La gioia del missionario di annunziare il Vangelo

Il 17 maggio 2013 Papa Francesco, ricevendo i responsabili delle Pontificie Opere Missionarie, ha parlato del dovere di “tenere sempre viva l’attività di evangelizzazione, paradigma di ogni opera della Chiesa… Il Vescovo di Roma è chiamato ad essere Pastore non solo della sua Chiesa particolare, ma anche di tutte le Chiese. In questo compito, le Pontificie Opere Missionarie sono uno strumento privilegiato nelle mani del Papa”. Ed ha aggiunto: “Ci sono tanti popoli che non hanno ancora conosciuto e incontrato Cristo”. Annunziare Cristo a questi popoli è “un compito che spetta a tutti noi che abbiamo ricevuto il dono della fede non per tenerla nascosta, ma per diffonderla”.

Al termine del suo discorso, Papa Francesco si è augurato, citando Paolo VI, che la Buona Novella sia proclamata non da missionari “tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo e accettino di mettere in gioco la propria vita affinché il Regno di Dio sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo».

Nella “Redemptoris Missio” (1990), Giovanni Paolo II, rivolgendosi alle giovani Chiese, ha scritto: “Dovete essere come i primi cristiani e irradiare entusiasmo e coraggio, in generosa dedizione a Dio e al prossimo”. La gioia di annunziare il Vangelo viene al missionario dall’essere intimamente unito a Gesù, che, essendo unito al Padre e allo Spirito, gli trasmette la sua gioia. Infatti, come dice San Giovanni, “Deus Caritas est”, Dio è Amore. Quando il missionario si dona totalmente a Cristo, sperimenta la promessa che il Figlio di Dio fece agli Apostoli: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Giov. 15, 11). Non è una gioia precaria, passeggera, è uno stato d’animo che sostiene il messaggero del Vangelo nella sua fatica, nelle sofferenze, rinunzie, fallimenti, persecuzioni. La gioia di essere intimamente uniti a Cristo rende efficace l’annunzio del Vangelo, perché il missionario trasmette questa gioia, questo entusiasmo e pace del cuore.

Tutto questo potrebbe sembrare teoria o sogno utopico. Ma non è così, anzi è confermato dalla vita di non pochi missionari che lasciano un buon ricordo di sè. Mi fermo alla mia esperienza. Ho scritto una quindicina di biografie di missionari (anche non del Pime) che mi erano state richieste. Ho letto bene le loro lettere e le testimonianze su questi personaggi e mi sono accorto che una delle caratteristiche comuni a tutti era appunto la gioia di essere messaggeri del Vangelo. Erano uno diverso dall’altro in tutti gli aspetti della loro missione: da mons. Aristide Pirovano, che ha fondato in Amazzonia la diocesi di Macapà, è stato per 12 anni superiore generale del Pime, poi ha passato i suoi ultimi anni nel lebbrosario di Marituba, dove ha preso il posto di Marcello Candia e ha realizzato tante opere religiose, educative e di aiuto ai poveri; a padre Leopoldo Pastori, che poco dopo il sacerdozio nel 1969 è stato colpito da un cancro al fegato. A poco più di trent’anni, poteva diventare un peso per sé e per gli altri. Invece è riuscito ad andare in Guinea Bissau, dove il suo lavoro principale era la preghiera e la direzione spirituale. Eppure tutti e due hanno conservato fino al termine della vita la gioia e l’entusiasmo di essere missionari e dopo morte godono di una diffusa “fama di santità”. Come spiegare questo se non che erano intimamente uniti a Cristo?

L’ultima biografia che ho scritto è quella del Beato padre Clemente Vismara (“Fatto per andare lontano”, Emi). Dopo i quattro anni di trincea nella prima guerra mondiale e 65 anni di missione in Birmania, in situazioni disumane di povertà estrema e di isolamento, fra popolazioni tribali che quasi vivevano ancora nell’epoca preistorica, è morto a 91 anni (1897-1988) e i suoi confratello dicevano: “E’ morto senza mai essere invecchiato”. Infatti, quando l’ho incontrato in Birmania nel 1983 (a 86 anni), aveva ancora il sorriso di un bambino, la vivacità e la voglia di scherzare di un giovane uomo e non voleva parlare del suo passato, ma mi diceva: “Parliamo del mio futuro”. Aveva realizzato, in quelle situazioni, grandi opere di Vangelo, ma non si era mai lasciato indurire dalle tremende privazioni e difficoltà.

Un suo compagno di missione, padre Angelo Campagnoli, ha testimoniato al processo diocesano per la sua beatificazione: “Clemente era un uomo di fede pratica, aveva una visione soprannaturale della vita, un profondo abbandono in Dio. Tutto in lui era guidato dalla fede, che era alla base della sua forza e delle sue certezze. Era la fiducia che, nonostante tutto, sarebbe riuscito qualcosa di buono. La fede gli dava la forza di perseverare, anzi di cominciare sempre da capo, anche quando le delusioni si ripetevano. Di qui dunque la perseveranza…Era un uomo entusiasta della sua vocazione e, proprio perché ci credeva con passione eccezionale, riusciva a comunicarla….E credo che la gioia sia un’altra caratteristica, una virtù singolare di padre Vismara. Certo essa era probabilmente una dote naturale e su questa si riposava la sua vita spirituale, ma in lui non c’era distinzione delle due sfere”.

Padre Rizieri Badiali, anche lui suo compagno di missione: “Padre Vismara sopportava tutte le prove con gioia, perché diceva che se eravamo perseguitati voleva dire che tutto andava bene. Era la sua fede, una fede entusiasta, gioiosa, piena del desiderio di salvare le anime, la vita cristiana per lui era basata sui fatti, sull’essere conformi alla volontà del Signore… Questa fu la fede di padre Clemente, che lo sostenne per tutta la vita fino alla morte, con una grande allegria, una grande voglia di vivere che sentiva per sé e per i ragazzi che accoglieva appena poteva”.

Un catechista di padre Clemente, Anselmo U, ha dichiarato: “Abbiamo sopportato assieme molte fatiche: andavamo a visitare i villaggi lontani e spesso dovevamo dormire sotto gli alberi e sotto le stelle, perché non eravamo ancora arrivati. Eppure padre Vismara era sempre sereno e sorridente. Non l’ho mai visto arrabbiato. Qualche volta si ammalava ed era molto debole: allora mi diceva di pregare e far pregare la gente del villaggio in cui ci trovavamo”.

Padre Clemente Hla Shwe, un suo orfano oggi sacerdote: “Era certamente un uomo di preghiera, un uomo di grande fede, direi di una fede sorridente, perché sorrideva sempre. Comunicava tanta gioia ed entusiasmo a chiunque lo accostasse. Anche a me, quando ci incontravamo, mi esortava sempre ad essere un prete zelante nel lavoro apostolico, ma anche pieno di gioia e di sorriso”.

Suor Battistina Sironi delle suore di Maria Bambina, per trent’anni con padre Clemente a Mongping dal 1958 fino alla sua morte nel 1988, nella lunga intervista che le ho fatto il 17 febbraio 1993 a Kengtung ha detto: “Era sempre allegro. Quando aveva dei fastidi cantava, nella sua casa. Allora noi suore chiamavamo i bambini e li portavamo in chiesa a pregare per il padre Clemente, che aveva grane grosse”.

Suor Battistina è stata senza dubbio la persona che ha vissuto più a lungo vicino a padre Clemente. Al processo diocesano a Kengtung ha testimoniato: “Non ho mai conosciuto un uomo con una fede così grande come padre Clemente. Fu veramente un uomo di preghiera, pieno di pietà e di carità verso tutti, specialmente i poveri e ancor più verso i piccoli. Quando non c’era niente da mangiare, lui mi diceva: ‘Lei stia qui con i bambini che io vado in chiesa’. Andava in chiesa a pregare e certamente poco dopo arrivava il riso necessario. Tenete conto che c’erano già allora cento orfani a cui dare da mangiare ogni giorno!. Pregava tanto. La sera soprattutto diceva il Rosario: non l’ha mai tralasciato neppure un giorno. Anche la Messa non è mai stata tralasciata da lui e la celebrava con grande devozione e raccoglimento”.

Nell’Anno della Fede, l’esempio del Beato Clemente Vismara è provocatorio anzitutto per noi sacerdoti e missionari, ma anche per tutte le persone consacrate e tutti i credenti in Cristo. La fede era per lui il motore della vita, era sempre sereno e sorridente nonostante tutte le sofferenze, difficoltà, malattie; non una fede seduta, che non disturbasse la sua tranquillità e il suo tran-tran quotidiano, ma un fede viva, militante, che lo rendeva disponibile a rinunzie e sofferenze per fare il bene e fuggire il male e per essere sempre a servizio del suo popolo e della Chiesa. Se non c’è entusiasmo e gioia nelle cose che facciamo e in cui crediamo, non c’è nemmeno il premio della gioia e della serenità di spirito e rischiamo di invecchiare prima del tempo.

Piero Gheddo

Bangladesh: 900 morti per i vestiti a buon prezzo

Il crollo del palazzo Rana Plaza il 24 aprile scorso a Dacca (più di 900 morti) ha portato alla ribalta mondiale uno degli scandali del nostro tempo, finora quasi del tutto ignorato. Anche noi in Italia comperiamo abiti a buon prezzo per lo sfruttamento disumano a cui sono sottoposti quattro milioni di lavoratori nelle fabbriche che producono vestiti esportati in Europa e Nord America (recentemente anche in Cina). Com’è noto, un grande edificio di otto piani si è accartocciato su se stesso per il peso delle macchine da cucire e per la fragilità delle sue strutture murarie e delle sue fondamenta. Dei più di 3.000 lavoratori, circa 2.000 sono stati salvati, in parte feriti anche in modo grave, una ragazza di 19 anni è stata estratta viva dalle macerie dopo 17 giorni! Una strage di dimensioni spaventose, che purtroppo in Bangladesh si ripete abbastanza di frequente, anche se non in questa misura mastodontica (il 5 maggio un incendio in altra fabbrica di vestiti ha causato otto morti).

L’industria per l’esportazione di abiti (che oggi è il motore dell’economia nazionale) è nata in Bangladesh all’inizio degli anni novanta, quando la capitale Dacca, vicina all’unico porto di Chittagong, offriva le migliori condizioni per i trasporti di stoffe dall’estero e di vestiti verso l’estero. In un raggio di 50 chilometri attorno a Dacca, da una ventina d’anni le fabbriche sono nate come funghi. L’ultima volta che sono stato in Bangladesh nel 2009, ho visitato la zona nord di Dacca: non mi è mai capitato di vedere un’occupazione così sistematica del territorio agricolo da parte della metropoli che avanza a ritmo sostenuto. Nascono ovunque piccole o grandi imprese che confezionano in palazzi da sei a otto-dieci piani: fabbriche, uffici, supermercati e falansteri di abitazione l’uno attaccato all’altro per i lavoratori. Qui si parte subito da massicci insediamenti di industrie, quasi senza terreni liberi. Si occupa ogni metro quadrato, un palazzo dista dall’altro non più di due metri, le strade quasi impossibili da percorrere, in un traffico continuo, notte e giorno. Per noi italiani queste città senza giardini e parchi, senza campi da gioco, senza piazze, credo anche con poche scuole, sono da incubo. Qui si tratta solo di lavorare e produrre per esportare. L’unico criterio è il lavoro per il profitto.

Naturalmente, in un paese dove non esistono sindacati a difesa dei lavoratori e scarsi controlli nella costruzione di nuovi palazzi, l’imperativo di contenere i costi per esportare sempre più è norma comune. Con tutte le conseguenze che si possono prevedere. Il Rana Plaza è sorto con la licenza di cinque piani e ne ha costruiti otto. La struttura è nata in modo illegale da un giovane imprenditore su uno stagno prosciugato in modo artificiale. Non solo, ma il 23 aprile, un giorno prima del crollo, alcuni ispettori avevano dichiarato il palazzo inagibile e pericolante, per le profonde crepe visibili sui muri. Una sola società, informata dell’inagibilità, ha avvisato dipendenti e clienti di non andare al lavoro, gli altri quattro industriali hanno invece costretto ad andarci il proprio personale, per lo più giovani e ragazze, minacciando di tagliare lo stipendio e anche il licenziamento. Gli stipendi di questi immigrati da tutto il paese sono irrisori. Eppure sentivo dire, nelle missioni anche lontane da Dacca, che molti giovani vorrebbero emigrare nella grande metropoli, per trovare lavoro e una vita moderna che nelle campagne, dove sopravvive un islam tradizionalista,vedono solo per televisione.

Alla radice di tutto c’è l’egoismo dei paesi ricchi e l’ abisso della disuguaglianza nel livello di vita tra i vari popoli. Un tema complesso, che non si può semplificare troppo. Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri al mondo e sopravvive a fatica in un territorio esteso meno di metà della nostra Italia (147.000 kmq.) con 147 milioni di abitanti, secondo il censimento 2011, ma tutte le stime parlano di 160 milioni! Non solo, ma è un paese senza risorse naturali, attraversato da quattro grandi fiumi in confronto dei quali il nostro Po è un torrente: Gange, Bramaputra-Jamuna, Tista e Meghna, che lo tagliano a fette ostacolando i trasporti (c‘è un solo ponte sul Bramaputra), i fiumi si passano con traghetti. Il clima, influenzato dai monsoni, è caratterizzato da elevate temperature e da una mancata distinzione tra stagione secca e una umida, caratterizzata da alluvioni disastrose. Il superiore del Pime in Bangladesh nel 2009, padre Francesco Rapacioli, mi diceva: “Il popolo bengalese è psicologicamente robusto, ottimista per natura e per necessità, intelligente e lavoratore, che si adatta a tutto, si piega ma non si spezza. Ma qui si soffoca, manca la terra, mancano gli spazi di cui ogni uomo ha bisogno per vivere e per crescere la famiglia”. Un altro missionario che dopo il Bangladesh era andato in Guinea Bissau, padre Luigi Pussetto, mi diceva: “Se io potessi portare qui 10.000 contadini bengalesi, in 10-12 anni trasformerebbero questo paese in un giardino”.

Questo uno degli scandali del mondo globalizzato, di cui dobbiamo renderci conto, per non chiuderci nel nostro piccolo e grande paese in cui siamo nati. Il Bangladesh ha una densità di popolazione per chilometro quadrato di 964 persone, l’Italia 197, l’Australia 3 sole persone. Noi italiani abbiamo altri problemi, ma, per molti motivi, siamo i privilegiati dell’umanità. La responsabilità di tragedie come quella di Dacca, e di tantissime altre, non è nostra personale, ma come uomini e come cristiani dobbiamo sentirci corresponsabili delle ingiustizie del nostro mondo e, per quanto possibile, contribuire all’avvento di un mondo più fraterno e più giusto. Incominciando da noi stessi, perché quanto più noi viviamo la nostra vita secondo il Vangelo, tanto più diventiamo “luce del mondo…lampada che risplende nelle tenebre”, dalle quali è avvolta tutta l’umanità.

Piero Gheddo

Solo nel silenzio si può parlare con Dio

Gent.mo Padre Piero Gheddo,

nella speranza di ricevere la sua disponibilità e un po’ del suo tempo, la contatto per chiederle una sua riflessione sul “silenzio”. Comprendo che la richiesta può sembrare estemporanea e che l’argomento si apre ad innumerevoli piste di valutazione, ma avrei il piacere di potermi confrontare con il suo pensiero riguardo a questo tema.

Sono uno studente universitario che sta portando avanti uno studio personale su questo argomento, confrontando le riflessioni di vari esponenti della cultura italiana ed internazionale. In questo contesto sarei felice di poter avere anche il suo contributo per potermi così accostare alla sua riflessione che, ne sono certo, sarà ricca di spunti per la ricerca e la crescita personale.

Confidando nella sua risposta, le porgo i miei più cordiali saluti.

Michele Maggio

Caro amico,

grazie della sua richiesta. Per me cristiano, fare silenzio significa liberarmi dalle distrazioni e preoccupazioni quotidiane per cercare Dio, per mettermi in contatto con Dio nella preghiera, nella meditazione della Parola di Dio. Se parlo troppo, se mi distraggo continuamente seguendo mille pensieri, idee, notizie, futilità, “gossip” che il nostro mondo, e specialmente giornali, televisione e internet, ci offrono continuamente, Dio non lo incontro perché il mio pensiero e il mio cuore sono troppo rivolti ad altro; e anche se prego in questa situazione, la preghiera può essere una formula meccanica e vuota, non un dialogo con Dio. San Tommaso definisce la preghiera: “Ascensus mentis et cordis in Deum” (elevazione della mente e del cuore in Dio), per amarlo, ringraziarlo e chiedergli quanto mi necessario.

Debbo fare silenzio per mettere Dio al primo posto nella mia vita. Vengo da Dio e debbo tornare a Dio. Tutto il resto è precario, passeggero, come scrive San Paolo, “perché passa la scena di questo mondo” Questo non significa che non dobbiamo interessarci e appassionarci alle vicende del mondo che ci circonda, per compiere bene il nostro dovere. Ma significa che debbo dare al silenzio e alla preghiera il tempo necessario per non perdere il contatto con il Padre nostro che sta nei cieli.

Dio si rivela solo a chi è vuoto di se stesso, perché se uno è troppo pieno di sé, se uno imposta la sua vita sull’autosufficienza e sulla superbia; se uno vive una vita disordinata e in continua agitazione non riesce più a sentire la voce di Dio, l’affetto di Dio, di Gesù Cristo, le ispirazioni dello Spirito Santo.

Nella vita cristiana bisogna imparare a fare silenzio. Gesù, quando pregava, saliva sul monte, andava in luoghi deserti, si allontanava dai suoi discepoli. Voleva essere solo con il Padre e lo Spirito, per poter ricevere, come uomo, quel conforto di cui sentiva di aver bisogno, ad esempio nell’orto degli ulivi prima della sua Passione e morte in Croce, per rafforzare la sua fede, sempre come uomo, nella Risurrezione. Allora, dopo la preghiera durante la quale Dio è entrato in lui, Gesù è pronto ad affrontare gli inviati del Sinedrio che vengono ad arrestarlo. Anche per noi, se vogliamo che Dio sia presente nella nostra mente e nel nostro cuore in tutti i momenti della vita, specialmente nei più difficili e dolorosi, dobbiamo imparare a fare silenzio per poter incontrare e amare nella preghiera il nostro Padre che sta nei cieli.

Il dott. Marcello Candia (1916-1983) era un ricco industriale milanese che a 48 anni ha venduto la sua industria chimica e nel 1964 è venuto con noi missionari del Pime in Amazzonia, dove ha speso tutte le sue sostanze e la sua vita per costruire e mantenere un grande ospedale e parecchie altre opere di carità e di promozione umana per i poveri e i lebbrosi. Quando è morto ne ho scritto la biografia (Marcello de lebbrosi, De Agostini 1985) e ho intervistato, fra gli altri, la sua segretaria nell’industria, Mariangela Toncini. La quale mi diceva che, dopo un furioso incendio, nel 1955-1956, Marcello aveva ricostruito la fabbrica fondata dal padre a Milano, che poi ha venduto (assieme ad altri tre stabilimenti) quando è venuto come volontario in Amazzonia. Nella nuova fabbrica, in un angolo dell’edificio vicino al muro di cinta non visibile da nessuno, si era fatto costruire una panca di cemento con un tavolo e una copertura rotonda pure in cemento. La segretaria gli chiede a cosa serve quella panca e Marcello le risponde: “Vede, come lei sa io sono sempre super occupato, non ho mai un momento libero. Ho capito, che se vado avanti così, non riesco più a pregare bene, non sento più Dio presente nella mia vita, che mi dà la forza di continuare. Quindi, ogni tanto, mi prendo un po’ di tempo per andare a pregare nel mio piccolo monastero dove nessuno mi vede e mi disturba”.

Infatti, quell’angolo della preghiera, isolato dal mondo, ha prodotto i suoi frutti: Marcello Candia è Servo di Dio, cioè in cammino verso la beatificazione perché, come diceva il lebbroso rappresentante dei 1200 lebbrosi di Marituba: “Noi preghiamo il dottor Candia che era un santo, perchè non solo ci ha portato i suoi soldi che hanno migliorato la nostra vita, ma ci ha testimoniato la bontà e la misericordia di Dio, che ci danno la forza di accettare la nostra malattia” (chi desidera una copia di “Marcello dei lebbrosi” mi scriva e lo mando, pagg. 328, Euro 15).

La saluto cordialmente e le auguro buona domenica.

Suo padre Piero Gheddo, missionario del Pime, Milano

 

Guinea Bissau: perchè si convertono a Cristo?

Gli uomini hanno superato i sette miliardi e noi cristiani siamo circa due miliardi. La missione alle genti è valida ancor oggi, anzi è solo agli inizi. Nel Messaggio per la Giornata missionaria 2012, Papa Benedetto riafferma “la volontà della Chiesa di impegnarsi con maggior coraggio e ardore nella missione alle genti, affinchè il Vangelo giunga fino ai confini della terra…”. Eppure, l’ideale missionario e l’interesse per le missioni sono in crisi anche tra i cristiani. Le obiezioni alla missione universale della Chiesa sono di vario tipo:

- Un religione vale l’altra, tutte portano, sia pur in modo diverso, allo stesso Dio;

- Il primo annunzio di Cristo è fatto e le Chiese locali sono in tutto il mondo. Il primo annunzio di Cristo e la conversione degli infedeli è compito loro.

- Perchè portare Cristo in Asia e Africa, se lo stiamo perdendo qui in Italia?

La missione universale nasce dalla fede in Cristo e la crisi di fede porta con sè anche la crisi dell’ideale missionario. Incontro a Milano mons. Pedro Zilli, italo-brasiliano del Pime vescovo di Bafatà in Guinea Bissau, piccolo paese dell’Africa occidentale ex-colonia portoghese con circa un milione e mezzo di abitanti, 150mila dei quali cattolici, gli altri animisti, con una consistente minoranza di musulmani.

“La mia diocesi – dice – è nata con me primo vescovo nel 2001. E’ estesa più della Lombardia (24.000 kmq) nella parte interna del paese, tutta pianeggiante, con terre fertili, acqua e sole a volontà. Gli abitanti sono 600.000, i cattolici battezzati circa 30.000. Quando sono andato a Bafatà non avevo la mia casa, abitavo col parroco dell’unica parrocchia. All’inizio avevo sei sacerdoti, che oggi sono una ventina, di cui undici diocesani, tre del Pime, due fidei donum di Verona, uno fidei donum di Ivrea e altri francescani e spiritani. E poi un certo numero di volontari laici e di suore.

“In Guinea ci sono ancora popolazioni della religione tradizionale quasi totalmente isolate dal mondo esterno. Adesso entra la radio e a volte la televisione, quindi hanno sentito parlare di Cristo, ma non hanno ancora avuto nessuna notizia più precisa. Ci sono vaste regioni della mia diocesi, come il Boè, nelle quali non abbiamo nemmeno una presenza cristiana. C’è ancora un lungo cammino da fare di primo annunzio e questo è un tema fondamentale nella nostra diocesi come anche in tutta la Guinea. Bisogna far conoscere Cristo, ma poi il cammino verso il Battesimo è lungo, lento, almeno nella nostra Africa rurale, dove tutto procede lentamente. La vera missione alle genti qui è ancora agli inizi, ecco perché abbiamo bisogno di missionari. Ci sono conversioni, ma ancora poche perché la mia diocesi ha solo dieci anni e molti sono nel catecumenato: l’anno scorso, i battezzati dal paganesimo sono stati 230, ma molti altri vorrebbero il battesimo”.

Chiedo a dom Pedro cos’è che attira i non cristiani che chiedono il battesimo. Risponde: “I motivi sono tanti, specialmente il fatto che la fede cristiana cambia la vita. Ad esempio, il credente della religione tradizionale (l’animismo), se riceve un’offesa o un furto, si vendica, fa pagare al nemico la stessa pena. E’ un suo diritto, dicono. Il cristiano porta lo spirito di perdonare le offese, questa è una novità assoluta e tutti vedono che porta la pace tra le famiglie e i villaggi. Così l’amore e la solidarietà al prossimo, non più solo a quello della famiglia, del clan, del villaggio, ma a tutte le creature umane, anche a quelle di tribù tradizionalmente considerate nemiche. I cristiani sono amici di tutti e per quel che possono aiutano tutti.

“E poi, la vita familiare migliora, il marito aiuta in casa, pulisce la casa, aiuta la moglie in tante piccole e grandi faccende quotidiane. Sono una coppia unita che si aiuta a vicenda. Nelle famiglie tradizionali c’è una divisione più netta dei compiti, tu fai questo, io faccio quello e basta. E poi, le famiglie cristiane cercano di tenere una borsa unica, una contabilità unica. Nelle famiglie non cristiane no, se il marito lavora non dice nemmeno quel che guadagna, ciascuno cerca di nascondere all’altro qualcosa.

“Vivere una vita comune nella coppia è proprio dei cristiani. La comunione dei beni c’è tra i cristiani. E’ vero che non tutte le coppie cristiane arrivano a fare bene, ma la Chiesa insiste, il prete raccomanda, a poco a poco questa idea entra. Ci sono matrimoni veramente esemplari, che diventano testimonianze evidenti del matrimonio cristiano. Altro esempio, mandare i figli a scuola. Ormai quasi tutte le famiglie li mandano, ma nei cristiani c’è piu attenzione. Le famiglie cristiane avvertono di più l’impegno di educare i figli a studiare, ad obbedire, ad essere rispettosi degli altri. In un villaggio questi esempi li vedono tutti.

“In Africa la moglie che non ha figli è un grave problema, tutti vogliono aver figli; quando capita questo, il marito può prendere una seconda moglie e rimanda a casa sua la prima moglie, che è vista male e disprezzata. Una signora cattolica non ha avuto figli, ma essendo anche il marito cattolico e si erano sposati in chiesa, sono ancora assieme dopo 40 anni pur non avendo avuto figli propri. Hanno adottato dei bambini, ma sono rimasti senza figli. Esempi del genere sono provocatori in senso positivo.

“Gli anziani sono da tutti venerati e rispettati. Ma quando uno non è più autosufficiente e non rende nulla, nel mondo tradizionale tante volte lo si mette da parte, e a volte, lo si elimina. Ad esempio, non gli si dà più da mangiare e muore. Si chiude il vecchio in una capannuccia a parte e dopo un po’ muore. Per il cristiano curare i malati e gli anziani anche non autosufficienti è un dovere perché in ogni persona sofferente il cristiano vede Gesù in Croce.

“Altra cosa importante è la preghiera. I cristiani pregano sempre, il pagano prega solo quando deve chiedere qualcosa. La preghiera cristiana è per lodare Dio, per mettersi in comunicazione e amare Dio; quindi è quotidiana in tempi precisi, e settimanale nella Messa domenicale, cioè strettamente collegata ai ritmi quotidiani della vita, perché sempre abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Il pagano non ha tempi precisi, prega quando deve chiedere qualcosa. Cioè, pregano quando serve, che è un po’ la mentalità che sta entrando anche qui in Italia o in Brasile; diventiamo anche noi pagani.

“Sono tutte grandi o piccole cose, che danno però una identità alla famiglia cristiana. Naturalmente, passare dalla religione tradizionale al cristianesimo è un cammino lungo, complesso, lento. Nella mia diocesi siamo alla prima o alla seconda generazione cristiana e c’è il pericolo che le persone, prima che arrivi il cristianesimo, passino dalla mentalità tradizionale alla modernità praticamente atea del nostro mondo occidentale. L’ha detto anche Papa Benedetto nella Messa di apertura della II Assemblea Speciale per l’Africa nel Sinodo dei Vescovi (Roma, 25 ottobre 2009), quando ha detto che “l’Africa rappresenta un immenso ‘polmone’ spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza. Ma anche questo ‘polmone’ può ammalarsi. E al momento almeno due pericolose patologie lo stanno intaccando: anzitutto, una malattia già diffusa nel mondo occidentale, cioè il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista”.

Piero Gheddo

 

L’Assemblea generale del Pime

Nelle comunità del Pime, e anche in quella di Milano (Via Monterosa, 81), ci raduniamo tutti i giorni in chiesa prima di pranzo, per recitare questa bella e commovente preghiera della nostra tradizione: “Forse a quest’ora medesima i nostri fratelli lontani, dispersi fra i pericoli e le fatiche, si raccolgono in segreto a parlare con Dio. Raccogliamoci anche noi….”. Siamo lì inginocchiati davanti all’altare, dove Gesù ci aspetta nel SS. Sacramento dell’Eucarestia, e in quel momento immaginiamo che nelle foreste dell’Amazzonia e nel deserto del Sahara, nelle metropoli di Tokio, Pechino, Hong Kong, Manila, Bombay, Bangkok e San Paolo, in Bangladesh, in Cambogia, Papua Nuova Guinea, Guinea Bissau e in altre frontiere del mondo missionario, i nostri confratelli si sono riuniti a pregare e pensano a noi. Noi preghiamo per loro, ci sentiamo uniti spiritualmente e ogni giorno ricordiamo i nostri defunti del passato in quello stesso giorno. E’un appuntamento quotidiano a cui ci teniamo ad essere presenti, sicuri che “i nostri fratelli lontani, dispersi tra i pericoli e le fatiche” pregano anch’essi per noi della Casa Madre del Pime.

E’ bello appartenere ad un Istituto di missionari, come ad una famiglia, ad una diocesi. Nessuno è solo, condividiamo il nostro ideale e la stessa vita con tanti altri giovani e anziani. Nessuno è abbandonato, ti senti sempre amato, aiutato, protetto, perdonato se necessario, magari anche criticato e preso in giro (“Tu scrivi tanti libri che poi non legge nessuno”, ad esempio), ma dove c’è l‘amore fraterno queste sono punzecchiature che mantengono viva e vivace la vita comunitaria. La forza della fede e del giuramento di fedeltà all’ideale missionario, la condivisione delle fatiche e dei pericoli, hanno creato in tutti noi il senso di appartenenza alla comunità del Pontificio istituto delle missioni estere.

Ebbene, oggi il nostro caro Pime è in crisi, ma chi non è in crisi in mondo come quello attuale? Per due motivi, anzi tre: economia in rosso (Istituto e missionari viviamo di offerte e lasciti, in costante diminuzione), invecchiamento di padri e fratelli (scarseggiano le vocazioni giovanili), diminuzione dello “spirito missionario ad gentes”, cioè ai non cristiani, che è proprio il nostro carisma originario, più volte confermato dalle varie Assemblee generali ogni sei anni, dai Pontefici e dai Sinodi episcopali fino ad oggi. Questa è la crisi più grave e dolorosa, anche se comprensibile nell’atmosfera che si respira nel nostro tempo:

- Dov’è e com’è oggi la missione alle genti?

- Nei tradizionali “territori di missione” o anche in Italia? E come rinnovare la nostra formazione per poter annunziare Cristo in modo credibile ed efficace?

- Le giovani Chiese che chiedono missionari hanno le loro vocazioni. Perchè andare ad annunziare Cristo in paesi lontani, quando in Italia rischiamo di perdere la fede?

- La situazione sociale, culturale e religiosa in Italia è cambiata così tanto e rapidamente, che molto spesso i missionari reduci per anzianità o malattie gravi non si adattano più, non si sentono capaci di parlare, di comunicare le loro esperienze. Si sentono come pesci fuori dall’acqua, intristiscono.

Perché racconto tutto questo agli amici che leggono i miei Blog? Per un motivo molto semplice. Sabato scorso, 27 aprile, sono andato nel monastero delle monache di clausura Romite ambrosiane a Perego (Lecco), rispondendo al loro invito per celebrare i miei 60 anni di sacerdozio e di missione e il loro 50° anniversario di fondazione. Ho celebrato la Santa Messa con un’omelia su perché donare la vita a Gesù Cristo e seguirlo in un organismo della Chiesa è una scelta che realizza la nostra persona come meglio non si potrebbe, dà forza e gioia di vivere; al pomeriggio una conferenza sulla mia missione di missionario giornalista, storico del Pime e animatore missionario. Mi sono trovato come a casa mia perché da quasi cinquant’anni sono in contatto con i circa 530 conventi di clausure femminili in Italia, mandando loro in omaggio tutti i miei libri con lunghe lettere in cui racconto i viaggi e le riflessioni che mi capita di fare; e poi visitandone parecchi quando ho tempo e sono invitato, fino a qualche anno fa proiettavo le diapositive dei miei viaggi in missione. Adesso non ce la faccio più, ma qualche volta riesco ancora a rispondere ad alcune richieste.

Alle sorelle di Perego ho chiesto semplicemente di pregare per il Pime e la nostra Assemblea generale, che si svolgerà a Roma (5-28 maggio prossimi) con 46 partecipanti che rappresentano tutti i missionari (lavoriamo in 19 paesi dei cinque continenti). L’Assemblea generale discute anzitutto sulla situazione in cui si trovano l’Istituto e le sue missioni e indica con precisione il cammino da fare assieme nei prossimi sei anni; e poi elegge il nostro superiore generale con i suoi quattro consiglieri. Lo Spirito Santo ha appena rinnovato la Chiesa con un nuovo Papa, noi chiediamo che allo stesso modo rinnovi anche il Pime, piccolo seme di Vangelo in un mondo che ne ha tanto bisogno. E’ quello che chiedo anche ai miei affezionati lettori e grazie davvero.

Piero Gheddo

I miei 60 anni di sacerdozio

Sabato e domenica 20-21 aprile 2013 sono stato a Tronzano vercellese, mio paese natale, per celebrare i miei 60 anni di sacerdozio. Il giovane confratello padre Alberto Caccaro, da poco tornato dalla Cambogia e direttore del Centro missionario Pime di Milano, venerdì e sabato 19-20 aprile ha parlato agli alunni delle scuole elementari e medie sul tema missionario. Sabato pomeriggio ho celebrato la Messa a Salomino, frazione del Comune di Tronzano, e alla sera una conferenza sul tema “Essere missionari oggi” ai tronzanesi e amici di altri paesi vicini nel grande e nuovo salone comunale, ricavato dall’ex-albergo del Sole (erano giorni piovosi e freddi, ma il cuore era contento lo stesso). Il parroco don Guido Bobba mi ha presentato e il sindaco dott. Andrea Chemello ha monitorato la serata, con le molte domande fatte dal pubblico sulla mia vita missionaria e i paesi che ho visitato nei miei viaggi per intervistare i missionari italiani e conoscere le molte situazioni della missione alle genti.

60 anni di sacerdozio. Mi pare impossibile ma è vero. Il 28 giugno 1953 mi ha ordinato il beato card. Ildefonso Schuester nel Duomo di Milano con altri 119 sacerdoti. Ricordando quella cerimonia e la prima Messa a Tronzano il 29 giugno, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo patroni del paese, mi sono commosso. Ai miei parenti e ai compaesani, che domenica mattino riempivano la grande e bella chiesa parrocchiale, ho detto:

Oggi è la domenica del Buon Pastore. Gesù è venuto a rivelarci il volto del  Padre buono e misericordioso e poi ha scelto gli Apostoli, li ha ordinati sacerdoti per tramandare ai posteri la sua parola e i suoi esempi. Ogni sacerdote è, deve essere, il Buon Pastore. Una responsabilità ben superiore alle nostre piccole virtù e deboli forze. Contrariamente a quanto si pensa e si dice oggi, che le autentiche vocazioni al sacerdozio nascono solo nell’età adulta (le cosìdette “vocazioni adulte”), io ringrazio il Signore che mi ha chiamato a seguirlo fin da bambino. poichè non ho mai avuto altro ideale che di fare il prete. I miei parenti mi dicevano che già a 7-8 anni, alla domanda: “Pierino, cosa farai da grande?”, rispondevo deciso: “Il prete!”. Ho poi saputo che i miei genitori, Rosetta Franzi e Giovanni Gheddo, sposandosi nel 1928, avevano chiesto a Dio la grazia di avere molti figli e che almeno uno si facesse prete e una suora. Sono nato nel 1929, il primogenito dei due servi di Dio Rosetta e Giovanni, e dopo sessant’anni di sacerdozio e di missione, posso testimoniare che fare il prete è bello, per due motivi:        

1) La fede mi dice che il prete è “un altro Cristo”, rappresenta Gesù Cristo e questo ideale è il massimo che un uomo possa sperare per realizzare se stesso. Diventando anziano lo comprendo sempre meglio e seguendo Gesù mi sento pienamente realizzato. Ho avuto anch’io dubbi, crisi, peccati e momenti di difficoltà nel seguire la chiamata del Signore, ma sempre ho sperimentato che Gesù non mi abbandona mai, mi perdona, consola, illumina, riscalda, accompagna e dà la forza e la gioia di riprendere ogni giorno il cammino verso l’amore e l’imitazione di Cristo. Questa la giovinezza della vita cristiana, il corpo invecchia, ma il cristiano, il prete che segue Gesù (cioè che tenta di seguire Gesù con amore e fedeltà), rimane giovane di spirito perché le inevitabili malattie, fallimenti, incomprensioni, peccati, non gli induriscono il cuore, non lo rattristano più di tanto. Tutto passa, solo Gesù Cristo rimane in eterno. E’ l’unica ricchezza che abbiamo.

Come prete, non ho altre ambizioni o altri scopi, se non quello di amare e imitare Cristo. Questa l’avventura affascinante della vita cristiana: ricominciare da capo ogni giorno con entusiasmo nuovo, progetti nuovi di bontà, di donazione, di amore. Ogni giorno chiedo al Signore di ridarmi l’entusiasmo e la commozione della mia prima Santa  Messa. Il corpo invecchia, ma l’amore a Cristo mantiene giovani. Del beato padre Clemente Vismara, vissuto 65 anni fra i tribali della Birmania (fame, sete, guerre, povertà estrema, isolamento, malattie senza assistenza sanitaria) i suoi confratelli dicevano:”E’ morto a 91 anni senza mai essere invecchiato”.

2) Il secondo motivo di gioia è questo: l’ideale del prete è portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, essere a servizio del suo popolo per trasmettergli l’esperienza profonda e consolante dell’amore che Dio ha per tutti gli uomini. Quando studiavo nel ginnasio del seminario diocesano vercellese di Moncrivello, leggendo le riviste missionarie e i libri dei missionari, è nata in me la vocazione a lasciare la nostra bella Italia per portare Gesù a tutti i molti popoli che ancora non lo conoscono. La vocazione missionaria è stata una svolta importante che mi ha spalancato gli orizzonti di tutta l’umanità e dei continenti dove la Chiesa, duemila anni dopo Cristo, sta ancora nascendo. Nel settembre 1945, a 16 anni, sono venuto al Pime in via Monterosa 81 a Milano. La città era semi-distrutta dai bombardamenti, anche il Pime era stato bombardato. Gli otto anni di studio per arrivare al sacerdozio li abbiamo vissuti senza riscaldamento, con cibo scarso e povero, una regola severa che richiedeva rinunzie e mortificazioni, ma il grande ideale di portare Cristo ai popoli ci sosteneva e ci dava un entusiasmo che riscaldava il cuore e si traduceva in fraternità e cordialità, gioia, impegno, ottimismo, speranza nel futuro.

Dopo l’ordinazione sacerdotale dovevo partire per l’India, ma i superiori mi hanno trattenuto in Italia per aiutare l’anziano missionario della Cina, direttore delle riviste Pime. Prima per un anno, poi il provvisorio, a poco a poco, è diventato definitivo. Ho sofferto molto e sono andato in crisi ma ho obbedito, fin che il superiore generale mons. Aristide Pirovano mi ha sistemato: “Io per te sono la voce di Dio. Stai lì dove sei che fai bene. Se in futuro cambierò idea e ti manderò in missione, te lo dirò io”.

Il giornalismo missionario, sempre a servizio dell’ideale, è stato ed è la mia missione. Ho incominciato a collaborare anche con giornali laici, radio e  televisioni, ed a viaggiare nelle missioni dei quattro continenti, per visitare i missionari e le giovani Chiese e portare in Italia il racconto delle meraviglie che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa. Ancor oggi, a 84 anni compiuti, continuo ad animare il popolo italiano con gli scritti e la parola, trasmettendo la vita delle missioni e delle giovani Chiese e ricevendo in cambio tante testimonianze che questi messaggi sono buone sementi che, con l’aiuto di Dio, danno i loro frutti.

Ho terminato ricordando che la Domenica del Buon Pastore è la giornata di preghiere per le vocazioni sacerdotali e religiose. Quando sono diventato sacerdote nel 1953, eravamo nove preti viventi nati a Tronzano e 27 suore e nel seminario di Moncrivello diversi sacerdoti del seminario mi dicevano che ero fortunato, perché “Tronzano è uno dei paesi migliori della nostra diocesi”. La crisi che attraversa l’Italia, ho detto, è certamente una grave crisi politica ed economica. Ma alla radice di questa decadenza c’è la crisi di fede e di vita cristiana. Se abbandoniamo Gesù Cristo e il Vangelo, perdiamo l’anima e il senso della vita. Siamo un popolo democratico, istruito, laureato, ricco (in confronto ai miliardi di poveri nel mondo!), ma senz’anima. Ho augurato ai tronzanesi di ritornare a Gesù Cristo e al Vangelo, alla vita cristiana e alla pratica religiosa, alle famiglie che pregano assieme e rimangono unite, per ritrovare la gioia di vivere, la speranza nel futuro e dare alla Chiesa nuovi sacerdoti e suore e nuovi missionari.

Poi il parroco don Guido ha letto la cordiale e lunga lettera di augurio dell’arcivescovo di Vercelli, mons. Enrico Masseroni, e la pergamena da Roma con gli auguri di Papa Francesco per i miei 60 anni di sacerdozio. Dopo la Messa, pranzo con tanti amici al ristorante La Bruschetta con portate di cibo vercellese tradizionale, come l’indimenticabile panissa dei miei anni giovanili.

 Piero Gheddo

 

Francesco Fantin, prete nel Far West brasiliano

Padre Francesco nasce il 30 maggio 1923 a Riese-PioX (Treviso), da una famiglia profondamente religiosa con nove figli, due dei quali sacerdoti e due suore, tre ancora viventi: Giuseppe sposato a Verona, suor Virginia a Trento e suor Rita da più di mezzo secolo in California. Francesco è ordinato sacerdote del Pime (Pontificio istituto missioni estere) dal card. Schuster a Milano il 25 giugno 1950, è assistente e insegnante nel seminario Pime di Treviso e poi animatore vocazionale a Cervignano del Friuli dove stava sorgendo un altro seminario missionario. Nell’ottobre 1956 parte per il Brasile del sud, dove svolge attività pastorale in diversi stati brasiliani, San Paolo, Santa Caterina e Minas Gerais, pur richiamato alcune volte in Italia per brevi servizi come animatore vocazionale, a Treviso, Belluno e Chioggia.

Padre Luigi Confalonieri l’ha conosciuto bene in Brasile e così lo ricorda: “Era un ottimo sacerdote, con uno spirito missionario che lo portava al contatto diretto con la gente. Nelle zone rurali del Brasile le parrocchie sono vastissime, con decine di piccole comunità e cappelle, oltre alla chiesa nel centro più importante. Francesco aveva un bel carattere, cordiale e amico di tutti, sapeva ascoltare e parlare, amava visitare le famiglie, all’inizio a cavallo poi in moto. Pregava molto, si adattava ad ogni ambiente e situazione perché era cresciuto in una famiglia povera con tanti fratelli e sorelle ed era abituato al sacrificio. Ovunque ha lasciato un buon ricordo perché portava la pace. Soprattutto, pregava molto ed era convincente quando parlava e istruiva. Era l’uomo giusto per le situazioni che richiedevano coraggio, fiducia in Dio e senso dell’autorità e della paternità. Negli ultimi quattro anni si era ritirato nella casa di riposo del Pime a Ibiporà nel Paranà e ha passato gli ultimi anni pregando e confessando quelli che venivano da lui anche per la direzione spirituale. E’ morto il 12 aprile 2013 ed è sepolto nel cimitero comunale di Ibiporà”.

Il Pime è in Brasile dal 1946, ha fondato due diocesi in Amazzonia, Macapà e Parintins, ed è presente anche a Manaos e Belem; nel Sud Brasile numerose parrocchie nelle regioni interne degli stati di San Paolo, Paranà e Santa Caterina, passandole poi al clero diocesano. I vescovi hanno chiamato spesso i missionari per mandarli in parrocchie difficili e in difficoltà. Padre Francesco era il tipo adatto ed è stato protagonista in queste situazioni scabrose. Ne ricordo brevemente due perché l’ho visitato sul posto e gli ho fatto lunghe interviste.

Nel 1965 era viceparroco di Fraiburgo nello stato di Santa Caterina, che aveva fondato padre Biagio Simonetti, allora parroco. Nella parrocchia vicina di Lebon Regis (a 35 km, ma queste sono le distanze del Brasile) il parroco è scappato perchè minacciato di morte. Siamo in zona di foreste, pascoli con mandrie di vacche e pecore, strade in terra battuta, case di legno, paesaggi bellissimi che richiamano alla mente quelli di tanti films western, dove lo stato, nel 1966, era poco presente e la parrocchia era quasi l’unico punto di riferimento di gente molto religiosa, una terra di pionieri e di avventurieri. Il vescovo di Lajes vi manda padre Fantin, che mi raccontava: “La mia parrocchia conta 20.000 abitanti dispersi in un territorio vastissimo, con 75 comunità in cui c’è la cappella, le visito a cavallo. Uno dei miei compiti è di pacificare le famiglie e i villaggi, impedire vendette, sparatorie. Qui tutti girano armati. Un  sabato pomeriggio stavo arrivando a cavallo da un giro, quando due uomini escono dal “boteco” (il “saloon” del Far West americano) di fronte alla chiesa e incominciano ad insultarsi. Non faccio a tempo ad intervenire, che uno dei due, con mossa fulminea, estrae la “faca” (coltellaccio) e la pianta nel petto dell’amico, là, davanti a me. Il figlio dell’ucciso, che sta uscendo dal “boteco”, vede il padre che crolla, estrae la pistola e ammazza l’assassino.

“Il vescovo aveva proibito di fare i funerali religiosi a chi aveva ammazzato un’altra persona. Quando il giorno dopo sono venute le due famiglie con i loro morti su due carretti, io mi sono ritirato in casa e ho mandato la superiora delle suore, una polacca che valeva almeno due uomini, ad avvisarli che il funerale non si poteva fare. La superiora è tornata a dirmi: “Hanno detto: dì al prete che il vescovo è lontano, ma lui è vicino e se non fa il funerale noi lo ammazziamo”. Le famiglie dei due morti si sono coalizzate, in piazza c’erano un centinaio di persone con pistole e fucili. Tutta gente che non scherza. Avevo una certa paura, perchè io sono venuto a Lebon Regis a sostituire il parroco che è scappato essendo stato minacciato di morte, perchè non voleva sposare bambine di 12 anni. Il vescovo mi aveva detto: “Tu sei straniero, a te non capiterà niente”. E invece mi son trovato nei pasticci varie volte.

“Quella volta – continua padre Fantin – mi sono presentato in piazza vestito con i paramenti della Messa e ho detto: “Va bene, portate pure i morti in chiesa. Lasciate le armi fuori e disponetevi a pregare. Faremo il funerale ma dopo una lunga preghiera per chiedere perdono al Signore. Ricordatevi, che voi comandate fuori, ma in chiesa comando io”. Ho affermato la mia autorità. Così, mentre le due famiglie e i loro amici entravano, io sono andato in casa, ho pranzato e sono tornato in chiesa. Erano tutti in piedi ad aspettarmi. Li ho fatti stare in ginocchio, con una predica che non finiva più: ho parlato della morte e dell’inferno, ma anche della bontà e della misericordia di Dio che perdona, mentre noi non sappiamo perdonare. Poi ho recitato il rosario e altre preghiere. Siamo stati in chiesa da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Tutti stavano tranquilli a pregare e ascoltarmi, in prima fila c’erano i capifamiglia che avevano dato l’ordine di obbedire al prete. Nessuno si muoveva. Alla fine ho celebrato la Messa dei defunti e ho dato la benedizione ai morti. La mia fama si è sparsa in tutta la regione: sono diventato il “Padre Chico” (Francesco) che ha fatto stare in ginocchio i più famosi pistoleri e capibanda della regione”.

Chiedo a padre Francesco se i suoi parrocchiani sono religiosi. Risponde: “Sono tutti battezzati e sposati in chiesa, hanno una religiosità popolare intensa ma anche superstiziosa. In fondo è buona gente, generosa, pronta ad aiutare chi è in difficoltà, ma vivono in posti di pionieri, di briganti, di sbandati che vengono anche dall’Argentina e dal Paraguay per sfuggire la legge. D’altra parte, dalla Chiesa hanno ricevuto poco. Non c’è mai stata vera evangelizzazione. Negli anni cinquanta, c’era un parroco che girava con due pistole ai fianchi e aveva due giovanotti grandi e grossi, buoni tiratori, che gli facevano da guardaspalle. E’ una popolazione abbandonata, per forza di cose domina la violenza. Per dirti com’è la situazione, sono venuto a sapere che in una delle mie cappelle il presidente della cappella aveva ammazzato 14 persone: era il più forte del paese ed era normale che fosse lui il presidente. C’è voluta molta diplomazia e trattative per cambiarlo senza fargli perdere la faccia. Con l’aiuto di Dio e la cordialità con tutti, sono riuscito a far rispettare due regole precise: chi viene in chiesa deve lasciare fuori le sue armi: c’è una capanna con un custode che le tiene, le registra e le restituisce all’uscita. Secondo: nelle feste del santo in ogni paese, all’inizio della giornata le armi personali le requisisco io e le restituisco al termine della festa. Queste feste del santo sono il momento di ritrovo, arriva gente anche da lontano, c’è la Messa solenne, la processione, danze, gare di tiro alla fune e altri giochi. Ma a questi raduni popolari ci scappa sempre il morto o i morti. All’inizio tutti vanno d’accordo, poi bevono, si sfidano, si scaldano e si sparano o si accoltellano.

“Mi sono messo d’accordo con i capi di ogni paese dove si svolge la festa. Ho detto: “Se non deponete le armi, non celebro la Messa e non faccio passare il santo per le vie del paese”. Così, al mattino tutti sono controllati da alcuni “vigilantes” autorizzati e non possono tenere nemmeno un coltello. Le loro armi, debitamente registrate, sono messe al sicuro. Così le feste hanno cominciato a svolgersi senza sparatorie nè accoltellamenti. In uno di questi paesi un uomo mi diceva: “A memoria d’uomo non c’è mai stata la festa di San Sebastiano senza che ci fosse almeno un morto. Adesso sei venuto tu e hai fatto il miracolo”. Debbo dire che oggi tutti mi ringraziano. A dir la verità, diverse volte sono stato minacciato di morte e dormivo fuori casa per paura che venissero a prendermi. La mia casa in legno su palafitte è vicina alla foresta e non ha altre case intorno. Qualche volta mi sono salvato da chi voleva farmi del male, minacciando maledizioni: sono superstiziosi e alla benedizione del prete o alla maledizione ci credono. Una notte sono venuti tre ladri a rubare le due vacche che hanno le suore, che danno latte per gli orfani, perchè in casa ne abbiamo una ventina: sono orfani di pistoleri ammazzati. Le suore si sono accorte e hanno cominciato a gridare. Io mi alzo, prendo la pila e vado verso la casa delle suore. C’è la luna piena, è chiaro come di giorno. Incontro i tre che scappano senza aver potuto prendere le vacche: hanno paura che accorra la gente del paese e allora li ammazzano di botte. Ci vediamo sul sentiero e ci fermiamo a pochi metri di distanza: io di fronte ai tre che hanno le pistole in mano. Allora, prima che possano spararmi, alzo le mani e grido forte: “Se mi sparate vi dò una maledizione con la mano sinistra e rimanete fulminati”. Il capo dei tre mi viene incontro con la pistola abbassata e mi dice: “Prete, lasciaci andare e non ti faremo niente”. Con tutta la fifa che ho in corpo grido: “Scappate pure nel bosco ma non tornate mai più da queste parti”.

Questo il padre Francesco Fantin, un vero missionario di Cristo. La seconda parrocchia in cui l’ho incontrato nel 1995 è quella di Frutal nel Minas Gerais. Nel 1987 il vescovo di Uberaba aveva chiamato il Pime per rimettere in piedi la parrocchia centrale della moderna città con 70.000 abitanti e due parrocchie. I religiosi, che vi lavoravano da 51 anni, si stavano ritirando e la riconsegnavano al vescovo in una situazione molto difficile. Negli ultimi otto anni tre sacerdoti avevano lasciato e uno era l’idolo dei giovani, lo scandalo era stato enorme, la gente era divisa, la parrocchia abbandonata, la casa parrocchiale spogliata di tutto. I primi tre missionari, Giorgio Pecorari, Giuseppe Negri (oggi vescovo di Blumenau in Santa Caterina) e Graziano Rota, hanno lavorato sodo per sette anni e poi nella parrocchia li hanno sostituiti altri tre del Pime, Benedito Libano (brasiliano), Francesco Fantin e Beppino Sedran. Quando all’inizio degli anni duemila la parrocchia è ritornata alla diocesi, i parrocchiani e il vescovo erano così contenti, che ha tentato di trattenere l’Istituto, ma ormai i missionari avevano preso altri impegni. Troppo lungo raccontare come la parrocchia di Frutal è rinata, rimando al volume “Missione Brasile – I primi 50 anni nel Brasile del Sud (1946-1996), che ho scritto per la Emi (pagg. 384, Euro 12).

 

  Piero Gheddo

La EMI e la stampa missionaria oggi

La stampa italiana, giornali, riviste e libri, è in crisi. Purtroppo si legge sempre meno e fa piacere dare la buona notizia che l’editoria missionaria, rappresentata dalla EMI (Editrice missionaria italiana), dà forti segnali di vitalità. Il card. Giorgio Mario Bergoglio di Buenos Aires è stato eletto Papa col nome di Francesco la sera del 13 marzo. Cinque giorni dopo, il 18 marzo, la Emi presentava i primi tre volumetti sul nuovo Papa, che hanno una diffusione eccezionale con continue ristampe. Il “Papa missionario”, che viene da una Chiesa fondata dai missionari, ha avuto in Italia la sua editrice missionaria.

In un incontro all’Università cattolica di Milano, il 10 aprile scorso la EMI ha celebrato i suoi primi 40 anni. Fondata dai quattro Istituti missionari nati in Italia (Pime, Comboniani, Saveriani e Consolata), oggi la Emi rappresenta quindici Istituti missionari maschili e femminili e altri enti e associazioni missionari. Lorenzo Fazzini, da sei mesi direttore dell’editrice missionaria, alla quale ha dato un nuovo e vigoroso impulso, ha affermato: “Il mondo missionario, da sempre realtà di frontiera e d’avanguardia, ha un patrimonio culturale straordinario da valorizzare, prezioso non solo per la Chiesa, ma anche per i mondi della cultura, dell’università, dell’economia, che chiama la stampa missionaria al ruolo di ponte”. Infatti, secondo Toni Capuozzo, inviato del TG5, “dalle missioni arriva un filo diretto con fatti e notizie che altrimenti non avremmo. Ci aiutano a  conoscere quel che  succede là dove, in apparenza, non succede nulla, secondo i criteri di un sistema dei media, che sempre più spesso riduce la notizia a merce”. E Giuliano Vigini, tra i  massimi esperti italiani di editoria, ha delineato la storia dell’editoria missionaria, ricordando che, tra novità e ristampe, la Emi ha superato i 2.000 volumi editi fino ad oggi.

Sono stato invitato a questo incontro come autore della Emi (esattamente 40 volumi) e  unico testimone vivente di quando e perchè è nata l’editrice dei missionari. Gli anni cinquanta del Novecento, con la decolonizzazione e le tre encicliche missionarie di Pio XII (tra le quali la “Fidei Donum” che rivoluzionò le missioni) e una di Giovanni XXIII, la missione alle genti era salita alla ribalta di giornali, radio e prima Tv in bianco e nero; e nella Chiesa si moltiplicano le vocazioni missionarie e nascono le prime associazioni di volontariato missionario, promosso soprattutto dal Servo di Dio dott. Marcello Candia (poi missionario in Amazzonia). Gli Istituti missionari avevano a quel tempo le loro riviste ed editrici per la “propaganda missionaria” (oggi “animazione”), ma sentivano il bisogno di unirsi per stampare in comune i libri di studi, cultura e attualità. Il motore di questa unione era padre Walter Gardini dei missionari Saveriani. Infatti a Parma, nel maggio 1955 nasce la Emi con i padri Gardini, Vanzin e Luca (Saveriani), Gheddo e Domenico Colombo (Pime), Enrico Bartolucci (Comboniano, poi vescovo di Esmeraldas in Ecuador) e Mario Bianchi (poi superiore generale dei missionari della Consolata). La prima Emi stampa fino al 1968 una trentina di volumi, tra i quali il primo di Helder Camara con i suoi discorsi e conferenze  (“Terzo mondo perchè povero”, 1967), che ha avuto 12 traduzioni all’estero e ha lanciato a livello mondiale l’arcivescovo di Recife come oratore e figura simbolica della lotta contro la fame nel mondo, che a quel tempo di boom economico commuoveva e mobilitava il popolo italiano. Nel marzo 1964, dalla rivista che dirigevo “Le Missioni Cattoliche” (oggi Mondo e Missione), nasce Milano il movimento Mani Tese, uno dei primi movimenti cattolici contro la fame, che l’anno seguente coinvolge i quattro Istituti missionari.

In seguito ai sommovimenti del “Sessantotto”, la Emi si è bloccata, come anche le “Settimane di Studi missionari” all’Università cattolica (1960-1970). Nel 1973, ancora gli Istituti missionari hanno ripreso la Emi con l’impegno di due Comboniani, i padri Ottavio Raimondi ed Enrico Galimberti. E questa volta la Emi univa tutte le piccole editrici missionarie, diventando nel mercato librario italiano una editrice cattolica di media grandezza; non solo, ma promuovendo anche numerose campagne d’opinione su temi missionari o collaterali alle missioni.

Con Papa Francesco e la crisi della Chiesa italiana che pure vuol diventare “missionaria”, si apre una nuova fase per la Emi e la quarantina di riviste degli Istituti  missionari unite nella Fesmi (Federazione stampa missionaria italiana). Il nostro compito è di riportare con forza il carisma missionario alle genti nella Chiesa italiana,  Quante testimonianze preziose di missionari possiamo raccontare alle nostre diocesi, seminari, parrocchie e associazioni laicali! Un esempio: padre Emilio Buttelli, parroco a Manaos di 100.000 cattolici, ha la chiesa parrocchiale con 11 cappelle o  chiese (“quasi parrocchie”) tenute dai laici, che danno tutto il loro tempo libero alla parrocchia. Per la formazione di tanti laici, padre Emilio ha in parrocchia una decina di “movimenti”, ciascuno diverso dall’altro, ma tutti uniti e responsabili nel far funzionare l’immensa parrocchia, con un solo prete (e un altro che aiuta alla domenica) e due suore!

Nella crisi di fede e confusione di idee degli ultimi tempi, il carisma della missione alle genti si è alquanto appannato, noi missionari abbiamo annacquato il nostro carisma e perso la nostra identità, i nostri Istituti non vivono più il fervore missionario delle loro fondazioni e non hanno più vocazioni italiane. La Chiesa italiana si chiude in difesa del piccolo gregge dei “praticanti”. Oggi i vescovi italiani scrivono e parlano spesso che bisogna “rievangelizzare il nostro popolo con spirito e metodi missionari”, con una “pastorale missionaria”. Papa Francesco rende più che mai attuale il carisma del primo annunzio, della “missione senza se e senza ma”.

Esprimo un appello e un augurio. La stampa e l’animazione missionaria si liberino delle tendenze secolarizzante e politicizzante, tornino a testimoniare con la vita e gli scritti l’unica ricchezza che abbiamo, Gesù Cristo, perchè la nostra Italia ha proprio bisogno di questo: ritrovare la fede, l’entusiasmo della fede, l’amore a Gesù Cristo. Il nostro popolo italiano è sensibile a questa provocazione. Torniamo a parlare e scrivere di Gesù Cristo, di missione alle genti. Raccontiamo le meraviglie che lo Spirito Santo compie là dove la Chiesa sta nascendo (come negli Atti degli Apostoli) e sono presenti i 14.000 missionari italiani sul campo (preti, fratelli, suore, volontari laici). Nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” (n. 2) di Giovanni Paolo II si legge: “La missione (alle genti) rinnova la Chiesa, rinvigorisce la fede e l’identità cristiana, dà nuovo entusiasmo e nuove motivazioni. La fede si rafforza donandola!”.

Piero Gheddo

Parroco a Manaus di 100.000 cattolici

Padre Emilio Buttelli, missionario in Amazzonia brasiliana dal 1966, da due anni è parroco di Cidade Nova nella periferia nord della capitale amazzonica, con 100.000 fedeli in grande maggioranza battezzati nella Chiesa cattolica. L’arcidiocesi di Manaus, con l’arcivescovo e  due vescovi ausiliari, ha 130 sacerdoti (35 diocesani, 22 fidei donum, 83 religiosi e missionari, 10 dei quali del Pime), 27 diaconi permanenti, 14 seminaristi, 115 suore, per 86 parrocchie e “aree missionarie” (quasi-parrocchie), divise in 12 decanati.

Padre Emilio è tornato a Milano dopo Pasqua per un mese di vacanza e di cure. Ecco cosa dice della sua parrocchia: “La chiesa di Cidade nova è stata fondata da padre Pedro Vignola nel 1981, quando incominciava l’immigrazione da ogni parte del  Brasile, perché Manaos era stata dichiarata “città franca”, per favorire il popolamento dell’Amazzonia. Sono venute industrie da ogni parte del Brasile e dall’estero, per costruire fabbriche di montaggio di moto e soprattutto materiale elettrico ed elettronico: Tv, frigoriferi, computer, ecc. Dal 1980 ad oggi Manaus è passata da 170.000  a due milioni di abitanti! Noi del Pime (siamo a Manaus dal 1948), abbiamo fondato una ventina di parrocchie e di “aree missionarie”, poi passate al clero diocesano o religioso”.

Nella situazione in cui padre Emilio si trova, unico prete residente per 100.000 battezzati, si potrebbe pensare che è pessimista sul futuro della Chiesa amazzonica: una sessantina di diocesi su un territorio esteso 14 volte l’Italia e 20 milioni di abitanti. Invece, anche perché a 75 anni è ancora pieno di energia, è ottimista e mi spiega perché, partendo dalla sua parrocchia di Cidade nova.

“In Amazzonia – dice – la gente è profondamente religiosa. Vedi dappertutto scritto sulle macchine: “Dio c’è davvero”, “Gesù salva”, “La Madonna mi vuol bene”. C’è un’atmosfera culturale-religiosa e nessuno ha pudore di esprimere la propria fede, di parlare di Dio e di Gesù Cristo. I predicatori evangelici predicano per le vie e nelle piazze. La secolarizzazione che lamentate in Italia in Amazzonia non c’è. Ci sono anche gli atei, ma sono rari e li trovi tra i professori, gli intellettuali, gli artisti, gli snob che vogliono fare diverso dagli altri, mentre la gente comune è religiosa e vorrebbe avere un’assistenza religiosa adeguata, ma la Chiesa non ha preti, suore, catechisti, chiese in numero sufficiente e allora i predicatori delle sette trionfano, ad ogni svolta di strada c’è una chiesa e molti vanno nella chiesa più vicina. Chi ha un buon carisma personale, apre una sua piccola chiesuola, predica, prega, benedice, promette grazie, prosperità e cura di malattie e chiede il “dizimo” (la decima parte del proprio guadagno, abituale in Brasile). E poi c’è la Bibbia, la Bibbia, la Bibbia,che è diventata un po’ un feticcio, ciascuno la legge e la interpreta come vuole. Ma già oggi le persone più coscienti capiscono che questo non va bene; e sono sicuro che presto queste sette andranno in crisi e la gente che è stata sedotta cercherà qualcosa d’altro. Purtroppo la Chiesa non è preparata a riprenderli indietro. Questo per me è un grande dispiacere, una vera sofferenza”.

Da dove viene ottimismo di padre Buttelli? “Mi viene dalla grazia dello Spirito Santo, che già oggi rende disponibili quelli che posso raggiungere: se tu gli fai delle proposte serie ti seguono, collaborano, si affezionano al prete e alla parrocchia. In Amazzonia la Chiesa possiamo dire, è fondata sui laici. Senza i molti laici che danno, con grande generosità il loro tempo libero alla parrocchia, io non farei nulla! Potrei citare tanti esempi che a volte mi commuovono. Pensa che i miei fedeli sono molto impegnati nel lavoro e nella famiglia, eppure trovano il tempo libero per aiutare nella pastorale!

“La mia parrocchia ha 11 cappelle o anche chiese già costruite da padre Vignola (morto nel 2006), con le sale per il catechismo, la casa parrocchiale, la rettoria formata da laici. Tengono aperta la cappella, pregano ogni giorno, alla domenica fanno la “Messa secca”, come si chiama, cioè tutto eccetto il Canone con la consacrazione; e poi tutto il resto lo fanno loro, catechismo, visita ai malati, preparazione ai sacramenti, rosari in comune e feste patronali, raccolta delle offerte. Io vado nelle cappelle una volta la mese per la Messa, il consiglio parrocchiale con più di trenta membri lo raduno una volta al mese e non prendo nessuna decisione senza avere il loro consenso. In parrocchia ho anche parecchi “movimenti” moderni che sono nati e si diffondono da soli. Hanno un loro coordinamento a livello diocesano, ma formano i laici che poi collaborano con la parrocchia. Insomma, sono ottimista perché vedo che se noi preti riusciamo a trasmettere ai nostri laici, con l’aiuto di Dio, la fede militante e l’amore  appassionato a Cristo, lo Spirito Santo fa il resto. A noi è richiesto solo questo”.

Piero Gheddo

Papa Francesco ci conferma nella fede

Da quasi un mese, dal 13 marzo, abbiamo la gioia di avere Papa Francesco, una gioia condivisa, perché il nuovo Vescovo di Roma ha toccato il cuore di molti. Dall’Algeria, paese musulmano, padre Silvano Zoccarato scrive: “La gente ripete con gioia: “E’ uno di noi”. Dal Bangladesh, altro paese musulmano, padre Paolo Ballan scrive da Dacca che nelle celebrazioni pasquali della sua parrocchia di Mirpur, quartiere popolare della capitale, quest’anno sono convenuti molti musulmani, incuriositi a capire cosa succede nella Chiesa; ha dovuto mettere all’esterno della chiesa degli altoparlanti perché non pochi cristiani erano rimasti fuori.

Lo Spirito Santo ha preso Jorge Mario Bergoglio “quasi dalla fine del mondo” e l’ha portato nelle nostre antiche Chiese d’Europa come un seme di rinnovamento e una sfida al nostro modo di concepire il vescovo, il prete, la parrocchia, la pastorale e la vita cristiana. Già da sacerdote gesuita e poi da vescovo ausiliare (1992) e da arcivescovo di Buenos Aires (1998), Giorgio Mario Bergoglio aveva dato molti segni delle novità di cui era portatore, eppure era stato eletto e scelto per compiti di sempre maggior responsabilità. Seguiva la sua linea con umiltà e pazienza, suscitando anche opposizioni e critiche, ma confidando sempre nello Spirito Santo.

Fino al fatto imprevisto e a priori incredibile: che 115 cardinali anziani (età media 73 anni), provenienti dai cinque continenti, che parlano lingue diverse (si intendono in italiano e latino), hanno alle spalle storie diverse, vengono da culture e paesi diversi, in grande maggioranza non si erano mai incontrati; ebbene, questi 115 anziani si riuniscono in clausura nella Cappella Sistina, pregano, discutono, votano e un giorno e mezzo dopo eleggono il Papa che nessuno prevedeva: proprio il Giorgio Mario Bergoglio, conosciuto come prete gesuita, vescovo e cardinale portatore di novità diciamo “rivoluzionarie” nella Chiesa cattolica. Sia pure la “rivoluzione” del Vangelo che non è mai una rottura col passato, ma un passo in avanti. Verso dove? Verso il modello di Gesù Cristo, l’uomo-Dio che ha salvato l’umanità sacrificandosi sulla Croce e risorgendo il terzo giorno. E poi, i 115 rappresentanti di ogni parte del mondo, eccoli uno dopo l’altro, con tutte le loro grandi diversità che assieme hanno formato una ricchezza, a giurare obbedienza e fedeltà al Papa. Certamente non pochi di essi, all’inizio, non erano favorevoli a tutto quello che Bergoglio rappresentava e rappresenta. Eppure, un giorno e mezzo nella Cappella Sistina convince tutti: hanno scelto lui con grande coraggio.

Un amico mi dice: “Non avrei mai creduto possibile che 115 anziani avrebbero scelto un giovane di spirito così diverso da quasi tutti loro!”. Nella nostra Italia, più d’un mese dopo le elezioni politiche, i nostri eletti dal popolo non riescono a darci un governo e un nuovo Capo di Stato. E non parliamo dei veti incrociati che bloccano l’Onu e la Comunità Europea! Per noi credenti in Cristo, l’elezione di Papa Francesco, oltre a tutto il resto, è la lampante conferma della nostra Fede nello Spirito Santo che, al di là di ogni crisi, governa e guida la Chiesa. Nulla nel mondo è paragonabile all’unità e fedeltà del miliardo e 200 milioni di cattolici che, chiunque esso sia, credono e vedono nel Papa il Vicario di Cristo e, pur con tutti i limiti, gli alti e bassi e i tradimenti degli uomini, gli obbediscono, lo seguono e si riconoscono nel “Corpo mistico di Cristo” rappresentato visibilmente dal Pontefice romano. Questa volta eletto, come sappiamo, da 115 anziani, non più intelligenti o sapienti di tanti altri come loro, che ancora ricoprono posti di comando. Ma quale altro impero o ente internazionale, quale altra religione o multinazionale, ha prodotto qualcosa di simile a quello che abbiamo visto con i nostri occhi il 13 marzo scorso?

Ma tutto questo non può essere assolutamente un vanto di cui gloriarci. Sarebbe assurdo! E’ una conferma della nostra Fede non solo in Dio Padre, in Gesù Cristo e nello Spirito Santo, ma proprio nella Chiesa cattolica che ha questa vitalità e giovinezza interna per cui, da duemila anni, risorge dopo aver ricevuto batoste mortali, persecuzioni interminabili e sanguinosissime, tradimenti e abbandoni dolorosi che l’hanno umiliata e tramortita. Quanti battezzati dicono: “Gesù Cristo sì, ma la Chiesa e i preti no”. Sappiano, questi cari amici (ne conosco parecchi), che l’autentico Cristo s’incontra solo nella Chiesa cattolica, che apre le porte a tutti. Fuori dell’obbedienza alla Chiesa e al Papa si incontrano molti “cristi fai da te” che non sono autentici e portano fuori strada. Solo Dio giudica le intenzioni dei singoli, ma la verità è questa, come dimostrano l’elezione di Papa Francesco e i suoi primi passi. Ma questo non basta. Tutti noi, credenti in Cristo, siamo impegnati a seguire Papa Francesco e ad accompagnarlo con la preghiera e la testimonianza, cioè la “tensione missionaria” verso l’annunzio ai lontani, agli ultimi, alle pecorelle smarrite.

Piero Gheddo