Fame, la grande domanda

Questo Blog sulla fame nel mondo è stato pubblicato dal mensile di Avvenire “I luoghi dell’Infinito” del 5 maggio, dedicato all’EXPO 2015. L’ho ripreso come uno dei miei Blog perché penso interessi anche i miei lettori. Piero Gheddo.

Perché 800 milioni di uomini soffrono la fame? È la domanda che molti si fanno, ma non c’è una risposta semplice e univoca. Nei miei numerosi viaggi ho visto quanto è difficile risolvere questa tragedia. Nel 1969 a Moroto, in Uganda, nella vasta area cintata dei Comboniani si erano rifugiati più di mille indigeni, seduti per terra in attesa di avere acqua e cibo. Un anno di siccità li aveva portati a soffrire fame e sete. I pozzi della missione invece davano acqua e le riserve di mais e grano permettevano di sfamarli. Centinaia di uomini, donne e bambini scheletriti e sconvolti da dolori atroci. Ho pensato a Gesù crocifisso. Tutti quei miei fratelli e sorelle, quei bambini per i quali le mamme non avevano più latte, erano crocifissi e io mi sentivo impotente, quasi colpevole. Pregavo e mi chiedevo: perché, o Signore?
Due sono le cause del sottosviluppo africano. Innanzitutto l’arretratezza dell’agricoltura e la corruzione delle élites locali. I paesi poveri non producono abbastanza cibo. Il senegalese Jacques Diouf, segretario della FAO, nel 2008 affermava: «Servono circa 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame». Ma poco prima avevo intervistato a Ouagadougou l’arcivescovo cardinal Paul Zoungrana che diceva: «I soldi sono necessari, ma dati a un popolo che non ha la mentalità e la capacità di produrre con tecniche nuove, non creano sviluppo ma corruzione». Molti paesi africani spendono il 2% del bilancio nazionale nell’agricoltura e il 20% nelle armi. I due motori dello sviluppo sono l’agricoltura e l’educazione. Il rapporto annuale della FAO del 2001 scriveva che l’Africa nera importa circa il 30% del cibo di base che consuma (riso, grano, mais). Ecco la mia significativa esperienza: a Vercelli produciamo 80 quintali di riso all’ettaro, nell’agricoltura africana a sud del Sahara 5 quintali! E la minor produzione non è data dalla mancanza di macchine, ma dalla poca istruzione del contadino. Le campagne africane sono un cimitero di trattori che non funzionano, di pozzi da cui non si sa più tirar su l’acqua, di “progetti” fatti dall’Occidente, che i locali non hanno imparato a mantenere.
La seconda causa sta nelle tante responsabilità dell’Occidente cristiano, storiche e attuali. Lo sviluppo dell’Europa viene da Gesù Cristo e dal Vangelo che hanno cambiato il cammino dell’uomo, con il precetto dell’amore al prossimo e del perdono e tanti valori nuovi. La colonizzazione ha aperto i popoli al mondo moderno, ma non era fatta per favorire il loro sviluppare bensì per arricchire l’Occidente. La radice del sottosviluppo è storico-culturale-religiosa, prima che economica e tecnica. Nel Congresso di Berlino (1884-1885) le potenze europee si spartirono l’Africa nera. Il ritardo storico è evidente e non è possibile che popoli interi (non le loro élites) possano in cento anni cambiare radicalmente culture e religioni. Ecco la radicale colpa storica dell’Occidente che ancora oggi, anche dopo l’indipendenza raggiunta negli anni Sessanta, continua a sfruttare quei popoli con un sistema economico ingiusto: i prezzi eccessivi delle materie prime; la vendita di armi; il “land grabbing” ossia l’acquisto di terreni agricoli per produrre cibo da esportare; il disboscamento; la rapina di oro, diamanti, metalli preziosi. E poi i dollari vengono divorati dalla corruzione delle classi dirigenti. All’inizio del 2000, la Nigeria aveva un debito estero di 92 miliardi di dollari, ma i depositi delle élites nigeriane nelle banche occidentali era di circa 130 miliardi!
Quali sono le nostre responsabilità attuali verso i fratelli africani? E che cosa fare, dunque? Vorrei proporre due spunti di riflessione. Il primo è la convinzione che il maggior dono che possiamo fare all’Africa è l’annunzio di Cristo e del Vangelo. Nella Redemptoris Missio di Giovanni Paolo II, del 1990, si legge (n. 59): «Lo sviluppo dell’uomo viene da Dio, dal modello di Gesù uomo-Dio e deve portare a Dio. Ecco perché tra annunzio evangelico e promozione dell’uomo c’è una stretta connessione». Alla radice del sottosviluppo ci sono mentalità, culture e religioni fondate su visioni inadeguate di Dio, dell’uomo e della donna, del creato. Madre Teresa di Calcutta diceva: «La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Gesù Cristo».Ancora nella Redemptoris Missio si legge: «Il Vangelo è il primo contributo che la Chiesa può dare allo sviluppo dei popoli (…). È l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica. La Chiesa educa le coscienze rivelando ai popoli quel Dio che non conoscono (… e) il dovere di impegnarsi per lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (n. 58). Questa la realtà: fra i popoli arretrati i cristiani, a parità di condizioni, si sviluppano prima e meglio di altri. Il secondo punto riguarda ciò che posso fare in prima persona. Giovanni Paolo II dice: «Contro la fame cambia la vita» (R.M. 59). Per essere fratello dei poveri devo cambiare il mio “stile di vita”, secondo il comando di Gesù: «Il vostro superfluo datelo ai poveri» (Lc 11,41). Il cristiano deve testimoniare un “modello di sviluppo” alternativo. Cambiare la convinzione che sviluppo è uguale alla continua crescita economica e alla ricerca di un benessere più opulento, quando invece è dare a tutti gli uomini il necessario alla vita. Però non bastano soldi e macchine, leggi e giustizia internazionale, servono persone, perché lo sviluppo è un problema di educazione, di formazione delle mentalità, di evoluzione delle culture, di condivisione.

“L’Agenzia culturale” di Milano e la sua missione

Penso che molti ricordino il “Progetto culturale” che il Card. Camillo Ruini, allora Presidente della CEI, lanciò negli anni novanta, per sollecitare i cattolici ad essere più presenti nella comunicazione, nei mass media e nei circoli culturali che influenzano l’opinione pubblica in misura crescente. Negli ultimi tempi infatti si stanno moltiplicando i Siti internet  cattolici, di diocesi, parrocchie, centri culturali, associazioni, istituti religiosi e missionari, ecc. Il Pime, in Italia, ha 20-25 Siti internet, senza contare quelli dei singoli missionari e delle missioni! Ciascun Sito ha i suoi lettori ma, come abbiamo sperimentato con la stampa missionaria, è molto difficile coordinare e sintetizzare. Questo vale anche per i Circoli culturali cattolici, oggi molto numerosi, per dibattere e diffondere una lettura evangelica dei temi d’attualità.

L’idea di iniziare un Sito che ha per oggetto la ricerca e la diffusione di articoli, che possano costituire un orientamento e una guida nell’agire quotidiano, è venuta ad un gruppo di amici cattolici milanesi, presieduti dal notaio Angelo Giordano, nel 2003 si sono costituiti in associazione senza fini di lucro col  nome di “L’agenzia culturale” (www.lagenziaculturale.it  Mail: info@agenziaculturale.it ).  Prima è nata l’edizione cartacea dell’Agenzia, di recente l’edizione on line, ancora ai primi passi ma già merita una segnalazione per i suoi contenuti. Fin dall’inizio l’Agenzia pubblica il bollettino settimanale  (formato A4) “La Nostra Rassegna Stampa” , che consiste in tre parti:

-         le prime sei pagine riportano una decina di articoli dai quotidiani nazionali meritevoli di lettura da parte di un cattolico che voglia essere informato su temi religiosi, etici, sociali, culturali e d’attualità;

-         le due pagine centrali sono dedicate alle parole del Papa la domenica mezzogiorno prima dell’Angelus;

-         le ultime sette pagine contengono uno studio de “La Civiltà Cattolica”, il quindicinale dei gesuiti (le cui bozze sono riviste e approvate dalla Santa Sede), che approfondisce i temi d’attualità interessanti per la Chiesa.

Ecco gli ultimi fascicoli: il 218 riporta il testo del padre Jorge Mario Bergoglio su “Il pluralismo teologico” (com’è possibile avere una fede unica e varie correnti teologiche?); il 219  presenta  “Il caso Malala, L’istruzione contro la violenza”, che illustra bene la situazione del Pakistan, con tanti bambini e bambine senza scuola e sfruttati per lavori pesanti. Il 10 dicembre 2014, una ragazza di 17 anni, Malala, ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace. Condannata a morte dai talebani (che nel 1912 le hanno sparato in volto tre colpi) è riuscita a mandare a scuola tante bambine e ragazze, portando alla ribalta nel suo paese il diritto dei minori, e specialmente delle femmine, alla scuola; il n. 220 ha un interessante studio su “L’Isis e la tattica della spettacolarizzazione della violenza”; e il n. 221 (19 aprile 2015) è un testo, oggi di eccezionale interesse, su “La questione armena negli Archivi ecclesiastici”, partendo dai primi massacri sistematici degli armeni (1894-1896) e poi negli anni seguenti, fino  al 1915-1918 e anche dopo. Una documentazione impressionante con lettere di Papi e Nunzi apostolici, Patriarchi  e Vescovi cristiani, sacerdoti e semplici fedeli, in maggioranza testimoni oculari che raccontano crudeltà raccapriccianti. L’Autore del IV volume, il gesuita Georges-Henri Ruyssen, non parla mai di “genocidio”, riporta solo i testi dei documenti in modo imparziale (ci sono anche notizie di capi islamici che hanno salvato gli armeni a rischio della vita!). Al termine del volume si interroga su chi era il responsabile di questa mattanza organizzata e sistematica. Avanza diverse ipotesi e chiude scrivendo: “La cosa certa è che l’ampiezza della repressione tanto sproporzionata e l’entità dei massacri non erano mai state raggiunte nella storia moderna”.

Leggo da diversi anni la Rassegna Stampa che pubblica l’Agenzia culturale e trovo sempre materiale interessante, per le “buone notizie” che danno ottimismo e speranza (quante novità positive ci sono anche in Italia che spesso sfuggono) e per i testi che descrivono e giudicano i temi di attualità secondo la logica del Vangelo. La Rassegna Stampa è un vaccino intellettuale e spirituale. Ci lamentiamo per l’“inquinamento dell’aria”, pericolo di cui siamo ben  avvertiti, ma non teniamo presente l’”inquinamento dello spirito” che viene dalla congerie di “notizie negative” che ci intossicano. Ogni storia di persone o di paesi è una storia sacra, perché Dio è presente. L’importante, per me piccolo uomo, è vedere in profondità la storie umane, là dove Dio è presente.

Ecco, L’Agenzia culturale compie questa missione. Iscritta tra i Centri Culturali cattolici (che a Milano e dintorni sono 180), intende promuovere una più stretta collaborazione tra questi Centri, segnalando le loro attività nel proprio Sito, rivolgendosi anche a parrocchie, Centri missionari, scuole e case di cura a conduzione cattolica (che sono davvero tante), per diffondere una cultura volta a promuovere il bene comune, di cui il mondo d’oggi ha tanto bisogno.  L’Agenzia Culturale di Milano ha sede in Via Locatelli, 4 e il suo Sito, dal quale è scaricabile integralmente la Rassegna Stampa, è www.lagenziaculturale.it

Piero Gheddo

27 aprile 2015

 

Un missionario indiano nel Nord Camerun

Il Nord del Camerun è pesantemente infiltrato dai Boko Haram che arrivano dallo stato di Borno nel nord della Nigeria, dove è già vigente la legge coranica “sharia” e quasi ogni giorno ci sono scuole e villaggi cristiani vittime degli estremisti dell’islam. Il confine tra Camerun e Nigeria, lungo più di 2.000 km, passa in foreste e steppe senza alcuna barriera divisoria. I Boko Haram entrano facilmente e reclutano giovani musulmani disoccupati, mandando 250 dollari al mese alle loro famiglie (insegnanti e infermiere guadagnano circa 70-80 dollari); se poi questi giovani vogliono ritirarsi, tagliano la gola a loro e ai loro famigliari in Camerun; assaltano villaggi, fermano pullman di servizio statale facendo strage dei musulmani che non sanno leggere il Corano e degli uomini cristiani; portano in Nigeria le loro donne e i bambini come ostaggi. Le ambasciate occidentali hanno ordinato ai loro cittadini di ritirarsi dal Nord Camerun, diviso dal Sud, dove l’islam è poco presente, da 900 km di foreste.

Chi è rimasto nel Nord? Missionari e suore per assistere i loro cristiani. Il Nord Camerun ha circa 7 milioni di abitanti, 1,5 musulmani e 350.000 cristiani, ma la maggioranza della popolazione è ancora animista e diverse tribù tendono a convertirsi a Cristo. Siamo in una vera missione ad gentes. Se nel Nord non ci fosse personale religioso straniero, le quattro diocesi locali non potrebbero sopravvivere. Dal 1967 il Pime è presente nel Sud Camerun e nel Nord dal 1974, dove lavora in due diocesi (Maroua e Yagoua), soprattutto in due tribù, Ghizigà e Toupurì, con una dozzina di preti e fratelli, fra i quali il sacerdote indiano Xavier Ambati, che ha una storia interessante.

Nato nel 1968 a Nandigama in Andhra Pradesh da genitori che erano insegnanti in scuole luterane e ancor oggi Xavier parla con ammirazione della rigorosa formazione dei luterani. A 22 anni, quando già studiava all’Università, si è convertito alla Chiesa cattolica ed è stato ordinato sacerdote del Pime nel 2003. Da 11 anni è nel Nord Camerun, negli ultimi anni a contatto con l’islam estremista e i Boko Haram. All’inizio è stato a Mouturwa, parrocchia fondata e poi consegnata al vescovo locale. Padre Xavier è andato a Kousseri (città islamica, 100.000 abitanti) ai confini con Ciad e Nigeria, dove padre Giovanni Malvestio stava costruendo chiesa, scuola e varie opere parrocchiali per i pochi cristiani della città. Mentre era a Kousseri, da lunedì a venerdì Xavier andava a fondare la Chiesa a Wazà vicina all’omonimo Parco nazionale e a 7 km dalla Nigeria, sabato e domenica tornava a Kousseri per aiutare nella pastorale domenicale.

Padre Ambati nei villaggi animisti e musulmani

Intervistato a Milano, padre Xavier racconta: A Wazà un missionario francese aveva costruito una grande sala in muratura che serviva da chiesa e da luogo di riunione e scuola. Non avevo casa e dormivo su un materassino in chiesa. Portavo con me 5-6 giovani cristiani di Kousseri, incontravamo la gente, si parlava di Gesù Cristo e della Chiesa, si girava nei villaggi a cercare i cristiani, ma erano pochi. Ci facevamo conoscere come missione cattolica che doveva nascere a Wazà, lasciando immagini di Gesù e della Madonna nelle loro capanne. Chi era interessato al cristianesimo ci dava il suo nome e promettevamo di ritornare. Io parlavo francese, i giovani traducevano nella lingua locale. A volte celebravo la Messa con la cappella piena di gente ma le comunioni erano poche, oltre a quelle dei miei giovani. In sei-sette villaggi ho costruito la cappella in fango e paglia, come segno che volevano conoscere il cristianesimo. Nel 1913 i Boko Haram si sono infiltrati in Camerun dalla Nigeria, l’esercito camerunese è intervenuto e a Natale e Pasqua 2013 quando celebravo la Messa, i soldati che difendevano la chiesa erano trenta, la gente quasi tutta animista. In quelle regioni di frontiera fra cristianesimo e islam, se non prendiamo subito gli animisti, diventano musulmani. Nel mondo moderno, l’animismo non conta più niente, quindi bisogna scegliere: o diventare cristiani o essere costretti a diventare musulmani. Con i ragazzi cattolici che venivano con me, portavamo da Kousseri qualcosa da mangiare, ma in genere mangiavamo quello che avevano le famiglie dei villaggi. A volte io comperavo nei mercatini locali del miglio e mangiavamo polenta di miglio con qualche famiglia; e con la polenta qualche pesce secco e altri animali di foresta come i topi e qualche erba di foresta bollita. La gente mangiava quello e anche per noi, mattino, mezzogiorno e sera il nostro cibo era quello. Una vera penitenza ma anche i ragazzi con me la facevano volentieri.

Un “Campo di lavoro” per i giovani camerunesi

Il Natale 2012 è stata una delle feste più solenni che ho celebrato a Wazà, poco prima che arrivassero i cinesi. Per prepararci al Natale, ho organizzato, con l’aiuto di padre Giovanni Malvestìo e del sacerdote diocesano don David Menema (suo collaboratore a Kousserì), un “Campo di lavoro per giovani” di cinque giorni come si fa in Italia. In quella cittadina isolata vicina al Parco Nazionale, è stato un successo notevole, anche perché il Natale è sentito dai musulmani come una festa religiosa popolare di tutti.

La vigilia del Natale sono andato da Kousserì a Wazà con un seminarista e sei giovani cristiani, accolti bene dalle autorità civili, dai leader tradizionali e delle altre religioni. Dopo cena, abbiamo preparato la Messa del Natale, spiegando il significato della festa, insegnando alcuni canti e mostrando concretamente come si celebra la Messa del giorno dopo con musica, canti, candele, incenso e una processione alla quale partecipano tutti. Il giorno di Natale che era una domenica, abbiamo celebrato la Messa, alla presenza delle autorità di Wazà, molti giovani e gente del posto. Una cerimonia e una festa così solenne non l’avevano mai vista.

Dopo pranzo si è visitato un villaggio a 15 km dal centro chiamato Tagawa, con abitanti tupurì e massà. Hanno partecipato i giovani di Wazà e Kousserì e alcuni funzionari locali e abbiamo entusiasmato il villaggio con animazioni nella loro lingua e subito dopo parecchie famiglie hanno espresso il desiderio di diventare cristiane. Il leader locale dell’islam ha incoraggiato la gente a costruire una cappella per pregare assieme, cosa che poi abbiamo fatto! Il lunedi siamo andati a visitare altri due villaggi: Jiguina (15 km) con una sola famiglia cattolica e tutti gli altri musulmani; nel secondo, Madà (a 5 km), c’era una donna protestante. In ambedue i villaggi abbiamo presentato il Vangelo, insegnando il Padre Nostro. Il giorno dopo abbiamo visitato il villaggio di Bonderi con un programma simile, ma questo villaggio è composto di 50 famiglie di religione tradizionale e alcune famiglie cristiane di cui tre cattoliche e 1 protestante che desidera entrare nella famiglia cattolica. In questo villaggio c’era più tempo e abbiamo benedetto le capanne e visitato i malati e la gente ha espresso il desiderio di avere una presenza regolare del sacerdote. L’ultimo giorno abbiamo ancora celebrato la Messa a Wazà attirando molte persone e famiglie e poi abbiamo chiuso il Campo con la promessa di farne un altro per Pasqua.

Questi cinque giorni sono stati molto positivi, sia per l’entusiasmo dei giovani locali e di quelli che mi accompagnavano da Kousserì, sia perché si è dimostrata importante la presenza del seminarista della diocesi di Yagoua, mandatoci del suo vescovo, che durante tutto il tempo di permanenza ha guidato la preghiera della sera e il Rosario, facendo una piccola catechesi quotidiana ai giovani presenti. Proprio questi giovani locali hanno preparato la nostra venuta provvedendo al nostro vitto e alloggio nel miglior modo possibile, in quella situazione di grande povertà.

Boko Aram sequestra i cinesi al lavoro

Nei villaggi della futura parrocchia di Wazà il governo del Camerun costruisce una strada che parte da Kousseri e va verso il Sud, anche per determinare il confine con la Nigeria. Nel 2013 sono venuti i cinesi e costruivano la strada per il governo camerunese, da nord a sud, lunga più di 1.000 chilometri; la strada passa proprio vicino alla nostra cappella e sono vissuto per molti mesi con i cinesi, che erano divisi in gruppi lungo quel tracciato. Il gruppo che era a Wazà aveva macchine grosse per lavorare, camion, ruspe, caterpillar, scavatrici, ecc. I cinesi vivevano in da case prefabbricate portate dalla Cina, le montano e poi le smontano e se le portano via e producono la loro energia elettrica.

Nei primi mesi del 2014, dal Parco nazionale di Wazà un giorno sono spuntati all’improvviso circa 300 uomini di Boko Haram, armati e tutti incappucciati. Hanno circondato il campo cinese e hanno portato via una dozzina di capi, direttori e tecnici, ma non i lavoratori cinesi che sono carcerati, liberati in Cina per lavorare in luoghi pericolosi. I carcerati del nostro gruppo erano circa 70, facevano i lavori più difficili e assumevano anche lavoratori locali, ma gli africani vanno poco con loro perché debbono lavorare molto e sono pagati pochissimo. Ho sentito dire che in Cina fanno questa proposta ai carcerati, se vanno a lavorare all’estero per la Cina non so quanti anni, poi sono liberi.

A difendere i cinesi c’erano una trentina di militari camerunesi, qualcuno di loro ha sparato ma è stato ucciso, gli altri, vedendo quella legione di guerriglieri, sono scappati. I Boko Aram, mi hanno detto la gente di Wazà, erano un vero esercito, impossibile fermarli. Per fortuna sono venuti in un giorno in cui io ero a Kousseri con i giovani cristiani, altrimenti rapivano anche noi. Mi hanno detto che hanno portato i capi cinesi nello stato nigeriano di confine dove comandano loro e fino ad oggi so che non li hanno ancora liberati. Dopo questo fatto, il superiore del Pime in Camerun e poi anche il vescovo, mi hanno detto di venir via, troppo pericoloso!

Il vescovo mi manda a fondare una nuova parrocchia

Alcuni mesi dopo, il vescovo di Yagoua mi ha mandato a fondare una parrocchia a Wagà, a circa 120 km dalla Nigeria e ai confini col Ciad, anche questo un territorio infiltrato dai Boko Aram, che nel Nord Camerun è presente ormai ovunque. E anche qui dormo nella grande chiesa di fango e paglia. Sto iniziando a prendere contatto con i villaggi animisti dove trovo alcune famiglie cattoliche che mi ringraziano di essere venuto tra loro.

Sono già stato a Magà nei mesi scorsi con padre Giuseppe Parietti per vedere la situazione, ci siamo fermati qualche giorno e abbiamo girato alcuni villaggi. Mi sono fatto l’idea che è proprio una missione ad gentes, con numerosi animisti che vogliono diventare cristiani. A Magà c’è la situazione che si trova ovunque nel Nord del Camerun. La maggioranza degli abitanti (che appartengono a varie etnie o tribù) sono ancora animisti, Ciascun villaggetto o ciascuna famiglia va per conto suo e non ha alcun punto di riferimento per la vita moderna, nessun appoggio o protezione. Anche i giovani tribali, educati al culto degli spiriti del villaggio, della tribù o della famiglia, si trovano spaesati e isolati, mentre i cristiani e i musulmani hanno il Libro (Bibbia o Corano) e la Chiesa o la “umma”islamica. E’ inevitabile, come avviene in tutto il Nord Camerun, che si impone la scelta di una religione adatta al tempo moderni.

All’inizio di settembre ritorno in Camerun e vado a Magà per iniziare la parrocchia. Dovrebbero esserci alcune centinaia di cristiani dispersi in vari villaggi, ma senza il prete residente da molti anni: non so ancora quanti sono rimasti. Ci sono anche tre suore africane che hanno iniziato una scuola primaria in muratura, costruita dalle suore canadesi. Nella loro casa le suore hanno un cappellina, ma troppo piccola per la parrocchia. Tanti anni fa c’era un missionario francese che veniva a Magà una volta al mese, aveva battezzato molti e usava quel capannone di paglia che oggi è vacillante e col tetto sforato in più parti. Dev’essere riparato, anche perché iodormo in chiesa. Per mangiare non ho nessuno, il padre canadese mangiava con le suore canadesi, ma io mangerò da solo. All’inizio mi porteranno qualcosa i cristiani del villaggio, poi cercherò qualcuno che possa farmi da mangiare, ma ci penserò quando sono sul posto. Di fame credo che non muoio e un missionario anziano mi ha detto che, all’inizio di una missione bisogna sopportare un po’ di penitenze, perché alle fondamenta di una Chiesa c’è la Croce di Gesù Cristo.

Piego Gheddo

17 aprile 2015

 

 

Auguri di Buona Pasqua anche a chi non crede

La Pasqua è la Festa che ricorda la Risurrezione di Cristo dal sepolcro, dopo tre giorni dalla sua morte in Croce. Chi ha il dono della fede ci crede e proprio la Risurrezione di Cristo è la dimostrazione storica della sua divinità. Che Cristo sia risorto non è una pia credenza, ma un fatto storico confermato da tanti testimoni, molto più di altri fatti del passato dei quali esistono scarse testimonianze.

Per noi che abbiamo avuto da Dio il dono della Fede, La Pasqua porta alla nostra vita la serenità dello spirito, la gioia di vivere, la pace del cuore. Se noi viviamo con Cristo, cari amici, non possiamo essere tristi o pessimisti, senza speranza. Soffriamo certo per le molte croci della nostra vita, ma Gesù è la nostra forza, la nostra speranza.

Un’antica espressione popolare dice: “Sono contento come una Pasqua”. Cristo risorto è fonte di gioia e di speranza, perché ci ha liberati dal peccato e dalla morte, ci dà uno sguardo ottimistico sulla nostra vita e sul mondo in cui viviamo, cioè ci fa vedere la realtà che ci circonda con gli occhi di Dio. Non più con i nostri occhi di uomini e donne peccatori, ma con gli occhi di Dio, che è Padre buono e misericordioso, ama tutti e ciascuno più di quanto noi amiamo noi stessi!

Nella Pasqua 2013, la prima del suo pontificato, Papa Francesco ha detto : “La buona notizia” che Gesù è Risorto, per noi significa “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

Gesù ha partecipato alla nostra debolezza umana, ha patito la fame e la sete, la stanchezza e la tristezza, ha conosciuto l’ingiustizia, le crudeltà spaventose della flagellazione e della crocifissione.  La Risurrezione rappresenta la liberazione da tutto questo, è l’inizio di una nuova vita vissuta in intimità con Dio. Vivere con fede la Risurrezione significa anche per noi iniziare una vita nuova, liberandoci da tutti i pesi spirituali, morali e psicologici, da tutti gli attacchi terreni che ostacolano il nostro cammino verso Dio, che è la somma felicità per l’uomo.

Nel 1930, il Servo di Dio Giorgio La Pira, a 26 anni diventa incaricato di Diritto romano all’Università di Firenze. In seguito partecipa al concorso per la cattedra universitaria, i risultati del quale, affissi nella bacheca dell’Università, lo dichiarano vincitore con i voti più alti di quelli degli altri partecipanti. Le autorità universitarie gli chiedono di prendere la tessera del PNF (il Partito Nazionale Fascista) e La Pira risponde che come cattolico non può prenderla. Così, la cattedra non è affidata a lui ma ad un altro. I suoi amici gli dicono di protestare e si dichiarano disposti a firmare con lui la lettera di protesta. La Pira risponde: “Vi ringrazio, ma è inutile. So che sono vittima di un’ingiustizia, ma cosa volete che sia questo quando so che Cristo è risorto?”. Ecco la vita vista non con occhi umani ma con gli occhi di Dio e questo esempio vale anche per tutti i milioni di martiri della fede che ancor oggi accettano di subire una morte ingiusta pur di non tradire la fede in Cristo Risorto.

Ma per i molti che non credono, anche tra i nostri parenti e amici, la Pasqua è solo una festa più meno come le altre, si fa vacanza anche il giorno dopo, si fanno e si ricevono gli auguri di Buona Pasqua, si mangiano le uova di cioccolato e le colombe di pasta dolce, ma il perché di questa Festa che è il fondamento del cristianesimo, rimane per loro un mistero e non se ne curano. Dobbiamo anzitutto pregare per loro, fare qualche sacrificio, sopportare le nostre sofferenze, affinchè lo Spirito Santo tocchi il loro cuore.

Qualche anno fa sono stato per un anno in contatto per posta elettronica con un personaggio che abita a Roma (non ci siamo mai visti né telefonati), dichiaratamente agnostico e ferocemente contro la Chiesa cattolica. Tutto è nato da una sua lunga lettera che, prendendo spunto da un mio articolo su un importante giornale laico, accusava la Chiesa di molti dei mali di cui soffre la nostra Italia. Una lettera ben scritta e ragionata e io ho risposto. Anche lui ha risposto a me e siamo andati avanti per un anno o poco più con due-tre lettere per ciascuno al mese. Lui insisteva sulle colpe e i delitti di Papi e altri uomini di Chiesa, ad esempio all’inizio per Papa Francesco ha espresso qualche sua simpatia, durata poco. Poi ha incominciato a dire che non aveva condannato i militari al potere e rileggeva la sua vita tutta in senso negativo.

Allora ho capito che, con un uomo così informato e credo anche retto, era inutile discutere sulla religione e la Chiesa. Ho cominciato a mandargli i miei Blog (quasi tutti positivi) e altri articoli sui missionari conosciuti nei miei viaggi di visita ai vari continenti. Allora si è addolcito e quando verso Natale mi ha scritto che sua moglie era stata ricoverata in ospedale per una grave malattia, gli ho risposto che pregavo per lei e che Dio è buono e Padre di tutte le creature umane, spero che faccia la grazia della guarigione. Allora mi ha risposto in tono commosso che mi ringraziava e sperava anche lui che la mia preghiera avesse un effetto positivo. Poco dopo è finita la nostra corrispondenza, perché quel caro amico mi ha risposto dicendo che era occupato a curare la moglie e ormai era inutile continuare a scriverci.

Quali auguri di Buona Pasqua possono toccare il cuore a chi non crede? Tutti nella vita abbiamo le nostre sofferenze, le nostre croci, fisiche, psicologiche, affettive, economiche. Penso agli ammalati, agli anziani specialmente se soli, ai disoccupati, ai carcerati e anche a persone giovani che hanno avuto qualche disavventura e attraversano un momento di crisi. Il modo migliore di augurare loro Buona Pasqua è di volergli bene, interessarsi dei loro mali e dire che preghiamo per loro, Gesù Risorto li aiuti a ritrovare la serenità e la gioia di vivere.

Dobbiamo vincere in noi quello che è uno degli effetti della secolarizzazione: in pubblico non si parla di sentimenti religiosi, la fede è una cosa personale, intima e la privacy richiede che non si manifesti la propria fede in pubblico (com’è proibito alle annunziatrici dei telegiornali mettere un crocifissino al collo!). Nel 1973 ho accompagnato con un Carmelitano che conosceva i barboni del Parco del Castello a Milano, Madre Teresa che voleva parlare con uno di loro. Un vecchietto era coricato su una panchina avvolto in una coperta. Il Carmelitano lo chiama e quello si alza. Noi gli avremmo detto: “Come sta?” o qualcosa di simile. Madre Teresa gli dice: “God loves you!”, Dio ti ama, e quel vecchietto si è commosso e ha raccontato un po’ la sua vita, spiegando che aveva tre figli e l’avevano abbandonato. Poi ha concluso dicendo: “Solo Dio mi vuole bene, mi ama!”.

Piero Gheddo

3 aprile 2015

 

Tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio

Il 13 marzo 2015, secondo anniversario della sua elezione a Sommo Pontefice, Francesco ha compiuto un gesto coraggioso e sorprendente: ha indetto l’”Anno Santo della Misericordia” (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), “affinchè la Chiesa – ha detto – possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della misericordia di Dio”. Parole che richiamano quelle di Giovanni XXXIII l’11 ottobre 1962 quando apriva il Concilio Ecumenico Vaticano II, orientandolo in senso pastorale: “Oggi la sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece che imbracciare le armi del rigore… Così la Chiesa cattolica … vuole mostrarsi madre amorevolissima di tutti, benigna, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei separati”. Papa Francesco non indice un altro Concilio, ma riforma la Chiesa e i fedeli in senso pastorale, missionario, con atti, gesti e parole caratterizzati dalla misericordia e condivisione verso i lontani, i non credenti, i più poveri in tutti i sensi. Anche Giovanni Paolo II ha sviluppato questo tema nella sua seconda enciclica “Dives in misericordia” (Dio è ricco di misericordia) e Papa Benedetto nell’ enciclica “Deus Caritas est” (Dio è Amore).

Con Papa Francesco, fin dall’inizio la misericordia di Dio è il tema centrale e fondamentale del suo Pontificato. Egli conosce bene l’Occidente cristiano e sa che ben più del 50% dei battezzati non vengono in chiesa, conducono vite lontane da Cristo e capisce che questo rifiuto della misericordia e del perdono di Dio ha imbarbarito le nostre società (oggi espressione massima è il “gender”), i nostri popoli ancora nominalmente cristiani. Ma Francesco crede nello Spirito Santo, “protagonista della missione della Chiesa” ed è convinto che se la Chiesa e i fedeli si convertono veramente a Cristo, lo Spirito può fare cose straordinarie, miracolose, come in altri popoli dove nasce la Chiesa. Nel novembre 2014, parlando al Consiglio delle Conferenze episcopali europee ha ricordato i mali che oggi feriscono l’Europa e la mettono in crisi, ma ha aggiunto che “l’Europa ha tante risorse per andare avanti…. E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa, torna a Gesù! Questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù in queste ferite… Il Signore ha voglia di salvarci. Io ci credo. Questa è la nostra missione: predicare Gesù Cristo, senza vergogna. Lui è disposto ad aprire le porte del suo cuore, perché Lui manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella misericordia e nel perdono…All’Europa ferita soltanto Gesù Cristo può dire oggi una parola di salvezza”.

Tutto il suo pontificato è impostato per riconvertire l’Occidente cristiano a Cristo, come indispensabile passo per annunziare Cristo a tutti gli uomini. Tant’è vero che ha affidato l’organizzazione del Giubileo della Misericordia al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione. La fede di Papa Francesco è una fede “che sposta le montagne” come dev’essere anche la nostra. Lui sa che nulla è impossibile a Dio e noi dobbiamo sapere che l’Anno della Misericordia è anzitutto indetto per riportare i nostri popoli cristiani a Cristo, cioè ciascuno di noi all’amore e imitazione di Gesù Cristo.

Nell’Anno Santo della Misericordia, Francesco riprende i concetti e le espressioni che ha ripetuto tante volte in questi ultimi due anni: “Dio è buono, vuole bene a tutti e perdona sempre…Non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono… Questo è il messaggio più forte del Signore: la misericordia… Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe… E’ la misericordia di Dio che cambia il mondo…La Chiesa accoglie tutti, non rifiuta nessuno”. Chi ha sperimentato nella sua vita la bontà, la tenerezza, la misericordia infinita di Dio, non può non comunicare agli altri questa sua esperienza che lo riempie di gioia.

Misericordia significa perdono, riconoscere le nostre debolezze e colpe e convertire la nostra vita a Cristo. Ecco il n. 10 della “Evangelii Gaudium”. rivolto a tutti noi che crediamo: “10. La proposta è vivere ad un livello superiore: la vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio. Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri. Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale. Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri. La missione, alla fin fine, è questo. […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo ”.

Francesco è convinto che se l’Occidente ritorna a Cristo, solo così si evangelizza il mondo dei non cristiani. Anche le brevi omelie di Santa Marta sono orientate, giorno per giorno, ad indicare i passi per convertirsi a Gesù e ad una vita secondo il suo Vangelo. Così ha detto per i problemi della famiglia e durante il Sinodo beatificherà diverse famiglie del nostro tempo che si sono santificate pur in situazioni molto difficili.

Temo che questo appello della personale conversione a Dio che perdona e al Vangelo che cì propone il modello della vita cristiana, non venga colto dall’opinione pubblica. I mass media, in genere, leggono le parole e gli atti di Francesco in modo diciamo “laico”, dove non c’è posto per temi come peccato, conversione a Cristo, confessione delle proprie colpe; danno ai suoi atti un significato sociale-politico che non coglie il centro del pontificato di Francesco. Ci si chiede se Francesco è un conservatore o un progressista e non si capisce che questi termini non hanno senso nel giudicare il Papa. Francesco è un uomo peccatore, come tutti noi, innamorato di Gesù Cristo, perchè ha sperimentato nella sua vita la bontà e misericordia infinita del Padre. E chiama tutti a cambiare vita per diventare veri cristiani, cioè innamorati di Gesù e simili a Lui nella nostra vita..

Nella Lettera Apostolica ai Consacrati (21 novembre 2014) si legge: “La domanda che siamo chiamati a rivolgerci in questo Anno è se e come anche noi ci lasciamo interpellare dal Vangelo; è se esso è davvero il vademecum per la vita di ogni giorno e per le scelte che siamo chiamati ad operare. Esso è esigente e chiede di essere vissuto con radicalità e sincerità. Non basta leggerlo, non basta meditarlo, Gesù ci chiede di attuarlo, di vivere le sue parole”.

Piero Gheddo

26 marzo 2015

 

Papa Francesco: “Gli anziani sono una ricchezza”

Nell’udienza generale del 4 marzo scorso, Papa Francesco ha parlato a lungo degli anziani e ha detto: “Gli anziani sono una ricchezza. Una civiltà si giudica dal come tratta gli anziani… andrà avanti se saprà rispettare la saggezza degli anziani. Una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani, porta con sé il virus della morte”. Io ormai appartengo alla “terza o quarta età” e ho anche la fortuna di poter scrivere,.. Lasciatemi dire tre esperienze della mia vita.

A Tronzano vercellese, una domenica del marzo 1929, mentre a mezzogiorno rintoccavano le campane dell’Angelus, la maestra Rosa Franzi, moglie del geometra Giovanni Gheddo, dava alla luce il suo primogenito, Piero. Non è una notizia da internet, ma la comunico per condividere con gli amici lettori i sentimenti di un uomo che, sentendosi ancora giovane, compie 86 anni ritenendosi fortunato. Per tre motivi:

1) perché mamma e papà, e poi tutta la nostra “grande famiglia”, mi hanno trasmesso la fede e con i loro esempi lo spirito e la vita cristiana; ho poi scoperto il valore salvifico della fede in Gesù Cristo, unico Salvatore dell’uomo e dell’umanità: la fede cambia il cuore, cambia la vita, comunica la gioia di vivere, anche nelle situazioni più difficili e dolorose; insomma, se la fede è autentica e porta all’imitazione di Gesù, diventa davvero il motore della vita umana. Perché Gesù Cristo è l’uomo nuovo secondo la volontà di Dio, che realizza tutte le aspirazioni umane e dell’umanità.

Nel 1985 sono stato la prima volta in Giappone e mi è capitato di visitare la sede centrale della “Soka Gakkai”, una setta derivata dal buddismo che pare abbia un buon seguito anche in Italia, con l’arcivescovo di Milano card. Carlo Maria Martini, il suo segretario e il mio confratello padre Pino Cazzaniga, allora in Giappone da circa vent’anni. La maestosa e imponente sede centrale della “Soka Gakkai” (che significa “Società creatrice di valori”), espressione del buddismo moderno, è una specie di Vaticano molto esteso con palazzi, giardini, case di abitazione, strutture per lo studio, la riflessione, gli incontri di massa. Tutto ricco e moderno, direi impressionante. I due dirigenti che accolgono e accompagnano il cardinale spiegano cosa è la Soka Gakkai ed esprimono concetti in gran parte condivisibili. Ma al termine della visita il card. Martini ci diceva: “Il buddismo è interessante come tutto il mondo non cristiano al quale le missioni cattoliche annunziano Cristo, ma la sfida al cristianesimo e alla Chiesa cattolica si gioca soprattutto di fronte alla secolarizzazione, al relativismo, individualismo e ateismo consumistico della modernità. Tutti i popoli cercano Dio e anche i giapponesi, come gli altri popoli, faranno scelte come noi occidentali: saranno atei o cristiani”. Noi che abbiamo ricevuto la fede in Gesù Cristo, la nostra vita ha uno scopo preciso,. impegnamoci a mantenerla con la preghiera e l’aiuto di Dio, perché è l’unica e vera ricchezza che abbiamo.

2) Mi ritengo un uomo fortunato perché, quando i miei genitori si sono sposati nel 1928, hanno pregato per avere tanti figli (papà diceva che ne volevano 12) e che almeno un figlio si facesse prete e una figlia suora; che poi non è venuta perchè mamma Rosetta, dopo tre figli maschi (Piero, Francesco e Mario), è morta nel 1934 di polmonite e di parto: con i due gemellini di cinque mesi che in un paese, a quel tempo, non potevano essere salvati. Dio mi ha chiamato fin da bambino e lo ricordo bene. Quando avevo 8-9 anni, a chi mi chiedeva cosa farò da grande rispondevo deciso: il prete! Gli adulti si stupivano, ma non ho mai avuto altra aspirazione nella vita e ne ringrazio Dio e i genitori. Oggi, a 86 anni e 62 di sacerdozio, posso dire che è bello fare il prete e quando mi capita dico ai ragazzi, ai giovani: se Dio ti chiama, non dirgli di no. Devi rinunziare a te stesso e darti tutto a lui. E ne ricevi in cambio la vita eterna e cento volte tanto tutto quello che hai lasciato per seguire il Signore.

Perché è bello fare il prete? Perché sei nella condizione migliore per innamorarti di Gesù. Non hai più problemi di carriera, di soldi, diciamo anche di salute e di età che avanza: il prete non va mai in pensione, si sente sempre utile a tanti che cercano Dio. La fede non è solo intellettuale, è passione, innamoramento per Gesù Cristo e la Chiesa, per le persone che incontri alle quali porti la maggior ricchezza che abbiamo: la fede! Quanti santi preti ho incontrato nella mia vita,che mi hanno aiutato a superare le mie passioni, le mie crisi e le mie sofferenze, perché quando sbagli e cadi nel peccato, il Signore ti fa sentire la sofferenza di essere lontano da Dio e ti perdona!

Un esempio. Una delle peggiori crisi della mia vita è stata quando, nel 1994, dopo 40 anni di giornalismo missionario a Milano, il superiore generale del Pime, padre Franco Cagnasso, mi ha chiamato a Roma per scrivere la storia del Pime, che nel 2000 compiva 150 anni dalla fondazione. Cioè abbandonare Milano (le riviste, i viaggi, la rubrica di spiegare il Vangelo in Tv che avevo in Rai Uno, ecc.) per andare a chiudermi in un Archivio a Roma! La richiesta del superiore, anche ai miei amici giornalisti, pareva un assurdo e ho avuto la forte tentazione di rispondere di no. Mi svegliavo di notte, mi son venuti un po’ di capelli bianchi e mi sono confidato col mio confessore, che mi ha detto deciso: “Ai superiori bisogna obbedire sempre”. Poco dopo sono andato in Birmania, invitato dal vescovo mons. Abramo Than che voleva iniziare la Causa di beatificazione di padre Clemente Vismara e ho scoperto che anche lui aveva avuto una forte crisi per lo stesso motivo: nel 1955, dopo 32 anni di missione a Monglin, dove partendo da zero aveva fondato una cittadella cristiana e decine di villaggi di battezzati, il vescovo di Kengtung, mons. Ferdinando Guercilena, gli chiedeva di andare a Mong Ping, per ricostruire una missione partendo ancora quasi da zero. In una lettera al fratello esprimeva tutta la sua sofferenza e scriveva: “Però debbo obbedire, perchè capisco che se faccio di testa mia, sbaglio”. Questo mi ha convinto e ho poi sperimentato che iniziare un lavoro nuovo a 65 anni è stata la mia fortuna, sono ringiovanito!

3) Mi ritengo un uomo fortunato per un terzo motivo. Durante l’ultima guerra mondiale (1940-1945), facevo le cinque classi del ginnasio nel seminario diocesano di Vercelli a Moncrivello. Attraverso le riviste missionarie (e le lettere di padre Vismara), ho scoperto le missioni. Dio mi ha chiamato a portare il Vangelo di Gesù a tutti i popoli della terra. Nel settembre 1945 sono venuto al Pime di Milano e ordinato sacerdote nel 1953 dal Beato Card. Ildefonso Schuster.. Ho poi visitato poco meno di 100 paesi nel Sud del mondo, incrociando guerre, terremoti, pericoli di vita (in Vietnam, Angola, Uganda, Somalia, Ruanda); ho sofferto la fame e la sete, dormito in capanne africane e indiane, con i topi che mi saltavano sulla brandina; ho passato una notte da solo in foresta, chiuso nell’auto e circondato da animali feroci che si strusciavano contro quel mostro di ferro, immobile perché le ruote della pesante Bentley erano affondate nella sabbia e il mio taxista africano era corso in un villaggio vicino, ritornando però il mattino dopo con una decina di uomini.

La mia vita è stata un’avventura che ho vissuto con passione, tante rinunzie ma anche soddisfazioni perché ho visto dove e come nasce la Chiesa, con le meraviglie dello Spirito Santo come negli Atti degli Apostoli. Mi sono reso conto della verità di quanto diceva la grande Madre Teresa: “I popoli hanno fame di pane e di giustizia, ma soprattutto hanno fame e sete di Gesù Cristo”. E aggiungeva: “La più grande disgrazia dell’India è di non conoscere Cristo”. Giornali e televisioni non lo dicono, ma questa è la verità: il più grande dono che possiamo fare ai popoli e l’annunzio della salvezza in Cristo e di testimoniarlo nella nostra vita. Ecco perchè sono pieno di gioia: mi sento utile agli uomini perchè ho scelto di testimoniare e annunziare Gesù Cristo, di cui tutti hanno bisogno.

Quando ero giovane, chiedevo a Dio di darmi l’entusiasmo per la vocazione sacerdotale e missionaria, e il dono della commozione fino alle lacrime quando parlavo o scrivevo del sacerdozio, della missione, della vocazione alla vita consacrata. Adesso sono ormai nella terza età e chiedo a Dio di non far diminuire in me la passione per il Regno di Dio che ho sperimentato fino ad oggi.

Sono pienamente d’accordo con don Primo Mazzolari, l’indimenticabile “tromba d’argento dello Spirito Santo nella pianura padana” (così Giovanni XXIII), che ha scritto: “Se io non porto Cristo agli uomini sono un prete fallito. Posso fare molte cose buone nella vita, ma l’unica veramente indispensabile nella mia missione di prete è questa, comunicare il Salvatore agli uomini, che hanno fame e sete di Lui”.

16 marzo 2015

 

Sulla strada a cercare chi è solo

Nel “Messaggio per la Quaresima 2015” Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”, dei ricchi e benestanti verso i più poveri e cita San Paolo (1Cor 12, 26): “Se un membro soffre tutte le membra soffrono”. Questa è la Chiesa e questa “la tentazione anche per i cristiani…quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, ci dimentichiamo degli altri…di quelli che non stanno bene”. In questo spirito della Quaresima, presento un’associazione diocesana di Torino alla quale sono molto legato: “Gli Amici di Lazzaro”. Il titolo dice già tutto, la realtà di questa compagnia di cattolici di Borgo Vittoria a Torino è un bell’esempio di cosa può nascere in una parrocchia di periferia nella capitale piemontese. Personalmente sono grato al fondatore e direttore degli Amici di Lazzaro, Paolo Botti (sposato con due figli), perchè una dozzina di anni ha mi ha proposto di farmi gratis il mio Sito Internet, che oggi ha un alto numero di amici lettori

Gli Amici di Lazzaro hanno aperto nel quartiere una casa con la porta sempre aperta per chiunque abbia bisogno di una mano. Ma ciò che rende i circa 80 volontari dei veri “amici” è soprattutto l’attività che svolgono per le strade di Torino e provincia, in giro coi propri mezzi per portare la loro presenza accanto alle prostitute nigeriane e ai senza tetto. Due cose vanno notate in questa associazione di volontariato: lo spirito di preghiera, pregano sempre assieme prima di ogni azione; e lo spirito missionario, sono convinti che anche offrendo la propria amicizia e qualche aiuto ai poveri, debbono comunicare quanto di più prezioso hanno nella loro vita: la fede in Gesù Cristo e la devozione alla Madre di Dio, Maria. Gli Amici di Lazzaro non cercano notorietà, ma preghiere e aiuti per poter aiutare. Ecco come li presenta l’amico Paolo nell’intervista ad una giornalista torinese.

Piero Gheddo

 

a cura di Patrizia Spagnolo

Ho incontrato Paolo Botti, responsabile dell’associazione “Amici di Lazzaro” (www.amicidilazzaro.it, tel. 340/4817498), nella minuscola sede al pianterreno di via Bibiana 29, dove si svolgono ogni giorno le più disparate attività.

Quando e come è nata l’associazione?

Siamo nati nel 1997 da un incontro di preghiera e ascolto con i senza casa nella stazione Porta Nuova. Lì abbiamo incontrato anche le prime nigeriane, che prendevano il treno per andare a prostituirsi in altre città. Adesso ogni settimana due gruppi vanno a portare a queste persone conforto e amicizia. Poi abbiamo organizzato corsi di italiano per ragazze sfruttate, oggi aperti alle donne straniere in generale, e i doposcuola elementari e medie. Successivamente abbiamo iniziato a proporre attività di svago e animazione per bambini di famiglie disagiate o che vivono in comunità. Inoltre, seguiamo circa 100 famiglie in difficoltà, soprattutto ex vittime della tratta.

Perché proprio le nigeriane?

Perché, rispetto ad altre etnie, possiamo incontrarle più facilmente in quanto nessuno le controlla a vista. È più difficile, però, tirarle fuori dal giro a causa delle minacce che subiscono, della paura che venga fatto del male ai loro familiari, anche a quelli che vivono nei Paesi di provenienza. Nel 2013 ne abbiamo seguite 370.

Il vostro impegno prioritario non è quello di portare cibo e coperte a chi trascorre la notte in strada…

Di servizi del genere ce ne sono già tanti a Torino. Noi puntiamo sull’amicizia. Ogni anno incontriamo circa 100 persone senza tetto, molte delle quali non cercano aiuto perché hanno perso interesse per la vita: stando loro vicino, ricominciano a prendersi cura di sé, frequentano le mense e i dormitori, si tirano su. A coloro che si lasciano andare noi offriamo amicizia e preghiera, facendoli sentire “accolti”. Loro sanno che siamo lì per loro, ci conoscono come persone, non come associazione. Tutte le settimane andiamo in 15 alla stazione Porta Nuova: prima ci sediamo per terra nell’atrio o all’aperto e preghiamo insieme, poi, in piccoli gruppi, raggiungiamo le diverse zone. Certo, ci portiamo sempre dietro una coperta o il tè caldo, ma andiamo soprattutto a parlare con loro, a creare rapporti di amicizia: è più facile, quindi, che portiamo un libro o cioccolatini piuttosto che vestiti.

Chi sono i volontari?

Hanno tutti tra i 20 e i 30 anni, studenti e lavoratori provenienti da ogni parte di Torino. Sono attratti soprattutto dall’aspetto dell’amicizia: in tutte le attività che proponiamo, compreso il doposcuola. L’amicizia si intreccia con gli aiuti concreti (ad esempio i pacchi per le famiglie bisognose) che distribuiamo grazie alle offerte di supermercati, del banco alimentare, di parrocchie, persone che ogni anno organizzano collette all’interno delle aziende in cui lavorano… Conosciamo bene tutte le persone che seguiamo, le loro storie, le loro difficoltà. L’amicizia è importante soprattutto per chi è solo, in particolare le vittime della tratta, che fanno riferimento a noi per tutti i loro bisogni. Per gli operatori di strada proponiamo corsi di formazione per capire il mondo della tratta, per sapere come aiutare queste donne e cosa possiamo e non possiamo fare per loro. Si insiste sul fatto che non devono pretendere che le persone incontrate accettino il nostro aiuto; viene sottolineato l’aspetto della gratuità: donare gratuitamente senza aspettarsi risultati o ringraziamenti. Perché se non c’è gratuità ti scoraggi, patisci le delusioni. È un messaggio che riusciamo a far passare ed è questo che rafforza il volontario e lo spinge a continuare. E la continuità è importante per costruire autentici rapporti di amicizia.

Il servizio che l’associazione svolge è nutrito dalla preghiera, dall’annuncio. Come “curate” questa dimensione?

In sede abbiamo volantini con la catechesi in tutte le lingue; ai bambini del doposcuola ogni anno diamo un dvd o un libro che spiegano il Natale e la Pasqua. Quella volta che abbiamo ricevuto in dono numerosi CD sulla vita di Gesù in arabo, sono venute a chiedercelo tantissime famiglie, conosciute e non. Coltiviamo molto l’aspetto missionario di annuncio agli stranieri. Ogni anno delle suore ci regalano migliaia di rosari di loro produzione (che inviano ai missionari) a cui sono allegati libretti in tutte le lingue. Li vogliono tutti. A Natale e Pasqua, inoltre, distribuiamo alle ragazze prostitute (non solo nigeriane) il Vangelo o preghiere nella loro lingua: sono preghiere scelte da noi per incoraggiarle, per aiutarle a uscire dalla disperazione. E ancora, l’8 marzo regaliamo a tutte le donne con cui entriamo in contatto una mimosa, del cioccolato e la preghiera di Giovanni Paolo II “Grazie a te donna”.

Patrizia Spagnolo

 

 

I 42 anni del dittatore Gheddafi

Mentre la Libia sprofonda nel caos e abbiamo l’Isis a 350 Km. di mare, è istruttivo ricordare brevemente i 42 anni della dittatura di Gheddafi, crollata nel 2011 per i bombardamenti dei popoli cristiani contro le forze armate nazionali, gettando il paese nell’instabilità e nel caos. In Italia e in Europa è comune l’opinione che l’islam e i musulmani sono i nemici dell’Occidente, come nel mondo islamico molti pensano che il cristianesimo e i cristiani sono nemici dell’islam. Noi cristiani non capiamo l’islam e viceversa, perché noi viviamo nel 2000 dopo Cristo e loro nel 1400 dopo Maometto, il nostro profeta è Gesù Cristo col suo Vangelo, il loro è Maometto col suo Corano. C’è un abisso religioso, storico e culturale fra popoli cristiani e popoli musulmani. Papa Francesco, parlando al Pisai nel gennaio scorso, ha detto che per incontrare l’islam senza terrorismi e scontri, la guerra non serve, anzi peggiora le situazioni. Occorre il “dialogo della vita” (in Italia abbiamo due milioni di musulmani), cioè da parte nostra l’accoglienza, il dialogo, la comprensione dell’altro. la solidarìetà fraterna. I bombardamenti occidentali della Libia nel 2011 sono stati l’opposto e la storia ha purtroppo dimostrato il tragico disastro che hanno causato..
Dittatore dal 1969 (colpo di stato contro il re Idriss, amico degli italiani) Gheddafi all’inizio ha seguito Nasser nella linea anti-occidentale e anti-italiana, fino a finanziare le moschee e madrasse d’ispirazione estremista in tutto il mondo. Ha espulso dalla Libia i 25-30.000 italiani che tenevano in piedi l’economia e i servizi pubblici, riducendo il popolo alla miseria. Nel 1986, Reagan bombardò le sei tende, all’interno di caserme, in una delle quali viveva il leader libico, che scampò per miracolo. Isolato fra Egitto e Tunisia filo-occidentali, capì che la linea rivoluzionaria era fallimentare, a poco a poco, pur continuando a fare discorsi rivoluzionari e anti-occidentali, in pratica, specie dopo che nel 1998 venne tolto l’embargo economico e nel 2004 l’embargo sulla vendita di armi alla Libia, ha iniziato un cammino di avvicinamento all’Occidente e, quel che più importa, di faticosa educazione del suo popolo con la scuola al rispetto dei diritti dell’uomo e della donna. I proventi del petrolio li ha usati per sviluppare la Libia: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800 metri! Due acquedotti (costruiti dai sud-coreani) portavano l’acqua “fossile” dal deserto alla costa, 900 km. a nord.

Gheddafi privilegiava negli aiuti allo sviluppo le sue kabile (tribù) della Tripolitania; nel 2011 quelle della Cirenaica si sono ribellate e hanno conquistato il potere a Bengasi e in altre città. Non una rivolta causata dalla miseria, ma da rivalità tribali e da una dittatura che non lasciava spazi di libertà politica e di coinvolgimento popolare nella guida del paese. L’Occidente è intervenuto con bombardamenti aerei e navali nella guerra civile di un paese islamico!

Ma non possiamo dimenticare quel il dittatore ha fatto per il suo popolo: ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’Università, ha abolito la poligamia e fatto leggi sul matrimonio favorevoli alla donna. C’era in Libia una politica di libertà religiosa. I cristiani (nessun libico, tutti stranieri), pur con molti limiti, godevano di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica era un organismo stimato e richiesto di interventi. Due fatti eccezionali. Nel 1986 Gheddafi ha scritto a Giovanni Paolo II chiedendo suore italiane per i suoi ospedali. Costruiva ospedali e dispensari, ma non aveva ancora infermiere libiche. La richiesta veniva dal buon esempio delle due francescane infermiere italiane che hanno assistito il padre di Gheddafi fino alla morte. Nel 2007 (l’anno della mia visita) c’erano in Libia80 suore cattoliche (soprattutto filippine, indiane, ma anche italiane) e 10.000 infermiere e medici cattolici filippini e indiani. Il vescovo Martinelli mi diceva: “La presenza di queste donne cristiane, professionalmente preparate, gentili, attente alle necessità del malato che curano con amore, stanno cambiando l’immagine del cristianesimo fra i musulmani”.
Secondo fatto. Sono stato nel deserto a 900-1000 km. da Tripoli, dove sta fiorendo una regione ex-desertica per l’acqua tirata su dalle profondità della terra. Un lago di 35 km. di lunghezza, campagne coltivate e cittadine, dove vent’anni fa non c’era nulla. La città di Sebha capitale della regione aveva 80.000 abitanti, dove viveva un sacerdote medico italiano, don Giovanni Bressan (di Padova) che è stato uno dei fondatori dell’ospedale. Don Bressan ha riunito i molti africani profughi dai paesi a sud del deserto (Nigeria, Camerun, Ciad, ecc.) fondando per essi una parrocchia, una scuola, un centro di riunioni e di gioco. Gli africani lavorano e sono pagati, per tre o più anni rimangono nel sud, poi hanno soldi a sufficienza per tentare il passaggio in Italia! Fanno tutti i lavori e sono ammirati perché lavoratori onesti e forti. Don Vanni (Giovanni) riesce a fermare alcune famiglie, le altre vogliono venire in Italia, in Europa. Il cammino della Libia verso la piena integrazione nel mondo moderno e nella Carta dei diritti dell’uomo e della donna, era cominciato. Non difendo Gheddafi e la sua dittatura, credo però di poter testimoniare anche aspetti del suo operato, del tutto ignorati in questi giorni.
Gheddafi aveva nazionalizzato tutto, anche l’islam. Controllava l’estremismo in due modi. A Tripoli aveva creato la direzione dell’islam libico, formata da una dozzina di imam autorevoli, che nominavano gli imam delle moschee e scuole coraniche. Da Tripoli partiva ogni settimana, in anticipo, il testo della catechesi religiosa del venerdì che gli imam delle varie moschee dovevano solo leggere senza aggiungere o togliere nulla;  chi trasgrediva quest’ordine, era licenziato e sostituito da altri.  Fino al 2011 i cristiani in Libia erano circa mezzo milione, specialmente lavoratori copti egiziani; i cattolici circa 80.000, in maggioranza italiani, dirigenti e lavoratori nei pozzi di petrolio, impresari e tecnici in numerose industrie, filiali di industrie italiane..
A Tripoli ho incontrato suor Giannina Catto della congregazione del De Foucauld, infermiera che lavora in Libia dal 1966 (nata a Cavaglià, vicino al mio paese di Tronzano vercellese!). Mi dice: “Noi suore del De Foucauld viviamo in mezzo ai popolo libico e ci rendiamo conto che questo è essenziale per capirli e anche apprezzarli. C’è in Europa una grande paura dell’islam e dei musulmani, noi possiamo testimoniare che il popolo libico è buono e rispettoso verso lo straniero; noi siamo accolte cordialmente, ci aiutano e la nostra presenza è importante per far evolvere le donne. Siamo due donne sole in un quartiere totalmente islamico, in periferia di Tripoli e contente di fare questa vita. Lavoriamo per guadagnarci da vivere. Io ho 64 anni, sono infermiera e ho lavorato in ospedale fra i bambini prematuri, ma come pensione qui non ho nulla, vivo con la pensione minima italiana. L’altra suora che sta con me ha qualche anno più di me e anche lei ha lavorato. Invece nella nostra seconda casa c’è una sorella più giovane dottore in medicina specializzata in pediatria che lavora in ambulatorio. Vive lontano da Tripoli dove la sanità è quasi a zero: i malati vengono tutti da lei, è impegnatissima. Viviamo in una casetta come tutte le altre, aiutiamo in quel che possiamo e loro ci aiutano. Siamo come una grande famiglia”.

Che messaggio vuoi trasmettere in Italia? “In Europa c’è una grande diffidenza e sospetto verso i musulmani e non mi pare giusto. La fede comune nell’unico Dio deve aiutarci a superare i pregiudizi perché con i musulmani si può vivere bene, rispettandoci e aiutandoci a vicenda. Anche loro, di fronte ad un occidentale hanno dei pregiudizi e sono sospettosi, vivendoci assieme capiscono che noi siamo come loro”. Ma l’islam fa paura per il terrorismo e lo spirito anti-occidentale di molti musulmani. “L’islam è fatto di persone non di teorie. In Europa si ha paura per Bin Laden e altri terroristi, che sono sono una minima percentuale. E tutte queste buone persone con le quali viviamo, non sono musulmani? Io temo che i giornali e le televisioni in Italia insegnano l’odio verso lo straniero. Noi siamo amiche di tutti, nella vita quotidiana sono molto umani. Io dico agli italiani che non possiamo andare avanti con l’odio, con lo spirito di inimicizia, di sospetto. I libici non hanno bisogno di aiuti materiali, hanno bisogno di amicizia, di considerazione, di fraternità. Anche loro debbono liberarsi dei loro pregiudizi, per questo noi siamo qui ed è un segno negativo che in Italia diminuiscono le vocazioni alla vita consacrata”.

Il Califfato in Libia pericolo per Italia

In Libia si sta affermando lo Stato Islamico (IS) del Califfato, troppo vicino all’Italia per non preoccupare il popolo italiano. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha dichiarato: “Se la mediazione dell’Onu dovesse fallire, siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il servizio radiofonico dell’IS, da Mosul in Irak, ha subito definito Gentiloni “il Ministro degli Esteri dell’Italia, il crociato”, spiegando che “Roma è pronta ad unirsi alla forza guidata dalle Nazioni atee per combattere lo Stato Islamico”. Personalmente sono contrario a inviare militari occidentali e italiani in Libia per una guerra che riporti la pace e l’ordine in Libia, combattendo contro il Califfato. Nel 2011 l’Occidente ha già fatto una guerra in Libia,mandando aerei a bombardare Tripoli e l’esercito del dittatore Gheddafi, col risultato opposto a quel che si pensava. Quei bombardamenti hanno scardinato la barriera che ostacolava l’estremismo islamico, favorendo una guerra civile che ha portato il Califfato alla vittoria, come già prevedeva chi conosceva la Libia. Il Vicario apostolico di Tripoli, mons. Giovanni Innocente Martinelli (uno dei pochi italiani rimasti in Libia per difendere circa 300 cattolici filippini), condannava “la folle guerra di alcuni paesi europei e americani contro il popolo libico” che, com’è noto,finiva con l’uccisione di Gheddafi il 23 ottobre 2011. L’opinione pubblica europea e italiana applaudiva alla morte del dittatore, ma ricordo che quando Gheddafi venne a Roma nel 2009 per firmare il “Patto fra Italia e Libia”, politico, economico e militare, proposto dal governo Berlusconi (lodato dello storico Angelo Del Boca), la Sapienza lo invitò a tenere una “lectio magistralis” nell’aula magna, che era stata rifiutata poco prima a Benedetto XVI!

Un’altra guerra degli occidentali in Libia avrebbe sicuramente il risultato di allargare l’influsso dell’IS a tutte le masse popolari islamiche (un miliardo e 400 milioni di persone!), senza riuscire a riportare libertà e ordine in Libia, come è successo negli altri interventi armati dell’Occidente col mandato dell’ONU in vari paesi islamici, Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria. L’Occidente non capisce l’islam (vedi il mio Blog precedente) e prende sempre la via sbagliata, come in Persia (Iran) quando nel 1979 appoggiò le rivolte popolari contro il dittatore, lo Scià Reza Pahlevi (alleato degli Usa), applaudendo la salita al potere dell’Imam Khomeini, che ha lanciato “il martirio per l’islam” e la “guerra santa” contro l’Occidente! Il popolo iraniano oggi rimpiange lo Scià, quello libico Gheddafi e gli iracheni Saddam Hussein.

E allora, cosa fare? Questo è il compito della politica e della diplomazia dei paesi occidentali: ad esempio, convincere i governi dei paesi confinanti (Egitto, Tunisia, Algeria, Sudan e altri), che se la Libia diventa tutta uno Stato Islamico, l’estremismo e il terrorismo si affermeranno anche tra i loro popoli. Spetta loro, anche con interventi militari, bloccare questo pericolo; secondo, agire con incontri diplomatici tra le varie fazioni armate che si contendono il paese; ed eventualmente con aiuti o sanzioni economiche, ad esempio non acquistando più il petrolio libico (sono solo ipotesi). Ma non iniziare, noi popoli occidentali e cristiani, una guerra contro il Califfato in Libia.

Rimane però il problema di proteggere il nostro popolo e “rispondere ad un ingiusto aggressore”, come ha detto Papa Francesco. In questo momento l’Italia e l’Europa sono invase da una marea di profughi africani: 174.000 salvati e accolti nel 2014, altri 200.000 pronti a partire su gommoni o carrette del mare, che provengono per il 90% dalla Libia. In questo caso un intervento militare dell’Europa (su mandato dell’Onu) sulle coste e porti libici, ad esempio affondando tutti i gommoni e navi fatiscenti, penso possa essere lecito e compreso da tutti. Ma una guerra in Libia iniziata e condotta da forze occidentali, per riportare il paese alla pace e all’ordine, sarebbe un’impresa utopica e dannosa per lo stesso Occidente, anche solo perché la Libia è grande cinque volte l’Italia, abitata da circa 6 milioni di libici, divisi in più di cento kabile (tribù), confraternite religiose e gruppi armati che combattono l’uno contro l’altro per la conquista del potere!

 

Per incontrare l’islam dobbiamo tornare a Cristo

Da alcuni mesi il terrorismo di radice islamica è balzato alla ribalta dell’attualità come un grave pericolo per l’Europa e per la nostra Italia. Molti si chiedono cosa fare, si discute di leggi adeguate alla gravità della situazione ma gli appelli per una maggior vigilanza e fermezza lasciano il tempo che trovano. Il nostro mondo democratico, ricco e laicizzato, si trova spiazzato. I popoli occidentali e quelli islamici non si capiscono. C’è un abisso tra il nostro desiderio di vivere tranquilli e la violenza dei terroristi. La storia recente, dopo le “Due Torri” di New York (11 settembre 2001), ha dimostrato che le guerre contro l‘estremismo islamico (in Afghanistan e Iraq e oggi contro il Califfato) non solo non risolvono il problema del terrorismo, ma hanno peggiorato la situazione. La “guerra santa” e “il martirio per l’islam” si sono diffusi in molti paesi. Un miliardo e 400 milioni di uomini che vivono con convinzione la loro religione e cultura religiosa, non si sconfiggono con la guerra. E allora, cosa fare?

Papa Francesco, parlando nel gennaio scorso al Pisai (Pontificio Istituto di Studi arabi e d’islamistica), ha messo in primo piano il dialogo con i musulmani, dicendo tra l’altro: “Mai come ora” si avverte la necessità della formazione di operatori del dialogo con i musulmani, “perché l’antidoto più efficace contro ogni forma di violenza è l’educazione alla scoperta e all’accettazione della differenza come ricchezza e fecondità”. Ciò richiede un atteggiamento di “ascolto” per essere capaci di capire i valori dei quali l’altro è portatore e di conseguenza “un’adeguata formazione affinché, saldi nella propria identità, si possa crescere nella conoscenza reciproca”; ma esige anche di “non cadere nei lacci di un sincretismo conciliante e, alla fine, vuoto e foriero di un totalitarismo senza valori”. Questo scontro di due civiltà che non si capiscono, non ha come motivazione fondamentale la politica o l’economia, ma la religione. Ecco perchè:

1) L’ideale dell’Occidente è la “Libertà” dell’uomo, anche dalle leggi di Dio che ha creato il mondo e l’umanità. Noi viviamo in una società praticamente atea e i popoli islamici vedono l’Occidente cristiano come un nemico, un pericolo per la loro fede! Sono attirati dal mondo moderno, ma ne hanno anche paura! La nostra vita li scandalizza, non vogliono vivere in un mondo sempre più disumano come il nostro, ricco e arido, ma vuoto dentro, di cui ci lamentiamo anche noi. Questo il ritornello che si sente nelle moschee e si legge sulla stampa islamica: i credenti nel Corano hanno la missione di riportare a Dio l’Occidente ateo e svirilizzato. Queste idee, inculcate fin dalla più tenera età anche nelle scuole, fanno parte della loro fede e della loro cultura. Solo una minoranza pratica il terrorismo islamico, è vero, ma ci sono milioni di musulmani che condividono la loro ideologia.

Il primo ministro inglese Tony Blair, parlando dopo le Due Torri al Parlamento europeo, ha detto: “L’Occidente deve difendere i nostri valori… Abbiamo creato una civiltà senz’anima e dove ritrovare quest’anima se non tornando al Vangelo che ha fatto grande l’Occidente?”. Nella situazione attuale, che rende la nostra società sempre più priva di ideali, pessimista ed egoista, in crisi perché manca di bambini (quanti milioni di aborti negli ultimi trent’anni?), ecco l’islam che ci provoca con ogni mezzo, dalla crescita demografica al terrorismo, ma anche con la “guerra santa” e il “martirio per l’islam”, per ricondurci allo scopo dichiarato della fede in Dio, sia pure il Dio del Corano che non è certo il Dio del Vangelo! In genere, noi occidentali viviamo come se Dio non esistesse, ma per incontrare e dialogare con l’islam dobbiamo ritornare a Dio e ai dieci Comandamenti, a Gesù Cristo e al suo Vangelo, non solo nella nostra vita personale, ma in quella familiare, sociale, scolastica, massmediatica, ecc. Cioè ritrovare la nostra identità cristiana. L’alternativa è la guerra contro i popoli musulmani, che, a lunga scadenza, perdiamo certamente, per il semplice motivo che i musulmani sono popoli giovani, noi occidentali popoli vecchi!

Dobbiamo formarci una visione più realistica dei musulmani e capire quali gravi responsabilità (storiche ed attuali) abbiamo anche noi, cristiani occidentali nella nascita e il diffondersi del “terrorismo” con radice islamica. Il card. Carlo M. Martini (nel suo discorso del 1990 “Noi e l’islam”) ha detto: “Cosa dobbiamo pensare noi cristiani dell’islam? Che senso può avere nel piano divino il sorgere di una religione, in un certo modo vicina al cristianesimo e insieme così combattiva, così capace di conquista, da fare molti proseliti in un‘Europa infiacchita? Nel mondo occidentale che perde il senso dei valori assoluti e non riesce più ad agganciarli a un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’islam ha portato con sè e che può ancora testimoniare nella nostra società”.

2) L’islam si definisce non in termini di “libertà dell’uomo”, ma di “sottomissione a Dio”, ripeto, il Dio del Corano, non quello del Vangelo! Vive e proclama la presenza di Dio (Allah) nella vita del singolo uomo, nella famiglia e nella società; la fede è il più grande dono che Dio ha fatto all’uomo, che dobbiamo conservare con la preghiera e l’osservanza dei Comandamenti; la fede non è solo una scelta personale (come il laicismo e la secolarizzazione esasperata proclamano e impongono), ma crea l’appartenenza alla comunità dei credenti e a tutta l’umanità creata dallo stesso Dio.

L’islam è una religione che viene, almeno in parte, dalla stessa radice cristiana, il Dio di Abramo, tanto che nei suoi primi tempi alcuni Padri della Chiesa lo definivano “una eresia cristiana”. Ma oggi non è certamente una religione umanizzante, sono le stesse realtà islamiche (le violazioni dei diritti dell’uomo e della donna) che offrono un’immagine negativa; ma questo è un altro discorso, senza nulla togliere al dovere che hanno gli stati e ciascuno di noi, di difendere noi stessi e il nostro popolo da aggressioni e invasioni esterne. Ribadisco comunque quel che ho sentito da numerosi vescovi cristiani viventi nei paesi islamici, la convinzione che, nei piani di Dio, anche oggi l’islam ha, nella storia umana, un ruolo che non conosciamo, ma che merita rispetto e attenzione. Per noi cristiani oggi la sfida è l’incontro e non lo scontro con i popoli musulmani, il dialogo e non la guerra, il ritorno alla fede e alla vita in Cristo, non l’ateismo teorico e pratico.

 

Piero Gheddo