“Perché non possiamo non dirci cristiani”

Il continuo e consistente afflusso di migranti verso l’Europa sta mettendo in crisi la politica (e non solo) dell’Unione Europea:
–     se spalanchiamo le porte per accettare  tutti quelli che vogliono venire, ben presto saremo costretti a chiuderci in difesa della nostra sopravvivenza;
–    ma se costruiamo muri ai confini e rimandiamo indietro nel loro paese i migranti, che da anni rischiano la vita per fuggire da situazioni insostenibili, tradiamo i valori sui quali sono state fondate l’Onu e l’Ue.

E’ un dilemma che appare oggi, nell’attuale situazione internazionale, insolubile, cioè non esiste una soluzione ottimale. Vorrei solo esprimere queste idee:

1)    Papa Francesco è coraggioso. A Lampedusa e a Lesbo, non ha proposto soluzioni di tipo politico- giuridico-tecnico-economico, ma con i suoi gesti e le sue parole ha indicato lo spirito che deve animare i popoli europei di fronte ai migranti di altri continenti:
–    capire il valore di ogni persona umana che ha gli stessi nostri diritti alla vita;
–    vincere l’indifferenza di fronte a queste masse umane disperate che vagano da un continente all’altro;
–    prendere coscienza che siamo tutti chiamati in causa;
–    Il Papa ha detto a Lesbo: “Scusate l’indifferenza dell’Europa, voi non siete un problema, un peso, ma un dono”, ecc.
Francesco annunzia ovunque ed a tutti la conversione allo spirito evangelico che permetterà, con l’aiuto di Dio, di trovare soluzioni graduali e non definitive (che non esistono).

2)    La religione è la chiave della storia. La Ue ha perso il senso autentico della storia e giudica con criteri che ignorano il peso delle religioni nella vita e nel cammino storico dei popoli. Quando Giovanni Paolo II (e poi Benedetto XVI) insisteva sulle “radici cristiane dell’Europa” e il Parlamento europeo votava contro questo richiamo, si compiva una rottura drammatica nella tradizione europea e oggi ne paghiamo il prezzo. Abbiamo messo da parte Dio Padre e Cristo Gesù, unico Salvatore dell’uomo e dei popoli, creando una cultura popolare praticamente atea e oggi lamentiamo la fragilità psicologica dei giovani, l’invecchiamento degli italiani, la diminuzione continua dei matrimoni, la crisi della famiglia tradizionale, ecc.
Nel 1942 Benedetto Croce, il sommo filosofo italiano, agnostico (cioè non credente), pubblicò il piccolo saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, nel quale si legge: “Il Cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuto…. Tutte le altre rivoluzioni non sostengono il suo confronto… Le rivoluzioni che seguirono nei tempi moderni non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana…. Il pensiero e la civiltà moderna sono cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo…. (Esiste),  un legame tra il messaggio di Gesù e la vita della libertà…. Il cristianesimo sta nel fondo  del pensiero moderno e del suo ideale etico…Gli uomini, gli eroi, i geni (che vissero prima dell’avvento del Cristianesimo) compirono azioni stupende, opere bellissime, e ci trasmisero un ricchissimo tesoro di forme, di pensiero, di esperienze (ma in tutti essi mancava) quel valore che oggi è presente in tutti noi e che solo il Cristianesimo ha dato all’uomo”.
Indro Montanelli mi diceva: “Io non sono credete e tanto meno praticante, ma sono cattolico”.

3)    Il “mondo moderno” è nato nell’Occidente cristiano. Nel mondo d’oggi globalizzato, l’emergere e l’affermarsi della civiltà occidentale come la più vivibile (nonostante le sue crisi), non trova altra spiegazione che nelle radici cristiane dei popoli europei. Nulla unisce l’Europa se non le radici cristiane: non la lingua, non la razza, non la politica o l’economia nazionali; solo le radici cristiane e i confini territoriali dell’Europa. Ma quest’ultimo criterio non spiega nulla riguardo ai valori che hanno permesso ai popoli europei di dominare e colonizzare gli altri popoli e di arrivare ai valori dello “sviluppo umano”, quelli della Carta dell’Onu e della Ue, che oggi si stanno diffondendo in tutto il mondo: il valore assoluto di ogni persona umana, creata “ad immagine di Dio” (schiavo o libero, uomo o donna); quindi la condanna di ogni violenza sull’uomo (pena di morte, tortura); l’uomo re del creato e con un fine ben superiore a quello delle altre creature (che sonno al suo servizio); il matrimonio monogamico e indissolubile; amore al prossimo più povero e debole; il perdono delle offese e il principio della pace,  ecc.
Questi valori (che non si trovano in altre religioni e civiltà) si stanno diffondendo in tutto il mondo, ma l’Occidente ha abbandonato Dio ed è diventato “una civiltà volta alla sua stessa distruzione… l’Europa non si ama più”, diceva il card. Joseph Ratzinger in una sua conferenza. E lamentava la scomparsa della virtù della speranza e della gioia di vivere, che vengono dalla fede in Dio Padre misericordioso, da Gesù Cristo morto e risorto per noi, dal messianismo della Bibbia e  del Vangelo¬ (“Cieli nuovi e terra nuova”). Papa Francesco lo scrive nel titolo della sua Lettera apostolica “Evangelii Gaudium”: “La gioia del Vangelo” in chi lo vive e in chi lo diffonde. Ma la cultura popolare nell’Europa è profondamente influenzata da ideologie e costumi praticamente atei: non l’adorazione di Dio, ma degli idoli: denaro, potere, sesso, gloria umana, individualismo, ecc.. Infatti manca la speranza e prevale il pessimismo.

4)    Per affrontare la tragedia dei migranti e superare le nostre crisi, dobbiamo tornare a Gesù Cristo. Non solo per ricuperare la nostra identità religiosa che ci tiene uniti, ma per convertirci personalmente a Cristo (a partire dal sottoscritto), in questo “Anno del Giubileo della Misericordia di Dio”, che terminerà il 20 novembre 2016. Convertirci a Cristo perché? Per due motivi:
a)    Per accogliere i migranti islamici e “dialogare” con loro, come invita a fare Papa Francesco. La sfida dell’islam all’Occidente cristiano non è di tipo politico, economico, militare, ma di tipo religioso. Per andare d’accordo, bisogna “dialogare” (come il Papa intende il “dialogo”), le altre soluzioni (guerra, sanzioni economiche) sono inefficaci e dannose. E’ facile capire perché: per i musulmani, un miliardo e mezzo di persone, in maggioranza di un basso livello di vita e di istruzione, la fede in Allah e nel Corano è il fondamento della vita familiare e sociale. Per noi dell’Unione Europea, che abbiamo rifiutato le  radici cristiane, i musulmani ci vedono come ricchi, tecnicizzati, istruiti, militarmente forti. ma anche atei, aridi, senza ideali, senza regola morale, senza figli. Pensano di avere una missione storica: venire in Occidente per dare un’anima alla nostra civiltà, convertendoci all’islam. E’ un concetto diffuso dalla stampa dei paesi islamici, nelle moschee e scuole coraniche. Possiamo anche fermare l’Isis con le armi, ma sorgeranno altre migliaia di “martiri per l’islam”. Tra i musulmani che sentono fortemente la presenza di Dio (il Dio del Corano, non quello del Vangelo!) e noi europei, che risultiamo atei, non c’è dialogo, come tra chi parla solo l’italiano e chi parla solo l’arabo. Lo scontro e la guerra diventano inevitabili. Solo la fede e lo Spirito di Gesù Cristo ci permettono di accogliere e “dialogare” con le masse islamiche che fuggono in Europa.

b)    Per risolvere le crisi della civiltà europea. Superfluo ritornare sulla crisi morale e di ideali della nostra civiltà. Si parla e si scrive molto della corruzione, ma pare che si diffonda sempre più ad ogni livello della società; molti sono convinti che ci vuole, come dice Francesco, “l’economia con al centro l’uomo”, ma pochi realizzano questo ideale. Così pure “la sanità con al centro l’uomo”. Sono stato in un ospedale col nome di un santo, perché prima era della sanità cattolica. Adesso, ceduto l’ospedale ad una impresa laica, mi diceva un dottore: “Qui ormai il malato è diventato uno strumento per guadagnare” e mi raccontava esempi da rabbrividire. “Lo spirito evangelico di amore al prossimo delle suore, preti, fratelli e del personale sanitario da loro educato, in questo sistema non esiste più”.
Viviamo in una civiltà sempre più disumana e questo non significa tornare ai “bei tempi antichi”. Non è colpa del progresso scientifico e tecnico, ma che  abbiamo abbandonato Dio e Gesù Cristo: non solo nella vita personale, ma in quella familiare (chi è che prega ancora assieme nelle famiglie?), sociale, scolastica, massmediatica, nazionale. Sant’Agostino diceva: “Ci hai creati per Te, o Signore, e non siamo contenti fino a quando non riposiamo in Te”.

Giovanni XXIII, il Papa di Sotto il Monte, va alla radice della nostra crisi di civiltà, con parole molto dure per lui, che era conosciuto come “il Papa buono”. Nell’enciclica “Mater et Magistra” (del 1961) loda i progressi economici, tecnico-scientifici, del livello di vita dei popoli sviluppati. Ma continua:  “Rileviamo con amarezza che nei paesi economicamente sviluppati non sono pochi gli esseri umani nei quali si è attenuata o spenta o capovolta la coscienza della gerarchia dei valori. I valori dello spirito sono trascurati, dimenticati o negati; mentre i progressi delle scienze, delle tecniche, lo sviluppo economico, il benessere materiale vengono caldeggiati e propugnati spesso come preminenti e perfino elevati ad unica ragione di vita…L’aspetto più sinistramente tipico dell’epoca moderna – conclude il “Papa buono” – sta nell’assurdo di voler ricomporre un ordine temporale solido e fecondo prescindendo da Dio, unico fondamento nel quale soltanto può reggersi; e di voler celebrare la grandezza dell’uomo disseccando la fonte da cui quella grandezza scaturisce e della quale si alimenta”.

Piero Gheddo

Luigi Soletta: in Giappone il sole splende a mezzanotte

I missionari gettano ponti di comprensione fra i popoli. Padre Luigi Soletta si è dedicato al dialogo interreligioso. In 40 anni di missione ha approfondito la conoscenza del buddismo giapponese, lo Zen, diventando un personaggio famoso in Giappone.

Il 4 aprile scorso è morto all’età di 86 anni il padre Luigi Soletta (1929-2016), missionario in Giappone per quasi 40 anni. Dopo il Concilio  Vaticano II, assieme ad altri due missionari del Pime, riceve l’incarico  di approfondire il dialogo col mondo buddista, alla ricerca dei “semina Verbi” (semi del Verbo), che lo Spirito Santo ha diffuso nelle culture e religioni dei popoli, per prepararli all’incontro col Verbo di Dio, Gesù Cristo.  Padre Luigi aveva tutte le qualità di mente e di cuore per questo impegno e lo vive con grande passione e dedizione. Studia, insegna e pratica lo Zen, traduce una dozzina di importanti opere classiche della letteratura giapponese, ad esempio “Il  Codice segreto del Samurai” (Hagakure), un testo sacro del 1600 che raccoglie l’antica saggezza del Samurai, scritto in giapponese antico, molto difficile. Soletta lo traduce in giapponese moderno e nel 1993 lo stampa in Italia con l’editrice Ave. Una favorevole recensione di mons. Gianfranco Ravasi su “Il Sole 24 Ore” presenta e raccomanda il volume, per capire in profondità la mentalità dei giapponesi.  L’ultima delle edizioni, tre anni fa, è con la Einaudi.

Il “Codice segreto del Samurai” era già conosciuto, ma con la traduzione in giapponese moderno “è diventato in Giappone il libro più celebre e controverso di ogni epoca”, secondo il parere di esperti. Per un motivo politico. All’inizio della seconda guerra mondiale venne adottato dal nazionalismo trionfante come ispirazione e guida ai giovani giapponesi, per dare la loro vita come “kamikaze” a servizio della Patria. Di qui il dibattito che il volume ha suscitato nel nostro tempo su un tema molto sentito, il riarmo e il nazionalismo militarista.

In realtà, “Il Codice segreto del Samurai” è una raccolta di aforismi che rivelano i valori di riferimento del Samurai, le virtù umane della tradizione giapponese: l’amore alla Patria, l’ideale del servizio e dell’obbedienza (nel caso del Samurai al suo signore, il “Daimio”), l’amore disinteressato per il prossimo, il dominio delle passioni, il mettersi in gioco per una causa nobile, lo spirito di umiltà e povertà, l’amore per la natura nella quale si rivela la divinità che ha creato l’universo, ecc. Una curiosità: il famosissimo romanzo di Susanna Tamaro “Va’ dove ti porta il cuore” prende il titolo proprio da un brano dell’Hagakure, come la stessa autrice rivelò in occasione di un suo viaggio in Giappone anni fa.

Padre Soletta ha sofferto molto perché le sue “perle di saggezza orientale”, che lui leggeva come “semi del Verbo” nella cultura giapponese, una specie di “fioretti” francescani, sono state e sono ancora usate per la propaganda dell’ideologia nazionalista e militarista.  Quand’era già tornato in Italia, pubblica “Il sole splende a mezzanotte” (Emi, 2009), la sua autobiografia dopo 40 anni di studi del buddismo e dialogo interreligioso, dalla quale emerge un sacerdote di profonda spiritualità evangelica e un missionario aperto a tutti i valori umani e religiosi dei giapponesi. Il titolo del libro è di un monaco zen e simboleggia l’illuminazione che padre Luigi ha raggiunto, dopo un lungo cammino di ascesi e di meditazione, grazie alla quale è possibile sognare un sole che splende a mezzanotte. In un’intervista a “Mondo e Missione”, lamenta che il volume è criticato da chi, “vedendo la copertina e sfogliando distrattamente il libro, pensa che sia dedicato allo zen. Certo, io mi sono appassionato al Giappone e alla sua cultura. Ma a me stanno a cuore soprattutto Cristo e il Vangelo, che io ho cercato di annunciare al popolo giapponese e tra l’altro cerco di mostrare la sintonia profonda tra alcuni aspetti della spiritualità zen e quella cristiana”.

Nel nostro mondo secolarizzato e materialista questa passione per la cultura e religiosità giapponese in un missionario può apparire eccentrica o superflua, ma i missionari sono spesso profeti che preparano i ponti per un incontro fra popoli e culture, per giungere ad un umanesimo con valori comunemente accettati, che per noi cristiani hanno come fondamento la persona di Gesù Cristo e il suo Vangelo. Nelle altre culture e religioni esistono già i “germi del Verbo”, i valori con i quali è possibile incontrarci, per giungere ad un umanesimo condiviso.

Nell’autunno 1986 ho visitato il Giappone per la seconda volta e ho incontrato padre Soletta nella casa del Pime a Tokyo. Una sera abbiamo parlato a lungo e gli ho manifestato la mia ammirazione per la passione e la tenacia con cui perseguiva il suo sogno, di trovare nella cultura e religiosità naturale del Giappone “i germi del Verbo” che permetteranno a quel popolo di incontrare facilmente Gesù Cristo.  Poi gli ho chiesto: “Ma quali sono gli ostacoli a questo incontro?”.  E lui mi dice:: Vieni a trovarmi e te lo farò vedere in concreto”.

Padre Soletta era cappellano di un convento di suore a Kamakura, con una piccola chiesetta vicino al grande tempio della dea buddista Kannon (la dea della misericordia), il “tempio dei bambini non nati”. Sulla collina attorno al tempio, nei vialetti del bosco ci sono centinaia di statuette del Budda, simbolo del loro bambino. Le donne che hanno abortito lo offrono al tempio, vestendolo come avrebbero voluto vestire il bambino, a volte con un giocattolo in mano o vicino. Ho visto giovani coppie portare queste statuette, sistemarle nel tempio o nei dintorni, chiedono perdono, bruciano incenso, fanno prostrazioni. Usanza commovente che non è solo un rito, ma l’espressione di un’esigenza di perdono, che purtroppo non ha risposta.

“L’aborto, dice Soletta, è sentito come una colpa grave e i non cristiani, che non conoscono il Dio della misericordia e del perdono, a volte sono oppressi da un forte senso di colpa. Pensano che i bambini non nati non hanno pace, vagano per la città e i campi in attesa di reincarnarsi in un’altra vita. I genitori non riescono a dar loro pace. A volte vengono da me mamme e papà non cristiani, mi dicono che hanno fatto un aborto e mi chiedono se è vero che il Dio dei cristiani perdona questa colpa. Dopo tanti anni di Giappone, credo che in Oriente le malattie nervose sono più comuni che in Occidente proprio a causa di questa visione pessimistica di Dio, che non conoscono e pensano che non perdona. Forse è vero che la difficoltà maggiore per i giapponesi di convertirsi a Cristo è il dovere di perdonare le offese ricevute, perché nella loro tradizione la vendetta è un atto sacro e si tramanda di padre in figlio! Alle coppie che hanno abortito e vengono da me, dico loro che il Dio dei cristiani perdona e spiego come e perché. Poi dò loro una benedizione solenne e li mando in pace”.

(Padre Soletta è sepolto nel Cimitero del suo paese natale, Florinas in provincia di Sassari).

Piero Gheddo

Qual è il segreto della vita cristiana?

La preghiera non è una semplice invocazione per chiedere grazie. Se è autentica, deve cambiare la vita di chi prega e portarlo a fare la volontà di Dio. Gli esempi di Papa Francesco, le Suore di Madre Teresa e il dott. Marcello Candia.

 

Una volta, molti anni fa, quand’ero inviato speciale di alcuni giornali anche laici e di “Mondo e Missione” (ne ero il direttore), un amico giornalista mi chiede: “Qual è il segreto della tua vita? Perché tu affronti guerre, dittature, pericoli di ogni genere, vai tra i lebbrosi e nelle baraccopoli più disastrate e pericolose, e sei sempre sorridente…”. Ho risposto:  “Il mio segreto è la preghiera”. L’amico non ci credeva, eppure è proprio così. Tutti i popoli pregano, anche i non credenti avvertono il bisogno di rivolgersi a Dio. Ma il cristiano sa che la preghiera non è solo una semplice invocazione o devozione per chiedere grazie, ma deve cambiare la vita. Pregare vuol dire credere in Dio Padre buono e misericordioso, parlare con lui in piena trasparenza, ringraziarlo delle grazie ricevute, pentirsi dei propri peccati e chiedere la grazia di fare sempre la volontà di Dio espressa nei dieci Comandamenti; e poi, seguire Gesù Cristo, vivere secondo il suo esempio nei Vangeli, ispirarsi nella propria vita alle Beatitudini. Allora la preghiera cambia davvero la vita e dà una forza e una gioia che, nei Santi naturalmente, permette anche di compiere miracoli.

Nel 2001 a Phnom Penh, capitale della Cambogia, ho visitato le suore di Madre Teresa e il loro rifugio per bambini disabili per le bombe della guerra o varie malattie. Quando soffrono i bambini, e ne vedete decine tutti assieme, anche se sono amati, curati, coccolati, toccano davvero il cuore di noi adulti. Al termine della visita, alle due suore che mi offrono un caffè esprimo la mia ammirazione per l’esempio che danno, in un paese non cristiano, di servizio gratuito e amorevole agli ultimi di questo popolo. Mi raccontano qualcosa della la loro vita e dicono che fanno quattro ore di preghiera al giorno: “Senza l’ora di adorazione serale a Gesù nell’Eucarestia, non potremmo amare a lungo, come vere mamme, questi poveri e cari bambini”.

Nell’intervista di padre Spadaro della Civiltà Cattolica a Papa Francesco, alla domanda su come il Papa prega, lui risponde ricordando le preghiere che dice durante la giornata e poi aggiunge: “Ciò che davvero preferisco è l’Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando. La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un’ora in adorazione”. Francesco non è solo il Pastore universale, ma anche il Maestro della vita cristiana. Con tutte le cose che deve fare e le decisioni da prendere, ci dà l’esempio: alla sera passa un’ora davanti al Tabernacolo dove c’è Gesù, da cui riceve la forza, la serenità, il coraggio, la lucidità, tutto il necessario alla sua vita.

Nel mondo d’oggi, che impone una vita travolgente di impegni, informazioni,  preoccupazioni, divertimenti e distrazioni, attraversiamo tutti, anche noi preti, la crisi della preghiera. Si dice che non abbiamo mai tempo, siamo sempre di corsa. Ripetiamo delle formule, ma il cuore e la mente sono lontani. Se perdiamo il contatto personale con Gesù Cristo e col mondo soprannaturale, ci ritroviamo da soli con le nostre miserie e i nostri limiti. Bisogna dare a Dio il suo tempo, non basta un pensiero affrettato. Pregare vuol dire meditare e commuoversi per l’amore di Dio e per la morte di Gesù Cristo in Croce, per meritare il perdono dei miei peccati! Pregare è amare Gesù e mettersi nel cammino dell’imitazione di Cristo. San Giovanni della Croce  ha scritto che bisogna avere una cella segreta nel nostro cuore, per incontrare Dio e l’amore che Dio ha per me, sempre, anche quando sbaglio e vado fuori strada. E’ la cella della contemplazione, dell’adorazione, del tempo destinato alla preghiera. E’ il segreto della vita cristiana, quello che fa vivere meglio, che dà “una marcia in più”.

Papa Francesco, ricevendo nel marzo scorso i 60.000 fedeli dei gruppi di preghiera di Padre Pio ha detto: “La preghiera non è una buona pratica per mettersi un po’ di pace nel cuore; e nemmeno un mezzo devoto per ottenere da Dio quel che ci serve…. La preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il cuore di Dio… che non è blindato da tante porte di sicurezza. È la più grande forza della Chiesa, che non dobbiamo mai lasciare…. altrimenti l’evangelizzazione svanisce e la gioia si spegne e il cuore diventa noioso. Voi volete avere un cuore gioioso? Pregate, questa è la ricetta”.

Il Venerabile dott. Marcello Candia (1916-1983) era un giovane industriale di fede viva e operosa, lavorava molto per l’azienda ereditata dal padre, ma era anche impegnato in opere di carità per i poveri e di aiuti ai missionari. Negli anni 1949-1950, costruendo il nuovo stabilimento di via Tacito a Milano, Marcello aveva riservato a sé un piccolo angolo vicino al muro di cinta, sul quale non c’erano finestre. Solo una panca e tre alberelli. Marcello diceva: “Questo è il mio rifugio per pregare” e ogni tanto scendeva dal suo ufficio e andava alcuni minuti ne “Il mio monastero”.

Morì nel 1983 di cancro e dopo cinque infarti e un’operazione al cuore. Aveva speso tutto se stesso e tutti i suoi soldi per i più poveri dell’Amazzonia. Il capo dei lebbrosi nel lebbrosario di Marituba presso Belem, Adalucio, al quale 14 anni dopo la morte di Candia chiedevo come mai ricordavano così tanto Marcello e lo pregavano, mi rispose: “Il dottor Candia non solo ci ha aiutati economicamente e con le opere sanitarie e sociali, ma ci ha voluto bene: in lui vedevamo l’amore di Dio anche per noi lebbrosi, rifiutati da tutti”.

Perchè gli ospiti del lebbrosario di Marituba considerano Marcello Candia un santo? “Perchè faceva tutto per amore di Dio, mi risponde. Non cercava nulla per sè ma tutto per gli altri, i poveri, gli ammalati, noi hanseniani. Era eroico nella sua donazione al prossimo, commovente: lui ricco, colto e importante nel mondo, veniva a spendere la sua vita tra noi che non potevamo dargli nulla in cambio. E non per un motivo umano, altrimenti non avrebbe resistito, sarebbe rimasto deluso: ma solo per amore di Dio. Noi pensavamo: se lui è un uomo così buono, quanto più buono dev’essere Dio!”.

Auguri di risorgere con Cristo

Piero Gheddo augura una Buona Pasqua missionaria

 

Mancano pochi giorni alla Pasqua, la festa della nostra fede. Noi siamo cristiani, discepoli di Cristo perché Lui è risorto dalla morte. “Se Cristo non fosse risorto”, dice san San Paolo, “vana sarebbe la nostra fede”.  Cosa vuol dire essere cristiano? Credere nella morte e risurrezione  di Gesù il Cristo, che cambia in senso positivo la storia dell’umanità e di ogni uomo e deve cambiare e migliorare anche la nostra piccola vita. Vediamo perché e come.

Tre livelli di comprensione della Pasqua:

1)   Il livello fenomenologico. La Risurrezione di Cristo è un fatto storico, nel senso che è realmente avvenuto nella storia ed è stato testimoniato da molti: il sepolcro vuoto, Gesù risorto che le pie donne e i discepoli hanno visto e toccato. Inoltre i 2000 anni del cristianesimo e della Chiesa dimostrano che alla radice c’è uno straordinario fatto storico: il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvarci dal peccato (l’offesa a Dio, l’egoismo!) e dal. La Risurrezione non è un mito, una bella favola, ma un fatto che storicamente non si può negare. Altrimenti dovremmo negare l’esistenza di Giulio Cesare e di Budda, di Maometto e di tanti altri personaggi storici, dei quali rimangono meno testimonianze e documenti che non per Cristo.

2) Il livello della fede. La Risurrezione è anche un fatto misterioso, umanamente inspiegabile. E’ un “mistero della Fede” e richiede la Fede, dono di Dio, per essere compreso e creduto. Oggi noi adoriamo il Signore Risorto e chiediamo a Dio di aumentare la nostra fede in Lui, unico Salvatore dell’uomo e del mondo. L’esempio classico è quello dell’apostolo San Tommaso, che non era presente quando Gesù apparve agli altri apostoli, quindi non credeva che fosse risorto. Ma quando può vedere Gesù e toccare le piaghe delle sue mani e del suo costato, allora  crede che è veramente risorto. Dal fatto storico innegabile, passa subito alla fede in Cristo Figlio di Dio: “Mio Signore e mio Dio!”.

Il Venerabile dott. Marcello Candia, missionario laico fra i lebbrosi in Amazzonia, ripeteva spesso: “Signore, aumenta la mia fede”. Io gli dicevo che di fede ne aveva tanta, ma lui rispondeva: “Ricordati Piero, che la fede non basta mai!”. Oggi il mondo moderno secolarizzato, ci porta a “vivere come se Dio non esistesse”. Ma Dio esiste ed è morto in Croce nella seconda persona della Santissima Trinità, Cristo Gesù, che ci ha aperto le porte del Paradiso.

Quanti vivono senza sapere perché vivono!  La loro vita è quasi solo materiale senza una luce dall’alto che la illumini, senza la speranza di una meta da raggiungere, la vita eterna con Dio! Il pessimismo esistenziale così diffuso oggi tra noi italiani, battezzati più che al 90%, è diseducativo per i giovani e viene proprio da questo: Cristo risorto, che è segno di speranza e invito a risorgere con Lui, non dice più nulla. La fede ricevuta da bambini non illumina né riscalda la vita.  Oppure, anche se restano alcune  devozioni, oggi non bastano più per dare serenità e gioia di vivere.

3)  Il terzo livello di comprensione della Pasqua è quello dell’amore e dell’imitazione di Cristo. Non basta credere intellettualmente. Cosa vuol dire credere in Cristo risorto? Vuol dire vivere la vita di Cristo, conoscere e amare Cristo, mettersi seriamente e con gioia sul cammino dell’imitazione di Cristo, per poter sempre più testimoniarlo con la nostra vita. Il dono della fede che ho ricevuto, non mi è dato solo per viverlo io e la mia famiglia, ma perché , nelle miserie dell’Italia e del mondo, noi siamo luce e sale per gli uomini, lievito per la società in cui viviamo.

La Pasqua dà un senso e indica una meta per la nostra vita: se Gesù è risorto dalla morte, anch’io risorgerò con Lui. Questa è la vera novità del cristianesimo. La risurrezione dalla morte per vivere la vita eterna con Dio è una verità che nessun altra religione, ma solo Cristo ha rivelato e promesso anche a noi.

Il livello della fede è consolante: rende autentica e felice la nostra vita. Ma com’è difficile! Dobbiamo vivere la vita di Cristo, innamorarci di Cristo, imitare Cristo eliminando il peccato, correggendoci dei nostri difetti e cattive abitudini. Il Giubileo della Misericordia di Dio ci chiama alla conversione. Tutti dobbiamo convertirci, anche noi preti siamo peccatori e chiamati alla conversione. E’ un cammino che dura tutta la vita, ci mantiene giovani di spirito e ci dà l’entusiasmo di vivere in Cristo e con Cristo, facendo del bene. La carità copre la moltitudine dei nostri peccati.

Ultima riflessione. Un’espressione popolare significativa è questa: si dice “Sono contento come una Pasqua” quando si è commossi per una grande gioia. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi, ma con gli occhi di Dio.

Il Beato Clemente Vismara, missionario in Birmania per 65 anni, ha condotto una vita quanto mai faticosa e penosa, tra poveri e lebbrosi, carestie e pestilenze, guerriglie e dittatura; ha patito la fame e la sete, si è adattato a cibi ripugnanti (topi, vermi, ecc.). Per i primi otto anni di missione dormiva in un capannone di fango e paglia e quando pioveva apriva l’ombrello perché non gli piovesse addosso. Ma poi ha creato due cittadelle cristiane mantenendo 300 e più orfani e persone diversamente abili.

Eppure la gente chiamava Clemente Vismara: “Il prete che sorride sempre”, era sempre contento.  In una lettera scrive: “Noi qui viviamo la vita dei poverelli di Cristo, ma proviamo un’allegria da paradiso e la preoccupazione del domani è relativamente leggera, poichè l’opera non è nostra ma del Signore Gesù che ha voluto mandarci qui”. In altra lettera scrive: “L’allegria e la pace del cuore non ci sono mai mancate. Viviamo da missionari allegri che godono nel sacrificio, pregustando il premio che sarà dato a chi ha abbandonato il padre e la madre per seguire Gesù”.

Il suo nipote Guido, figlio di Stella Vismara, gli scrive che il mondo è brutto e lui risponde: “Caro Guido, benchè io viva in un mondo pagano, cioè più brutto di quello cristiano in cui vivi tu, ti dico che il mondo è bello e la vita è più bella ancora. Altrimenti a cosa serve la fede?”.  

Misericordia Missione della Chiesa

Il libro di padre Giuseppe Buono presentato da mons. Fisichella nella  seconda edizione in tre mesi, il più originale tra i libri su questo tema

 

Fra i molti libri sulla Misericordia di Dio, questo di padre Giuseppe Buono, missionario del Pime: Misericordia Missione della Chiesa in tre mesi II° edizione (Libreria Editrice Redenzione, Marigliano (Na, Tel. e Fax 081.885.42.06. Mail: ordini@lereditrice.it ), si distingue per un’invenzione originale. Il libro non l’ha scritto lui ma ha chiesto ai missionari che ha visitato in tutti i continenti di scrivere una testimonianza sulla Misericordia nella loro missione o paese; così pure per i vescovi, i parroci, le suore, comprese quelle di clausura, in Italia; poi le testimonianze di alcuni membri del Movimento Giovanile Missionario, oggi Missio Giovani, da lui fondato nel 1972 per le Pontificie Opere Missionarie, e che oggi invia volontari in vari paesi del mondo. Da queste collaborazioni è scaturito un volume che si legge volentieri perchè  stimola e offre sussidi per vivere con spirito missionario la Quaresima e il Giubileo della Misericordia di Dio. Padre Buono si rivolge soprattutto agli operatori pastorali,  con i molti esempi citati che informano sull’infinita varietà di situazioni delle opere di Misericordia che la Chiesa compie nel mondo.

Il card. Robert Sarah (prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti), presentando il volume scrive: “Sono molto grato al padre Buono, che dà un contributo su come vivere missionariamente la realtà della Misericordia, offrendo. oltre alla riflessione teologica e biblica, commoventi testimonianze, raccolte in tutto il mondo, su come realizzare le Opere di Misericordia… Invito tutti ad una attenta lettura di questo bellissimo testo perché, come il sottoscritto, possano attingervi un grande  aiuto ”.Questo del cardinale africano non è un elogio esagerato per il libro di un amico, perché padre Buono, oltre che animatore missionario e giornalista, è anche specializzato in teologia missionaria e viene ancora invitato a tenere lezioni e conferenze. Così ha potuto darci un’inquadratura teologico-biblica della Misericordia di Dio e di come il Concilio Vaticano II e i Papi recenti hanno trattato questo tema.

Mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo Straordinario della Misericordia, ha presentato la seconda edizione del libro di padre Buono, lodando la ricchezza dei contenuti e invitando tutti a consultarlo e leggerlo per vivere in profondità il Giubileo della Misericordia.  Concludo con una lettera espressiva di Papa Francesco ai teologi della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina (3 marzo 2015) , che padre Buono cita quasi come sintesi del suo volume: “Senza la misericordia, la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia che, di natura sua, vuole addomesticare il mistero…. Insegnare e studiare teologia significa vivere su una frontiera, quella in cui il Vangelo incontra le necessità della gente, a cui va annunziato in maniera comprensibile e significativa”.

Piero Gheddo

 

L’Anticristo è già tra noi

Il Blog di oggi l’ho già pubblicato nel settembre 2014, ma visto che si discute ancora in modo animato degli stessi problemi di un anno e mezzo fa, lo ripubblico per sentire il parere di un laico cattolico, che ha studiato e sperimentato, e far riflettere sulle teorie del filosofo tedesco Friederich Nietzsche, precursore del nazionalismo tedesco e del nazismo. Piero Gheddo.
 
 
            L’Anticristo è il Demonio e tutte le forze del male che si oppongono alla venuta del Regno di Dio e di Cristo negli ultimi giorni, ma anche nella storia dell’uomo (Apocalisse, I e II Lettera di Giovanni, II Lettera di Paolo ai Tessalonicesi). Ma è anche il titolo del libro di Friedrich Nietzsche (1844-1900), che un laico cattolico, Agostino Nobile, ha commentato nel volumetto pubblicato nel luglio 2014: “Anticristo superstar” (Edizioni Segno, Udine – pagg. 120). Agostino Nobile, sposato e padre di due figli, professore di storia della musica, 25 anni fa decise di lasciare l’insegnamento per studiare le culture non cristiane ed è vissuto per dieci anni nel mondo musulmano, indù e buddista (vivendo come pianista e cantante), esperienza che ha rafforzato la sua fede cattolica. Nobile vive oggi in Portogallo con la sua famiglia, si dedica agli studi per approfondire la sua fede e ha lavorato fino ad un anno fa come pianista e cantante.
         Ecco le battute di partenza di “Anticristo superstar”: “Quando anni fa mi capitò di leggere L’Anticristo di Friedrich Nietzsche, pensai di trovarmi di trovarmi di fronte ad un insano di mente. Oggi l’Anticristo è diventato il Referente imprescindibile di tutti i governi occidentali. Se a Friedrich Nietzsche avessero detto che in poco più di cent’anni il suo “Anticristo” sarebbe stato una superstar, l’avrebbe considerata una ridicola provocazione” (il libro di Nietzsche è del 1888) .
            E continua: “L’Anticristo ha persuaso l’uomo che potrà essere felice solo quando soddisferà liberamente i propri istinti, eliminando il concetto del bene e del male, il concetto del bene e del peccato. Il peccato, si sa, pesa, e l’idea di liberarsene una volta per tutte, oggi più che mai è diventata una vera smania. Nel secolo scorso l’Anticristo ci convinse che “Dio è morto”, per poi eliminare milioni di esseri umani (attraverso le ideologie ispirate a questa convinzione). Oggi ci ha intruppati in una nuova ideologia, per annullare la natura stessa dell’uomo. Nel suo piano muta i metodi, ma il fine è sempre lo stesso: dimostrare a Dio che la sua creatura prediletta è l’essere più idiota del creato”.
            Il pamphlet di Nobile, di poche pagine ma denso di fatti e di idee e facile da leggere, è tutto un esame storico e attuale di come l’idea centrale di Nietzsche e le altre espressioni seguenti si stanno realizzando. La convinzione basilare di Nietzsche  è questa: “Io definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, unica grande intima perversione, unico grande istinto di vendetta, per il quale nessun mezzo è abbastanza velenoso, occulto, sotterraneo, piccino. Io lo definisco: l’unico imperituro marchio di abominio dell’umanità”.
            Agostino Nobile affronta L’Anticristo a mo’ di botta e risposta. Ha estratto dal volume del filosofo tedesco le molte proposte e previsioni che riguardano la “Guerra mortale contro il vizio e il vizio è il cristianesimo” e con una carrellata storica di duemila anni dimostra con riferimenti storici e attuali, come questi sogni di Nietzsche si sono gradualmente realizzati e ancor oggi si stanno realizzando, con l’educazione dei minori, la cultura dominante, i costumi e le leggi che riportano i popoli cristiani a ridiventare pagani. Il capitolo più provocatorio per noi, uomini d’oggi, è quello finale col titolo Anticristo Superstar (che è quello del libro divulgativo), dove Agostino Nobile dimostra che nel nostro tempo la “guerra mortale contro il cristianesimo”  è giunta quasi al termine, poiché i sogni di Nietzsche stanno influenzando e orientando i governi dei paesi cristiani (cioè occidentali) e l’Onu con i suoi organismi.
            Ecco un solo esempio di questa corrente della cultura e della legislazione che si sta imponendo nel nostro tempo. Noi anziani o persone di mezza età non ce ne accorgiamo, ma la massima autorità mondiale della sanità vuol imporre ai bambini delle scuole aberrazioni di questo. L’Oms dell’Onu (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso a tutti i governi europei un vademecum per promuovere nelle scuole corsi di sessuologia: “Standard dell’Educazione Sessuale in Europa” (consultabile su Internet), dove tra l’altro si legge: “ai bimbi da 0 a 4 anni gli educatori dovranno trasmettere informazioni sulla masturbazione infantile precoce e scoperta del corpo e dei genitali, mettendoli in grado di esprimere i propri bisogni e desideri, ad esempio nel gioco del “dottore”… Dai 4 ai 6 anni i bambini dovranno essere istruiti sull’amore e le relazioni con persone dello stesso sesso… Con i bambini dai 6 ai 12 anni i maestri terranno lezioni sui cambiamenti del corpo, mestruazione ed eiaculazione, facendo conoscere i diversi metodi contraccettivi. Nella fascia puberale tra i 12 e i 15 anni gli adolescenti dovranno acquisire familiarità col concetto di “pianificazione familiare” e conoscere il difficile impatto della maternità in giovane età, con la consapevolezza  di un’assistenza in caso di gravidanze indesiderate e la relativa presa di decisione”.
            Leggendo questo documento dell’Onu, che suscita sgomento e paura,  mi vengono in mente i molti testi di Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto su questo tema: “La questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica” (Caritas in Veritate, 75), in questo senso: nel secolo scorso il “problema sociale” più grave era l’equa distribuzione della ricchezza e del benessere fra ricchi e poveri; oggi il maggior “problema sociale” è la distruzione della famiglia naturale e il pansessualismo che riducono rapidamente la popolazione mondiale promuovendo l’aborto, il matrimonio fra persone dello stesso sesso, l’eutanasia e l’eugenetica e tante altre aberrazioni, fino alla clonazione di esseri umani, oggi tecnicamente possibile e già sperimentata. Benedetto XVI scrive (Caritas in Veritate, 75): “Non si possono minimizzare gli scenari inquietanti per il futuro dell’uomo e i nuovi potenti strumenti che la “cultura della morte” ha messo nelle mani dell’uomo. Alla diffusa, tragica piaga dell’aborto si potrebbe aggiungere in futuro, che è già abusivamente in atto, una sistematica pianificazione eugenetica delle nascite”.
            Si giungerebbe così alla meta finale di quanto Nietzsche sognava: “Un mondo abitato e dominato da Superuomini che hanno imposto la loro volontà di potenza agli uomini inferiori, mediocri e comuni”, per cui era necessario “stabilire i valori della società e dello Stato in favore dell’individuo più forte, del Superuomo (l’uomo eletto, geniale, l’artista creatore che vince l’uomo medio) e della superiorità di razza e di cultura” (“Enciclopedia cattolica”, Città del Vaticano 1952). Non meraviglia che Nietzsche, messosi al servizio del nazionalismo tedesco, abbia profondamente influenzato il nazismo e la sua nefasta ideologia!
       Ma è ancora più scandaloso che il nostro Occidente, con profonde radici cristiane, che si ritiene libero, laico, democratico, istruito, evoluto, popolare, sia incamminato, senza forse averne coscienza, sulla stessa via che conduce al nichilismo, alla distruzione della natura umana e alla morte. Come popolo, abbiamo tolto il Sole di Dio dal nostro orizzonte umano, vogliamo fare a meno di Dio e di Gesù Cristo e non abbiamo più nessuna luce di speranza nel nostro futuro.
Piero Gheddo

 

Rosetta e Giovanni in cammino verso la Beatificazione

Come è noto ai lettori dei miei Blog, il Signore mi ha fatto la grande grazia di essere figlio di due genitori diventati Servi di Dio nel 2006. Le due Cause per la loro Beatificazione, in questo Anno della Famiglia, stanno per riprendere il cammino con buone prospettive di continuarlo, con l’aiuto di Dio, fino alla meta. La nuova Postulatrice delle Cause, avv. Lia Lafronte, nominata dall’arcivescovo di Vercelli mons. Marco Arnolfo circa un anno fa, racconta in toni commossi come e perché Rosetta e Giovanni meritano di essere venerati e imitati come Beati e Santi della Chiesa. Oggi le due Cause hanno bisogno soprattutto di preghiere, poiché tutto è nelle mani di Dio, e poi anche di offerte generose per sostenerle. Dio vi benedica, vostro padre Piero Gheddo.

Nell’aprile 2010 la Congregazione delle Cause dei Santi, per alcune irregolarità procedurali, bloccava l’iter romano delle cause di Beatificazione e Canonizzazione dei Servi di Dio Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo (iniziate nel febbraio 2006) e consigliava che l’apparato probatorio fosse completato e rafforzato con altri documenti storici ed altre testimonianze.
Poiché sembrava che tali prove ulteriori non potessero essere reperite, dato il lungo periodo di tempo dalla morte dei coniugi Gheddo, il blocco temporaneo delle cause appariva definitivo e la postulatrice di allora, dott.ssa Francesca Consolini, nel giugno 2011 rinunciava al mandato che l’Arcivescovo di Vercelli, Mons. Enrico Masseroni, le aveva conferito nell’ottobre 2004.
Mons. Marco Arnolfo, attuale Arcivescovo, insieme al Vicario Episcopale per la Pastorale Familiare, Mons. Giuseppe Cavallone, mi hanno nominata postulatrice il 18 febbraio 2015 in vista di una possibile ripresa delle cause che, oggi, alla luce della documentazione storica che è stata rinvenuta e delle nuove testimonianze raccolte, è da considerarsi quanto mai prossima.
Io sono estremamente grata ed onorata per l’incarico ricevuto e ringrazio il Signore non solo per le nuove prove trovate ma per avermi permesso di accostarmi così intimamente, nello studio e nella ricerca, alla conoscenza degli umili e semplici Servi di Dio, ma proprio per questo grandi, Rosetta e Giovanni. Ho potuto apprezzarne le splendide virtù evangeliche, la cui eroicità spero possa essere al più presto decretata dalla Congregazione delle Cause dei Santi e, soprattutto, sono arrivata ad amare entrambi così come si possono amare persone buone e care che si sentono vicine a noi.
La spiritualità dei coniugi e genitori Gheddo, manifestata già prima che si sposassero, mi ha colpito in modo molto profondo: è impossibile riassumere qui la ricchezza interiore e la luminosità della loro fede che ho percepito dai testimoni ascoltati e dai documenti storici che ho reperito.
L’impressione forte che ho avuto è che ogni più piccolo gesto nella vita di questi Servi di Dio, così amabili nella personalità e così calati nella normalità della vita familiare, parrocchiale e sociale da poter essere davvero definiti i “santi della porta accanto”, è che ogni loro più piccolo gesto – dicevo – è stato connotato da amore a Dio e da intimo ossequio alla Sua volontà: nella gioia, nel dolore, nel sacrificio.
Sono emerse in modo esemplare l’adesione dell’uno e dell’altra alla spiritualità di Don Giovanni Bosco (la loro era terra prettamente salesiana nel tempo in cui era molto forte l’eco della vita, delle opere e della morte del grande Santo) e la piena condivisione dei tre principi basilari dell’Azione Cattolica, di cui entrambi facevano parte: preghiera, azione, sacrificio.
Rosetta Franzi, iscritta anche all’ADMA (Associazione dei Devoti di Maria Ausiliatrice), era figlia di Maria Roviera, per qualche anno presidente delle donne di A.C. di Crova; era figlia di Francesco, ex alunno presso l’Istituto Salesiano di Torino Valdocco appena un anno dopo la morte di Don Bosco e mancato prete salesiano solo per la morte improvvisa del padre, che aveva richiesto il suo ritorno anticipato al paese natale, Crova. Rosetta era stata alunna e convittrice, per anni, presso l’Istituto delle Suore di Maria Ausiliatrice a Casale Monferrato, dove aveva respirato e fatto proprio non solo il carisma di Don Bosco ma anche quello di Santa Maria Mazzarello, fondatrice per volontà del Santo degli Istituti Salesiani femminili.
Giovanni, anch’egli ispirato agli ideali di Don Bosco, della cui vita e spiritualità si nutriva tramite letture particolareggiate e meditate, era parte viva e feconda dell’Azione Cattolica di Tronzano, dove negli anni 1923-1928 è stato presidente dei Giovani del Circolo ‘Don Abbondo’ (parroco di Tronzano che sarà beatificato nel Duomo di Vercelli l’11 giugno 2016 alle ore 10), rimanendo iscritto tra gli adulti da dopo il matrimonio fino al 1943, quando la sorella Adelaide lo iscrisse sperando nel suo ritorno dalla Russia.
Il dono volontario della vita compiuto da Giovanni in Russia, nel dicembre 1942, ricorda il terzo caposaldo di Azione Cattolica, il sacrificio, che aveva anche caratterizzato – seppure con diverse modalità – la morte del Beato don Secondo Pollo, Assistente Diocesano dei Giovani di Azione Cattolica di Vercelli, anche lui morto in guerra, nel 1941, colpito mentre cercava di soccorrere un ferito. Un grande esempio di cattolico, Giovanni, capitano d’artiglieria che ha dato la vita per fedeltà a Dio ed ai suoi ideali e che non aveva tradito la grande Associazione cui apparteneva neppure quando, quarantaduenne, malato, vedovo e padre di tre bimbi piccoli, era stato inviato in prima linea per pura persecuzione da parte del partito fascista, al quale non aveva voluto iscriversi.
Vorrei esprimere ciò che ho provato andando sulla tomba di Rosetta, al cimitero di Tronzano Vercellese. Un’emozione profonda mi ha pervasa al pensiero che quella piccola e dolce mamma, morta così giovane lasciando tre bambini per cui sognava con il marito un futuro di fede e carità (il primo giorno di nozze, al Santuario della Madonna di Oropa, avevano chiesto la grazia che almeno uno o una dei loro figli fosse sacerdote o suora), sia stata trovata ancora intatta, incorrotta, durante l’esumazione del corpo a trent’anni dalla morte (1964): in quella terra di risaie, umida ed assolutamente incompatibile, secondo la normalità delle cose, con la conservazione di un corpo il cui cuore aveva cessato di battere per parto prematuro e polmonite incurabile, allora, senza la penicillina. Quel rinvenimento è stato un segno della santità di Rosetta, sono convinta, come per altri grandi santi. E lì, davanti a lei, mentre ero in preghiera, ho ripensato alle parole del parroco di Crova e confessore della Serva di Dio, don Giuseppe Oglietti, durante la messa funebre celebrata per lei in paramenti bianchi, con le campane che suonavano a festa: “Rosetta era un angelo, una santa ed è già in Paradiso. Non celebriamo la messa dei morti ma cantiamo quella degli Angeli”.
Vedendo la foto di Giovanni sulla lapide mortuaria, sotto quella di Rosetta, sono stata colpita invece dal pensiero del suo essere sepolto chissà dove, in terra straniera. Lui, perso nel gelo, sulle rive del Don: caduto per mano nemica nello slancio di carità volto a salvare la vita di un militare che doveva restare e morire al suo posto.
Un corpo donato per amore al prossimo, nel Signore, quello di Giovanni, ed un corpo preservato dalla corruzione, dal Signore, quello di Rosetta. Due destini particolari, incrociati in mistica connessione.
La vicinanza spirituale che percepivo di entrambi era grande e vera, reale come la stessa vita che avevano vissuto. Comprendevo che Giovanni era perso solo nel corpo, null’altro. Insieme erano vissuti sulla terra ed insieme erano e sono in cielo. Insieme li percepivo e, con quell’emozione profondissima, mi sono sentita e mi sento loro figlia, come tante altre persone che hanno imparato ad amarli.
Ho compreso che il secondo desiderio da loro espresso al Santuario di Oropa, di avere 12 figli, non era stato disatteso ma solo rimandato e moltiplicato nel piano divino che non vede solo la maternità e paternità fisica ma anche, e soprattutto, quella spirituale.
Ecco la preghiera semplice e genuina sgorgata dall’anima di Rosetta, tanto devota al Sacro Cuore di Gesù ed al Preziosissimo Sangue, che io, sua figlia spirituale, ho fatto mia: “O Santo Sangue sparso, o Sangue di pietà! Cuore di Cristo aperto, Cuor pieno di bontà! La grazia che ti chiedo, fammela, per carità!”.
Ora preghiamo tutti, noi che vogliamo bene a Rosetta e Giovanni, perché le loro Cause di Beatificazione e Canonizzazione riprendano presto e si concludano bene. Affidiamoci ai Servi di Dio affinché per loro intercessione il Signore voglia esaudirci e dare un segno inequivocabile, con un vero miracolo, della loro santità così che essa possa essere presto riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa.

Lia Lafronte, Postulatrice

Chi è per te Gesù Cristo?

Sta iniziando la Quaresima, che specialmente in quest’Anno dedicato al Giubileo della Misericordia, significa che “dobbiamo tutti convertirci a Cristo”, come ha detto Papa Francesco. E allora ciascuno deve chiedersi: Chi è per te Gesù Cristo?  Interrogativo fondamentale per un paese di battezzati come l’Italia. Io risponderei così: Ho avuto da Dio il dono di un’autentica formazione cristiana, essendo nato in una famiglia di profonda fede e vita evangelica. La fede è nata in me come la lingua italiana, me l’hanno trasmessa i miei genitori, i servi di Dio Rosetta e Giovanni, che fin da bambini piccoli ci facevano pregare assieme in famiglia con varie preghiere e il Rosario serale, ci portavano in chiesa e a socializzare e aiutare le famiglie povere. Mamma Rosetta morì nel 1934 quando avevo cinque anni e papà Giovanni andò in guerra nel 1940 e morì in Russia nel 1942. Mi ha allevato ed educato la nonna Anna che diceva sempre: “Tu stai con Gesù e Gesù starà con te”, che è il ritornello della mia vita. Quand’ero bambino e lei mi raccontava la storia di Gesù e di Maria, la sua e mia Madre celeste, io piangevo. Se nel nostro paese di Tronzano vercellese, c’era qualche scandalo o disgrazia, la nonna chiamava noi tre ragazzini accanto a sè, ci faceva pregare e poi diceva: “Cosa farebbe Gesù in questa circostanza? Cosa direbbe la Madonna?”. Nonna Neta (Anna) era semi-analfabeta (I elementare e poi al lavoro), ma aveva educato i suoi dieci figli, poi noi tre nipoti, con l’intelligenza della fede e del cuore. Citava spesso frasi del Vangelo imparate a memoria.

Sono diventato sacerdote missionario, ho avuto santi sacerdoti che mi hanno guidato, mi sono laureato in teologia missionaria, ma i genitori e la nonna Anna mi hanno educato alla fede. Rosetta e Giovanni, ancor oggi sono ricordati come santi nel mio paese, quando si sono sposati nel 1928 hanno pregato perchè almeno uno dei loro figli o figlie consacrasse la sua vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. Il Signore ha scelto me e di questo sono ancora grato a mamma e papà, perchè la mia vita è stata piena di gioia pur nelle prove, tentazioni, sofferenze e intenso lavoro, che sono il retaggio comune degli uomini.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. E’ tutto il mio amore, tutta la mia gioia, l’unico fine a cui cerco di orientare le mie azioni, i miei affetti e pensieri. Non sempre ci riesco, ma a lui ho consacrato la mia vita e in questi anni che Dio mi concede di vivere vorrei diventare sempre più simile al modello divino che il Signore Gesù mi presenta nei Vangeli.

Chiedo al Signore di rinnovarmi ogni giorno il gioioso stupore e l’entusiasmo della prima Messa che ho celebrato il 29 giugno 1953 nel mio paese di Tronzano vercellese; di concedermi il dono delle lacrime per commuovermi pensando che io, povero peccatore, chiamo sull’altare il mio Dio e lo distribuisco in cibo all’umanità affamata. Mi chiedo se l’annunzio che faccio di Cristo con la vita, gli scritti e la parola, è ancora un messaggio di gioia, di quella gioia che gli angeli comunicavano ai pastori nella “notte santa”: “Oggi nella città di Davide è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore” (Luca, 2, 10-11).

All’inizio degli anni Duemila ho tenuto una conversazione ad Arezzo dal titolo: “Gesù, pietra d’inciampo”. La missione della Chiesa diventa sempre più difficile perché Gesù Cristo fa problema, imbarazza, scandalizza: “Scandalo per gli ebrei e follia per i pagani” diceva San Paolo (1 Cor. 1, 23). La crisi mondo cristiano é una crisi di fede in Cristo, unico Salvatore dell’uomo, dell’umanità. Viviamo in una società non di atei, ma di idolatri. Il Dio fatto uomo in Cristo è stato sostituito dagli idoli: denaro, sesso, carriera, potere, gloria, superstizioni, “religione fai da te”, maghi, oroscopi, ecc. Il sociologo Franco Garelli conclude una sua indagine dicendo che oggi in Italia “la religione è forte ma la fede vacilla”.

Negli anni 1992-1994 ho parlato tutti i sabati sera alla Tv di Rai-Uno, spiegando il Vangelo domenicale, con un ottimo indice di ascolto (parlavo dalle 19,30 alle19,45, poco prima del telegiornale). Un amico giornalista della RAI-Uno mi ha detto: “Tu parli spesso della salvezza in Cristo, ma c’è un abisso fra l’ammirazione per Gesù grande profeta e il credere che egli è Dio. Il suo messaggio di amore e di giustizia è l’unico che può salvare l’umanità dall’egoismo, dall’odio, dalle guerre. Ma non c’è bisogno di credere che Gesù è Dio e obbedire alla Chiesa, per voler bene al prossimo. Per cui, se Gesù mi dice di aiutare i poveri, di perdonare le offese, di educare i figli all’onestà e all’amore, mi sta bene, cerco di fare anch’io così. Ma se la Chiesa, a nome suo, mi impone molti altri precetti e divieti, la grande maggioranza degli italiani, pur battezzati, non la seguono più. Per cui dammi ascolto, parla dell’amore come ispirazione per la nostra vita e avrai ampi consensi, ma lascia perdere che Gesù è Dio e che la Chiesa parla a suo nome: sono concetti discutibili che suscitano divisioni e sentimenti di integrismo in chi crede”. Gli ho risposto dandogli una citazione di don Primo Mazzolari, che in un suo libretto sul sacerdozio ha scritto: “La mia missione di prete è di amare e vivere in Gesù Cristo, testimoniarlo e portarlo agli uomini. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui. Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito”.

Nel nostro tempo l’identità cristiana è molto debole. Abbiamo attraversato una lunga stagione in cui il cristianesimo sembrava ridotto ad una morale. I “valori evangelici” sono apprezzati da tutti (amore, pace, giustizia, solidarietà), ma la fede e l’imitazione di Cristo molto meno. Si prende il messaggio e non il messaggero: l’annunzio che solo Cristo salva l’uomo è considerato “integrismo”.

La salvezza in Cristo è stata secolarizzata. Il cristianesimo é spesso ridotto ad una specie di “religione dell’umanità” (come volevano gli illuministi del Settecento), la Chiesa intesa come società filantropica e di riferimento morale. Oggi la Chiesa è vista bene da molti, come strumento di pace sociale, come richiamo all’etica, come assistenza ai poveri, ai marginali, ai drogati, ai popoli del “terzo mondo”. La Chiesa pilastro della società, non perché predica Gesù unico Salvatore dell’uomo, ma perché pone rimedio, con i suoi preti, suore, volontari, istituzioni caritative ed educative, ai disastri delle “strutture di peccato” nelle quali siamo tutti immersi. Insomma, si riduce il cristianesimo ad un sistema morale e consolatorio dell’uomo alienato dal capitalismo e dal materialismo, passando da Gesù Figlio di Dio, unico Salvatore dell’uomo, ai “valori morali” che sarebbero comuni a tutti. La gente ha fame e sete di Dio e noi le diamo il “discorso dei valori”, che ha senso solo se centrato sulla persona di Cristo.

In Cina, visitando nel 1980 il seminario della diocesi di Sheqi, ho incontrato una ventina di giovani e uomini che studiavano da sacerdoti, senza libri (infatti ci chiedevano libri sacri e il Concilio Vaticano II in cinese), senza biblioteca, quasi senza insegnanti. Due soli sacerdoti dirigevano il seminario: il vescovo stesso e il parroco della cattedrale, factotum della diocesi. Ho chiesto al vescovo (vent’anni di carcere) come è possibile formarli alle scienze sacre e mi ha risposto: “Noi qui preghiamo molto e formiamo uomini innamorati di Cristo e forse prossimi martiri per la fede”.

“Chi è per te Gesù Cristo?”. Ecco la domanda da porre a chi si dice cristiano. La fede non è solo un fatto intellettuale staccato dall’esistenza quotidiana, ma amore e passione per Cristo che trasforma tutta la vita. Giovanni Paolo II è stato chiaro: la missione è comunicazione di un’esperienza, per cui “il vero missionario é il santo” (“Redemptoris Missio”, 90). “Chi vive veramente il Vangelo vale di più, per la missione alle genti e la nuova evangelizzazione, di tutti i piani pastorali e i documenti e i comitati, perché il Santo è il Vangelo vissuto oggi”, come diceva e ripeteva al Consiglio pastorale diocesano il Card. Carlo Maria Martini.

Dobbiamo essere innamorati di Gesù! San Paolo diceva di essere stato “afferrato da Cristo Gesù” (Filippesi, 3, 12) : “Mihi vivere Christus est”, per me vivere è Cristo. E aggiungeva: “Quello che per me era un vantaggio, per amore di Cristo l’ho ritenuto una perdita. Considero ogni cosa come un nulla in confronto alla suprema conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale mi sono privato di tutto e tutto ritengo come spazzatura, pur di guadagnare Cristo” (Filippesi, 3, 7-8). Nelle lettere di San Paolo ricorre 164 volte l’espressione: “In Christo”, cioè la vita in Cristo. Concludo: A chi lo cerca davvero, Cristo si fa trovare. E quando l’hai trovato non lo lasci più, perché è bello stare con Lui.

Piero Gheddo

La missione alle genti a Fang (Thailandia) 2015

Il primo Blog dell’Anno 2016 comunica ai lettori una buone notizia. La missione alle genti continua, nuove popolazioni conoscono Gesù Cristo, sentono il gioioso stupore di amarlo, entrano nella Chiesa e si impegnano per farlo conoscere. Il racconto di padre Gianni Zimbaldi, mio coscritto del 1929, missionario prima in Birmania (1957-1966) e poi nel Nord Thailandia (dal 1972 ad oggi), semplice e denso di fatti, convince più di tanti ragionamenti. Spesso si sente dire che la missione alle genti è finita, è compito delle Chiese locali. Ebbene, non è così. La missione alle genti continua, non solo in Africa, ma in diversi paesi dell’Asia e Oceania anche con missionari stranieri (a volte con varie limitazioni), almeno come sperimentiamo noi del Pime in Bangladesh, India, Birmania, Hong Kong, Cina,Thailandia, Cambogia, Filippine, Giappone, Papua Nuova Guinea; ma anche in altri paesi asiatici. Buona lettura di questo gioioso lampo di luce dagli Atti degli Apostoli attuali, là dove la Chiesa nasce adesso. Piero Gheddo.
Caro padre Piero,
gli auguri per l’Anno nuovo 2016 mi offrono l’occasione per inviarti buone notizie del distretto missionario di Fang nel Nord Thailandia, da me fondato nel 1972 partendo da zero. Ora c’è il nuovo parroco, il milanese padre Marco Ribolini, 42 anni, in Thailandia dal 2004 e anche un vice-parroco nero, che viene dal Brasile, padre Lorenzo Braz de Oliveira, in Thilandia da quattro anni, incaricato di seguire i bambini/e nell’ostello di Fang. Io sono qui per aiutarli, la mia salute grazie a Dio è buona e riesco ancora a visitare i villaggi. Quando ho iniziato il ministero missionario fra i tribali animisti nella diocesi di Chiang Mai, i cristiani battezzati non arrivavano a 20.000. Ora sono più di 60.000 e ci sono 20.000 catecumeni che vivono nei villaggi cattolici e si preparano al battesimo. Allora c’era solo un sacerdote diocesano, ora i sacerdoti diocesani sono una trentina.
Il vescovo non solo è contento di noi, ma ci chiede di occuparci di altre zone. La diocesi di Chiang Mai comprende otto grandi province con una popolazione di 5.685.000. I cattolici sono 71.694, i sacerdoti diocesani solo 30, in un territorio forestale e montagnoso, vasto come Lombardia e Piemonte. Il vescovo accetta le congregazioni religiose che vogliono lavorare nella diocesi, i preti religiosi sono 67 (una trentina thailandesi). Il nostro distretto missionario di Fang sta preparando la divisione con la fondazione di un nuovo distretto a Ban Theut Thai. Stiamo costruendo le strutture necessarie, pregando il Signore per i benefattori che ci aiutano.
Come tutti gli anni, anche quest’anno nel distretto ci sono un centinaio di adulti che si preparano a ricevere il battesimo. Sono catecumeni che vivono in villaggi cattolici da alcuni anni, frequentano le funzioni religiose e chiedono di essere ammessi ai sacramenti. Li segue un catechista e quando sono pronti si battezzano. Grazie al Signore Gesù, abbiamo la consolazione di vedere la comunità cattolica crescere ogni anno. L’anno scorso, nella diocesi di Chiang Mai si sono amministrati più di mille battesimi di adulti, quasi tutti tribali animisti.
La missione ha due ostelli a Fang e a Ban Theut Thai (100 chilometri lontano da Fang) quest’anno abbiamo 170 ragazzi/e, che sono il futuro della comunità cristiana. Nell’ostello di Fang c’è padre Lorenzo de Oliveira e ci sono suore che lavorano, ma sono indiane e pachistane; a Ban Theut Thai (dove ci sarà il nuovo distretto missionario) non ci sono padri né suore. Diversi ex-alunni/e di questi ostelli ora sono capovillaggio, guidano il servizio religioso festivo nella cappella e si dimostrano responsabili nelle famiglie che si sono formate. La gente capisce l’importanza di una educazione civile e cristiana e mandano  i loro figli all’ostello, anche se questo richiede un sacrificio economico. Fra tanti bambini/e e ragazzini/e nella missione di Fang non ci si annoia mai e la vita scorre tra qualche contrattempo, ma anche con momenti piacevoli che vengono dalla voglia di vivere e dai sorrisi di questi bambini/e.
Lo scorso aprile, in un villaggio A kha è stata  benedetta una nuova cappella di legno rialzata, in modo che sotto c’è uno spazio libero da usare  per i raduni della gente. In un altro villaggio A kha in  giugno ho benedetto e celebrato la prima S. Messa in una nuova cappella, costruita in muratura e  nella quale possono sedersi comodamente più di 130 persone. Queste cappelle stabili sono volute dalla gente che, secondo le loro possibilità, si tassa per contribuire alle spese. Nei miei 43 anni a Fang il Signore mi ha aiutato a costruire cappelle stabili (in legno o in muratura) in 32 villaggi. L’esperienza mi insegna che le cappelle stabili rafforzano la fede dei cristiani, che sono orgogliosi di avere un luogo decente dove radunarsi per le funzioni religiose, per le istruzioni catechetiche o per altri incontri.
La settimana scorsa, da vari villaggi 48 uomini (catechisti responsabili del servizio liturgico nei villaggi) sono venuti per un incontro di due giorni. Sono il braccio destro del missionario: dirigono la preghiera festiva nelle cappelle e, quando ci sono ammalati, vanno a pregare nelle case. Essi mantengono viva la fede nei villaggi che il sacerdote può visitare soltanto ogni due, tre mesi.
Il 9 dicembre, in un villaggio A kha abbiamo festeggiato solennemente una ragazza A kha che ha fatto la sua professione religiosa. E’ la prima Suora di etnia A kha della Thailandia che dona la sua vita per servire il Signore. Per la festa sono intervenuti centinaia di cristiani per ringraziare il Signore per il dono fatto alla tribu’ A kha chiamando al suo servizio una della propria gente. Lo scorso giugno il vescovo di Chiang Mai aveva consacrato il primo sacerdote della Thailandia di etnia A kha. Questi eventi sono motivo di gioia per noi missionari perche’ la parola del Signore si radica fra queste popolazioni e, gradualmente, saranno in grado di continuare il ministero religioso da soli, senza l’aiuto di personale proveniente dall’estero.
L’aspetto più consolante delle conversioni di adulti è che questi nuovi battezzati (neofiti) entrano nella Chiesa con un grande amore a Gesù Cristo e il fuoco dello Spirito Santo nel cuore. Spontaneamente parlano di Gesù e trasmettono la fede in Cristo con l’esempio e il racconto di quanto è bello amare Gesù: se lo cerchi si fa trovare e se lo trovi, non lo lasci mai più, perché è bello rimanere con Lui.
Due mesi fa viene a trovarmi un capoillaggio pagano e mi dice: “Padre, tre famiglie cristiane dalla Birmania sono venute ad abitare nel nostro villaggio, non si uniscono alle nostre pratiche pagane, ma la domenica si radunano in una casa per la preghiera. La loro vita nel villaggio è un esempio per noi, e anche noi abbiamo deciso di farci cristiani. Per questo ti chiedo un catechista, perche’ anche noi possiamo conoscere l’insegnamento di Gesu”.
Un giovane orfano che avevo preso alla missione quand’era ragazzo, un giorno viene a dirmi che voleva tornare con la famiglia che si era formato al suo villaggio tra i suoi parenti ancora pagani. Io cercavo di dissuaderlo dicendogli che il villaggio è lontano, i parenti sono pagani e non sanno nulla di Gesu: “Se vai a vivere in un ambiente pagano, diventate pagani anche tu e i tuoi cari”. Ma lui ha voluto tornare. Un anno dopo tre uomini si presentano alla missione e mi dicono: “Quel ragazzo che tu hai educato nella missione è tornato fra noi con la sua famiglia e i suoi figli. Quel giovane parente è di esempio a tutti noi, è amico di tutti, sa perdonare le offese e quando ci sono ammalati o gente in difficoltà lui si impegna ad aiutarli. Nella sua casetta ha messo un’immagine sacra davanti alla quale prega con la sua famiglia e nelle conversazioni ci parla spesso di Gesù e dei cristiani. Abbiamo capito che l’insegnamento di Gesù ci aiuta ad essere buoni, per questo vogliamo diventare cristiani come lui, e ti chiediamo di inviare un catechista a vivere con noi”.
Giovanni Zimbaldi

Francesco chiede ai giovani di diventare missionari

Nell’udienza generale dedicata al suo viaggio in Africa (2 dicembre), Papa Francesco ha ricordato l’incontro con una suora italiana a Bangui, di 81 anni con una bambina che la chiamava “nonna”. La suora infermiera e ostetrica è in Africa da quando aveva 24 anni. Francesco si commuove e dice: “E come questa suora, ci sono tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello vedere questo”.

Sempre parlando a braccio, aggiunge: “Io mi rivolgo ai giovani: se tu pensi a cosa vuoi fare della tua vita, questo è il momento di chiedere al Signore che ti faccia sentire la Sua volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente”.

In Uganda, nel ricordo dei Martiri ugandesi e di Paolo VI, il Papa dice: «Sarete miei testimoni» (At 1,8)…Avrete la forza dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani dei discepoli missionari”. Tutta la visita in Uganda si è svolta nel fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo.

L’appello del Papa per le vocazioni missionarie va ripreso. I missionari italiani fra i non cristiani e in America Latina (preti, fratelli, suore, volontari laici) sono ancora più di 10.000, ma rapidamente diminuiscono; li ho trovati nei paesi più difficili, come Somalia, Eritrea, Etiopia, Zimbabwe, Libia, Namibia, Ruanda, Burundi, Congo, Papua Nuova Guinea, Birmania, Pakistan, ecc. I vescovi locali lamentano la loro diminuzione e chiedono giovani rinforzi.

Com’è la vita missionaria? Ecco la mia personale esperienza. Quand’ero ancora nelle elementari, Gesù mi ha chiamato a seguirlo e io gli ho detto di sì. Mi fidavo di Gesù e oggi, a 86 anni e dopo 63 di sacerdozio e di missione, posso dire che ho avuto una vita serena, con tante fatiche, percoli, persecuzioni e sofferenze, ma una vita piena di entusiasmo e di gioia e non cesso di ringraziare Gesù che mi ha chiamato..

Felice perché? Perché il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Cristo, di cui tutti i popoli e tutti gli uomini hanno bisogno. La nostra vocazione è il massimo di realizzazione che possiamo sperare dalla nostra piccola vita. Io sono vissuto e continuo a vivere con uno scopo forte e ben preciso: essere innamorato di Gesù e farlo conoscere e amare. So che Gesù mi ama, mi protegge, è sempre con me, non mi abbandona mai, mi guida, mi perdona, mi dà tutto il necessario e anche molto di più… “Il Signore è il mio pastore, dice il Salmo 26, non manco di nulla… Se cammino in una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me, o Signore”.

Nelle mie visite alle missioni, ho incontrato tanti missionari felici di spendere la vita per far conoscere e amare Il Signore Gesù.
Ecco in breve il beato ClementeVismara (1897-1988), beatificato il 26 giugno 2011 in Piazza Duomo a Milano, che è l’icona della missione alle genti del secolo scorso. Sono andato a trovarlo in Birmania nel 1983, quando aveva 86 anni e mi parlava del futuro suo e della sua missione. Raccontava che aveva deciso di farsi missionario dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, guadagnandosi anche una medaglia al valor militare: “Sono vissuto tre anni sempre in trincea e ho visto tante di quelle carneficine, distruzioni, odio e violenze gratuite che mi sono convinto: solo per Dio vale la pena di spendere la vita. E mi son fatto missionario”.

Anche i giovani d’oggi sono in una situazione simile: la società italiana si sta autodistruggendo per la corruzione e le immoralità e ha perso le sue radici e la sua identità cristiana. Così è assediata da un islam giovane e guerriero che vuole convertirci a Dio e alla legge islamica (sharia) e ci minaccia da vicino.

Anche oggi solo per Dio vale la pena di spendere la vita. Il giovane cattolico deve chiedere al Signore Gesù: “Cosa debbo fare della mia vita?”. E se Gesù ti chiama, non dirgli di no. Ti ha promesso il cento per uno in questa vita e poi la vita eterna in Paradiso. Fidati di Lui.

Ho scritto la biografia del Beato Clemente (“Fatto per andare lontano”, Emi 2013). E’ un romanzo d’avventure, non inventate come quelle di Emilio Salgari e di tanti altri, ma tutte vere e autentiche, come hanno confermato più di cento testimoni della sua vita al Processo canonico di beatificazione.

Avventure umane affascinanti, non pochi lettori di “Fatto per andare lontano” mi hanno detto che chi incomincia a leggere questo libro, va poi avanti fino alla fine, anche per la curiosità di vedere come si svolge e va a finire la vita di questo sergente maggiore della prima guerra mondiale, che diventa “cacciatore di tigri e di anime”, vive e lavora per 65 anni fra un popolo tribale che sta uscendo dalla preistoria, in un ambiente forestale popolato da animali selvatici e da milioni di insetti, abitando per sei anni in un capannone di fango e paglia (quando pioveva doveva aprire l’ombrello sul suo giaciglio), molte notti passate all’addiaccio in foresta (col fuoco acceso per tener lontani gli animali selvatici), abituato a mangiare come i locali (riso con peperoncino, pesciolini di torrente, erbe e radici tritate e bollite), prigionia e dittature persecutorie, briganti di strada e contrabbandieri d’oppio (nel “Triangolo d’oro” dove si produce il 40 dell’oppio mondiale), febbre nera fulminante e lebbra… Ma la gioia nel cuore era grande e Gesù aiutava a superare tutte le dfficoltà.

Clemente visitava i villaggi pagani e prendeva bambini e bambine da portare in missione dove le suore li allevavano e li facevano studiare, con l’aiuto di vedove cacciate dai villaggi. Clemente si innamorava dei poveri, dei piccoli, dei diseredati, dei nullatenenti. Li portava tutti in missione, li faceva lavorare secondo le possibilità di ciascuno e dava loro una dignità nuova: mantenersi col proprio0 lavoro. Così è nata la Chiesa locale e Clemente ha fondato cinque nuove parrocchie partendo da zero, con decine di migliaia di cristiani e tutte le strutture necessarie, persino un ospedale tenuto dalle suore di Maria Bambina.

E’ morto a 91 anni “senza mai essere invecchiato” dicevano i confratelli; la gente lo chiamava “il prete che sorride sempre” e al funerale una marea di popolo, anche buddisti e musulmani, piangevano la sua morte; e al processo diocesano per la beatificazione parecchi hanno fatto giornate di cammino per venire a Kengtung a dare la propria testimonianza.

Il motto del beato è “Fare felici gli infelici”, che è anche il titolo del volume sulla personalità e la spiritualità di Clemente (EMI, 2014). La sua è una spiritualità schietta e semplice ma fortissima, basata su una verità nata dall’esperienza vissuta del Vangelo: “La vita è bella solo se la si dona”. Una vita tutta spesa per “fare felici gli infelici”.
Questo libro è dedicato ai giovani,
soprattutto quelli alla ricerca di un ideale per spendere bene la vita.

Buon Natale di Gesù a tutti dal vostro

Piero Gheddo