il marito prendesse la reliquia con fede, pregando Felice che intercedesse per lui. Dopo un po’ di tempo la donna ritornò dal padre dicendogli che il marito era perfettamente guarito.  Padre Angelo Tin.

Comunicazione all’Istituto PIME di Milano
E così, caro padre Mauro, anche il nostro amato fratel Felice ci lasciò il 23 marzo 1991, alla 9,40 del mattino. Spirò placidamente come una candela che si consuma…. Sono 48 ore che è spirato ed è ancora intatto come fosse morto adesso. Nessun segno di decomposizione. E sì che siamo sopra i 27 gradi centigradi… Sarà sepolto domani a Paya Phyu, come da suo desiderio…. Mons. G. B. Gobbato,  Taunggyi,  25 marzo 1991.

(Tutto questo materiale si trova negli ultimi tre capitoli della biografia di Fratel Felice, “Il santo col martello” (Emi, 2000,  pagg.240), che ho stampato per l’inizio della sua Causa di beatificazione – padre Piero Gheddo).

“Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”

Forse pochi ricordano il massacro avvenuto a Dhaka il primo luglio scorso, nel quale sei terroristi islamici hanno ucciso in modo barbaro e atroce venti stranieri, in maggioranza italiani e giapponesi, uomini e donne che erano a Dhaka come imprenditori per portare lavoro nel campo tessile.
Alle sofferenze delle vittime e dei loro parenti e amici si aggiunge il dolore dei genitori bengalesi dei terroristi. Il padre di uno dei sei criminali jihadisti islamici improvvisamente scopre che il suo unico figlio è un terrorista e dichiara: “Sono un padre fallito, non ho saputo educare mio figlio”. La prima educazione dei figli avviene in famiglia. Anche in estate è bene riflettere su questa testimonianza di un padre fallito e pregare per le vittime e tutti gli attori di questa triste e straziante vicenda. Piero Gheddo

AsiaNews – Dhaka – 6 luglio 2016
di Sumon Corraya

SM Imtiaz Khan Babul è il padre di Rohan Ibn Imtiaz, uno dei sei terroristi islamici che hanno ucciso 20 persone. L’uomo è un membro del partito di governo e ricopre incarichi di primo piano. Ha iniziato la sua carriera come insegnante: “Ma non sono stato in grado di educare mio figlio”.

“Ho fallito come padre”. È il doloroso commento di SM Imtiaz Khan Babul alla strage di Dhaka avvenuta il primo luglio scorso. Tra i sei attentatori (di cui cinque identificati) che hanno fatto irruzione nell’Holey Artisan Bakery cafè e hanno ucciso 20 persone, di cui la maggior parte stranieri, uno è suo figlio, Rohan Ibn Imtiaz. L’uomo è membro dell’Awami League, il partito al governo in Bangladesh, e ricopre importanti incarichi amministrativi. Ieri è apparso in televisione e ha chiesto perdono per il massacro commesso dal figlio: “Chiedo perdono a tutta la nazione e alle famiglie delle vittime. Molte anime innocenti hanno perso la vita, a causa di mio figlio. Tutto questo per me è molto triste, difficile da sopportare, una cosa terribile!”.

Rohan Ibn Imtiaz è uno dei sei terroristi islamici che al grido di “Allah è grande” hanno assaltato un noto locale del quartiere diplomatico della capitale. Il Paese e il mondo intero sono ancora sconvolti per il gesto compiuto da giovani benestanti e appartenenti alle famiglie più ricche della città, in apparenza soddisfatti della propria vita agiata. Tutti loro hanno frequentato le migliori scuole, avevano amici, relazioni sentimentali, utilizzavano i social network per pubblicare le foto dei loro divertimenti.

Ma poi qualcosa deve essere cambiato e sono rimasti ammaliati da predicatori estremisti, come hanno riferito esperti ad AsiaNews. SM Imtiaz Khan Babul ha dichiarato di fronte alle telecamere: “Ho saputo dai social media che il mio unico figlio era tra gli attentatori. All’inizio non potevo credere che mio figlio fosse un militante”.
Il politico, che ha iniziato la sua carriera come insegnante mentre la moglie tutt’ora insegna nella scuola esclusiva che frequentava anche Rohan, si rammarica: “Ho educato tanti studenti e molti di loro oggi sono persone affermate che contribuiscono al bene della nazione. Ma non sono stato in grado di educare mio figlio. Sono un padre fallito”.

L’uomo ha rivestito importanti incarichi a Dhaka ed è l’attuale vicesegretario generale dell’Associazione olimpica e segretario generale della Federazione ciclistica. Ha riferito che il figlio non ha mai viaggiato all’estero, anche se lui e sua moglie stavano progettando di mandarlo negli Stati Uniti per studio, e non aveva fatto mai male neanche ad un insetto. Perciò ha lamentato: “Come ha potuto avere quelle armi pesanti? Chi gliele ha fornite? Chi lo ha addestrato
e chi gli ha dato i soldi? Io chiedo alle autorità di trovare queste persone”.
Asaduzzaman Khan, ministro dell’Interno, ieri ha confermato che gli attentatori del caffè di Gulshan erano tutti bangladeshi e membri di partiti estremisti locali. Abul Hassan Mahmood Ali, ministro degli Esteri, ha presieduto una riunione con circa 50 diplomatici e alti commissari di vari Paesi, ai quali ha riferito la netta condanna del governo nei confronti del barbarico atto di terrore e ha espresso vicinanza ai parenti delle vittime. Poi ha concluso dicendo: “Il terrorismo è una sfida globale e il Bangladesh continuerà a lavorare a stretto contatto con gli altri Paesi, le organizzazioni regionali e le agenzie Onu per sconfiggere questa minaccia”.